Project Gutenberg's Annali d'Italia, vol. 4, by Lodovico Antonio Muratori

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Title: Annali d'Italia, vol. 4
       dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Author: Lodovico Antonio Muratori

Commentator: Gian Francesco Galeani Napione

Release Date: February 7, 2015 [EBook #48188]

Language: Italian

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*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ANNALI D'ITALIA, VOL. 4 ***




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ANNALI

D'ITALIA

4


Copertina

ANNALI
D'ITALIA

DAL

PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750


COMPILATI

DA L. ANTONIO MURATORI

E

CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI

Quinta Edizione Veneta


VOLUME QUARTO


VENEZIA

DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.

1845


INDICE


ANNALI D'ITALIA

DAL

PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

[9]

   
Anno di Cristo DCCCCXCIV. Indiz. VII.
Giovanni XV papa 10.
Ottone III re di Germania e d'Italia 12.

Cogli affari d'Italia han correlazione quei di Gerberto creato arcivescovo di Rems. Prese la santa Sede la protezione di Arnolfo deposto da quella sedia contro le leggi canoniche, e papa Giovanni XV sospese dai divini uffizii que' vescovi che aveano proferita sentenza contro di lui. Restano tuttavia le invettive d'esso Gerberto, non dirò contro la Chiesa romana, ma contro quei papi che in questi ultimi tempi l'aveano cotanto sporcata, e sì malamente governata; di Gerberto, dico, il quale da qui a non molto ci comparirà salito sul medesimo trono pontificio. Ugo Capeto re di Francia spedì al papa le ragioni dell'operato dai vescovi, e il pregò di voler venire in persona fino a Grenoble, per conoscere meglio questa differenza. Non si sentì voglia il pontefice Giovanni di prendersi tanto incomodo, e solamente mandò in Francia Leone abbate del monistero di san Bonifazio per suo legato, per cui opera nell'anno seguente fu in qualche maniera posto [10] fine a quell'imbroglio. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] e da Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernitanus, in Chron.] che in questo anno obsessa est Matera a Saracenis tribus mensibus, et quarto capta ab eis. Ne erano allora in possesso i Greci, ma non ebbero forza per poterla sostenere contro la possanza dei Mori. Fino all'anno presente signoreggiò in Salerno Giovanni II appellato di Lamberto [Peregrinius, Hist. princip. Langobard.]. La morte il rapì con restare principe di Salerno suo figliuolo Guaimario, chiamato il terzo, per distinguerlo da altri due principi dello stesso nome, che erano vivuti ne' tempi addietro. Era esso Giovanni tuttavia vivente nel giugno di quest'anno, ciò apparendo da un diploma dato da lui e dal figlio Guaimario, che si legge nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XXXII, pag. 1035.]. Truovasi ancora in quest'anno Otberto ossia Oberto II marchese, figliuolo di quell'Otberto I che noi già vedemmo marchese e conte del sacro palazzo, e dicemmo progenitore della casa d'Este, il quale tiene un placito nella chiesa di Lavagna, e sentenzia in favore del monistero di san Fruttuoso [Antichità Estensi, P. I, cap. 15.]. L'atto fu [11] scritto anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi nongentesimo nonagesimo quarto, X kalendas februarii, Indictione septima, cioè senza contar gli anni di Ottone III re. Erano potenti in Toscana e Lunigiana i marchesi appellati dipoi di Este, e forse di qui possiamo inferire che il suddetto Otberto II governasse in questi tempi la marca di Genova.


   
Anno di Cristo DCCCCXCV. Indiz. VIII.
Giovanni XV papa 11.
Ottone III re di Germania e d'Italia 13.

Fu nel presente anno sul principio di giugno tenuto per ordine del papa un concilio in Mosomo, oggidì Mouson vicino alla Mosa, a cui presedette Leone abbate legato pontificio, e fu deciso che la deposizione di Arnolfo arcivescovo di Rems fosse invalida e nulla, e per conseguente contro i canoni entrato in quella chiesa Gerberto monaco, già abbate di Bobbio. Però spossessato di quell'insigne arcivescovato Gerberto, e come abbandonato da Ugo Capeto re di Francia, si ritirò alla corte del re Ottone III, di cui aveva l'onore d'essere stato maestro. Ma Arnolfo, che era in prigione, finchè visse il re Ugo, non ne potè uscire. Abbiamo da Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 4.] e da Ermanno Contratto [Ermannus Contractus, in Chron.] che ad una dieta tenuta in Maddeburgo intervenne con gli altri principi Arrigo II duca di Baviera e di Carintia, e marchese di Verona, il qual poscia portatosi a Gandersheim, dove Gerberga sua sorella era badessa, quivi cadde gravemente infermo. Però chiamato a sè il figliuolo Arrigo, che fu poi imperadore e santo, gli ordinò di tornarsene in Baviera ad assicurarsi di quel ducato, raccomandandogli di non operare mai contro la fede ed ubbidienza dovuta al re suo signore: massima da lui trascurata negli anni addietro, del che era ben pentito, e pregandolo di [12] ricordarsi del padre, che più non rivedrebbe in questo mondo. Aggiugne l'Annalista Sassone [Annalista Saxo. apud Eccardum.]: Hic postquam poenitentia ductus regnum respuit, et Bawariae ducatu donatus est, ita in eo pro componenda pace ultra priores suos effloruit, ut ab illius terrae incolis Henricus pacificus et pater patriae appellaretur. Dopo la morte del padre il giovane Arrigo, Bawariorum electione et auxilio, bona patris et ducatum, rege donante, obtinuit. Abbiamo poi due rilevanti particolarità spettanti a quest'anno negli Annali di Ildeseim [Annales Hildesheim.], copiate dipoi dall'Annalista sassone, cioè, che Ottone III mandò per suoi ambasciatori a Costantinopoli Giovanni vescovo di Piacenza, e Bernuardo vescovo di Virzburgo, per addimandare in moglie d'esso re una principessa del sangue imperiale de' Greci. Tornerà il ragionamento intorno a questo affare andando innanzi. Questo vescovo di Piacenza è quel medesimo Giovanni archimandrita calabrese, di cui abbiam parlato di sopra, e che vedremo antipapa in breve. Il Campi nella Storia ecclesiastica di Piacenza il truova in quella città anche nell'aprile dell'anno presente. L'altra particolarità è che legati apostolicae sedis cum unanimitate Romanorum atque Langobardorum regem Romam invitant. Certo è, che per la lontananza del re erano insorti dei troppo mali umori in Italia, cioè sedizioni di popoli, e soprattutto dai potenti venivano usurpati giornalmente i beni e diritti delle chiese. Abbiam veduto il popolo di Milano in rotta contra del loro arcivescovo Landolfo; obbligato papa Giovanni XV a fuggirsene di Roma per la prepotenza di Crescenzio e di quel senato. Forse questi due fatti occorsero circa questi medesimi tempi. E come avesse mano e balìa nel governo di Roma il suddetto Crescenzio, si può anche intendere da ciò che i vescovi di Francia nella lite già accennata di Arnolfo e Gerberto diceano, o, per dir meglio, [13] facea lor dire lo stesso Gerberto [Baron., in Annal. Eccles. ad annum 992.]: Regii, ac nostri legati Romam profecti, et epistolas pontifici porrexerunt, et ab eo indigne suscepti sunt. Sed, ut credimus, quia Crescentio nulla munuscula obtulerunt, per triduum a palatio seclusi, nullo responso accepto redierunt: quod peccatis nostris exigentibus provenire, non dubium est, ut romana Ecclesia, quae mater et caput ecclesiarum est, per tyrannidem debilitetur. Ecco lo stato in cui si trovava allora la Sedia apostolica, certo per colpa de' soli Romani. Da un diploma riferito dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episc. Veron.] siamo assicurati che il re Ottone III si trovava in Magonza III idus novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXCV Indictione VIIII (la qual dovea camminare fino al fine dell'anno presente, secondo il moderno stile) anno tertii Ottonis regnantis XII. Parimente la Cronica del monistero di Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] ci somministra un placito, tenuto in quest'anno in Valva nel ducato di Spoleti, oppure nella marca di Camerino. Erano presidenti ad esso Atto comes, et Oderisius comes, et Helmepertus episcopus missus domni Ugonis dux et marchio. Queste poche parole confermano quanto s'è accennato di sopra, cioè che per qualche accidente non era più duca di Spoleti e marchese di Camerino Trasmondo, da noi veduto negli anni addietro al governo di que' paesi; e che a lui era succeduto Ugo duca e marchese anche di Toscana.


   
Anno di Cristo DCCCCXCVI. Indiz. IX.
Gregorio V papa 1.
Ottone III re 14, imperad. 1.

L'anno fu questo in cui, venuta la primavera, vernali tempore, il giovane Ottone III re calò in Italia, accompagnato dalla guardia di un decoroso esercito. Secondo il Cronografo sassone [Chronograph. Saxo, in Access. Histor. Leibnitii.], [14] dominicam resurrectionem Papiae regali more celebravit. Passato a Ravenna, quivi fece una buona posata, e colà gli giunse l'avviso che era mancato di vita Giovanni XV, cioè quel papa che il santo abbate di Fleury Abbone [Aimonius, in Vita S. Abbonis.] ito a Roma, turpis lucri cupidum, atque in omnibus suis actibus venalem reperit. Seco avea l'imperadore condotto Brunone suo parente, in qualità di cappellano, giovane letterato, ma alquanto per la sua età focoso. Invogliossi Ottone di metterlo sul trono pontifizio, e intesosi coi Romani, lo spedì a Roma, accompagnato da Willigiso arcivescovo di Magonza, e da Adalboldo vescovo di Utrecht, dove innalzato a quella sublime dignità, assunse il nome di Gregorio V. Il Sigonio [Sigonius, de regno Italiae, lib. 7.] scrive che Ottone usurpato jure Brunonem Saxonem propinquum suum, XVI kalendas julii pontificem declaravit, ac Romam consecrandum misit. Altrettanto ha Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.]; ed amendue riferiscono all'anno precedente l'esaltazione d'esso Gregorio; nè mancano scrittori che credono creato papa Brunone allorchè Ottone III fu giunto a Roma, e adoperò la sua autorità in favore di lui. Ma tanto al Sigonio, quanto al cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.] mancarono molti lumi, che noi ora abbiamo, e però in molte circostanze si allontana dal vero il loro racconto. La verità si è, che solamente nel presente anno venne Ottone III in Italia; ed in esso mancò di vita Giovanni XV romano pontefice. Stando il re Ottone in Ravenna, raccomandò ai Romani il suddetto Brunone, ed essi concordemente convennero nell'elezione di lui, senza che il re usurpasse i loro diritti. Prese il nome di Gregorio V. Non essendo egli per anche imperadore, ma solo re d'Italia, a nulla era tenuto per lui il clero e popolo romano, e solamente poteano intervenire riguardi di convenienza, che in fatti non mancarono in [15] tal congiuntura. Come succedesse l'affare, l'abbiamo da un autore contemporaneo, cioè dal monaco autore della Vita di santo Adalberto vescovo di Praga presso il padre Mabillone [Mabill., Saecul. Benedict. V, pag. 860.]: Rex autem Otto, scrive egli, Alpium nives multo milite transmeans, juxta sacram urbem Ravennam regalia castra metatus est. Ibi in ejus occursum veniunt epistolae cum nuntiis, quos mittunt romani proceres et senatorius ordo: primo illius adventum, velut toto tempore paternae mortis non visum, totis visceribus desiderare, ac debita fidelitate pollicitantur exspectare. Deinde in morte domni Apostolici tam tibi quam illis, non modicam invectam esse partem incommodorum annuntiant, et quam pro eo ponerent, regalem exquirunt sententiam. Pertanto mandò egli a Roma Brunone; e che questi fosse liberamente eletto ed approvato dal clero e popolo romano, l'abbiamo dagli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] e dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.], che scrivono a quest'anno: Johannes papa obiit. Unde imperator in Italia positus, rumore incitatus, praemissis quibusdam principibus, publico consensu et electione, fecit in apostolicam Sedem ordinari suum nepotem domnum Brunonem, Ottonis filium, qui marcham veronensem servabat, imposito nomine Gregorii. Di qui impariamo chi fosse il padre di Gregorio V papa, cioè Ottone duca della Franconia, ed allora marchese ancora della marca di Verona, nato da Liutgarda figliuola di Ottone il Grande imperadore. Ne ho io prodotta la genealogia altrove [Antiq. Ital., Dissert. XLI. Antichità Estensi, P. I, cap. 8.]. Così il Cronografo sassone scrive [Chronograph. Saxo apud Leibnitium.]: Nepotem suum Brunonem virum valde praeclarum, non solum cleri, sed et omnium Romanorum unanimi voto civium pontificem electum subrogari pie consensit. Crede il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che sul principio di maggio seguisse [16] l'assunzione al trono pontifizio di Gregorio V.

Allorchè Ottone nel calare in Italia fu a Verona, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], Pietro Orseolo II doge di Venezia inviò a fargli riverenza Pietro suo figliuolo, che ebbe l'onore d'essere tenuto alla cresima dal medesimo re: nella quale occasione mutò il suo nome in quello di Ottone, e regalato dal re se ne tornò tutto contento al padre. E quando esso re fu giunto a Ravenna, il suddetto doge gli spedì degli ambasciatori, che riportarono da lui privilegium de portu et mercato tenendo cum tribus locis, cum omni datio et theloneo. Non si può ben intendere in qual sito fosse questo porto e mercato. Immaginò il Sigonio che Ottone III, prima di portarsi a Ravenna, passasse ad assediar Milano, dove aggiustasse le differenze insorte fra Landolfo arcivescovo e il popolo di quella città. Ma appunto l'immaginò. Niuno degli antichi scrittori conobbe questo assedio di Milano, nè sotto Ottone II, nè a' tempi di Ottone III suo figliuolo: però non si può riposar sull'autorità di Landolfo seniore storico milanese, che è solo a narrarlo; e tanto più perchè, già avvertimmo che Arnolfo altro storico milanese, ma più accurato, nulla ne parla, e scrive posto in altra maniera fine alle controversie di Milano. Si può ben credere che in quest'anno, e non già nel seguente, come fu d'avviso Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], riuscisse ad esso Ottone III dimorante in Ravenna d'indurre san Romualdo, monaco ed anacoreta, di santità già conosciuta, ad accettare il governo dei monistero di Classe, come si legge nella vita d'esso santo scritta da san Pier Damiano [Petrus Damiani, in Vit. Romualdi., cap. 6.]. Dappoichè fu assunto al pontificato Gregorio V, il re Ottone III mosse da Ravenna alla volta di Roma, dove fu solennemente ricevuto. Ho io rapportato un bel placito, tenuto fuori della stessa Roma dal medesimo re colla [17] assistenza di molti vescovi e principi con queste note [Antichità Estensi, P. I, cap. 20.]: Regnante domno Hottone piissimo rege anno regni pietatis ejus in Italia secundo, primo mense madii, Indictione secunda, foras porta sancti Laurentii, infra palatius domni nostri regis. Non ho finora saputo intendere, perchè si dica anno secondo del regno, se non supponendo che seguisse la sua elezione e coronazione in re d'Italia nell'aprile dell'anno precedente. Ma se Ottone era in Roma, ossia sulla porta di Roma nel dì primo di maggio, si avvalora l'autorità di quegli scrittori che il fanno giunto colà prima che Brunone fosse posto sulla cattedra pontifizia. Ora in esso placito l'abbate di santa Flora d'Arezzo fece querela contra Adelbertus marchio, et Albertus germani, filii quondam Holberti, cioè figliuoli del marchese Oberto I conte del sacro romano palazzo, ed antenati della casa d'Este, per cagione di alcuni beni da loro occupati, e ne riportò il possesso, salva querela, cioè con lasciar vive ad essi marchesi le loro ragioni nel petitorio. Stando in vicinanza di Roma il re Ottone III, finalmente giunse ad ottenere la corona dell'imperio. Siccome abbiamo dalla vita di santo Adalberto [Anonym., in Vit. S. Adalberti Pragens.], magno gaudio omnium imperatorium attigit apicem. Laetantur cum primoribus minores civitatis, cum afflicto paupere exsultant agmina viduarum, quia novus imperator dat jura populis, dat jura novus papa. Queste parole, dice il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.], manifeste ostendunt, Ottonem III sicuti et decessores, supremum dominium in urbe exercuisse; quod usque ad nostra tempora obscurum fuit. Il giorno in cui, secondo gli Annali d'Ildeseim, egli imperator et patricius coronatur, fu quello di Pentecoste, che in quell'anno cadde nel dì 31 di maggio. Ma, per attestato di Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 4.] e dell'Annalista sassone [Annalista Saxo.], Romam veniens [18] in Ascensione Domini, quae tunc erat XII kalendas junii, anno aetatis suae XV, regni autem XIII, Indictione VIII (ha da essere VIIII) ab eodem unctionem percepit, et advocatus Ecclesiae sancti Petri efficitur. Altrettanto ha il Cronografo sassone, pubblicato dal Leibnizio [Chronographus Saxo editus a Leibnitio.]: il che quando sia vero, la coronazione seguì nel dì 21 di maggio. E questa appunto si dee dire le vera sentenza. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., t. 5 in Episc. Veronens.] un suo diploma, dato in Roma X kalendas junii di quest'anno, Indictione IX, anno tertii Ottonis imperantis I. Ho io parimente pubblicato un diploma [Antiquit. Italic., Dissert. VIII.], da lui dato in favore di Odelrico vescovo di Cremona, obtentu karissimae sororis nostrae Sophiae con queste note: Datum VI kalendas junii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVI, Indictione VIIII, anno vero tercii Ottonis regnantis XIII, imperii autem ejus primo. Actum Romae: il che ci fa conoscere ch'egli era già imperadore nel dì 27 di maggio. E qui non voglio tacere che nel medesimo mese Ardoino conte del palazzo tenne un placito [Ibidem, Dissert. VII.] nel distretto di Brescia, dove l'avvocato della chiesa di Cremona ottenne sentenza favorevole contra di Gualberto giudice. L'atto fu scritto anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCC nonagesimo sexto, XI kalendas junias, Indictione nona: il che è da notare, perchè sempre più conferma quanto io ho detto di sopra; cioè, che quantunque Ottone III fosse eletto re di Italia, e governasse questo regno, pure non erano contati in Italia gli anni del suo regno, perchè egli non era per anche coronato colla corona che chiamiamo ferrea. Altra ragione non so io addurne che questa. Aggiungasi un altro diploma d'esso Augusto, dato VIII kalendas junii dell'anno presente coll'actum Romae, come si legge nel Bollario casinense; di modo che siam certi del dì della sua coronazione.

[19] Creato che fu imperadore Ottone III, cominciò, secondo il rito de' suoi predecessori, a far giustizia in Roma; e fra gli altri fu citato Crescenzio per le insolenze usate a Giovanni XV papa. Habito, dice l'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.], cum Romanis placito, quemdam Crescentium, quia priorem papam injuriis saepe laceraverat, exsilio statuit deportari; sed ad preces novi Apostolici omnia illi remisit. Di qui ancora s'intende qual fosse l'autorità imperiale di Ottone III in Roma. Sbrigato da questi affari esso Augusto, si trasferì dipoi a Pavia. Ne ho la pruova in un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.], confermatorio de' beni e privilegii del monistero delle monache di santa Maria di Teodata, oggidì della Posterla, dato kalendis augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVI Indictione IX, anno tertii Ottonis regnantis XIII, imperii primo. Actum Papiae. Benchè niuno degli antichi storici faccia menzione che Ottone III fosse coronato colla corona del regno d'Italia; pure si può ragionevolmente credere ch'egli o nel suo primo arrivo in Lombardia nella primavera di quest'anno, ovvero nell'essere tornato colà dopo la coronazione romana, ricevesse ancora l'altra del regno italico. Bonincontro Morigia da Monza [Bonincontrus Morig. in Chron.], che fioriva nel secolo decimoquarto, siccome osservai nel mio trattato de Corona Ferrea, [Anecdot. Latin., tom. 2.], scrive ch'egli primo in Modoetia (cioè in Monza) postea in Mediolano italici regni coronam accepit. Anzi, se a lui crediamo, Ottone III fu quegli che costituì la nobil terra di Monza caput Lombardiae et sedem regni illius: il che difficilmente si può credere, perchè quest'era una prerogativa di Pavia, e, se si vuol, anche di Milano. Sappiamo ben di certo, che ne' secoli susseguenti fu e tuttavia si truova custodita la corona del ferro nella basilica di san Giovanni Batista di Monza, [20] e che quivi talvolta furono coronati i re d'Italia. Sull'autunno se ne tornò in Germania il novello Augusto, e per quanto ci assicura il Cronografo sassone, in agrippina colonia, summi imperatoris condigno honore, celebrat natalem diem. Può essere motivo di maraviglia il trovare tanta diversità di pareri intorno all'anno in cui Ugo Capeto re di Francia, primo della sua schiatta, finì di vivere. L'Annalista sassone [Annalista Saxo.] fa succeduta la di lui morte nell'anno 994; Odoranno ed altri nell'anno 998. Certo è che s'ingannano. Il padre Mabillone e il padre Daniello il credono mancato di vita nell'anno presente 996. Ma il padre Pagi pretende che ciò accadesse nell'anno seguente 997. Tale fu ancora il sentimento di Romoaldo salernitano [Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]. Lascerò io disputarli di questo, bastando ricordare ai lettori ch'ebbe per successore Roberto, principe per la sua pietà e per altre virtù lodatissimo, ma poco da noi conosciuto per altre sue azioni Abbiamo poi una gran folla di scrittori che tengono istituiti in quest'anno da papa Gregorio V i sette elettori dell'imperio. Ma in questi ultimi tempi, ben ventilata una tal quistione, è ormai deciso non sussistere l'istituzione d'essi elettori: intorno a che non ispenderò io altra parola.

Prima nondimeno di abbandonar quest'anno, si vuol rammentare uno strepitoso fatto, che si dice accaduto nel contado di Modena, e vien riferito all'anno presente dal Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.] e da altri. Gotofredo da Viterbo [Gotifredus Viterbiens., in Panth.] circa l'anno 1190 fu il primo e il solo a spacciar questo racconto. Trovandosi l'imperadrice moglie di Ottone III (chiamata Maria da alcuni) vicino a Modena nella casa del conte, ossia governatore di questa città, chiamata Amola, perdutamente s'invaghì d'esso conte, ed anche sfacciatamente [21] gli palesò le sue fiamme. Egli, fedele a Dio e al suo principe, si mise a fuggire; e perchè l'imperadrice l'aveva afferrato pel mantello a fine di ritenerlo, glielo lasciò nelle mani. Rivelò il conte alla propria moglie quanto gli era accaduto, ben prevedendo la propria rovina. Infatti accusato dall'imperadrice all'Augusto consorte, quasichè egli avesse dato un assalto alla di lei onestà, il credulo Ottone gli fece senz'altro tagliare il capo. Comparve dipoi l'afflitta moglie del conte davanti all'imperadore; e rivelato il fatto, come era, dimandò giustizia, con esibirsi di provar l'innocenza del marito e la calunnia dell'imperadrice col giudizio, come allora diceano, del ferro rovente. Fu ammessa alla pruova, e senza danno alcuno maneggiò quel ferro, o pure passeggiò illesa sopra i vomeri infuocati; perlochè l'imperadrice fu condannata al fuoco. Ma che questa sia una popolar novella, bevuta buonamente da Gotofredo da Viterbo, abbastanza si comprende dal vedere che niuno de' più antichi scrittori ha lasciata menzione di un avvenimento di tanto rilievo, che avrebbe fatto un incredibil rumore dappertutto. E neppure alcun d'essi scrive che Ottone III, giovane di sedici anni, avesse per anche presa moglie; anzi s'è osservato ch'egli nel precedente anno inviò due vescovi a cercarne una in Grecia. Aggiungasi aver noi trovato all'anno 989 Tedaldo, avolo della contessa Matilda, marchese e conte di Modena. Scorgeremo inoltre vivente lo stesso Tedaldo dopo la morte di Ottone III, nè è molto probabile che fosse stato tolto a lui il governo di questa città per darlo ad un altro. Quel solo che potrebbe addursi per sostener qui il racconto di Gotifredo, consiste in immaginare che gli antichi passassero sotto silenzio le nozze e la morte di questa imperadrice, come memoria infame. Oltre di che, Landolfo seniore, storico milanese, non lontano dai tempi di Ottone III lasciò scritto [Landulf. Senior, Hist. Mediol., t. 4 Rer. Ital.], [22] aver egli spedito a Costantinopoli Arnolfo II arcivescovo di Milano a cercargli una moglie, defuncta conjuge, ex qua filium masculum minime genuerat: siccome io prima d'ora osservai nella prefazione alla storia d'esso Landolfo. Però ne creda ciò che vuole il saggio lettore.


   
Anno di Cristo DCCCCXCVII. Indiz. X.
Gregorio V papa 2.
Ottone III re 15, imperad. 2.

Pareva che ormai dovesse il regno d'Italia, e Roma più che le altre città, goder pace e quiete, dacchè c'era un imperador potente che potea farsi rispettare ed ubbidire da tutti. Ma non fu così. Un mal uomo, un uomo acciecato dall'ambizione, conviene dire che fosse Crescenzio console di Roma. Quando si credeva Gregorio V papa di poter esercitare quel temporal dominio in Roma e nel suo ducato che aveano goduto tanti suoi predecessori, e che gli era stato confermato dall'Augusto Ottone III, trovò un troppo gagliardo oppositore in esso Crescenzio. Avvezzo questi a comandare, senza far caso del giuramento di fedeltà prestato al medesimo papa e all'imperadore, dimenticando ancora il perdono dei suoi falli, poco dianzi ottenuto ad intercessione dello stesso pontefice: tanto fece, che obbligò Gregorio V a fuggirsene di Roma, nudus omnium rerum, e a mettere in salvo la vita [Annales Hildesheim. Annalista Saxo.]. Ritirossi egli a Pavia, dove raunato un concilio di vescovi, fulminò la scomunica contra di Crescenzio. Ma questi se ne rise; anzi da lì a non molto passò all'estremo degli eccessi, quasichè non ci fosse più nè Dio nè potenza umana valevole a contrastare con lui. Cioè capitò in questi tempi a Roma quel Giovanni calabrese vescovo ossia arcivescovo di Piacenza, di cui s'è parlato più volte negli anni addietro, e il quale nella vita di san Nilo Egumeno presso il cardinal Baronio porta il nome di Philagathus, [23] già inviato dallo stesso Ottone III a Costantinopoli per trattare del suo maritaggio con una delle figliuole dei greci Augusti. Venivano con esso lui gli ambasciatori spediti all'Augusto Ottone da Basilio e Costantino imperadori, che furono con grande onore ricevuti da Crescenzio. Allora fu che tanto l'ambizioso Crescenzio, quanto il volpone Giovanni tramarono una tela d'infame politica, che abbastanza risulta dalla storia di quei tempi: cioè si accordarono insieme che il governo temporale di Roma restasse a Crescenzio, ma sotto la protezione e sotto la sovranità degl'imperadori greci, e Giovanni fosse creato papa, con contentarsi del governo spirituale della Chiesa di Dio. Parlando Arnolfo milanese [Arnulphus, Hist. Mediol. tom. 4 Rer. Ital.] di questo Giovanni greco, ha le seguenti parole: De quo dictum est, quod romani decus imperii astute in Graecos transferre tentasset. A me sembra verisimile che anche gli ambasciatori greci avessero mano in questo indegno trattato, che fu immediatamente eseguito, con aver la fazion di Crescenzio eletto e consecrato il suddetto Giovanni, manifesto antipapa, ed usurpatore del trono pontifizio. Fece inoltre Crescenzio mettere in prigione gli altri legati dell'imperadore Ottone che erano tornati da Costantinopoli. Benchè io abbia di sopra dato assai a conoscere chi fosse Giovanni, ora divenuto antipapa, pure ai lettori non sarà discaro di mirarne la pittura che ce ne lasciò il Cronografo sassone [Cronographus Saxo apud Leibnitium.], appellato dal Pagi, maddeburgense. Hic igitur, dice egli, Johannes natione graecus (di sopra l'avea chiamato Johannem quemdam calabritanum) conditione servus, astu callidissimus imperatorem Augustum Ottonem II sub paupere adiens habitu, ob interventum suae dilectae contectalis Theophanu Augustae, regia primum est alitus stipe. Deinde procurrente tempore, vulpina, qua nimium callebat, versutia praefatum eatenus circumvenit [24] Augustum (veggasi all'anno 982) ut pro loco et tempore satis clementi ab eo gratia donatus, paene inter primos usque ad defunctionem suam clarus haberetur. Post dormitionem vero secundi Ottonis, regnante jam tertio Ottone filio suo, praefatus Johannes ingenita sibi circa illos calluit securius astutia, quo regis infantia et primatum illius permittebatur incuria. Ad haec defuncto placentinae urbis episcopo, vir bonae indolis ei subeligitur. Quo indecenter ejecto, praefatus Johannes, non pastor sed mercenarius, eamdem non regendam, sed devastandam suscepit ecclesiam. Quam quum aliquot annos teneret, avaritiae diabolicae inebriatus veneno, tantum se extulit super se, ut etiam Romae ipsam beati Petri apostoli sedem, antichristi membrum vere effectus, fornicando potius pollueret, quam venerando insederet. Ecco qual fosse il furbo calabrese che s'intruse nella sedia sacrosanta del principe degli Apostoli. Fu egli perciò scomunicato da tutti i vescovi dell'Italia, Germania e Francia.

Crescenzio intanto imperium sibi usurpavit; e perchè papa Gregorio V si azzardò d'inviare i suoi legati a Roma, li fece egli prendere, e cacciolli in prigione. Di tutta questa sacrilega sollevazione andavano di mano in mano gli avvisi all'Augusto Ottone III; ma trovandosi egli in Germania impegnato nella guerra contro gli Slavi, non potè sì presto accudire agl'interessi d'Italia, certo essendo ch'egli fin verso il fine di quest'anno non si mosse dalla Sassonia. Perciò scorretto è da dire un suo diploma da me letto nell'archivio episcopale di Cremona con queste note [Antiquit. Italic., Dissert. XI.]: Data kalendis maji, anno dominicae Incarnationis nongentesimo nonagesimo septimo, domni autem Ottonis regnantis XV, imperii vero II, Indictione X. Actum Romae. Gli anni del regno e dell'imperio convengono all'anno seguente, e conseguentemente s'ha da scrivere anno DCCCCXCVIII, Indictione XI. S'ingannò eziandio il Sigonio, e poi Girolamo [25] Rossi, allorchè scrissero che Ottone III fu in Ravenna nell'aprile dell'anno presente, dove alle preghiere di Alasia sua sorella donò alcuni stati in Lombardia a Witichindo, a quo illustris Carrettorum familia manavit, come spacciavano i favolosi genealogisti degli ultimi secoli. Se sia poi documento legittimo una bolla di Gregorio V papa, che si pretende conceduta in quest'anno a Giovanni arcivescovo di Ravenna, nonis julii, Indictione X, nelle scritture estensi, per la controversia di Comacchio, è stato abbastanza esaminato. Abbiamo presso il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.] un diploma di Ottone III spedito nell'anno presente XVI kalendas augusti. Actum Eschonowaga, cioè in una terra di Germania. Circa il fine poi dell'anno presente indubitata cosa è che esso imperadore calò di nuovo in Italia, sì perchè sotto quest'anno l'Annalista d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] scrive ch'egli, ut Romanorum sentinam purgaret, Italiam perrexit, e sì perchè così persuadono i documenti che citerò all'anno seguente. Basti qui l'accennare un suo diploma, pubblicato dal padre Puccinelli [Puccinelli, Chron. della Badia Fiorentina, pag. 232.], che cel fa vedere in Trento nel dì 13 di dicembre dell'anno presente; e l'Ughelli attesta che il medesimo ne spedì un altro in favore della chiesa di Vercelli, Papiae in palatio XI kalendas januarii anno Incarnat. Domini DCCCCXCVII, Indictione XI, anno regni XIV, imperii autem II. Si aumentò mirabilmente in quest'anno la potenza dei Veneziani [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], perchè nata discordia dopo la morte di Turpimiro re dei Croati Schiavoni, le città marittime della Dalmazia mostrarono genio di darsi sotto il dominio veneto, che in quelle parti non possedeva allora se non la città di Zara. Il saggio dunque e valoroso doge Pietro Orseolo II con una buona armata navale si portò colà, ed ebbe ubbidienti ai suoi [26] cenni Parenzo, Pola, Ausere, Veglia, Arbe, Traù, Spalatro, Curzola, Liesina, Ragusi, ed altre città ed isole; dopo di che trionfalmente restituitosi a Venezia, cominciò ad intitolarsi duca della Dalmazia.


   
Anno di Cristo DCCCCXCVIII. Indiz. XI.
Gregorio V papa 3.
Ottone III re 16, imperad. 3.

Da uno strumento, da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XLI.], noi ricaviamo che nel dì 15 di gennaio dell'anno presente domnus Otho dux filius bonae memoriae Cononi comperò da Liutifredo vescovo di Tortona molte castella e beni. Il contratto seguì in Pavia. Questo Ottone duca, figliuolo di Conone, cioè di Corrado duca della Francia orientale, altri non è che il padre di Gregorio V papa. Essendosi ritirato a Pavia esso pontefice a cagione dello scisma introdotto nella Chiesa romana, colà si era portato ancora Ottone suo padre, marchese allora della marca di Verona; oppure vi capitò accompagnando l'Augusto Ottone III, il quale irritato forte contro i perturbatori del suo imperio e della Chiesa romana, sul fine del precedente anno era calato di nuovo in Italia. Il Cronografo sassone [Chronographus Saxo apud Leibnitium.] ci fa sapere che venerabilis papa Gregorius Papiae obviam factus est all'imperadore. Adunque Ottone III venne a Pavia, e, siccome poco fa osservammo, quivi celebrò la festa del santo Natale. Oltre a ciò, nel dì 5 di gennaio del presente anno egli si truova in quella città, dove diede un diploma in favore del monistero ambrosiano [Puricellius Monument. Basil. Ambrosian.]: Nonis januarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, regni vero domni Ottonis tertii XIV (dee essere XV), imperii ejus II, Indictione XI. Actum Papiae. Di là poi passò l'imperadore a Cremona, e quivi nel dì 29 di gennaio concedette ai canonici di santo Antonino di Piacenza un [27] privilegio [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], dato XIV kalendas februarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XI, anno vero domni Ottonis tertii imperatoris regni ejus XV imperii II. Actum Cremonae. Che esso Augusto nel medesimo giorno dimorasse in Cremona, ne abbiamo un'altra testimonianza in un placito da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII, p. 793.], il cui principio è tale: Dum in Dei nomine civitate Cremona in domo (cioè nel palazzo del vescovo) ipsius civitatis in Laubia majore ipsius domus, ubi domnus Otto gloriosissimus imperator praeesset, in judicio residebat, per ejusdem domni Olderici licentiam (cioè del vescovo di Cremona, perchè non si potea nei luoghi privati senza permission del padrone alzar tribunale di giustizia) Otto dux et missus domni ipsius Ottonis imperatoris (cioè il padre di Gregorio V papa) unicuique justitias faciendas et deliberandas: residentibus cum eo Henricus dux (cioè di Baviera, che fu poi imperadore), ec. In esso placito ottenne Odelrico vescovo di Cremona una favorevol sentenza contra dei cittadini della medesima città usurpatori de' suoi beni. Da Cremona si trasferì Ottone a Ravenna, e quivi [Ibidem, Dissert. LXII.] V idus februarii, Indictione XI confermò i privilegii ai canonici di Ferrara, con imporre ai trasgressori la pena di cento libbre, da pagarsi medietatem camerae nostrae, et medietatem praedictis canonicis, e non già alla camera pontificia. Dovette in tal congiuntura succedere ciò che narra Andrea Dandolo a questo medesimo anno [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]: cioè che soggiornando Ottone III in Ravenna, s'invogliò di fare una scappata a Venezia, per vedere quella maravigliosa città. Fatta dunque vista di ritirarsi all'antichissimo monistero della Pomposa, per quivi fare un poco di purga, con soli sei compagni e Giovanni Diacono si portò poscia colà incognito. Segretamente avvertito della [28] sua venuta il doge, la notte trattava e cenava lautamente con lui, nel giorno poi il lasciava andare a suo talento visitando le chiese e le altre cose rare della città. Tenne Ottone Augusto al battesimo una figliuola del doge; gli condonò il pallio, che in vigore dei patti pagavano ogni anno i Veneziani al re d'Italia; e soddisfatta la sua curiosità, se ne ritornò a Ravenna. Finalmente in compagnia di papa Gregorio V e con un fioritissimo esercito d'Italiani e di Tedeschi s'incamminò il giovine imperadore alla volta di Roma [Annalista Saxo apud Eccardum.].

In essa si trovarono questi due primi luminari della Cristianità VIII kalendas martii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XI, ciò apparendo da un diploma d'esso Augusto in favore dell'insigne monistero di Farfa contra d'Ugo abbate [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], qui sibi imperialis abbatiae monasterii videlicet farfensis, absque nostro assensu regimen usurpaverat inique, et quod deterius est, pretio emerat a romano pontefice. Il bello è che Ottone III lo tolse ad Ugo abbate, por darlo poi in commenda, ossia in benefizio ad Ugo vescovo. Non istette però molto a rimettere in possesso del medesimo monistero il suddetto Ugo abbate, il quale riuscì poi un valentuomo, e faticò non poco in vantaggio del suo monistero. Un altro suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 9.], dato in Roma stessa V kalendas martii, si legge nelle Antichità italiane. In esso son confermati tutti i suoi beni ad Antonino vescovo di Pistoia. Non avea già aspettato l'arrivo di papa Gregorio, nè dell'imperadore, l'antipapa Giovanni; ma cautamente travestito, dopo aver tenuta occupata circa dieci mesi la sedia di san Pietro, se n'era fuggito. Poco nondimeno gli valse in questo bisogno l'astuzia sua. Fu scoperto e preso dai Romani stessi, i quali, per attestato di san Pier Damiano [Petrus Damiani, Epist. II ad Cadalpum.] e del Cronografo [29] sassone [Cronographus Saxo.], temendo che l'imperadore il lasciasse andar senza pena, gli tagliarono la lingua e il naso, gli cavarono gli occhi, e così malconcio il condussero nelle carceri di Roma. Da lì a qualche tempo postolo a rovescio sopra di un asinello, colla coda d'esso in mano il guidarono per le piazze e contrade della città, forzandolo a cantare: Tale supplicium patitur, qui romanum papam de sua sede pellere nititur. Novella ben graziosa, come se fosse credibile che il misero avesse voglia e forza da cantar questa canzone. E poi s'ha da chiedere a Pier Damiano, come potesse costui cantare, dopo averci detto che gli era stata dianzi tagliata la lingua. Per altro non si mette in dubbio l'obbrobrioso trattamento fatto a questo antipapa; anzi si sa che fu detestato da san Nilo abbate greco, celebre di questi tempi, e fondatore del monistero di Grottaferrata, abitante allora in un monistero presso di Gaeta, la cui Vita si legge negli Annali ecclesiastici del Baronio. Udito che egli ebbe come l'antipapa orbatus oculi, lingua et naso, in carcerem conjectus est, per compassione a questo suo nazionale greco, benchè di patria calabrese, si portò a Roma. Accolto con somma divozione dal papa e dall'imperadore, chiese loro in dono l'infelice Giovanni, qui, diceva egli, utrumque vestrum ex fonte baptismatis suscepit. Veggasi a qual grado di riputazione avesse portato costui la sua ipocrisia, dacchè avea tenuto al sacro fonte due sì eccelsi personaggi. Allora l'imperadore colle lagrime agli occhi (neque enim revera tota res ejus consilio peracta est) gli rispose che gliel concederebbe, purchè esso Nilo volesse fermarsi in Roma a governare il monistero di santo Anastasio dei Greci. Si disponeva il buon servo di Dio ad accettar la proposizione; sed durus ille papa, non contentus malis, quae adversus praedictum Philagathum (così egli nomina Giovanni) patraverat, quum illum adduxisset, et sacerdotales vestes ei dilaniasset, per totam [30] urbem circumduxit, ec. Predisse poi Nilo tanto al papa, quanto all'imperadore l'ira di Dio, perchè niuna misericordia aveano di costui, male corrispondendo a Dio che loro l'avea dato nelle mani.

Non era già fuggito Crescenzio da Roma, perchè confidato nel creduto allora inespugnabile castello di sant'Angelo, quivi si serrò coi suoi partigiani [Ditmarus, Chronic., lib. 4. Annalista Saxo. Glaber, Rodulphus lib. 1 cap. 4.]. Dopo la domenica in Albis fece l'imperadore imprendere l'assedio di quella fortezza con quante macchine erano allora in uso; e dati varii assalti e scalate, finalmente riuscì ai suoi di superar quella rocca. A Crescenzio preso e a dodici dei suoi tagliata fu, d'ordine dell'imperadore, la testa, e i lor cadaveri appesi ai merli del castello III kalendas maji, quando Crescentius decollatus suspensus fuit, come si ha da un diploma d'esso imperadore, citato dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., ad hunc annum.]. Ma diversamente contano questo fatto gli storici italiani, cioè Leone Ostiense, san Pier Damiano, Arnolfo e Landolfo seniore storici milanesi, con iscrivere che ingannevolmente, e con promessa e giuramento di aver salva la vita, s'indusse Crescenzio a dare il castello e sè stesso in mano dell'imperadore, il qual poscia con qualche pretesto gli fece tagliare la testa: il che servì ad atterrir chiunque non sapeva allora ubbidire nè al papa nè all'imperadore. Cessò di vivere, o rinunziò alla sua chiesa in quest'anno Giovanni arcivescovo di Ravenna. Trovavasi nella corte dell'imperadore Gerberto monaco franzese, da noi veduto abbate di Bobbio, e poscia arcivescovo di Rems. Cacciato da quella chiesa, si attaccò all'Augusto Ottone III, di cui era stato maestro, e siccome gran faccendiere stava attento ad ogni apertura di avanzare la sua fortuna. Ed appunto egli ottenne di essere promosso all'arcivescovato di Ravenna verso il fine d'aprile dell'anno corrente, e non già nell'anno antecedente, come pensò Girolamo [31] Rossi. Tenne egli, prima che passasse quest'anno, un concilio dei suoi suffraganei in essa città [Labbe Concil., tom. 9.]. Occorre qui un punto imbrogliato di storia. Presso l'Olstenio, e nei concilij del Labbe, e nelle giunte ad Agnello Ravennate [Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn., P. I tom. 2 Rer. Ital.], e nella Cronica di Farfa [Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si legge una riguardevol costituzione di Ottone III Augusto, indirizzata consulibus senatus populique romani, archiepiscopis, abbatibus, marchionibus, comitibus, in Italia constitutes, dove proibisce da lì innanzi ed annulla le alienazioni dei beni delle chiese. Fu fatta e pubblicata questa costituzione XII kalendas otobris Indictione XII (cominciata nel settembre dell'anno presente) anno III pontificatus domni Gregorii V papae, promulgata per manus Gerberti sanctae ravennatis ecclesiae archiepiscopi in ea synodo, in qua mediolanensi episcopo, Arnulfo nomine, papatum oblatum est in basilica beati Petri, quae vocatur ad Coelum aureum, et subscripserant omnes, qui adfuerunt episcopi. Non si sa primieramente il luogo di questo concilio. Se in Ravenna esisteva una basilica di san Pietro ad Coelum aureum, o, come ha un altro testo, ad Cellam auream, quivi sarà stato tenuto il suddetto concilio. Ma più probabile sembra che qui si debba intendere la basilica famosa di questo nome, posta in Pavia, dove riposa il sacro corpo di santo Agostino. Non certo in Roma finchè non apparisca che ivi fosse basilica alcuna così denominata. Secondariamente non si capisce che significhino quelle parole, in qua mediolanensi episcopo, Arnulfo nomine, papatum ablatum est. Qui decide tosto il padre Pagi [Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.] con dire che l'imperito Cronografo farfense v'aggiunse di suo queste parole et Arnulfum archiepiscopum mediolanensem loco Johannis archiepiscopi piacentini posuit. Ma anche nel testo della Biblioteca estense, ove son [32] le Vite degli arcivescovi di Ravenna, s'incontrano le stesse parole. E poi come aspettare al dì 20 di settembre di quest'anno, e al concilio di Pavia, a levare il papato a Giovanni Calabrese arcivescovo di Piacenza, s'egli già nel dì 2 di marzo era stato deposto e villaneggiato, e forse non si contava più tra i viventi? Giacchè a noi mancano i lumi della storia per rischiarare questo punto, amo meglio di tacere, oppure di solamente proporre un mio sospetto. Cioè morto in quest'anno Landolfo II, arcivescovo di Milano, gli succedesse Arnolfo II, il quale, siccome altri vescovi voleano allora usare il titolo di servus servorum Dei, riserbato oggidì al romano pontefice, così anche egli assumesse il titolo di papa urbis Mediolani, non già per usurparsi il pontificato romano, ma per imitare gli antichi vescovi, i quali erano, al pari del pontefice romano, chiamati papi. Giacchè il costume avea introdotto che ai soli successori nella cattedra di san Pietro si desse questo titolo, papa Gregorio si può immaginare che ne facesse doglianza, e che nel concilio di Pavia fosse decretato che Arnolfo desistesse dal chiamarsi papa. San Gregorio VII pontifice decretò dipoi che questo titolo fosse riserbato ai romani pontefici.

Due diplomi da me pubblicati [Antiquit. Ital., Dissert. V.] ci fanno vedere Ottone III Augusto nel territorio di Lucca. Il primo è dato X kalendas septembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione VI (ha da essere XI.) Actum in Marlia juxta Lucam. Il secondo fu dato kalendis septembris dello stesso anno. Actum in castello Marlia juxta Lucam. Ch'egli di là passasse a Pavia, l'impariamo da un altro suo diploma in favore del vescovo di Torino [Guichenon, Bibliotec. Sebus. Centur. I, cap. 87.], dato kalendis septembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XII, anno regni domni Othonis tertii XIV, imperii vero ejus III. Actum [33] palatio Papiae. Ma questo è documento difettoso. Nel primo dì di settembre non potè essere Ottone Augusto nel territorio di Lucca e in Pavia. Perciò in vece di septembris s'ha forse da leggere octobris. Così in vece dell'anno XIV del regno s'ha da scrivere XV. Quivi ancora si legge: Eo quod interventu ob amorem, ec. senza dirsi che intervenisse per impetrar questa grazia. Abbiamo poscia un altro diploma del medesimo Augusto in favor del monistero di Bobbio [Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LXV.], dove è Actum Papiae anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXCVIII, Indictione XI (s'ha da scrivere XII), anno imperii tertii Ottonis III. Datum kalendis octobris: il che ci dà a conoscere che la suddetta costituzion generale fu da lui formata e promulgata in un concilio tenuto in essa città di Pavia, e non altrove. Merita eziandio d'essere qui rammentato un placito [Antiquit. Ital., Dissert. X.], tenuto nel dì 16 di settembre dell'anno presente, anno Gregorii summi pontificis III, et anno Ottonis imperatoris III, Indictione XII, civitate Corneliense (cioè in Imola) juxta monasterium sanctae Mariae, quod vocatur in Regula. Tenne questo placito domnus Oldericus subdiaconus et missus domni Ottonis imperatoris, et cum eo domnus Erardus comes. Ivi fu rimesso in possesso d'alcuni beni situati nel territorio di Faenza e d'Imola il monistero di santa Maria, quod vocatur in Palatiolo, posto in Ravenna. Tunc misit domnus Oldericus subdiaconus et missus domni imperatoris cum praedicto domnus Erardus comes bandum, ec., colla pena di cento bisanti d'oro ai trasgressori, da pagarsi medietatem camerae nostrae (cioè dell'imperadore), e l'altra metà al monistero: pruova ancor questa del fisco spettante nelle città dell'esarcato all'imperadore. Ci fa poi intendere Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che in quest'anno venit Busitus Caytus [34] (uffiziale di guerra dei Saraceni) cum praedicto Smaragdo (era questi un Greco o un cittadino di Bari ribello dei Greci) Barum mense octobris, et praedictus Smaragdus eques intravit Barum per vim a porta occidentali, et exiit iterum. Tunc Busitus cognita fraude discessit. Dovea costui aver fatto credere ai Mori di dar loro in mano la città di Bari, signoreggiata allora dai Greci; ma non essendogli venuto fatto di fissare il piede in quella città, il capitano de' Mori temendo di qualche inganno, se ne tornò colle pive nel sacco. A quest'anno, siccome ho nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 15.] fatto conoscere, si truova nel broglio di Carrara in Lunigiana Oberto II marchese, progenitore de' principi della casa d'Este, che stabilisce un aggiustamento con Gotifredo vescovo di Luni, riconoscendo da lui in livello quattro pievi. Egli è ivi chiamato Otbertus marchio filius quondam item Otberti itemque marchio, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum. Gli stati di questi principi erano allora principalmente nella Lunigiana e per la Toscana. Tenuto fu in quest'anno un insigne placito in Roma davanti a papa Gregorio V e all'imperadore Ottone III [Mabill., Annal. Benedict. Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Italic.] anno pontificatus domni Gregorii, summi pontificis et universalis V papae II, imperii autem domni Ottonis imperatoris similiter II, Indictione XI mensis aprilis die IX, davanti alle porte della basilica vaticana, dove Ugo abbate di Farfa vinse una lite di due chiese, quae sunt aedificatae in thermis alexandrinis, cum casis, cryptis, hortis, terris cultis et incultis, etc. sitas Romae regione nona. Fu imposta la pena di dieci libbre d'oro ottimo ai trasgressori, da pagarsi medietatem regi, et medietatem ipsius monasterii (farfensis) rectoribus. Potrebbesi forse anche di qui dedurre il sovrano dominio tuttavia conservato in [35] Roma da Ottone III Augusto: del che ho io addotto altre pruove nella Piena esposizione, ec.


   
Anno di Cristo DCCCCXCIX. Indiz. XII.
Silvestro II papa 1.
Ottone III re 17, imperad. 4.

Venne a morte in quest'anno nel dì 12 di febbraio, secondochè abbiamo dal suo epitaffio, Gregorio V papa, senza che alcuno degli antichi storici parli più precisamente di questo fatto. Egli era nel più bel fiore della sua gioventù, e probabilmente corse qualche sospetto che la fazion di Crescenzio avesse saputo trovar modo di sbrigarsi di un papa odiato da essi, parente dell'imperadore, e tanto assistito dalla potenza di lui. Leggesi anche oggidì nella basilica vaticana il suo epitaffio, rapportato da Pietro Mallio, dal cardinal Baronio, dall'Aringhi e da altri. Non dovea per anche essere abbastanza appagata l'ambizione di Gerberto coll'arcivescovato di Ravenna, contuttochè allora fosse quella chiesa una delle più riguardevoli e ricche della Cristianità. Venuta la vacanza della santa Sede, s'adoperò egli per ottenerla colla protezione ed autorità dell'imperadore, stato già discepolo suo: se pure lo stesso Ottone III quegli non fu che per avere un pontefice ben affetto e dipendente dai suoi cenni, il promosse a questa eccelsa dignità. Se si vuol prestar fede ad un diploma da me dato alla luce, nel primo dì di gennaio dell'anno presente si trovava esso Augusto in Verona [Antiquit. Ital., Dissert. LXVI.], dove concedette ai canonici di Parma per interposizione di Sigefredo vescovo parmigiano curtem de Palationi, quae dicitur sancti Secundi, cum castello et villis. Siccome facilmente si osserva nelle antiche memorie, bene spesso sotto nome di corte era compreso un territorio che avea castello e parrocchia sua particolare. Il diploma fu dato kalendis januarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCIX, Indictione XIII, [36] anno tertii Ottonis regnantis XVII, imperantis IIII. Actum Veronae. Ma queste note tutte convengono non al presente anno, ma bensì al susseguente; e sarà stato adoperato l'anno veneto e fiorentino, che durava nei primi mesi dell'anno millesimo della nostra salute. Comunque sia, era esso Augusto in Roma, allorchè accadde la morte di Gregorio V, oppure accorse egli frettolosamente colà a questo disgustoso avviso. Scrive il Cronografo sassone [Chronographus Saxo apud Leibnitium.] che nel dì 7 di febbraio di questo anno diede fine alla sua vita Matilda, figliuola di Ottone I Augusto, ed egregia badessa quindilinburgense, alla cui saviezza superiore al suo sesso, avea l'Augusto Ottone III lasciato il governo del regno germanico. Furono spediti ambasciatori per portare all'imperadore questa infausta nuova, i quali Romam pervenientes praefactum imperatorem recenti nepotis sui papae Brunonis, qui romana lingua Gregorius dicebatur, obitu admodum moestum reperiunt. Era egli dunque in Roma, poco dopo la morte del papa, e quivi parimente il truovo nel dì 7 di maggio, ciò apparendo da un suo diploma [Antiquit. Italic., Dissert. LXXIII.] dato alla chiesa di Vercelli, nonis maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIIII, Indictione XII, anno tertii Ottonis regis XV, imperatoris III. Actum Romae. È considerabile in esso diploma il dirsi: Damus omnia praedia Arduini filii Dodonis, quia hostis publicus adjudicatus episcopum Petrum vercellensem interfecit, et interfectum incendere non expavit. E pure questo Ardoino figliuolo di Dodone, oppur di Oddone, quel medesimo sembra essere stato che da qui a non molto vedremo re d'Italia, con essere caduta la corona del regno d'Italia in un sì crudele ed empio personaggio. Ora i buoni ufizii, oppure l'autorità di Ottone III Augusto, furono cagione che Gerberto, già arcivescovo di Rems, poscia di Ravenna, giugnesse a salire sulla cattedra pontifizia di Roma nel dì due d'aprile, [37] col prendere il nome di Silvestro II. È famoso quel verso, composto da lui, o da altri:

Scandit ab R. Gerbertus ad R. post papa viget R.

Egli ebbe per successore nella cattedra archiepiscopale di Ravenna Leone abbate nonantolano.

Era tuttavia vivente Adelaide, vedova di Ottone il Grande, intenta solo alle limosine e ad altre opere di pietà, per le quali si meritò poi d'essere annoverata fra i santi. Aveva ella, oltre ad altri monisteri, fondato fuor di Pavia l'insigne di san Salvatore. Al medesimo in quest'anno nel dì 13 di aprile, trovandosi ella infra castrum, qui dicitur Asterna, judiciaria, alsasiense, cioè in Alsazia, fece una magnifica donazion di beni, che si legge nello strumento da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXI, pag. 171.]. S'era la buona imperadrice portata in Borgogna per mettere la pace fra i sudditi di Rodolfo II re suo nipote, e per visitar quei luoghi santi. Infermatasi finalmente, piena di meriti, passò a miglior vita [Odilo in Vit. S. Adelheidis.] nel dì 16 di dicembre dell'anno presente, e onorata da Dio con varii miracoli, fu seppellita in Selts. Noi poscia troviamo l'Augusto Ottone nel celebre monistero di Subiaco, dove concede a Pietro monaco licenza di fabbricare una chiesa, con un diploma [Antiq. Italic., Dissert. LXVII.] dato III idus augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIIII, Indictione XII, anno tertii Ottonis regnantis XVI, imperantis IIII. Actum Sublaci in sancto Benedicto. Con altro suo diploma ordinò dipoi che il nobil monistero di Farfa non avesse in avvenire a concedersi in benefizio ossia in commenda ad alcuno. Esso privilegio [Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] fu dato V nonas octobris di questo anno, Indictione XII, anno regni XVI, imperii IV. Actum Romae. Son degne in questo diploma le seguenti parole: Nos quadam die [38] Romam exeuntes pro restituenda republica, cum marchione nostro Hugone, et concilia imperii nostri cum venerabili papa Silvestro secundo, et cum aliis nostris optimatibus, ibidem tractavimus. Questo Ugo era il marchese e duca di Toscana, talmente introdotto nella corte di Ottone III Augusto, che gli serviva non solamente di consigliere, ma in certa maniera anche da aio.

Abbiamo poi da Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap 15.] che in quest'anno Laidolfo principe di Capoa, perchè scoperto di aver tenuta mano nell'assassinamento di Landenolfo suo fratello, fu cacciato in esilio dall'imperadore Ottone, e sostituito in suo luogo da Ademario nobile capuano. Da un diploma ancora, rapportato nella Cronica del monistero di santa Sofia [Ughell., tom. 8 Ital. Sacr., in Appendic.], si scorge che esso Augusto era in Benevento V idus novembris del presente anno, quivi ben trattato da Pandolfo II principe di quella città. E quando sussista questo documento, facilmente si potrà verificare ch'egli si trovasse prima in quella medesima città VII idus julii, nel qual giorno, scrive Roberto abbate tuiziense [Rupertus Tuitiensis, in Vita S. Heriberti.] che santo Eriberto fu consecrato arcivescovo di Colonia in Benevento, dove era la corte dell'imperadore. Anche il padre Bollando dubitò di questo giorno. Ma Ademario poco godette del suo principato di Capoa; perciocchè, secondo il suddetto Ostiense, paulo post, cioè quattro mesi dappoi, dai cittadini di Capoa fu discacciato, e in luogo suo fu creato principe Landolfo IV da sant'Agata, figliuolo di Landolfo III già principe di Benevento. Tornato che fu Ottone III a Roma, tenne un riguardevol placito, rapportato dal padre Mabillone [Mabillon., Annal. Benedict.] e nella Cronica del monastero di Farfa [Chronic. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], anno, Deo propitio, pontificatus domni nostri Silvestri summi pontificis et universalis [39] secundi papae primo, et imperii domni nostri tertii Ottonis, a Deo coronati, magni et pacifici imperatoris anno IIII, Indictione XIII, mense decembris die secunda. Litigavano fra loro l'abbate di Farfa Ugo e Gregorio abbate dei santi Cosma e Damiano, monistero posto Romae trans Tiberim in Mica Aurea, a cagione della cella di santa Maria in Minione. Davanti a papa Gregorio V s'era agitata questa causa, et tunc supradictus domnus Gregorius papa propter pecuniam, quam acceperat a Gregorio abbate, iratus est contra Hugonem abbatem, e il forzò a cedere. Dopo la morte di papa Gregorio reclamò Ugo abbate di Farfa davanti l'imperadore, in Roma nel palazzo imperiale; ed essendo stato più volte citato l'abbate Gregorio, e ricusando di comparire l'imperadore, col consiglio del giudici, diede il possesso di quella cella all'abbate di Farfa, con intimar la pena di cento libbre d'oro puro ai contravventori, da applicarsi, medietatem camerae imperatoris, et medietatem praefato monasterio sanctae Mariae in Pharpha. E ne fu fatto lo strumento praecepto domni imperatoris, et consensu domni apostolici, sive judicum. Circa questi tempi Pietro Orseolo II doge di Venezia, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], a requisizione di Basilio e Costantino imperadori d'Oriente, mandò a Costantinopoli Giovanni suo figliuolo, che da loro ricevette molti onori e finezze. Ed allora fu, come scrive Cedreno [Cedrenus, in Hist., ad hunc annum.], che Basilio Augusto principi Venetiae nuptum tradidit filiam Argyri, sororem ejus Romani, qui post imperio potitus est, hoc modo gentem sibi devinciens Venetorum. Questo principe di Venezia altro non fu che il suddetto Giovanni, il quale, per attestato del medesimo Dandolo, fu dal popolo eletto doge e collega. Riconobbe lo stesso Dandolo queste nozze celebrate magnificamente in Costantinopoli, e chiama quella principessa Maria (Marta ha un altro testo) nipote di Basilio, perchè nata da sua sorella [40] maritata con Argiro. Furono coronati gli sposi con diadema d'oro, e Giovanni onorato col titolo di patrizio, e regalato col corpo di santa Barbara, ch'egli portò con seco a Venezia. Scrive sotto questo anno Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che descendit Trachamotus catapanus, qui et Gregorius, et obsedit civitatem Gravinam, et comprehendit Theophylactum. Davano i Greci in questi tempi il nome di catapano al governator generale degli stati che possedevano in Calabria e in Puglia: nome che Guglielmo pugliese ed altri stimarono derivato dalla greca favella, ma il Du-Cange [Du-Cange, in Not. ad Alexiad. et in Glossar. Latin.] ha creduto formato dal latino capitaneus. La quistione non so io dire se sia per anche pienamente decisa. Dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Comens.] è rapportato un diploma dato alla chiesa di Como da Ottone III colle seguenti note: Data VI kalendas julii, anno dominicae Incarnationis 999, imperii domni Ottonis XVI, Indictione XII. Spropositate affatto son queste note, siccome osservò il Coleti nella nuova edizion dell'Ughelli, ed avvertì anche il diligentissimo Gotifredo abbate gotwicense [Chron. Gotwicense, pag. 223.], il quale osserva qui ed altrove molte simili storture dei documenti recati da esso Ughelli.


   
Anno di Cristo M. Indizione XIII.
Silvestro II papa 2.
Ottone III re 18, imperad. 5.

Erano mancate ad Ottone III Augusto le tre principali colonne sue, cioè Gregorio V papa, la santa avola Adelaide, e la piissima e savia zia Matilda badessa: però per regolare gli affari del regno germanico s'inviò colà nella primavera di quest'anno. Specialmente era condotto in Germania dal pio desiderio di visitare in Gnesna città della Polonia il sacro corpo di santo Adalberto vescovo di Praga, [41] ultimamente martirizzato per la Fede di Gesù Cristo dai Prussiani, avendo inteso che al suo sepolcro si faceano dei frequenti miracoli. Portossi colà con somma divozione, e a piè nudi entrato nella città, fece le sue orazioni in quel sacro tempio. Celebrò dipoi la Pasqua in Sassonia, e di là passando ad Aquisgrana, quivi solennizzò la festa della Pentecoste. Mosso da una giovanil curiosità, volle vedere dove riposasse il corpo di Carlo Magno [Ditmarus, Chron., lib. 4.]. E segretamente fatto rompere il pavimento, tanto si cercò sotterra, che si trovò la camera, dove era il deposito di quel glorioso monarca, la cui descrizione abbiamo da varii antichi storici, ma specialmente da Ademaro [Ademarus Monachus, in Chron.] monaco, scrittore vicino a questi tempi. Non altro prese Ottone che la croce d'oro che gli pendeva dal collo, e parte delle vesti non putrefatte; e il resto lasciò come era. Perchè ciò fu creduto contra disciplinam ecclesiasticam perciò corse voce; che Carlo Magno era apparuto ad Ottone III, con predirgli che morrebbe senza eredi. Le storie di questi tempi son piene di simili visioni e sogni. A tutto allora si prestava fede, e non pochi erano gl'inventori di tali novità. Lo stesso Ademaro scrive che Otto imperator per somnium monitus est, ut levaret corpus Caroli Magni. Dimorava in Aquisgrana l'Augusto Ottone, allorchè Olderico, ossia Odelrico vescovo di Cremona ottenne da lui la conferma di due corti, con diploma dato [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 967.] V idus maii, anno dominicae Incarnationis millesimo, Indictione XIII, anno tertii Ottonis regnantis XVI (dee essere XVII), imperii V (ha da essere IV). Actum Aquisgrani in palatio. Sbrigato dagli affari della Germania, se ne tornò Ottone in Italia; e, se vogliamo credere ad un suo diploma, pubblicato dal Margarino [Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXVIII.], era egli in Pavia nel dì 6 di luglio del presente anno, avendo quivi confermate [42] al monistero di san Salvatore tutte le sue tenute ed esenzioni, con diploma dato II nonas julii, anno dominicae Incarnationis M, Indictione XIII, anno tertii Ottonis regni XVII, imperii anno V. Actum in papiensi palatio. Da un altro diploma presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Vercellens.] abbiamo ch'egli dimorava in Roma nella festa dell'Ognissanti di quest'anno, avendo ivi conceduto a Leone vescovo di Vercelli un privilegio kalendis novembris, anno dominicae Incarnationis M, Indictione XIV, anno tertii Ottonis regnantis XVI, imperii vero V. Actum Romae in palatio monasterio. È scorretta questa ultima parola, e secondo un esemplare del padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin.], s'ha da leggere Montis. Finalmente l'autore degli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] scrive che imperator Natalem Christi Romae celebravit.

Questo è quel poco che si sa delle azioni di Ottone III nel presente anno. Potrebbe essere ch'egli in questo medesimo, come scrive l'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2.], andasse per divozione al monte Gargano, e poscia a Benevento; ma certo non succedette, come pensò il padre Mabillone, la di lui venuta a Ravenna, nè la sua permanenza nel monistero di Classe, dovendosi ciò riferire all'anno seguente. Non so da quale documento, o storia si prendesse il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 7.] la seguente notizia, di cui si può dubitare, cioè che papa Silvestro II andò ad Orvieto, et rempublicam ejus civitatis multis salutaribus legibus vinxit. Aggiunge che esso pontefice assediò in quest'anno Cesena. E così fu, scrivendo san Pier Damiano [Petrus Damian., in Vit. S. Mauri, cap. 3.] che papa Gerbertus juxta Caesenam castra metatus erat, ejusque oppidum circumfusi exercitus obsidione vallabat. Per qual motivo s'inducesse a tale assedio il pontefice, non apparisce. Finalmente scrive il medesimo Sigonio che i Saraceni con grosso esercito [43] in quest'anno fecero un'irruzione nella Campania, et Capuam ejus provinciae caput ceperunt. Ma questo avvenimento qual credenza possa meritare nol veggo, non ne parlando alcuno degli antichi storici. Se fosse riuscito un sì gran colpo ai Mori, troppo strepito avrebbe fatto in Italia; ed è quasi impossibile che alcuno degli antichi non ne avesse lasciata memoria. Scorgesi ancora che il Sigonio si servì qui di poco buoni documenti, perchè scrive che Ottone III, intesa questa disavventura del Cristianesimo, con tanta prestezza tornò dalla Sassonia in Italia, e che nel dì 25 di marzo dell'anno seguente 1001 arrivò a Ravenna. Ma noi giù abbiamo veduto ch'egli di buon'ora comparve in Italia nell'anno presente. Non altro ha Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] sotto quest'anno, se non che anno millesimo, Indictione XIII captus est Smaragdus (ribello de' Greci) a Tracamotho (catapano ossia generale d'essi Greci) mense julii XI die. Che s'egli poi soggiugne: Et obiit rex Otho Romae, questo è un doppio errore, non essendo mancato di vita Ottone III nè in quest'anno, nè in Roma. Fu duca di Amalfi circa questi tempi Giovanni Petrella figliuolo del già Mansone duca [Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 120.], e portò anch'egli il titolo di patrizio imperiale. Che i Greci in questi tempi avessero stesa di molto la lor signoria nella Puglia, si può dedurre da un diploma di Gregorio [Ibidem, Dissert. VI, p. 337.] protospatario e catapano d'Italia, in cui conferma al monistero di Monte Casino varie tenute poste in Lesina, Ascoli, Canosa, Minervina e Trani, città perciò sottoposte al dominio greco.


   
Anno di Cristo MI. Indizione XIV.
Silvestro II papa 4.
Ottone III re 19, imperad. 6.

Siam giunti al principio del secolo undecimo, secolo che produsse una mutazione [44] insigne di governo e di costumi; e sopra tutto ci farà vedere in rotta il sacerdozio coll'imperio, cioè un'iliade de' gravi scandali e sconcerti non meno in Italia che in Germania. Ma ritornando al filo della storia, noi sappiamo da san Pier Damiano [Petrus Damiani, Vit. S. Romualdi, cap. 25.] che Ottone III Augusto, perchè si sentiva mordere la coscienza d'aver sotto la fede del giuramento ingannato e fatto decollare Crescenzio console romano nell'anno 998, e ne volea far penitenza, dopo aver confessato il suo fallo a san Romoaldo abbate, per consiglio di lui, nudis pedibus de romana urbe progrediens, sic usque in Garganum montem ad sancti Michaelis perrexit ecclesiam. Leone Ostiense [Leo Ostiens., in Chron.] mette questo pellegrinaggio dell'imperadore sotto l'anno precedente 1000, con aggiugnere, che passando per Benevento, fece istanza a que' cittadini d'aver il corpo di san Bartolomeo apostolo, da riporre nella chiesa di santo Adalberto, ch'egli facea fabbricare nell'isola del Tevere in Roma, e sommamente desiderava di arricchir di sante reliquie. Gli accorti Beneventani, giacchè non ardivano di opporsi alla dimanda autorevole dell'imperadore, in vece del corpo dell'Apostolo, gli mostrarono e diedero il corpo di san Paolino vescovo di Nola: con cui egli tutto contento, ma ingannato, se ne andò. Perciò il cardinale Orsino, poscia Benedetto XIII papa, ai dì nostri vigorosamente sostenne il possesso dei Beneventani contra le pretensioni de' Romani, giacchè si attribuisce l'una e l'altra città il corpo di quell'apostolo. E ben prevale l'autorità dell'Ostiense agli autori del secolo susseguente, che diversamente ne scrissero. Seguita poi a dire Leone ostiense, che scoperto l'inganno, s'adirò forte l'imperadore contra de' Beneventani, e perciò sequenti tempore perrexit iterum super Beneventum, et obsedit eam undique per dies multos. Sed nihil adversus eam praevalens, Romam reversus est. [45] Unde vix ad sua reverti disponens, mortus est. La morte di Ottone III cadde nel gennaio dell'anno seguente. Parrebbe perciò che in quest'anno seguisse l'assedio di Benevento. Infatti Romoaldo salernitano [Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] scrive che Ottone III obsederat Beneventum anno MI, Indictione IV (vuol dire XIV) et acriter ipsam civitatem expugnans vi caeperat. Contuttociò non pare assai certo quest'assedio, e molto meno è da credere ch'egli prendesse quella città. E quando pur fosse succeduto, difficile è lo stabilirne il tempo, cioè se nel presente o nel precedente anno. Credo bensì che sul principio di quest'anno succedesse l'assedio di Tivoli. Tangmaro prete, scrittore contemporaneo, nella vita di san Bernardo vescovo d'Ildeseim [Tangmarus, in Vita, S. Berwardi. tom. 1 Scriptor. Brunsvicens. Leibnitii.], racconta che quel santo prelato, a cagione d'una controversia insorta fra lui e Willigiso arcivescovo di Magonza, arrivò a Roma nel dì 4 di gennaio dell'anno presente, ed espose le sue querele al piissimo papa Silvestro, all'imperadore Ottone, di cui era stato maestro, e ad Arrigo duca di Baviera, che si trovava allora alla corte d'esso imperadore. Fu raunato un concilio, deciso in favore di lui, e spedito in Germania Federigo cardinal della santa romana Chiesa, sassone di nazione, per terminar quella briga con un altro concilio. In quei giorni, seguita a dire Tangmaro, avea l'imperadore Ottone intrapreso l'assedio di Tivoli con tutte le macchine di guerra, e facea gran guerra a quella città. San Pier Damiano scrive che l'origine d'essa venne dall'avere quel popolo ucciso Mazzolino, duca ossia capitano d'esso Augusto Ottone III, e dall'aver anche obbligato lo stesso imperadore a scappare dalla città. Ma Tangmaro assai dà a conoscere che la lite era insorta fra i Romani e quei di Tivoli; e perciocchè Ottone inclinava in favore [46] dei Romani, i Tiburtini si ribellarono, e fu necessitato l'imperadore a prendere l'armi contra di loro, ma con trovare quell'osso più duro di quel che si pensava. Se vogliam credere al medesimo san Pier Damiano [Petrus Damian., in Vit. S. Romualdi.], si trattava di mettere a fil di spada tutti gli abitanti di quella città; ma buona per loro che capitò in quelle parti san Romoaldo abbate per rinunziare la badia di Classe. S'interpose egli, trattò d'accordo, e fece che l'adirato Augusto si contentò che quel popolo atterrasse una parte delle mura, gli desse degli ostaggi, e in mano l'uccisore del suo uffiziale. Così fu, e il santo ottenne anche dalla madre dell'ucciso la vita dell'uccisore. Come sieno sicuri i racconti di san Pier Damiano, che neppure era nato in que' tempi, si raccoglierà dal confrontarli colla narrativa di Tangmaro prete, il quale con san Bervardo si trovò presente a questo fatto. Nulla scrive egli di san Romualdo, ma bensì, che trovando l'imperadore gran testimonianza negli assediati, e desiderando di uscir di questo impegno senza disonore papa Silvestro e il vescovo Bernardo mossi da ecclesiastico zelo, fecero istanza d'entrare in Tivoli. Vi furono con giubilo accolti, e disposero quel popolo a risottomettersi imperatoris ditioni, con rendersi a discrezione. Il dì seguente uscirono cuncti primarii cives nudi, femoralibus tantum tecti, dextra gladios, laeva scopas (flagelli) ad palatium praetendentes; imperiali jure se subactos; nil pacisci, nec ipsam quidem vitam; quos dignos judicaverit, ense feriat, vel pro misericordia ad palum scopis examinari faciat; si muros urbis ad solum complanari votis ejus suppetat, promtos libenti animo cuncta exsequi, nec jussis ejus majestatis, dum vivant, contradicturos. L'imperatore, alle preghiere del papa e del vescovo, loro perdonò, e restò conchiuso di non distruggere quella città. Notinsi quelle parole de' Tivolesi; imperialis juri se subactos. In tali casi [47] andavano i nobili a chiedere perdono col mettersi la spada al collo, per dichiararsi degni del taglio della testa. Gl'ignobili portavano la corda al collo, per protestarsi degni di essere impiccati.

Torniamo ora a san Pier Damiano, il quale ci fa sapere che Ottone III venne a Ravenna nell'anno presente, ed ivi attese a far penitenza dei suoi falli nel monistero di Classe. Ecco le sue parole [Petrus Damian., in Vita S. Romuald., cap. 25.]: Per totam etiam quadragesimam in classense monasterio beati Apollinaris, paucis sibi adhaerentibus, mansit. Ubi jejunio et psalmodiae, prout valebat, intentus, cilicio ad carnem indutus, aurata desuper purpura tegebatur. Lecto etiam fulgentibus palliis strato, ipse in florea de papyris confecta tenera delicati corporis membra terebat. Promisit itaque Romualdo, quod imperium relinquens, monachicum susciperet habitum, ec. Che Ottone III fosse in Ravenna nel dì 20 di aprile, si può anche intendere da un suo diploma confermatorio dei privilegii del monistero delle monache della Posterla di Pavia, a petizione di Pietro vescovo di Como ed arcicancelliere e di Ottone conte del palazzo, nipote d'esso vescovo. Fu dato quel diploma [Antiq. Ital., Dissert. VII.] II kalendas mai, anno dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XIIII, anno tercii Ottonis regnantis XVII, imperii V. Actum Ravennae. Pendeva tuttavia da esso diploma il sigillo di piombo coll'immagine e nome dell'imperadore. Ma io non osservai bene, se in vece di regnantis XVII, fosse ivi scritto XVIII, perchè ciò essendo, converrebbe ammettere due epoche diverse del regno. Altri simili esempli nondimeno abbiam veduto di sopra. Ho io parimente prodotta una lettera scritta [Ibidem, Dissert. LXX.] da papa Silvestro II al suddetto imperadore, in cui raccomanda alla cura di Guido vescovo di Pavia l'antichissimo monistero delle monache del Senatore. Vidi pendente la Bolla pontifizia di piombo; e pure v'ha la seguente [48] data: Actum hoc anno dominicae Incarnationis millesimo primo. Indictione tertiadecima, anno vero pontificatus Silvestri universalis papae quarto. Ma in questo anno correa l'indizione XIV, e l'anno quarto di papa Silvestro II cominciava solamente a correre nell'anno seguente. Che anche verso il fine di novembre tuttavia esso imperadore soggiornasse in Ravenna, si raccoglie da un altro diploma, spedito in favore del monistero delle monache di san Felice di Pavia [Ibidem, Dissert. LXVI.], dato X kalendas decembris, anno dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XV, anno tertii Ottonis regnantis XVII, imperii VI. Actum Ravennae. Si osservi ancor qui l'anno XVII, del regno, e non già il XVIII, come dovrebbe essere secondo l'epoca ordinaria di questo imperadore. Ma quivi è cosa strana che sottoscriva Heribertus Cancellarius vice Willigisi archiepiscopi, quando Pietro vescovo di Como era tuttavia arcicancelliere. Apparteneva in questi tempi la nobil terra di Carpi, oggidì città, al contado di Reggio; e quivi [Antiquit. Ital., Dissert. VIII.] anno imperii tercii domni Ottoni, Deo propitio, sexto, pridie kalendas octobris, Indictione quintadecima, cioè nell'anno presente, Tedaldo marchese e conte del contado di Reggio, avolo della gran contessa Matilda, tenne un placito, in cui si trovò in persona Berta badessa del monistero di santa Giulia di Brescia, e vinse una lite di terreni. A qual marca presedesse Tedaldo, io nol so dire. Circa questi tempi Leone arcivescovo di Ravenna, caduto in mala sanità, rinunziò la sua Chiesa, ed in luogo suo entrò il soprammentovato Federigo cardinale della santa romana Chiesa. Non so io concertare con quanto abbiam veduto di sopra intorno alla permanenza di Ottone III Augusto in Ravenna per tutta la quaresima, il dirsi dal Cronografo sassone [Cronograph. Saxo apud Leibnitium.] ch'egli Romam proficiscens sacrosanctum dominicae Resurrectionis [49] festum debita ibi veneratione celebrare instituit. Credo io piuttosto che in vece della Pasqua egli volesse dire il Natale del Signore. Nè si dee tralasciare che questo imperadore da Ravenna fece una scappata a Pavia verso il fine di giugno, ciò costando da un suo diploma, dato in favore di Pietro vescovo di Novara [Baron., Ann. Eccl. ad hunc annum.] X kalendas julii, anno dominicae Incarnationi millesimo primo, Indictione XIV, anno tertii Ottonis regni XVII, imperii V. Dee essere VI. Tornato poscia a Ravenna, sentendo sul fine dell'anno che v'erano dai torbidi in Roma, s'inviò a quella volta. Trovò più di quel che s'immaginava. Abbiamo da Ditmaro [Ditmarus, Chron., lib. 4.] che fra gli altri potenti romani, Gregorio, personaggio assai caro al medesimo Augusto, gli tendeva delle insidie per prenderlo. Un giorno infatti divampò una sollevazion dei Romani contra di lui, per la quale fu astretto a fuggirsene per una porta fuori di Roma con lasciar molti de' suoi nella città rinchiusi. Il Cronografo sassone [Chronograph. Saxo.] scrive, che quanti ne furono trovati, tutti restarono trucidati. Ma Ditmaro narra che i Romani ravveduti del loro fallo, li lasciarono in libertà, ed inviarono messi all'imperadore, chiedendo perdono e pace. Ottone, nulla fidandosi delle loro belle parole, attese a raunar quante soldatesche potè, e tutti i suoi vassalli; e chi dice ch'egli esercitò varie ostilità contra dei Romani, e chi, solamente che si preparò a vendicarsi del ricevuto affronto. Fra quelli che specialmente assisterono in questo brutto frangente all'imperadore, per mettersi in salvo, si contò Ugo duca e marchese di Toscana; ma egli stette poco a terminare i suoi giorni. Se vogliam badare a san Pier Damiano [Petrus Damiani, lib. 7, Epist. 12, seu Opuscul. 57.], scrittore che, credulo più degli altri, imbottì l'opere sue di visioni, sogni e miracoli strani, racconta che un [50] vescovo, di cui avea dimenticato il nome, vide in un tizzone di fuoco scritte queste parole: Hugo marchio quinquaginta annis vixit: indizio della vicina sua morte. Ma se è vero, come avvertii di sopra all'anno 961, che già Ugo fosse marchese di Toscana in quell'anno, non si potrà già credere ch'egli mancasse di vita in età solo d'anni cinquanta.

Seguita a dire san Pier Damiano, che l'imperadore Ottone, udita la morte del marchese Ugo, o perchè poco si fidasse di lui, o perchè non gli piacesse la troppa di lui potenza, proruppe in queste parole del salmo [Psalm. 123.]: Laqueus contritus est, et nos liberati sumus. Ma ebbe poco a rallegrarsi e a gloriarsene Ottone III, perciocchè anch'egli paulo post, eodem scilicet anno, et ipse defunctus est. Sembrano queste parole indicare che la morte d'Ugo accadesse sul principio di gennaio dell'anno seguente; perchè da lì a non molto in quello stesso mese diede fine al suo vivere anche lo stesso imperadore. Ma don Placido Puccinelli, che con istile romanzesco compilò la vita di questo celebre e potente principe, e il saggio Cosimo della Rena [Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.] pretendono che la sua morte accadesse nel dì 21 di dicembre dell'anno presente; giorno in cui i monaci benedettini della badia di Firenze celebrano il di lui anniversario. Che il luogo, dove egli finì sua vita, fosse o Pistoia, o Firenze, li credo io sogni dei moderni scrittori. Certo è poi, per attestato del suddetto san Pier Damiano, che questo principe, figliuolo d'Uberto, e nipote d'Ugo re d'Italia obtinuit utramque monarchiam (egli avrà scritto marchiam) et quam Tyrrhenum videlicet, et quam mare Adriaticum alluit: cioè fu duca non meno della Toscana che di Spoleti. Sed quam perpenderet, quia propter improbitatem injuste viventium strenue regere utramque non posset, ultroneae renuntiationis arbitrio cessit imperatori marchiam [51] Camerini cum Spoletano ducatu, juri vero proprio Tusciam reservavit. Se non si disotterrano altre memorie, non è facile il conoscere in qual tempo succedesse questa rinunzia del ducato di Spoleti e della marca di Camerino; anzi può anche nascere dubbio intorno alla medesima. Abbiam veduto all'anno 995 un Ugo duca di Spoleti e marchese di Camerino. Aggiungo ora, credersi da me lo stesso che Ugo marchese di Toscana. Perciocchè fra le epistole di Gerberto una se ne legge scritta a lui, già divenuto papa, con questo titolo [Gerbert., Epist. 158, tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.]: Reverentissimo papae Gerberto Otto gratia Dei imperator augustus, dove dice, che trovando nociva l'aria d'Italia alla sua sanità, vuol mutare paese; ma che in aiuto di esso papa egli lascia primores Italiae, e massimamente Hugonem tuscum vobis per omnia fidum S. (forse scilicet) comitem, Spoletinis et Camerinis praefectum, cui octo comitatus, qui sub lite sunt, vestrum ob amorem contulimus, nostrumque legatum eis ad praesens praefecimus, ut populi rectorem habeant, et vobis ejus opera debita servitia exhibeant. Circa questi tempi si conosce scritta questa lettera, e dalla medesima impariamo che Ugo marchese di Toscana comandava anche a Spoleti e a Camerino. Dove è dunque la cessione di quei principati a noi narrata da Pier Damiano? Anzi il marchese Ugo, in vece di rinunziare in questi tempi ciò ch'egli godeva, cercava ancora di goderne di più secondo il costume ordinario dei gran signori, che mai non si saziano d'accrescere i loro stati. Di qui appunto abbiamo ch'egli acquistò otto contadi, non goduti prima. E un contado allora per lo più significava una città col suo distretto. Non lasciò dopo di sè il marchese Ugo alcun figliuolo maschio, e resta tuttavia involto nelle tenebre chi fosse l'erede degli immensi suoi allodiali. Gran sospetto ho io che per qualche sua figliuola, o sorella, o zia, passata nei marchesi progenitori della [52] casa d'Este, a loro devenisse Rovigo, Este, la badia della Vangadizza con altri Stati situati fra Padova e Ferrara; perciocchè gli Estensi, prima potenti nella Lunigiana e Toscana, si cominciano da qui innanzi a trovar signori anche di questi altri stati; e si vede ricreato in essi il nome di Ugo [Antichità Estensi, P. I, cap. 11 e 12.], essendo anche allora non men che oggidì, vigoroso il costume di rinnovar nei nipoti i nomi degli avoli o parenti si paterni che materni. Andando innanzi, vedremo chi succedesse al marchese Ugo nel ducato della Toscana, e in quello ancora di Spoleti e di Camerino.

Tornando ora ad Ottone III Augusto, uscito ch'egli fu di Roma, e raccolti che ebbe tutti i suoi vassalli e soldati, mostrava ben grande ilarità nel volto; ma riflettendo ai varii trascorsi della sua giovanile età, internamente nondimeno stava malinconico, ed attendeva a farne penitenza [Annal. Saxo. Ditmar., Chron., lib. 4.] colle lagrime, orazioni e limosine. Secondo gli Annali d'Ildeseim [Annal. Hildesheim.], egli solennizzò la festa del santo Natale in Todi in compagnia di papa Silvestro. Poscia Salernum oppidum adiit, sta scritto nei suddetti Annali; ma con errore, dovendo dire Paternum oppidum. Quel che è più strano, e lo racconta Ditmaro, in questi medesimi tempi, senza che ne sappiam la cagione, in Germania molti duchi e conti, con participazione ancora dei vescovi, macchinavano delle novità contra dello stesso Ottone III, e ricorsero per questo ad Arrigo duca di Baviera. Ma perchè il ritrovarono ricordevole degli avvertimenti lasciati a lui dal duca Arrigo suo padre, di osservare religiosamente la fedeltà dovuta al sovrano, non andò più innanzi la loro mena. Scrivono alcuni che esso duca Arrigo si trovava coll'imperadore, allorchè questi fu forzato a scappare di Roma. Ciò ch'io rapporterò all'anno seguente, ci darà abbastanza a conoscere che Arrigo dimorava sul [53] fine di quest'anno in Germania. Ma s'io ho da confessare il vero, temo forte che Ditmaro e i suoi copiatori non sieno stati informati di questi sconcerti. Tangmaro prete [Tangmarus, in Vita S. Bervvardi.], che, come dissi, ci diede la vita di san Bervardo, e fu non solo scrittore contemporaneo, ma testimonio di vista di tali avvenimenti, lasciò scritto, che terminato l'assedio di Tivoli (assedio succeduto nei primi mesi dell'anno presente), col perdono dato a quei cittadini, il popolo romano, il quale volea pur disfatta quella città, e atterrato quel popolo per una gara che vedremo continuata anche dipoi, la prese contra dell'imperadore, serrò le porte di Roma, negò ad esso Augusto, non che ai suoi, l'entrarvi, ed arrivò anche ad uccidere alcuni dei fedeli del medesimo imperadore. Si venne perciò all'armi, ma Dio volle che i Romani si ravvidero, implorarono ed ottennero la pace; eglino stessi levarono la vita a due capi della sedizione, e tutto restò quieto. Pacem petunt, sacramenta innovant, fidem se imperatori perpetuo servaturos promittunt. Sul principio dell'anno tutto questo accadde. Tornò in Germania san Bervardo, e perchè con tutto l'appoggio del papa e dell'imperadore non potè ottener giustizia dall'arcivescovo Wittigiso, rispedì verso il fine dell'anno il suddetto Tangmaro in Italia. Questi imperatorem in spoletanis partibus reperit; vi arrivò anche il papa, ed amendue Tudertinae Natalem Domini celebrarunt. In essa città fu poi tenuto nel dì seguente un concilio di molti vescovi di Italia, e di tre tedeschi, nel quale Tangmaro espose le doglianze del suo vescovo, e ne riportò buon provvedimento. Licenziato dipoi con assai regali, si partì alla volta della Germania nel dì 11 di gennaio, con aggiugnere che l'imperadore poco appresso, cioè X kalendas februarii, per una febbre già incominciata terminò i suoi giorni. Però non so vedere [54] come regga quella guerra contra dei Romani, e quella vendetta che ci vien raccontata da Ditmaro. Tutto era in pace, ed anche papa Silvestro in buona armonia coi Romani pacificamente celebrò quel concilio in Todi. Ma prima di terminare gli avvenimenti di quest'anno, dee farsi menzione d'uno, che altronde non s'ha se non da due storici milanesi del secolo di cui parliamo, cioè da Arnolfo [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 13.] e da Landolfo seniore [Landulfus Senior., lib. 2, cap. 18.]. Stando fermo Ottone III di volere per moglie una principessa dell'imperial corte di Grecia, giacchè indarno l'avea chiesta con una precedente ambasceria, spedì colà, per quanto si può conghietturare, nell'anno presente, Arnolfo II arcivescovo di Milano. V'andò egli con superbissimo accompagnamento, ricevette insigni onori da Basilio e Costantino Augusti, ed ottenne quanto dimandò. Ma inutile riuscì il suo viaggio e trattato, perchè tornato in Italia, trovò Ottone III chiamato da Dio all'altra vita. Il suddetto Landolfo seniore, scrittore talvolta parabolano, lasciò scritto, che oltre a molti altri regali riportati da quella corte, esso Arnolfo serpentem aeneum, quem Moyses in deserto divino imperio exaltaverat, imperatori requisivit, et habere meruit; et veniens in ecclesia sancti Ambrosii ipsum exaltavit. Mirasi tuttavia nella basilica ambrosiana di Milano un serpente di bronzo sopra una colonna di marmo, creduto il medesimo di cui parla Landolfo; e sopra di questa insigne reliquia è mirabile il vedere quanto abbiano scritto varii scrittori milanesi, senza accorgersi che questa è una delle grossolane semplicità dei secoli barbarici. Sembra a me d'aver prodotta altrove [Antiquit. Italic., Dissert. LIX.] la vera origine di questo serpente di bronzo, conservato in essa basilica; e però altro non ne soggiungo.

[55]


   
Anno di Cristo MII. Indizione XV.
Silvestro II papa 4.
Ardoino re d'Italia 1.

Dimorava l'Augusto Ottone III nella terra di Paterno con poca sanità, intento agli esercizii di penitenza. Questa terra di Paterno, Cosimo della Rena [Cosimo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.] la crede situata nel contado di Perugia, distante una giornata da Todi. Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 24.] chiaramente scrive che Ottone si ritirò apud oppidum, quod nuncupatur Paternum, non longe a civitate, quae dicitur Castellana. Nelle Tavole del Magini tuttavia si osserva Paterno del contado di Città Castellana; e però non occorre senza testimonianza degli antichi cercare altro sito che questo. Stando in essa terra Ottone, che s'intitola Servus Apostolorum, diede un diploma [Puccinelli, Cronica della Badia Fiorent.] in favore della badia di Firenze VI idus januarii, anno dominicae Incarnationis MII, Indictione XV, anno tertii Othonis regni XVIII, imperii VI. Datum in Paterno. Si osservi ancor qui l'anno del regno XVIII, che, secondo l'epoca ordinaria dovrebbe essere il XIX, e però indica un'epoca diversa dall'altra. Forse è presa dall'anno 884, dappoichè colla cessione del duca Arrigo egli fu ristabilito sul trono. Poscia nel dì 11 del medesimo mese ne spedì un altro in confermazione dei beni del monistero di santa Maria di Prataglia [Idem, ibidem, pag. 209.], III idus januarii, anno dominicae Incarnationis MII, Indictione XV, anno autem domni Ottonis inclitissimi tertii imperatoris, regnantis quidem XVIII, imperantis VI. Actum in Paterno. Ma da lì a pochi dì la morte rapì questo giovane imperadore, della cui nobilissima indole maravigliose doti d'animo e sapere, non si saziano di parlare gli storici antichi della Germania. La morte sua negli Annali [56] d'Ildeseim [Annal. Hildesheim.] e da Ermanno Contratto [Hermannus Contrac., in Chronic.] vien registrata nel dì 23 di gennaio del presente anno. Ditmaro, che la mette nel dì 24, forse volle intendere della sepoltura. Se ad alcuni scrittori tedeschi s'ha da credere, Ottone III fu portato all'altra vita da una febbre petecchiale. Ma Leone ostiense, Landolfo seniore, Roberto tuiziense, Radolfo glabro ed altri tutti concordemente asseriscono che mancò di vita per veleno datogli da Stefania, già moglie di quel Crescenzio ch'egli avea fatto decapitare, benchè sieno discordi nella maniera, ed abbiamo infrascato di molte dicerie popolari questo avvenimento. L'incauto principe s'avea presa per concubina questa donna, laonde fu a lei facile il far vendetta dell'ucciso marito. Che Ottone l'avesse presa per moglie, come hanno asserito alcuni, e poi la ripudiasse, son favole, a mio credere, nate nell'immaginazione della buona gente. Fors'anche è una favola quel concubinato, che non s'accorda colla penitenza a cui egli attendeva in questi tempi. Fu incredibile il dolore e pianto di tutti i suoi per l'immatura morte di questo da loro amatissimo principe. La tennero essi celata finchè si raunassero le soldatesche sparse per le castella, e poi si misero in viaggio per riportarne il corpo ad Aquisgrana, dove egli desiderò di essere seppellito. Ditmaro [Ditmarus, lib. 4.] e l'Annalista [Annalista Saxo.] e il Cronografo sassone [Chronographus Saxo apud Leibnitium.] scrivono, che divulgata la morte di Ottone III, e che veniva trasportato in Germania il cadavero suo, i Romani (se pure non voglion dire gli Italiani) barbaramente si scatenarono contro la picciola armata dei Tedeschi; ed ora in aguati, ed ora a campagna aperta l'assalirono, con essere specialmente succedute tre battaglie, nelle quali ebbero la peggio i Romani. In somma per sette giorni [57] continui bisognò marciar quasi sempre combattendo; nè si trovarono mai sicuri, finchè ad Bernam perveniunt civitatem. Ma in vece di Berna si ha a mio credere da scrivere Beronam, cioè Verona, in cui era marchese Ottone duca di Carintia. In fatti nella vita di santo Arrigo imperadore [Adelboldus in Vita S. Henrici imperat.] si legge: Cum maxima difficultate et periculis pluribus per Veronam, per Bavariam, cadaver ipsius reportabant. Furono poi accolti ad una corte del vescovo d'Augusta da Arrigo III duca di Baviera, il quale cominciò di buon'ora a fare i suoi negoziati, per essere eletto re, giacchè il defunto Augusto non avea lasciato dopo di sè prole alcuna maschile. Era esso Arrigo figliuolo di Arrigo duca, e nipote di un altro Arrigo duca, già da noi veduto fratello di Ottone il Grande Augusto; e per conseguente, se era mancata la linea d'esso Ottone, durava nondimeno in lui l'altra in guisa ch'egli pretendeva come per diritto ereditario la corona. Però per forza occupò lo scettro, la corona, il pomo e gli altri ornamenti imperiali. E perchè il santo arcivescovo di Colonia Eriberto avea mandata innanzi la lancia, il fece arrestare, nè il rilasciò senza sigurtà che gliel'avrebbe inviata. Fu poi data sepoltura al corpo del defunto imperadore in Aquisgrana.

In questo mentre, cioè appena intesa la morte di Ottone III Augusto senza successione, i principi, vescovi, ed altri primati d'Italia furono in gran moto. Ai più pareva che fosse risorta la lor libertà per poter eleggere quel re che fosse loro più in grado; e tanto per amore della propria nazione, quanto perchè non erano molto soddisfatti del governo dei monarchi tedeschi, si accordarono assaissimi d'essi nella dieta tenuta in Pavia di eleggere un re italiano. Ardoino marchese d'Ivrea, principe per accortezza e per ardire, ma non già per le virtù cristiane, superiore a molti, quegli fu che guadagnò i voti degli altri, e si fece eleggere e coronare re nella basilica di san Michele di Pavia. Episcopicida [58] il chiama Ditmaro, e ne abbiam veduta la ragione di sopra all'anno 999. Favole io reputo quelle che racconta Valeriano Castiglione [Castiglione, nelle Annotaz. al regno d'Italia del Tesauro.], spacciando che in una dieta di Lodi seguisse l'elezion di Ardoino. Arnolfo milanese chiaramente scrive: Papiae eligitur. Nella Cronichetta dei re d'Italia [Anecdot. Latin, tom. 2, pag. 204.], da me data alla luce, si legge che dopo la morte di Ottone III fuit tunc regnum sine rege XXIV dies. Die qui fuit dominico, et fuit XV mensis februarii in civitate Papia inter basilicam sancti Michaelis fuit coronatus Ardoinus rex. Cadde appunto il dì XV di febbraio dell'anno presente in domenica; e di qui ancora si apprende, contando i dì 24 del regno vacante, che Ottone finì di vivere nel dì 23 di gennaio. Ardoino, chiamato da Ditmaro Hardwigus ed Hardwicus, e da Arnolfo storico milanese di questo secolo [Arnulf. Histor. Mediolanens. lib. 1.] nobilis Ipporegiae marchio, era figliuolo di Dodone ossia Doddone, come si ha da un suo diploma, dato [Guichenon Bibliothec. Sebus., Centur. II, cap. 10.] anno dominicae Incarnationis MXI, tertio kalendas aprilis, Indictione IX. Actum Bobii in episcopali palatio. Questo contiene una donazione fatta a san Siro di Pavia pro anima patris nostris Doddonis, et pro anima patrui nostri domni Adalberti, rogante domno Wilelmo marchione carissimo consobrino germano nostro. Nè dà egli il titolo di marchese al padre, nè allo zio. Da altri il padre d'Ardoino sembra appellato Oddone, cioè Ottone; ed avendo Ardoino avuto un figliuolo nomato Ottone [Idem, Ibidem, cap. 3.], pare che non sia senza fondamento un tal nome. Per quanto ancora ho osservato nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 13.], non è inverisimile che Odelrico Magnifredo ossia Manfredi, marchese celebre di Susa, e fratello di Alrico vescovo d'Asti, fosse suo zio paterno. Comunque sia, Ardoino diede principio [59] al suo governo col confermare i privilegii di varie chiese. Uno dei suoi diplomi pel monistero di san Salvatore di Pavia si vede spedito [Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LXXI.] X kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MII, anno domni Arduini regis I. Actum in papiensi palatio. Il Margarino ha dimenticata l'indizione. Due altri dati nello stesso giorno per la chiesa di Como si leggono presso il padre Tatti [Tatti, Istor. della Chiesa di Como, tom. 2.] colle seguenti note: VIII kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis millesimo secundo, Indictione quintadecima, anno vero domni Ardoini regis regnantis primo. Actum Castro Montigio. Così passavano gli affari d'Italia, ed intanto si disputava in Germania per l'elezione del nuovo re. I due principali concorrenti, oltre ad Ecchicardo marchese di Turingia, erano Erimanno duca di Alemagna e d'Alsazia, figliuolo di Udone duca (morto nella sconfitta data dai Saraceni in Calabria ad Ottone II) e il soprammentovato Arrigo III, duca di Baviera. Prevalse in fine, ma dopo molti movimenti d'armi, coi suoi aderenti esso duca Arrigo, il quale in Magonza, per attestato di Ditmaro [Ditmarus, Chron., lib. 5.], VII idus junii in regem eligitur, acclamatur, et a Willigiso praesule benedicitur et coronatur. Adelboldo [Atelboldus, in Vit. S. Henrici.] scrive octavo idus junii: cioè sarà stato eletto nel dì 25 di maggio, e coronato nel dì 26: e n'era ben degno; tante virtù d'animo concorrevano in lui, e massimamente la religione e la pietà, per cui si meritò poscia il titolo di santo. Claudus, cioè zoppo, fra gli Arrighi vien appellato da alcuni, perchè zoppicava di un piede. Avea per moglie Cunegonda, figliuola di Sigefredo conte di Lucemburgo, che con lui gareggiava nel possesso ed esercizio delle più rare virtù, e per cagion d'esse arrivò anche ella ad essere registrata nel catalogo dei celesti cittadini [Annales Hildesheim.]. Ricevette [60] anch'essa dipoi la corona regale nel giorno di san Lorenzo in Paderbona. Sotto il presente anno Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] racconta che obsedit Saphi caytus (cioè il generale dei Saraceni ossia dei Mori africani, padroni della Sicilia) Barum a die II maii usque ad sanctum Lucam mense octobris. Tunc liberata est per Petrum ducem Veneticorum. Questo fatto glorioso di Pietro Orseolo II doge di Venezia non fu ignoto all'accuratissimo cronista di Venezia Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], di cui sono le seguenti parole: Iste dux etiam contra Saracenos, qui barensem urbem Apuliae obsessam delinebant, cum navali stolo perrexit, et urbem intravit, et victualibus muniit. Et cum Gregorio catapano imperiali ex urbe exiens, de Saracenis victoria habuit, et liberata urbe ab obsidione Venetias rediit. Il Sigonio differì questa impresa fino all'anno 1005.

Non fu l'assunzione del re Arrigo al trono germanico senza contrasti, e massimamente dalla parte del suddetto Erimanno duca d'Alemagna, o vogliam dire di Suevia. Tuttavia, giacchè chiunque de' baroni a tutta prima non aveva acconsentito alla di lui elezione, di mano in mano veniva a rendergli ubbidienza, Erimanno anch'egli, preso miglior consiglio, sul principio d'ottobre di quest'anno, e non già nel seguente, come hanno gli Annali d'Ildeseim, andò a gittarsegli a' piedi, e a giurargli fedeltà. Di questi prosperosi successi del re Arrigo informato il re Ardoino, già andava prevedendo che non tarderebbe molto il re germanico a portar la guerra in Italia [Ditmarus, Chronic., lib. 5.], ma in questo mentre si fabbricava egli la sua rovina col trattar aspramente que' medesimi principi d'Italia che l'aveano messo sul trono. Fra gli altri, perchè il vescovo di Brescia gli disse alcune spiacevoli parole, il prese pel ciuffo, e il cacciò vituperosamente in terra, come se fosse stato un bifolco. Questa sua sfrenata [61] collera fu cagione che molti dei principi italiani, pentiti d'averlo innalzato, segretamente spedirono o messi o lettere ad invitare in Italia il buon re Arrigo [Adelboldus, in Vita S. Henrici.]. Era, come ho detto di sopra, in questi tempi duca di Carintia e marchese della marca di Verona, ossia di Trivigi, Ottone, quel medesimo che vedemmo padre di Gregorio V papa, il cui padre fu Corrado duca di Franconia, la madre Liutgarda figliuola di Ottone I Augusto. Il discender egli dal sangue di esso imperadore, congiunto col credito di una rara probità e saviezza, parvero tali prerogative allo stesso Arrigo, non per anche re, che gli mandò ad offerire il regno. Ma egli con umiltà si sottrasse a questo onore e peso, e, per quanto potè, cooperò dipoi all'esaltazione d'Arrigo. Dalla Germania, ove era ito esso Ottone, ebbe ordine di tornarsene in Italia con un piccolo corpo di armata. Ardoino, che teneva di buone spie, non solo penetrò la di lui venuta, ma seppe ancora, che calato esso in Italia, erano per unire con lui le forze loro Federigo arcivescovo di Ravenna e Teodolfo marchese. Così ha il testo di Ditmaro, e quello eziandio dell'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.]; ma senza dubbio in vece di Teodolfo, s'ha quivi da leggere Teodaldo, ossia Tedaldo marchese, avolo della gloriosa contessa Matilda. Tieboldus è nominato da Adelboldo [Adelboldus, in Vita S. Henrici.]. Però Ardoino frettolosamente con tutte le sue forze accorse alle Chiuse d'Italia, che fin qui erano state guardate dagli uomini del vescovo di Verona, e per forza le prese. S'avanzò anche fino a Trento, credendo che colà fossero già calati i Tedeschi; ma non avendoli trovati, se ne tornò in fretta alla campagna di Verona. Celebrava egli la festa del santo Natale in un castello, quando giunto il duca Ottone alla Chiusa dell'Adige, e trovato serrato quel passo, mandò al re Ardoino pregandolo della licenza di [62] poter passare. Trattenne Ardoino i messi sino alla mattina seguente, e nella notte raunate le sue truppe, sul far del giorno in ordinanza di battaglia portossi ad assalire i nemici. Calda fu quell'azione, molto sangue costò all'una e all'altra parte; ma in fine restarono sconfitti i Tedeschi, e pochi se ne salvarono coll'aiuto delle gambe. Narra il Sigonio questo fatto sotto l'anno 1003; ma assai chiaramente si raccoglie da Ditmaro che ciò seguì sul termine dell'anno presente. Non errò già egli, come pretende il padre Pagi [Pagius, Crit. ad Annal. Baron. ad ann. 1004.], in raccontare una tal battaglia e vittoria, essendo cosa indubitata, perchè asserita da Ditmaro [Ditmaro, Chron., lib. 5.] e da Adelboldo [Adeboldus, in Vita S. Henrici.] scrittori di questi tempi. Parimente Arnolfo storico del presente secolo scrive [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, c. 15.] che il re Arrigo per consiglio de' principi d'Italia segretamente a lui favorevoli, direxit in Italiam suum cum exercitu ducem. Cui occurrens viriliter Ardoinus, facta congressione in campo Fabricae, quamplures stravit, ceteros extra fines regni fugavit. Curiosa cosa è il vedere un contrasto seguito in quest'anno fra Conone, ossia Corrado, vescovo di Perugia, e l'abbate del monistero di san Pietro di Perugia [Ughell., Ital. Sacr., tom. 9, pag. 918.], praesidente domno Sylvestro II Romanae sedis pontifice in synodo habita in palatio sacrosancto lateranensi, anno quarto ordinationis suae, mense Decembris die tertia, Indictione prima, cominciata nel settembre. Pretendeva il vescovo superiorità sopra quel monistero; pretendeva il papa che fosse esente ed immediatamente sottoposto alla santa sede in vigore di un privilegio pontificio. Rispondeva il vescovo: Privilegia haec non reprobo, sed sine consensu antecessoris mei, cujus temporibus illud primum privilegium factum est, factum fuisse dico. Si solum viderem consensum, haberem inde aeternum silentium. Gli fu [63] mostrata la lettera del suo predecessore col consenso, anzi con preghiera che fosse privilegiato quel monistero; laonde convenne al vescovo di cedere. Così i vescovi d'allora consentivano alla diminuzione della loro giurisdizione. E di qui si scorge che si esigeva questo loro consenso. Ma andando innanzi, fu creduto in Roma superfluo il chiederlo, e si privilegiarono tutti quanti i monisteri, secondochè piaceva ai romani pontefici.


   
Anno di Cristo MIII. Indizione I.
Giovanni XVII papa 1.
Giovanni XVIII papa 1.
Ardoino re d'Italia 2.

Circa il dì 11 di maggio dell'anno presente diede fine alla sua carriera Silvestro II papa, prima chiamato Gerberto. Se si volesse credere all'Annalista sassone [Annalista Saxo, ad ann. 1001.], quella medesima Stefania, già moglie di Crescenzio console decapitato, che attossicò Ottone III Augusto, malamente conciò anche il suddetto pontefice. Veneficio ejusdem mulieris etiam papa Romanus gravatus asseritur, ita ut loquendi usum amiserit. Non si può dire quante ciarle si spargessero dipoi in discredito di esso Silvestro: cioè fu spacciato per negromante, e che per patto segreto del diavolo egli arrivasse al pontificato, e poco mancò che miseramente poi tra le griffe di lui non ispirasse l'anima. Stomacose calunnie son queste, o inventate, o spacciate da Bennone, cardinale scismatico a' tempi di papa Gregorio VII, nell'infame sua invettiva contra della corte romana [Menchenius, Scriptor. Rer. German., tom. 1.]. Sigeberto, Martino Polacco, Tolomeo da Lucca ed altri da questa puzzolente scrittura trassero la favola indegna del merito raro di questo pontefice. Perciocchè, per consentimento degli antichi e migliori storici, Gerberto ossia Silvestro II, se si eccettua la sua ambizione, fu uno dei più insigni personaggi di questi tempi: tanto era il [64] suo sapere, non disgiunto dalla pietà, per cui parve a que' secoli ignoranti ch'egli più che umanamente possedesse le arti e le scienze. A lui anzi ha grande obbligazione l'Italia, potendosi in certa maniera dire, che dall'aver egli aperta scuola nel monistero di Bobbio, cominciò fra noi il risorgimento delle buone lettere; e così in Germania e in Francia, dove egli coll'esempio suo infervorò allo studio i dormigliosi ingegni. Di lui perciò si dilettava forte Ottone III imperadore, e soprattutto, perchè egli era assai istruito delle arti matematiche. Quelle linee e quei triangoli, cose allora troppo forestiere, probabilmente gli acquistarono il titolo di mago presso il goffo popolaccio. Optime, scriveva Ditmaro [Ditmarus, Chronic. sub finem lib. 6.], callebat astrorum cursus discernere, et contemporales suos variae artis notitia superare. In Magdaburg horologium fecit, illud recte constituens, considerata per fistulam quadam stella, nautarum duce. Anche prima dell'invenzione del cannocchiale, si servivano gli astronomi di un tubo per mirar le stelle, ma senza giungere a saper adoperare e congegnar lenti ed obbiettivi di vetro, che oggidì cotanto ingrandiscono e rendon visibili gli oggetti lontani. Il padre Pez diede alla luce la Geometria d'esso Gerberto [Pez, Thesaur. Anecdotor., P. II, tom. 3.]. Altre sue operette, oltre alle epistole, scritte con assai vivacità, sono rammentate dagli scrittori della storia letteraria. Ora a Silvestro II succedette nella cattedra di san Pietro un Giovanni, soprannominato Siccone o Secco, il quale, secondo la cronologia pontificia, dovrebbe essere appellato Giovanni XVI, e pure si truova nomato da alcuni Giovanni XVII, perchè quantunque Giovanni calabrese, che occupò la sedia a Gregorio V nell'anno 997, non meriti luogo tra i romani pontefici, pure altro sentimento dovettero avere i Romani d'allora, giacchè troviamo che il successore di questo Giovanni Secco venne sempre chiamato negli Atti pubblici [65] Giovanni XVII. Così il chiamò anche Mariano Scoto e l'Annalista sassone; e che così si abbia a chiamare saggiamente lo pretese il padre Pagi [Pagius, Crit. ad Annales Baron.]. Ma questo Giovanni XVII, dopo aver tenuta la cattedra pontificia appena sei mesi, colla sua morte fece luogo ad un altro Giovanni XVIII, che fu soprannominato Fasano. Crede il suddetto padre Pagi seguita la di lui ordinazione nel dì di santo Stefano, 26 di dicembre dell'anno corrente.

In quest'anno ancora mi sia lecito il riferire quali principi d'Italia tenessero in favore del re Arrigo, secretamente nondimeno; credendo io che il solo Ottone marchese di Verona e duca di Carintia si dichiarasse apertamente contra di Ardoino. Trovavasi tuttavia in viaggio, tornando dall'ambasciata di Costantinopoli, Arnolfo II arcivescovo di Milano, allorchè venne a morte Ottone III Augusto, e seguì l'elezione e coronazione d'esso Ardoino. Dovette egli aversi a male che senza di lui, primo fra' principi della Lombardia, e in possesso di coronare i re d'Italia, si fosse dato il regno e conferita la corona al marchese d'Ivrea. Perciò Ardoino, secondochè s'ha da Arnolfo storico [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 19.], cognito jam dicti praesulis reditu, occurrit in itinere obvius, securitate, quanta valuit, sibi illum applicare procurans. Gli diede, a mio credere, il prelato delle buone parole, ma internamente seguitò ad essergli contrario. Anzi, se si volesse credere a Landolfo seniore [Landulf. Senior, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 14.], da lì a pochi giorni questo arcivescovo in Rochalia cum omnibus Italiae primatibus colloquium habuit, ubi quum diverse de regni negotiis tractassent, Arduini spreto dominio, quod malis artibus usurpaverat, Henricum I theutonicum scientia illustrem, armis fortissimum militumque copiis abundantem, et divitiis affluentem elegit. Ma non presti qui fede il lettore a Landolfo, autore solito a vendere delle fanfaluche. [66] Non è credibile questa dieta tenuta in Roncaglia (io non so come il Sigonio la metta in Lodi), allorchè Ardoino era tuttavia forte, nè avea competitore in Italia. Arnolfo, storico di maggior credito, sotto l'antecedente anno scrive con più apparenza di verità, che insorta la lite del regno fra Arrigo e Ardoino, in medio principes regni (italici) fraudulenter incedentes, Ardoino palam militabant, Henrico latenter favebant, avaritiae lucra sectantes. Adelboldo [Abelboldus, in Vita S. Henrici.], autore contemporaneo, ci viene annoverando quai fossero i fautori del re Arrigo in Italia, che nell'anno precedente l'invitarono in Italia. In voluntate hujusmodi, dice egli, aliqui manifesti, aliqui erant occulti. Tieboldus namque marchio et archiepiscopus ravennas, et episcopus mutinensis, veronensis, et vercellensis, aperte in regis Henrici fidelitate manebant. Archiepiscopus autem mediolanensis, et episcopi cremonensis, placentinus, papiensis, brixiensis, comensis, quod volebant, manifestabant. Omnes tamen in commune regem Henricum desiderabant, precibus per legatos et literas invitabant. Fra quei che camminavano con più riguardo, v'era l'arcivescovo di Milano. Veggasi dunque se regga la sparata di Landolfo storico milanese. Quel Tieboldo marchese, siccome già accennai, altro non è che Teodaldo o Tedaldo, avolo della contessa Matilda, e figliuolo di quell'Adalberto Azzo conte, oppure marchese, da noi veduto a' tempi di Ottone I Augusto. Di esso Tedaldo parla anche Benzone vescovo d'Alba in quel suo scomunicato panegirico di Arrigo III fra gl'imperadori, con dire [Benzo, Panegyr. lib. 1, cap. 16. tom. 1 Rer. German. Menchen.]: De Tadone vero, qui propter metum Ardoini pedester legatus marchionis Teodaldi, atque episcopi Leonis (di Vercelli) quid fecit venerabilis clementia magni Henrici serenissimi imperatoris? Certe uni filio ejus dedit Veronae episcopatum; alteri comitatum; [67] patri vero Gardam, et totum Benacum. Volle il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad ann. 1002.] darci informazione di questo principe, con dire ch'egli sposò Willa ossia Guilla, sorella di Ugo duca e marchese di Toscana. Certo che una Willa fu moglie di esso Tedaldo; ma un sogno è del padre Pagi, perchè senza pruova alcuna dell'antichità, il darle per fratello il marchese Ugo. Soggiugne francamente che Tedaldo succedette al marchese Ugo nel ducato della Toscana: il che hanno creduto alcuni moderni, ed inclinò a crederlo anche l'accuratissimo Francesco Maria Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.]. Per provarlo, adduce esso Pagi la fondazione da lui fatta del monistero di Polirone, dove s'intitola: Ego in Dei nomine Teudaldus marchio, filius quondam Adelberti itemque marchio. Stima eziandio che Adalberto suo padre sia stato marchese di Toscana. Ma è da dire che la storia della Toscana per questi tempi è involta in molte tenebre. Per conto di Adalberto, tale è l'error del Pagi, che non occorre confutarlo. Abbiam già veduto a cui finora sia stato appoggiato il governo della Toscana. Che poi Tedaldo suo figliuolo succedesse ad Ugo marchese, nulla serve a provarlo il titolo di marchese. Altri v'erano in que' tempi di questo titolo decorati, e fra gli altri anche gli antenati della casa d'Este, senza che si possa dire che governassero la Toscana. Nè perchè si truovi in Toscana un marchese, ci è lecito il tosto inferirne che egli fosse ancora marchese di Toscana. Altrimenti con più ragione si avrebbe ad asserire marchese di quella contrada [Antichità Estensi, P. I, cap. 21.] Adalberto marchese, figliuolo di Oberto marchese e nipote di Oberto marchese, uno degli antenati della suddetta casa d'Este, che poco più di due mesi dopo la morte di Ugo, potente marchese di Toscana, fa una vendita di beni [Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 3.] anno ab Incarnatione millesimo secundo, et tertio idus martii, Indictione XV, infra Burgo [68] de Luca prope portam sancti Fridiani. Ma io non mi sono arrischiato per questo solo documento a crederlo e chiamarlo marchese di Toscana. Tornando dunque al marchese Tedaldo suddetto, altro io non so dire, se non che egli era conte di Reggio e di Modena, come altrove ho provato. Di lui scrisse ancora Donizone Monaco [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 3.] nella vita della contessa Matilda sua nipote, che il papa l'investì di Ferrara.

Regibus exsistit carus, notissimus illis,

Romanus papa quem sincere peramabat,

Et sibi concessit, quod ei Ferrarea servit.

Inclino parimente a credere ch'egli governasse Mantova, perchè nel seguente anno truovo Bonifazio suo figliuolo con titolo di marchese in quella città. Ed ancorchè non sappia io ben dire se il soprammentovato monistero di Polirone fosse allora situato nel contado di Mantova, oppure di Reggio; pure di qui ancora scorgiamo che la potenza di Tedaldo marchese si stendeva per queste parti, senza che resti memoria alcuna comprovante ch'egli fosse marchese di Toscana. Perchè Arrigo re di Germania niun possesso e dominio godeva per anche in Italia, potrebbe sembrare alquanto strano un suo diploma riferito dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Parmens.], dato II kalendas martii, anno Incarnationis Domini MIII, Indictione I, anno vero domni Henrici regis primo. Actum Noviomagi, in cui esso re Arrigo, interventu nostri fidelis Teodaldi marchionis (così abbiamo veduto che era appellato dai Tedeschi il suddetto Tedaldo), concede a Sigefredo vescovo di Parma la pingue badia di Nonantola sul modenese: parendo poco verisimile che Tedaldo marchese e il vescovo si portassero a Nimega, senza timore d'incontrar la disgrazia del regnante Ardoino. Ma questo broglio e l'aggraffamento di questa insigne badia sarà seguito per lettere e raccomandazioni segrete. E il buon re Arrigo non avea allora [69] scrupolo a guadagnarsi de' partigiani in Italia, facendo il liberale coi beni ancora della chiesa. Quatenus (Sigefredus) firmatus in fide acriter deserviret nobis, lo dice chiaramente lo stesso Arrigo. Nè vo' lasciare di dire avere Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] scritto sotto quest'anno: Sarraceni obsederunt montem Scaviosum mense martii, sed nihil profecerunt.


   
Anno di Cristo MIV. Indizione II.
Giovanni XVIII papa 2.
Ardoino re d'Italia 3.
Arrigo II re di Germania 3, d'Italia 1.

Fin qui era durato il regno di Ardoino in Italia senza essere turbato, per quanto si sappia, da guerre interne, ma colla fede vacillante di molti principi che inclinavano al re Arrigo, o erano da lui mossi colla speranza di maggiori vantaggi. Ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XXXI, pag. 965.] un placito tenuto da Adelelmo qui et Azo, missus domni Arduini regis in Cremona, anno regni domni Arduini regis tercio. Quinto kalendas marcii, Indictione II, cioè nel febbraio nell'anno presente. Ma non andò molto che arrivò in Italia chi gli rovesciò il suo trono. Arrigo II, re di Germania, tra perchè gli stava a cuore l'Italia, e perchè da' suoi parziali gli veniva dipinta per assai facile la conquista di questo regno, sbrigato che fu da alcune guerre civili, e creato che ebbe duca di Baviera Arrigo fratello dell'Augusta Cunegonda, s'incamminò con un possente esercito a questa volta, e nel dì delle palme arrivò a Trento. Se crediamo all'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.], già erano iti a trovarlo fino in Germania il vescovo di Verona, et alii quidam italici primores regni cum regiis muneribus. Secondochè scrive Ditmaro, [Ditmarus, Chron., lib. 6.], la venuta d'esso Arrigo in Italia accadde nell'anno seguente [70] 1005, consummata millenarii linea numeri et in quinto cardinalis ordinis loco. Però il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], e dopo di lui il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baronii.], rifiutando gli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] che la mettono nell'anno presente, scrive: Henrici expeditionem italicam in annum sequentem MV, differt Ditmarus libro sexto, eique standum existimo. Ma il padre Pagi non colpì nel segno. Il testo di Ditmaro quivi è scorretto, e in vece di quinto vi si ha da scrivere quarto. L'Annalista sassone e il Cronografo sassone [Chronographus Saxo apud Leibnitium.], copiatori di esso Ditmaro, chiaramente scrivono che nell'anno presente il re Arrigo calò in Italia. Così ha Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] con altri. E questa verità vien chiaramente confermata da Adelboldo [Adelboldus in Vita S. Henrici.], scrittore contemporaneo, e dai documenti che accennerò. Arrivato dunque a Trento il re germanico coll'esercito suo, trovò prese e ben fortificate da Ardoino le Chiuse dell'Adige, in maniera che gli era impossibile lo sforzare quel passo. Per consiglio de' suoi, rivolse le sue speranze al popolo della Carintia, il quale portossi ad occupare un'altra Chiusa verso la Brenta, non so se sul Vicentino o sul Trivisano, che non era custodita con tanta gelosia. Presa questa, Arrigo col fiore della sua armata per monti scoscesi e dirupi tanto fece, che da quella parte scese al piano d'Italia in vicinanza d'esso fiume Brenta. Quivi riposò le stanche soldatesche, e celebrò la santa Pasqua, che venne in quest'anno nel dì 17 d'aprile. Degno di considerazione è uno strumento dato alla luce dal padre Bacchini [Bacchini, Istoria del monistero di Polirone, Append., pag. 20.], in cui Bonifacio Marchio filius domni Teudaldi itemque Marchio, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum, fa un donativo di terre al monistero di [71] Polirone. Tali sono le note di quella carta: Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus, Deo propitio, hic in Italia primo, mense martius, Indictione secunda. Actum in civitate Mantuae. Credette esso padre Bacchini spettante all'anno seguente 1005 questa donazione, non so se così persuaso dal padre Pagi, che ad esso anno mette la venuta del re Arrigo in Italia. Ma è fuor di dubbio che appartiene all'anno presente, dimostrandolo l'indizione seconda, corrente in quest'anno. Sicchè vegniamo ad intendere che Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda, vivente ancora il marchese Tedaldo suo padre, portò il titolo di marchese, e signoreggiava in Mantova. Di esso Bonifacio appunto scrive Donizone:

Cui juravere, patre tunc vivente fideles

Servi prudentes proceres, comites pariterque.

Intendiamo inoltre che esso marchese Bonifazio, appena udita la mossa del re Arrigo verso l'Italia, senza neppure aspettare ch'egli valicasse i monti, il riconobbe per re d'Italia, e cominciò a contare l'anno primo del suo regno. Si dovea egli fidar molto della fortezza di Mantova, siccome suo padre della rocca di Canossa. Nella terza festa di Pasqua passò il re Arrigo la Brenta, ed accampossi per ispiare gli andamenti d'esso Ardoino. Ma da lì a poco gli giunse il lieto avviso che l'armata d'esso Ardoino s'era sciolta, e chi l'una via e chi l'altra avea preso. Arnolfo milanese [Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 16.] così racconta il fatto: Ex adverso Ardoinus fidens viribus, nec minus armis instructus, non tantum defendere, quantum super eum (Heinricum) paratus insurgere, occurrit illi Veronae. Sed deceptus perfidia principum, majori militum parte destituitur. Quumque cessisset invitus, regnum Heinricus ingreditur. Non avea saputo Ardoino cattivarsi l'amore de' principi; abbondava anche di vizii, oltre al sapersi che il pescare nel torbido è mestiere non ignorato dai grandi; nè mancava allora [72] in Italia chi credea di poter vantaggiare gl'interessi suoi sotto i re tedeschi e lontani. In somma il re Arrigo, esentato da ogni contrasto, fu ben tosto ricevuto in Verona con sommo applauso, e quivi se gli presentò Tedaldo marchese col suddetto Bonifazio marchese suo figliuolo, e cogli altri parziali che s'erano cavata la maschera [Adelboldus, in Vit. S. Henrici, §. 48.]. Con pari lietissimo incontro fu accolto in Brescia da que' cittadini e dal loro vescovo, per quanto pare, appellato Adalberone da Ditmaro, sebbene l'Ughelli mette allora vescovo di quella città Landolfo. Ibi, soggiugne Adelboldo, archiepiscopus ravennas cum suis et sibi finitimis ei obviam venit, et manus nondum dominio adulterino pollutas, seniori diu exspectato reddit: parole significanti che Federico arcivescovo di Ravenna co' popoli dell'esarcato non avea voluto riconoscere per re in addietro Ardoino, e che egli giurò fedeltà ad Arrigo, come a suo signore. Dal che resta sempre più avverato che in que' tempi l'esarcato di Ravenna era parte del regno d'Italia, e non ne godevano i papi alcun temporale dominio. Ma poco più dovette sopravvivere esso arcivescovo di Ravenna, siccome apparirà da quanto diremo all'anno 1014. Andossene dipoi Arrigo a Bergamo, e colà venuto l'arcivescovo di Milano Arnolfo II, prestò ad esso re il giuramento di fedeltà. Giunto finalmente a Pavia, fu eletto ed acclamato re d'Italia dalla maggior parte dei principi, e coronato nella chiesa di san Michele. Nella prima delle Cronichette dei re d'Italia, da me date alla luce [Chronic. Regum Ital. tom. 1 Anecdot. Latin.], si legge: In die dominico, qui fuit die.... mensis madii inter basilicam sancti Michaelis, quae dicitur Majore; fuit electus Henricus, et coronatus in secundo die, qui fuit die Lunae. XII die mensis madi. Nell'altra Cronichetta abbiamo: Deinde venit Anricus rex. Fuit coronatus in regem in Papia tertio die ante festivitatem sancte Xiri, quae fuit in mense madio. Nel dì 17 di maggio in Pavia si celebra [73] la traslazione di san Siro. Tre giorni prima, cioè nel dì 14 d'esso mese, correndo allora la domenica, dovette seguir l'elezione del re Arrigo, e la sua coronazione nel lunedì seguente, giorno 15 d'esso mese. Però in vece di die Lunae XII die mensis madii, vo io credendo s'abbia a leggere XV.

Ma queste allegrezze restarono funestate da un terribilissimo accidente. Nello stesso giorno della coronazione del re, verso la sera, insorse lite fra i Pavesi e i Tedeschi che erano in Pavia. Gli storici tedeschi, da' quali soli vien con qualche particolarità esposto il fatto, attribuiscono l'origine della discordia all'ubbriachezza de' cittadini (il lettore più facilmente la immaginerà dei Tedeschi), e a qualche fazionario (il che può essere) di Ardoino che incitò il popolo all'armi. Presero i Pavesi le mura, e crescendo la loro furia, s'inviarono al palazzo dove era Arrigo. Eriberto arcivescovo di Colonia, per placare il rumore, s'affacciò ad una finestra; ma i sassi e le saette il fecero ritirare ben tosto. Intanto s'attrupparono quanti Tedeschi si trovavano nella città, e cominciò la mischia, che durò tutta la notte fino al giorno chiaro, in cui accorsi gli altri soldati ch'erano fuori della città, ridussero a mal punto i cittadini. Ma perciocchè dalle case venivano pietre, legni e verrettoni, i Tedeschi si avvisarono di attaccar fuoco in varii siti della città; e questo crebbe a tal segno, che tutta quella nobil città restò preda delle fiamme insieme col palazzo regale. Restarono vittime delle spade o del fuoco non pochi dei Pavesi; e ciò che non consumò il fuoco, andò miseramente a sacco. Ritirossi il re Arrigo fuori della città nel monistero di san Pietro in Coelo aureo, fece cessare, ma molto tardi, la guerra; e intanto, come scrive Arnolfo [Arnulfus, Hist. Mediolanens., lib. 1.], quum non ad votum sibi obtemperasset, uno totam Papiam concremavit incendio. I saggi imperadori tedeschi, per evitare simili tragedie, amavano di aver [74] fuori delle città i loro palagi. Ugo flaviniacense [Ugo Flaviniacens., in Chron.] scrive che Arrigo obbligò i Pavesi a rifare il palazzo regale. Noi non possiam ben sapere il netto di questi fatti, perchè non gli abbiamo se non da storici tedeschi, i quali ce ne danno notizia, e li dipingono come lor torna meglio. Ma si può ben credere che una sì barbarica vendetta non fece gran credito al re Arrigo, e meno alla gente sua, e sparse l'orrore per tutta l'Italia. Perciò stimò bene esso re di non fermarsi molto in un paese, dove lasciava segni tanto vivi di bestial furore per colpa de' suoi. Pare nondimeno ch'egli tuttavia dimorasse in Pavia nel dì 25 del mese di maggio, avendo io pubblicato un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXXI.] in favore di Guinizone abbate di san Salvatore di Monte Amiata, dato VIII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis millesimo quarto, Indictione II, anno vero domni Henrici regis II. Actum Papiae. Non parrà a taluno molto credibile che il re Arrigo si fermasse tanto in una città interamente bruciata, e in mezzo a cittadini che l'odiavano a morte. Quel che è certo, da Pavia se ne andò a Pontelungo, dove ricevette molti deputati di città e luoghi che vennero a sottomettersi. Poscia visitò Milano. Inde Chromo perveniens Pentecostem sanctam pia animi devotione celebravit. Che luogo sia questo, nol so. Grommo è chiamato dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.]. Parmi di aver veduto Gromello nelle vecchie carte, ma mi è ignoto il suo sito, e per conseguente non posso discernere se convenga a questo racconto. Diede un egli amplissimo privilegio a Sigefredo vescovo di Parma [Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.], II kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MIIII, Indictione II, anno vero domni Henrici regis II. Actum in Rodo. Abbiam qui l'epoca del regno di Germania, ma dovrebbe essere l'anno III. Il luogo poi è Rhò, terra del contado di [75] Milano. Un altro diploma dal Tatti [Tatti, Istor. della Chiesa di Como, tom. 2.] e dall'Ughelli si dice dato ad Everardo vescovo di Como nello stesso giorno, cioè II idus junii, anno vero dominicae Incarnationis MIIII, Indictione II, anno vero domni Henrici secundi regis tertio. Actum in Lacunavara. Si osservi il nome di Henricus (si soleva scrivere Heinricus) e il titolo Francorum pariterque Longobardorum rex, ch'è cosa rara. Aggiugne Adelboldo [Adelboldus, in Vita S. Henrici.], che nel partirsi Arrigo da Crommo, Tusci ei occurrunt, et manus per ordinem singuli reddunt. Se la Toscana avesse riconosciuto per re Ardoino, nol so dire. Certo di qui impariamo che quei popoli si diedero al re Arrigo; e non vedendosi parola del loro marchese, nasce sospetto che in questi tempi niuno essa ne avesse. Pare eziandio che vada per terra l'opinion di coloro che tennero Tedaldo, avolo della contessa Matilda, per marchese di Toscana. Se tal fosse stato, non si tardi quella provincia avrebbe accettato per re Arrigo, sapendosi che Tedaldo era de' suoi più parziali. Sbrigato così dagli affari d'Italia il regnante Arrigo, s'inviò alla volta dell'Alemagna, e celebrò in Argentina la festa di san Giovanni Batista. Quindi attese alla guerra contra di Boleslao usurpatore della Boemia. Che il Sigonio non abbia conosciuto la venuta in quest'anno di Arrigo in Italia, e gli altri atti suddetti, non è da maravigliarsene. Mancavano a lui molti lumi che noi ora abbiamo. Piuttosto si può chiedere, come abbondando di questi lumi Burcardo Struvio [Struv., Corp. Hist. German., in Henrico II.], scrivesse che Arrigo fu coronato re d'Italia in Pavia nell'anno 1005. Ma anch'egli senza altro esame dovette tener dietro al Pagi.

Ho io pubblicata una donazione [Antiquit. Ital., Dissert. VI.] che Bonifacius gloriosus marchio (non so se sia il padre della contessa Matilda) fece al monistero di san Salvatore anno Deo propitius, pontificatus domni Johannis summi [76] pontificis, ec. secundo, sicque regnante domno Heinrico piissimo rege in Italia anno tertio, die XXIII mensis septembris, Indictione septima. Fontana Tanoni. Gli anni del papa e del re indicano l'anno presente. Ma l'indizione è scorretta, e dovrebbe essere o secunda o tertia. Se sapessi dove fosse il luogo di Fontana Tanoni, saprei anche dire perchè entrino qui gli anni del romano pontefice. Negli Annali pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] si legge sotto questo anno: Fecerunt bellum Pisani cum Lucensibus in Aqualonga, et vicerunt illos. Questo è il primo fatto d'armi e la prima guerra d'una città italiana contra dell'altra, che ci somministri la storia d'Italia. Fin qui le città di questo regno erano state governate ognuna dal suo conte. I conti delle varie provincie erano subordinati a qualche marchese o duca, cioè al governatore della provincia. E i duchi e marchesi all'imperadore ossia al re di Italia. Così ognuno vivea in pace, e nascendo discordie fra l'un popolo e l'altro, o i duchi e marchesi, oppure gli uffiziali e messi imperiali tosto le sopivano. Abbiam solamente veduta fin qui una discordia civile in Milano. Se è vera la guerra suddetta, già cominciamo a scorgere che le città d'Italia alzano la testa, e si attribuiscono ovvero si usurpano il diritto regale di far guerra. Vedremo andar crescendo questa musica, la quale si tirò dietro col tempo una gran mutazione di cose in Italia. Ancor questo potrebbe parere indizio che allora la Toscana fosse senza un capo, cioè senza un marchese, la cui autorità tenesse a freno o troncasse somiglianti discordie. Nota appunto il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.] sotto il presente anno che Pisa, Genova e Firenze cominciarono a far figura e ad acquistarsi gran nome; perciocchè, coll'esempio de' Veneziani, si diedero alla mercatura ed all'armi, e fecero flotte navali. Delle due prime città possiamo accordarci con lui; ma per conto di Firenze, cominciò ella [77] più tardi a salir in potenza e ricchezza, e a segnalarsi nell'armi. Per altro conviene andar ritenuto in credere tutto ciò che narrano i suddetti Annali, e, dopo di essi, il Tronci [Tronci, Annal. Pisan.], di tante prodezze dei Pisani coi lor vicini in questi tempi. Altri d'essi Annali raccontano all'anno 1002 la suddetta sconfitta de' Lucchesi ad Acqualunga. Poscia all'anno presente narrano che Lucani cum magno exercitu Lombardorum venerunt usque ad Pappianam, et Pisani eos fugaverunt usque ad Ripam Fractam. Non è sì facilmente da credere una tale armata de' Lucchesi, perchè non per anche i popoli d'Italia aveano scosso il giogo, nè soleano far tanto i bravi l'un contra l'altro. Secondochè osservò il cardinal Baronio, in quest'anno la peste infierì non poco in Roma. Confermò ancora il re Arrigo tutti i suoi beni e privilegii alla chiesa di Cremona con un diploma dato [Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.] VII idus octubris, Indictione II, anno ab Incarnatione Domini MIIII, anno vero domni Henrici secundi regis II. Datum in Agidburgo. A Giovanni Petrella duca di Amalfi succedette in questo anno Sergio suo figliuolo, il quale avendo dichiarato suo collega nel governo Giovanni suo figliuolo, dopo tredici anni fu scacciato dal popolo, mal soddisfatto di lui [Ibid., tom. 1, pag. 120.]. Nell'anno poscia 1019 lo stesso Giovanni juniore fu di nuovo proclamato duca, e regnò tredici anni.


   
Anno di Cristo MV. Indizione III.
Giovanni XVIII papa 3.
Ardoino re d'Italia 4.
Arrigo II re di Germania 4, d'Italia 2.

Qualor si voglia prestar fede agli Annali pisani, fuit capta Pisa a Saracenis [Annal. Pisan., tom. 6 Rer. Ital.]. Il Tronci, storico di quella città, narra che i Pisani colla lor armata navale passarono in Calabria contra de' Saraceni, e trovatili [78] rifugiati nella città di Reggio, vi posero l'assedio, e datale aspra battaglia, se ne impadronirono, con mettere a fil di spada tutti quegl'infedeli, e dare il sacco alle lor case. Aggiugne che Musetto re saraceno, divenuto padrone della Sardegna, inteso che la città di Pisa si trovava allora sprovveduta di combattenti, per essere eglino andati in corso, venne con grossa armata, prese quella città, la saccheggiò, e ne bruciò quella parte che si chiamò poi Chinsica, perchè una donna chiamata Chinsica Gismondi, vedendo il pericolo della città, andò gridando al palazzo de' rettori della repubblica, e fece dar campana a martello; per la qual cosa i Barbari si diedero alla fuga. Fu poi alzata una statua a questa donna, e dato il nome di lei alla parte abbrugiata di essa città. V'ha delle contraddizioni in quel racconto, e, quanto a me, io il credo in parte favoloso. Forse il nome di Chinsica venne dalla lingua arabica a quella parte di Pisa, perchè ivi soleano abitare i mercatanti arabi ossia saraceni che venivano a trafficare in Pisa. Abbiamo dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che nell'anno XV di Pietro Orseolo II, doge di Venezia, il quale dovrebbe coincidere coll'anno presente o col susseguente, una terribil carestia e moria fu non solamente in Venezia, ma per tutto il mondo, in guisa che innumerabil gente perì. Fra gli altri che restarono preda di questo malore, si contò Giovanni figliuolo d'esso doge e suo collega nel ducato. E da lì a sedici dì soggiacque al medesimo funesto influsso anche Maria sua moglie, quella stessa ch'egli avea condotta da Costantinopoli, sorella di Romano, poscia imperadore de' Greci, come di sopra vedemmo all'anno 999. Di questa donna s'ha da intendere ciò che scrive san Pier Damiano colle seguenti parole [Petrus Damian., Opuscul. de Instit. Monial. cap. 11.]: Dux Venetiarum constantipolitanae urbis civem habebat uxorem, quae nimirum tam tenere, tam delicate vivebat, et non modo [79] superstitiosa, ut ita loquar, se se jucunditate mulcebat, ut etiam communibus se aquis dedignaretur abluere; sed ejus servi rorem coeli satagebant undecumque colligere, ex quo sibi laboriosum satis balneum procurarent (lo creda chi vuole). Cibos quoque suos manibus non tangebat, sed ab eunuchis ejus alimenta quaeque minutius concidebantur in frusta; quae mox illa quibusdam fuscinulis aureis atque bidentibus ori suo liguriens adhibebat. Ejus porro cubiculum tot thymiamatum aromatumque generibus redundabat, ut et nobis narrare tantum dedecus foeteat, et auditor forte non credat. Seguita poscia a dire che Dio colpì la vanità e superbia di questa donna, perchè corpus ejus omne computruit, ita ut membra corporis undique cuncta marcescerent, totumque cubiculum intolerabili prorsus foetore complerent. In tale stato, fuggita da tutti, terminò la sua vita questa vanissima principessa. Si ingannò il Dandolo, riferendo parte di queste parole di san Pier Damiano a' tempi di Domenico Silvio che fu eletto doge di Venezia nell'anno 1071. A questi tempi appartiene un tal fatto. Ma perciocchè l'abbate urspergense [Urspergensis, in Chronico.] mette la fame sotto l'anno precedente, nel quale parimente accadde la peste, per testimonianza del cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], potrebbe taluno credere che a quell'anno si avesse da riferire l'avvenimento suddetto. Parla Ermanno Contratto [Ermannus Contract., in Chronic.] di questa carestia all'anno presente. All'incontro Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] e gli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] la mettono nell'anno seguente. Attese in questo anno il re Arrigo a domar Boleslao occupator della Boemia, e il ridusse a capitolar con giubilo di tutti i popoli. Stando in Utrecht confermò i privilegii del monistero ambrosiano con diploma [Puricellius Monument. Basil. Ambrosian.] dato anno dominicae Incarnationis MV Indictione III, anno vero domni Heinrici II, regis [80] III, data VI nonas maii. Actum Trajectum.


   
Anno di Cristo MVI. Indizione IV.
Giovanni XVIII papa 4.
Ardoino re d'Italia 5.
Arrigo II re di Germania 5, d'Italia 3.

Forse perchè nell'anno presente fu l'Italia, anzi l'Europa tutta, afflitta dalla carestia e pestilenza, di cui s'è fatta menzione nel precedente anno, la storia è assai digiuna di fatti, e massimamente l'italiana. Della Germania altro non sappiamo, se non che Baldovino conte di Fiandra, per avere occupata la città di Valenciennes, appartenente alla marca della Lorena, e sottoposta allora al regno germanico, obbligò il re Arrigo ad impugnar l'armi contra di lui, ma con poco profitto. Però fu riserbata all'anno venturo la maniera più propria di metterlo in dovere. Grande affetto avea preso il buon re Arrigo alla chiesa di Bamberga, con desiderare specialmente di farne un vescovato. Però ne cominciò con vigore in quest'anno il negoziato, ma ritrovando renitente Arrigo vescovo di Virtzburg, ossia d'Erbipoli, per lo smembramento che si voleva far della sua diocesi [Acta Sanctor. Bollandi ad diem 14 julii.], solamente nell'anno seguente ebbe compimento la di lui premura. Negli Annali pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] abbiamo sotto il presente anno, che fecerunt Pisani bellum cum Saracenis ad Rhegium, et gratia Dei vicerunt illos in die sancti Sixti. Questa è la vittoria riferita dal Tronci all'anno precedente. Ma altro è l'avere sconfitti i Saraceni ad Rhegium, altro l'essersi impadroniti, come vuole esso Tronci, di quella città, perchè di ciò non resta vestigio. Leggesi presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Clusin.] un placito tenuto anno Incarnationis Domini MVI, Indictione IV, quarto nonas aprilis dal re Arrigo [81] in Germania, dove fu agitata una lite fra Arialdo vescovo di Chiusi in Toscana, e Guinizone abbate del monistero di san Salvatore di Monte Amiato, e Bosone abbate di santo Antimo. Il suo principio è questo: Dum resideret domnus Henricus rex in caminata in Castello hereditatis suae, quod dicitur Novum Burgum (Neoburgo) alla presenza di alcuni vescovi ed abbati. Fra gl'Italiani v'intervennero Olderico vescovo di Trento e lo stesso vescovo di Chiusi, Ivizone abbate leonense sul Bresciano, Ugo abbate di Farfa, Buono abbate di Ravenna, Ildeberto abbate di Siena, Giovanni abbate forse di Lucca, Ildebrando, Rinieri e Ardingo conti, probabilmente di Toscana, Pietro Traversario da Ravenna, e i messi dei vescovi di Arezzo e di Siena. Ecco come gl'Italiani frequentavano in questi tempi la corte del re Arrigo, e massimamente gli abbati, tutti per loro negozii, e per impetrar privilegii, o beni, o giustizia, giacchè non mancavano mai prepotenti che usurpavano ai monisteri gli stabili con quella stessa facilità con cui i monaci gli acquistavano.


   
Anno di Cristo MVII. Indizione V.
Giovanni XVIII papa 5.
Ardoino re d'Italia 6.
Arrigo II re di Germania 6, d'Italia 4.

Esige ben la storia d'Italia che a quest'anno si faccia menzione di Fulberto creato circa questi tempi, come comunemente vien creduto, vescovo di Sciartres (Carnutum) in Francia. Siccome osservò il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 992.], fondamento c'è di tenerlo per nato in Italia. Bassi ben furono i natali suoi, ma passato in Francia, per l'elevatezza dell'ingegno e saper suo, meritò d'essere innalzato a quella cattedra. Aveva avuto in Rems per maestro Gerberto, che fu poi papa Silvestro II. Aprì anch'egli scuola, e la continuò anche dopo essere [82] salito al vescovato; e dalla medesima uscirono poi eccellenti discepoli. Più celebre scuola di questa non v'era allora tra i Franzesi. Le opere di così insigne prelato sono assai note nella storia letteraria. Già avea Tedaldo marchese, filius quondam Adalberti itemque marchio, avolo della celebre contessa Matilda, ridotto a perfezione il magnifico monistero di san Benedetto, situato tra il Po e il fiumicello Larione, oggidì appellato di Polirone. Al medesimo fece egli un'amplissima donazione di beni in quest'anno. Presso il padre Bacchini [Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Appendice.] si legge lo strumento stipulato infra Rocca Canossa, con queste note: Henricus Dei gratia rex, anno regni ejus, Deo propitio, hic in Italia quarto, mense junii, Indictione V. Dal che impariamo che in Italia si usava l'epoca particolare del regno italico diversa da quella del germanico. Un'altra donazione parimente da lui fatta al monistero medesimo si vede scritta anno millesimo septimo, Indictione quinta, secundo die intrante mense aprilis, senza apporvi gli anni del re. Comunemente si crede ch'esso marchese Tedaldo desse fine in quest'anno ai suoi giorni. Io non ne sono abbastanza persuaso, siccome dirò qui sotto all'anno 1012. Nel presente riuscì al re Arrigo di appagar le sue piissime voglie con ergere in vescovato e dotare magnificamente la chiesa di Bamberga, e sottoporla al solo romano pontefice. Fu confermato quest'atto con sua bolla particolare data in quest'anno da Giovanni XVIII papa, come si legge presso l'Hofmanno [Hofmannus, Annal. Bambergens.] ed altri scrittori [Apud Ludewig, tom. 1. Scriptor. Bamberg.]. Con gagliardo esercito passò circa questi tempi il medesimo re Arrigo la Schelda contro di Baldovino conte di Fiandra, il quale veggendo di non potere resistere, si gittò alla misericordia di lui, e ne ottenne buona capitolazione. Si riaccese anche la guerra fra esso re Arrigo e Boleslao duca di Polonia e degli Sclavi. [83] Questo è poi l'anno in cui venne alla luce in Ravenna Pietro Damiano, grande ornamento del secolo presente [Petrus Damian., Opuscul. 67, cap. 5.]. Fu il suo nome Pietro di Damiano, cioè Pietro fratello di Damiano. Confessa egli in più di un luogo che attese allo studio delle lettere prima in Faenza, poscia in Parma; il che ci dà a conoscere che le lettere a poco a poco risorgeano anche in Italia. Terminò il corso di sua vita in quest'anno Landolfo IV principe di Capua [Camillus Peregrinius, Histor. Princip. Langobard.], soprannominato da santa Agata, nel dì 24 di luglio, e lasciò successore nel principato Pandolfo IV. Andavano di male in peggio gli affari della Chiesa di Cremona. Non fu sì presto uscito del mondo Odelrico ossia Olderico vescovo di quella Chiesa, che i beni d'essa patirono non lieve detrimento. Gli succedette Landolfo cappellano del re Arrigo, il quale nell'anno presente ottenne da esso re un diploma di protezione per la sua Chiesa [Antiquit. Italic., Dissert. LXI.], anno dominicae Incarnationis MVII, Indictione V, anno regni domni Heinrici regis secundi regnantis VI (questa è l'epoca del regno germanico). Actum Polede. In Milano Fulcoino figliuolo di Bernardo, vivente secondo la legge salica, fondò in quest'anno la collegiata di santa Maria, oggidì appellata Folcorina. Lo strumento ha queste note: Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus quarto, VIII die mensis octobris, Indictione ingrediente sexta. Ancor qui abbiamo l'epoca del regno d'Italia del re Arrigo.


   
Anno di Cristo MVIII. Indizione VI.
Giovanni XVIII papa 6.
Ardoino re d'Italia 7.
Arrigo II re di Germania 7, d'Italia 5.

Ebbe in quest'anno degli aspri affari il re Arrigo per cagione di uno dei fratelli della imperadrice Cunigonda sua [84] moglie, chiamato Adalberone. Essendo vacata l'archiepiscopale chiesa di Treveri, fu egli eletto, benchè mal volentieri, da quel clero e popolo per arcivescovo. Ma non vi consentì il re Arrigo, da cui fu data quella chiesa a Megingaudo, camerario di Willigiso arcivescovo di Magonza [Hermannus Contractus, in Chron.]. Per questa cagione insorse guerra fra esso re e lo stesso Adalberone, al quale furono in aiuto Teodorico vescovo di Metz, Arrigo duca di Baviera, suoi fratelli. Li soggiogò il re Arrigo, e tolse poi il ducato al cognato Arrigo. Intorno a che si possono leggere gli Annali di Treveri del Browero [Browerus, Annal. Trevirens.]. Gl'imperadori greci possedevano in questi tempi quasi tutta la Puglia, cominciando da Ascoli, e seguitando la costa dell'Adriatico, a riserva di Siponto e del monte Gargano, dipendenti dal principato di Benevento. Erano anche in possesso della maggior parte della Calabria, con ritenere ancora qualche sovranità o autorità almeno nei ducati di Napoli, Amalfi e Gaeta. Soleano chiamar Longobardia quegli Stati e mandarvi un governator generale col nome di catapano, come già accennammo. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che nell'anno 1006 Xifea catapano era venuto a quel governo. Ma essendo egli mancato di vita nell'anno appresso, in quest'anno descendit Curcua patricius mense maii, cioè fu inviato per governatore d'essa minor Lombardia. Pare che in quest'anno il re Arrigo confermasse i suoi privilegii e beni al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza con un diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.], dato anno dominicae Incarnationis millesimo octavo, Indictione V, anno vero domni Heinrici secundi regis, regnantis VI. Actum in Ingelheim. Ma qui v'ha errore, o nell'anno, e si dee scrivere millesimo septimo, ovvero nell'indizione, e si dee leggere Indictione VI. Ed è considerabile che nè in [85] questo, nè nell'altro diploma, accennato all'anno precedente, non comparisce il giorno, nè il mese, contro il costume delle regali cancellerie. Anche il padre Mabillone [Mabillon., de Re Diplomatica.] osservò questo rito o difetto in altri diplomi d'esso re Arrigo. Nell'archivio del monistero di Subiaco si legge una bolla o strumento con queste note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Johanni summi pontifici XVIII papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli V, Indictione VI, mense junii die VI, cioè nell'anno presente. Vo io tuttavia contando gli anni del re Ardoino; perciocchè sebbene ha creduto più d'uno scrittore che egli dopo la venuta in Italia del re Arrigo, e dopo la di lui coronazione, decadesse affatto dal soglio reale, pure è certo che egli ritenne circa nove anni ancora non solamente il titolo di re, ma anche ne esercitò l'autorità in molti luoghi. Allorchè gli convenne cedere al re Arrigo, egli si ritirò nelle fortezze del Piemonte in salvo. Ma non sì tosto uscì Arrigo d'Italia, che Ardoino tornò ad alzare la testa, e trovando specialmente inviperito il popolo di Pavia contro dei Tedeschi per l'immenso danno recato colla spada e col fuoco alla lor città, si può facilmente credere che fu quivi di nuovo riconosciuto per re. Porta il Guichenon [Guichenon Bibliot. Sebus Centur. II, cap. 3.] una donazione fatta alla cattedrale di Pavia da Ottone conte, chiamato ivi filius serenissimi domini, et metuendissimi patris mei domini Ardoini regis. Lo strumento ha queste note: Ardoinus divina tribuente gratia piissimus rex, anno regni ejus propitio septimo, Indictione VII. Manca il mese e il giorno, con restare incerto se fosse fatta quell'offerta negli ultimi quattro mesi dell'anno corrente, o nei due primi del seguente. Lo strumento è sottoscritto dallo stesso re Ardoino, e vi si legge: Actum apud Papiam in palatio juxta ecclesiam sancti Michaelis. Sicchè abbiam [86] qualche fondamento di credere ritornato questo re al suo comando in Pavia.


   
Anno di Cristo MIX. Indizione VII.
Sergio IV papa 1.
Ardoino re d'Italia 8.
Arrigo II re di Germania 8, d'Italia 6.

Giunse al fine di sua vita in quest'anno, senza sapersene il più preciso tempo, Giovanni XVIII papa, che da Ditmaro è chiamato Phasan [Ditmarus, in fine, lib. 6.], e dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.] Phasianus, idest Gallus cioè fagiano. Uno strumento si legge nel monistero di Subbiaco, che porta le seguenti note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Johanni summi pontifici et universali XVIII papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli sexto, Indictione septima, mensis januarii die XI, cioè nel presente anno. Rapporta il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.] un epitaffio, che era nella basilica vaticana, attribuito da Motteo Veggio a questo papa. Lo riferisce ancora Pietro Manlio [Manlius tom. 7 Junii Act. Sanctor. Bolland.], ma con dirlo cujusdam Johannis papae. Non oserei io crederlo sepolcro di questo papa. Ivi si legge:

Nam graios svperans, eois partibvs vnam,

SCHISMATA PELLENDO, REDDIDIT ECCLESIAM.

Non è probabile che di questa gloriosa azione niuno avesse lasciata qualche menzione nella Storia ecclesiastica d'Oriente o d'Occidente. Egli è chiamato ancora

AVGVSTIS CARVS, GENTIBUS, ET TRIBVBVS.

Più convien questo titolo a qualche papa Giovanni, vivuto allorchè i greci Augusti signoreggiavano in Roma. Successore di questo pontefice fu Sergio IV, il quale, per attestato di Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 6.], [87] vocabatur Bucca Porci. Erano forse in voga ancora in quei tempi i soprannomi, molti dei quali, tuttochè fossero imposti più per vituperio che per onore, tuttavia passarono dipoi in cognomi di famiglia, siccome ho osservato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XLI.]. Negò il cardinal Baronio che questo papa portasse un tal soprannome, perchè dal suo epitaffio si scorge che prima del pontificato era chiamato Pietro.

SERGIUS EX PETRO SIC VOCITATVS ERAT.

Ma questo a nulla serve. Pietro fu il suo nome battesimale; ma per soprannome, secondo il costume d'allora, egli dovette essere chiamato Bocca di Porco, siccome il suo predecessore Giovanni fu soprannominato fasano, ossia fagiano. Per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.], in quest'anno pagò il tributo della natura Pietro Orseolo II doge di Venezia, principe glorioso per avere assaissimo ampliato il dominio veneto, sconfitti i Saraceni, e governati con somma prudenza e dolcezza i suoi popoli. Gli succedette circa il mese di marzo Ottone Orseolo suo figliuolo, dianzi creato suo collega, non inferiore nella religione e giustizia al padre, e ricchissimo di beni di fortuna. Ebbe egli per moglie una figliuola di Geiza duca di Ungheria, e sorella di santo Stefano, primo re regnante allora in quelle contrade, la quale gareggiava nelle virtù col fratello. Era, per testimonianza di Camillo Pellegrino [Camillus Peregrinius, Histor. Princip. Langobard.], in questi tempi principe di Capua Pandolfo IV. Prese egli per suo collega in quel principato Pandolfo II principe di Benevento, suo zio paterno. Non ne veggiamo assegnato il motivo; ma probabilmente fu, perchè mancandogli successione maschile, volle assicurare nei parenti suoi il principato. Abbiamo sotto questo anno da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] [88] che cecidit maxima nix, ex qua siccaverunt arbores olivae, et pisces et volatilia mortua sunt. Poscia aggiugne: Mense maii incoepta est rebellio: il che io intendo de' Pugliesi che cominciarono a ribellarsi ai Greci Et mense augusti apprehenderunt Saraceni civitatem Cosentiam (metropoli della Calabria) rupto foedere nominae Cayti Sati, cioè del generale dei Mori. Ancorchè Ardoino re avesse ripigliate le forze, e signoreggiasse, a mio credere, in Pavia, pure la maggior parte delle città del regno stava costante nella divozione e fedeltà giurata al re Arrigo, e fra queste Milano, Piacenza, Cremona. Landolfo vescovo appunto di Cremona ottenne in quest'anno da Arrigo un divieto a Lamberto, abate del monistero di san Lorenzo, situato presso a Cremona, di non poter alienare, livellare o contrattare in altre guise i beni di qual sacro luogo senza la licenza del vescovo suddetto, il quale poscia se ne abusò. Il diploma si dice dato [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.] VII idus octobris, anno ab Incarnatione Domini MVIIII, anno vero domni Henrici primi (scrivi secundi) regis VII. Actum Maideburg. Dovrebbe essere l'anno VIII, se pure non appartiene all'anno precedente: il che non si può comprendere per la mancanza dell'indizione. Ho veduta un'autentica donazione fatta in Correggio alla chiesa di san Michele, oggidì di san Quirino, con queste note: Enricus gratia Dei rex ic in Italia quinto, die quinto de mense octubris, Indictione octava, che appartiene all'anno presente. Sotto quest'anno ancora abbiamo dal Bollario casinense [Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXXV.] e dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.] una donazione fatta alla badia di santa Maria di Firenze, anno ab Incarnatione Domini nono post mille, pridie idus augusti, Indictione settima. Il suo principio è questo: Ego quidem Bonifatius inclitus marchio, filio domni Alberti, qui fuit comes, qui professus sum legem vivere [89] Ribuariorum. Lo strumento fu stipulato in loco Palanoro territorio motinense. Dove fosse questo Planoro del contado di Modena, nol saprei dire. Pianoro si trova sulle montagne di Bologna, Pianorso in quelle di Modena. Meno poi so di qual contrada fosse marchese questo Bonifazio. Cosimo della Rena nella seconda parte, a noi promessa, ma non mai data, della Serie dei duchi di Toscana, pare che inclinasse a crederlo duca di Toscana. Non c'è fondamento alcuno per sì fatta opinione. I duchi, marchesi, conti e signori grandi per lo più possedeano allora dei beni in varie parti d'Italia; nè basta una donazione di beni privati, fatta da alcun di essi in qualche territorio, per argomentare il dominio principesco di questo Bonifazio marchese, vivente secondo la legge ripuaria, ho io trattato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXII.], con crederlo discendente da quel Bonifazio che già vedemmo duca di Spoleti e marchese di Camerino, e da Teobaldo parimente duca e marchese di quelle contrade nel secolo precedente. Ma non apparisce punto se questo giovane Bonifazio governasse marca alcuna: e certamente egli fu personaggio diverso da Bonifazio, marchese padre della gran contessa Matilda.


   
Anno di Cristo MX. Indizione VIII.
Sergio IV papa 2.
Ardoino re d'Italia 9.
Arrigo II re di Germania 9, d'Italia 7.

Se vogliam qui prestar fede a Giovanni Villani [Giovanni Villani, Istor., lib. 4, cap. 5.] che, narrando avvenimenti lontani dai suoi tempi, ci conta bene spesso delle favole, oppure con favolose particolarità sconcia i fatti veri, in quest'anno i Fiorentini, mirando da gran tempo di mal occhio la vicina città di Fiesole, con inganno finalmente se ne fecero padroni. Nel dì solenne di san Romolo, protettore dei Fiesolani, mentre quel popolo era intento alla festa, spedirono [90] i Fiorentini colà una mano de' loro giovani segretamente armati, che presero le porte, e diedero campo all'esercito d'essi Fiorentini d'impadronirsi di quella città, con ismantellarla poi tutta, e ridurre quel popolo a Firenze. Questo racconto passò dipoi in tutte le storie fiorentine, non mancando nondimeno altri scrittori moderni che tengono succeduto un tal fatto nell'anno 1024. Credane il lettor ciò che vuole. Quanto a me, vo assai lento a persuadermi cotali bravure in questi tempi, nei quali le città d'Italia non aveano per anche nè facoltà nè uso di muover l'armi da sè, nè di distruggersi l'una l'altra. Molto meno credo che in questi tempi, come vuole Scipione Ammirati [Ammirati, Istor. Fiorent.] con altri, fosse duca di Toscana Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda. Niuna pruova di questo viene addotta; e senza pruove l'asserir cose antiche, non è diverso dal fabbricar nelle nuvole. Leggesi sotto quest'anno una magnifica donazione fatta ai canonici di Ferrara da Ingone, vescovo di quella città, con uno strumento scritto [Antiquit. Ital., Dissert. LXV.], pontificatus domni nostri Sergii summi pontificis et universalis papae in apostolica sacratissima beati Petri sede anno primo, regnante vero domno Enrico rege a Deo coronato, pacifico, magno, in Italia septimo (dovrebbe essere sexto) die tertia mensis februarii, Indictione octava. Ferrariae. Si osservi come in Ferrara sono contati gli anni di Arrigo re d'Italia. In questi tempi, per la Toscana specialmente e pel ducato di Spoleti, san Romoaldo abbate spargeva odore di gran santità, edificava monisteri, e dilatava l'ordine religioso che si chiamò camaldolese, e fu una riforma del benedettino in Italia. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] nell'anno presente, che Curcua patrizio, governatore degli Stati posseduti dai Greci in Italia, diede fine a' suoi giorni, e in luogo suo venne a quel governo Basilio catapano nel mese [91] di marzo con un corpo di milizie tratte dalla Macedonia. Aggiugne questo scrittore che Syllistus incendit multos homines in civitate Trani. Da un altro testo si ha che Langobardia (così chiamavano i Greci, come già si accennò, gli Stati loro in Italia) rebellavit a Caesare (cioè dal greco Augusto) opera Melo ducis. Isque accurrens praeliatus est Barum contra Barenses, ubi ipsi obierunt. Questo Melo di nazion longobarda, siccome c'insegna Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 37.], barensium civium, immo totius Apuliae primus, et clarior erat, strenuissimus valde ac prudentissimus vir. Sed quum superbiam, insolentiamque, ac nequitiam Graecorum, qui non multo antea, tempore scilicet primi Octonis, Apuliam sibi Calabriamque, sociatis in auxilium suum Danis, Russis, et Gualanis, vindicaverunt, Apuli ferre non possent, cum eodem Melo, et cum Datto quodam aeque nobilissimo, ipsiusque Meli cognato, tamdem rebellant. Che strepitose conseguenze si tirasse seco questa ribellion dei Pugliesi, l'andremo a poco a poco scorgendo. Abbiamo da Ademaro [Ademarus, in Chron. apud Labbe.] e da Glabro [Glaber Rodulfus, in Chronico.] che circa questi tempi i Saraceni infierirono sotto varii pretesti contra dei Cristiani abitanti in Gerusalemme, con ucciderne assaissimi, e forzarli ad abiurare la fede di Cristo. Diroccarono eziandio la basilica del santo Sepolcro con varie altre chiese. Era allora Gerusalemme sottoposta al califa ossia al sultano dell'Egitto, e non già ai Turchi. Fecero ancora i Saraceni dimoranti in Italia, oppure in Sicilia, una battaglia, per attestato del suddetto protospata, coi Greci a Monte Peloso, non lungi dal distretto di Bari, unde peremptus est dux, senza sapersi se dei Greci o dei Mori.

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Anno di Cristo MXI. Indizione IX.
Sergio IV papa 3.
Ardoino re d'Italia 10.
Arrigo II re di Germania 10, d'Italia 8.

Già ho accennata la ribellione dei Pugliesi, capo de' quali era Melo, con essersi sottratti al dominio dei Greci. Scrive Romualdo salernitano [Romualdus Salern., in Chron. l. 6 Rer. Ital.]: Anno MXI, Indictione IX, fames validam Italiam obtinuit. Quo tempore Mel catipanus cum Normannis Apuliam impugnabat. Ecco il catipanus o catapanus, adoperato invece di capitanus, o capitaneus. Ma questo storico anticipa di troppo la venuta dei Normanni a guerreggiare in Puglia. Potrebbe ben essere che nell'anno presente seguisse l'assedio di Bari fatto da Basilio generale dei Greci, ed accennato da Leone ostiense. In un testo di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] pare che tale assedio sia narrato all'anno precedente. In un altro è posto sotto l'anno 1013. Forse anche la ribellione dei Pugliesi non divampò se non in quest'anno, oppure nel seguente, perchè lo storico greco Curopalata [Curopalata.] mette nei primi mesi dell'anno presente alcune disgrazie che servirono di preludio. Comunque sia, abbiamo dall'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 37.], che ancorchè entro essa città di Bari assistesse Melo alla difesa, pure quel popolo vilmente sosteneva il peso degli assalti; e però dopo un mese d'assedio trattarono di rendersi e di dar lo stesso Melo in mano de' Greci. Ebbe Melo conoscenza di questa trama, e la fortuna di salvarsi segretamente in compagnia di Datto, con rifugiarsi in Ascoli, città che s'era anch'essa ribellata. Quivi fu di nuovo assediato, laonde una notte gli convenne fuggire anche di là insieme con Datto, e ritirarsi a Benevento. Poscia andò a Salerno, [93] indi a Capoa, meditando sempre le maniere di liberar la sua patria dalla tirannia de' Greci, e studiandosi di muovere que' principi in aiuto suo. Ebbe nuova guerra in quest'anno il re Arrigo con Boleslao duca di Polonia [Annalista Saxo. Hermannus Contractus, in Chron.]. Con gran solennità fece il re Arrigo [Marianus Scotus, in Chron. Ditmar., Chron., lib. 6.] dedicare anche nel presente anno (se pure non fu piuttosto nel seguente) la chiesa di Bamberga. Giovanni patriarca d'Aquileia con più di trenta vescovi fece quella sacra funzione. Ci somministra a quest'anno il Guichenon [Guichenon, Bibliothec. Sebus Centur. II, cap. 10.] una donazione fatta dal re Ardoino a san Siro, cioè alla cattedrale di Pavia, pro anima patris nostri Doddonis, et pro anima patrui nostri domni Adalberti, rogante domno Willelmo marchione carissimo consobrino germano nostro. Tale atto fu scritto anno dominicae Incarnationis MXI, tertio kalendas aprilis, Indictione IX. Actum Bobii in episcopali palatio. È osservabile che non compariscono qui gli anni del suo regno. Scorgiamo poi che il dominio di esso re Ardoino si stendeva anche nella città di Bobbio, situata sulla Trebbia, ventiquattro miglia sopra di Piacenza. Se è vero questo documento, converrà dire che prima dell'anno 1014, cioè prima di quel che pensasse l'Ughelli [Ughell. Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.], fosse creato il primo vescovo di Bobbio. Ma Ditmaro [Ditmarus, Chron., lib. 7.], storico di questi tempi, ci assicura che quel vescovo fu istituito nell'anno 1014, e però fondamento giusto ci è di dubitare della legittimità di questo documento. Qualora poi si potesse provare, come pensò il suddetto Guichenon [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 2.], che Berengario II re d'Italia avesse avuto un figliuolo chiamato Doddone ossia Oddone, noi potremmo [94] dedurre dal documento suddetto, che il re Ardoino fosse nipote di lui, e per pretensioni ereditarie avesse conseguito la corona d'Italia. Perciocchè in tal caso Adalberto, zio paterno d'esso Ardoino, sarebbe quel medesimo che abbiam veduto re d'Italia, scacciato da Ottone il Grande. E Guglielmo marchese, qui nominato, sarebbe Otton Guglielmo figliuolo di esso re Adalberto, che in questi tempi tuttavia vivente era conte ossia duca di Borgogna. Ma io non so che Berengario II avesse se non tre figliuoli, cioè Adalberto, Conone, ossia Corrado, e Guido; e qui poi si tratta di un documento che non è affatto sicuro. Per testimonianza del padre Mabillone [Mabillonius, Annal. Benedict. ad hunc annum.], in quest'anno, undecima die decembris, anno Sergii papae tertio, tenuto fu un placito in Roma davanti a Giovanni patrizio, e a Crescenzio prefetto della città, in cui Guido abbate del monistero di Farfa vinse una casa di ragione del suo monistero. Resta a noi ignoto come allora si regolasse il governo di Roma. Era in questi tempi console e duca di Napoli Sergio IV mentovato da Leone ostiense, e in un documento da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Disser. V, pag. 195.].


   
Anno di Cristo MXII. Indizione X.
Benedetto VIII papa 1.
Ardoino re d'Italia 11.
Arrigo II re di Germania 11, di Italia 9.

Scrive Ermanno Contratto [Ermannus Contractus, in Chron.] che in quest'anno fu chiamato da Dio all'altra vita Corrado duca di Carintia. Questi era figliuolo di Ottone, duca parimente di Carintia e marchese della marca di Verona, da noi menzionato di sopra, e fratello di Brunone, cioè del già papa Gregorio V. Lasciò dopo di sè un figliuolo appellato anch'esso Corrado. Ma il re [95] Arrigo, forse perchè questo principe si trovava in età non per anche capace da governar popoli, conferì il ducato suddetto della Carintia ad Adalberone, giacchè non erano per anche stabilite le leggi feudali usate oggidì. Ho io prodotto un placito [Antichità Estensi, P. I, cap. 11.] tenuto nell'anno seguente fuori di Verona da esso Adalberone, chiamato ivi Adalperio dux istius marchiae. Se Ottone fu nello stesso tempo duca di Carintia e marchese di Verona, e tale veggiamo ancora che fu il suddetto Adalberone, per conseguenza intendiamo che anche Corrado duca di Carintia, morto in quest'anno, dovette essere marchese di Verona. Andavano allora congiunti questi due governi. Fra i documenti pubblicati dal padre Bacchini [Bacchini, Istor. del Monist. di Polirone nell'Append.] nella Storia del monistero di Polirone abbiamo una donazione fatta ad esso monistero da Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda, esistente in Pigognaga, oggidì terra del Mantovano. Le note son queste: Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus Leo propitio, in Italia nono, VIII kalendas augustus, Indictione decima, cioè nell'anno presente. Egli s'intitola nella seguente forma: Ego in Dei nomine Bonifacius marchio, filius domni Theudaldi itemque marchio qui professo sum ex natione mea lege vivere Langobardorum. Han creduto il Sigonio, il Fiorentini ed altri moderni che Tedaldo marchese, padre d'esso Bonifazio, cessasse di vivere nell'anno 1007. Ma non trovandosi qui segno alcuno che Tedaldo fosse morto, cioè non comparendo il quondam, usitata parola per tale effetto; ed essendo simile questa formola all'altra che abbiam veduto nella donazione fatta dal medesimo marchese Bonifazio nell'anno 1004, quanto a me, sospendo la credenza della di lui morte in quell'anno. Per altro abbiam già osservato introdotto il costume, che vivente ancora il padre marchese, i figliuoli talvolta venivano decorati del [96] medesimo titolo per concessione, credo io, degli imperadori ossia dei re d'Italia. Abbiamo nella Cronica del monistero di Volturno [Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1. Rer. Ital.] una bolla data da papa Sergio IV in favor di quell'insigne monistero, con queste note: Data V kalendas martii, anno Deo propitio, pontificatus domni nostri Sergii sanctissimi quarti papae, sedente anno tertio, Indictione supradicta decima, cioè nell'anno presente. Altri atti del medesimo papa spettanti al marzo e all'aprile di quest'anno son citati dal padre Mabillone, ed uno del dì 16 di giugno del cardinal Baronio. Però ragionevolmente dopo il padre Papebrochio pensò il padre Pagi, che questo pontefice passasse a miglior vita prima dell'agosto dell'anno presente, e che immediatamente gli succedesse Benedetto VIII, il quale in fatti si truova papa nel dì 2 d'esso mese d'agosto. Ciò costa da una carta d'accordo seguito fra Guido abbate di Farfa [Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] et inter Johannem. Domini gratia, ducem atque marchionem, necnon et Crescentium, Dei nutu, honorabilem comitem germanum ipsius, de curte, quae vocatur sancti Getulii. Fu stipulato quello strumento nello stesso monistero di Farfa, anno Deo, propitio, pontificatus domni nostri Benedicti summi et universalis octavi papae primo, Indictione X, mense augusto, die XXII. La moglie di Crescenzio conte viene appellata Hitta illustrissima ducatrice.

Non sappiam bene se il monistero di Farfa posto nella Sabina, il quale nei tempi addietro era compreso nel ducato di Spoleti, fosse in questi tempi suggetto al temporal dominio dei papi. Ne ho io sospetto, al vedere mentovati nei cataloghi anteposti alla cronica di Farfa Leo dux sabinensis, Rayno dux sabinensis, e Joseph dux sabinensis, con trovarsi poi degli altri che altro non portano se non il titolo di comes sabinensis. I primi paiono ministri del papa, gli altri dell'imperadore, ossia del re d'Italia. Per altro, [97] essendosi finora osservato che il dux et marchio soleva indicare chi era duca di Spoleti e marchese di Camerino, inclinerei a credere che quel Johannes dux et marchio avesse goduto amendue quei governi, succeduto forse ad Ugo già marchese di Toscana. Leggesi poi nel Bollario casinense [Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LXXVI.] un diploma del re Arrigo, dato pridie idus maij, anno dominicae Incarnationis MXII, Indictione decima, domni vero Henrici regis secundi regnantis X. Actum Pavenberg, cioè in Bamberga. Conferma egli alla badia di Firenze le corti, quas quondam Bonifacius marchio per chartulas offersionis eidem tradidit monisterio, cioè donate, come di sopra vedemmo nell'anno 1009, da Bonifazio marchese figliuolo di Adalberto conte, vivente secondo la legge ripuaria, e differente dal padre della contessa Matilda. Siccome ho io con chiari documenti provato [Antichità Estensi, P. I, cap. 14 e 15.], da Oberto I marchese e conte del sacro palazzo, progenitore dei principi della casa d'Este, nacque Oberto II marchese; e questi ebbe due figliuoli, cioè Adalberto, ossia Alberto Azzo I, ed Ugo, amendue marchesi, vivente ancora il padre. Truovansi questi in Casal maggiore, terra di lor dominio, in quest'anno, dove fanno una donazione al vescovato di Cremona. Sono ivi appellati: Nos in Dei nomine Azzo et Ugo germanis, et filii Auberti marchio, qui professi sumus ex natione nostra lege vivere Longobardorum. Ipso namque genitor noster nobis consentiente, ec. Si sottoscrivono Azo, Ugo marchio, Otbertus marchio, cioè il loro vivente padre. Lo strumento si vede scritto: Enricus gratia dei rex, anno regni ejus, Deo propitio, hic in Italia octavo, VI kalendas martii, Indictione decima, cioè nell'anno presente. In un altro strumento parimente di quest'anno, scritto IX kalendas martii, sono chiamati Azo et Ugo germanis, et filii Uberti marchio. In un altro documento dell'anno 1011, sexto die mensis madii, Indictione IX, [98] Adelaide, ossia Adela comitissa et conjux Azoni marchio, compera varii beni. La stessa in un altro, stipulato sesto die mensis septembris dell'anno presente, dona beni posti in comitatu Auciense (oggidì lo Stato pallavicino tra Parma e Piacenza) al vescovato di Cremona. Quivi è appellata Adela comitissa, Conjus Azoni marchio, ec. ipso namque jugale et Mundoaldo meo mihi consentiente, et mihi cui supra Azoni praedictus, Otbertus genitor meus, similiter mihi consentiente. Col lume di sì fatti documenti andremo vedendo la continuazione dei principi appellati poscia marchesi d'Este. Ma papa Benedetto VIII poco di quiete potè godere nella sedia pontificia. Ditmaro [Ditmarus, Chronic., lib. 6, in fin.] ci fa sapere che egli nell'elezione ebbe per concorrente un certo Gregorio, il quale restò bensì allora inferiore nei voti, ma da lì a non molto divenne superiore nella forza, in maniera che papa Benedetto fu costretto ad uscire di Roma. Andossene egli in Germania a trovare il re Arrigo per raccomandarsi, alla di lui protezione, e celebrò con esso lui in Palithi il santo Natale. Allora fu che si concertò di creare imperadore Arrigo. Ne ardeva egli di voglia, e il papa conosceva anch'egli la necessità di mettere un Augusto sulle teste troppo allora caparbie e sediziose de' Romani. Quando e come tornasse il papa in Roma, prima che vi giugnesse Arrigo, non è a noi ben noto.


   
Anno di Cristo MXIII. Indizione XI.
Benedetto VIII papa 2.
Arduino re d'Italia 12.
Arrigo II re di Germania 12, d'Italia 10.

Già si è veduto che Ardoino re d'Italia avea ripigliato il dominio di Pavia e d'altre città, e si può credere che il Piemonte tutto aderisse a lui. Non abbiamo storia d'Italia che ci dia lume per gli avvenimenti d'allora. Contuttociò è facile ed insieme giusto l'immaginare che [99] durasse molto la guerra fra Ardoino e quei della sua fazione dall'una parte, e le città aderenti al re Arrigo dall'altra. Il solo Arnolfo, storico milanese di questo secolo [Arnulphus, Hist. Mediol., lib. 1, cap. 16.], ci ha lasciato due parole bastanti a farci conghietturare il resto. Così egli scrive: Verumtamen reassumtis interim viribus Ardoinus juxta posse ultionem exercet in perfidos. Siquidem postea Vercellensium urbem cepit, Novariam obsedit, Cumas invasit, multaque alia demolitus est loca sibi contraria. Siccome vedremo, pare che ciò avvenisse nell'anno seguente, come ancora osservò il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.], quantunque Arrigo allora fosse venuto in Italia, e fosse creato imperadore. Puossi ben conghietturare da questo che non dovettero godere gran calma le città aderenti in Lombardia ad Arrigo prima della di lui seconda venuta in Italia. Ora qui due importanti punti cominciano a trasparire nella storia d'Italia. L'uno è parer verisimile che da questi torbidi avesse principio la gara e l'odio implacabile che andrem da qui innanzi osservando fra le due nobilissime città di Milano e Pavia; giacchè la prima teneva per Arrigo, e l'altra per Ardoino: gara facile e familiare fra le città vicine, e massimamente se potenti, ma accresciuta fra queste due per la suddetta discordia, e per le pensioni dure che tengono dietro alla guerra. L'altro è che i popoli della Lombardia per questa occasione e necessità cominciarono ad imparare a maneggiar le armi da sè stessi, o per offendere altrui, o per difendere le proprie cose; il che loro inspirò animi più grandi, ed anche dell'orgoglio, di modo che presto li vedremo alzar la testa sin contro i sovrani, e tendere a gran passi alla libertà, e conseguirla in fine con un considerabile cambiamento di governi in Italia. Ma prima di narrar la seconda venuta del re Arrigo, raccoglieremo alcune altre poche notizie che riguardano l'anno presente. Leggesi una donazione [100] fatta da papa Benedetto VIII a Guido abbate di Farfa [Antiquit. Ital., Dissert. LVI.] anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontificis et universalis papae VIII in sacratissima sede beati Petri primo, Indictione XI, mense junio, die II. In quest'anno parimente die quinto mense madio, Indictione XI, Adalberone duca di Carintia, e marchese della marca di Verona, tenne un placito [Antichità Estensi, P. I, cap. 11.] in comitatu veronense in loco et fundo monasterii sancti Zenonis, non longe prope muros civitatis Veronense, dove fu decisa una causa in favore del nobilissimo monistero di san Zacheria di Venezia. Perchè quivi si trattava di una corte posta nel territorio di Monselice, di cui erano padroni allora i marchesi Alberto Azzo I ed Ugo fratelli, antenati della casa d'Este, perciò anch'essi v'assisterono, e il notaio scrisse la carta ex jussione domni Azoni et Ugoni marchionis. Abbiamo, oltre a ciò, un altro placito, tenuto dai suddetti due marchesi in Monselice (segno del loro dominio in quella riguardevol terra), anno domni Henrici regis hic in Italia decimo die mense madio, Indictione XI. Il suo principio è questo: Dum in Dei nomine in comitatu patavensi et in judiciaria montisillicana in praedicto loco Montesilice in mansione publica resideret domnus Azo et Ugo germanis marchiones, ec. Nelle sottoscrizioni si legge Adelbertus, qui Azo vocatur, ec. Ugo marchio, ec. Però cominciamo a scorgere in que' paesi i principi progenitori della casa d'Este, forse per eredità loro pervenuta da Ugo marchese di Toscana. Ed è ben verisimile che già possedessero Este, Rovigo, ed altre terre e castella che troveremo, andando innanzi, di loro giurisdizione. Dopo avere il re Arrigo dato buon sesto agli affari della Germania, e stabilita qualche concordia con Boleslao duca di Polonia, determinò di tornare per la seconda volta in Italia. Doveano essere frequenti e caldi gl'inviti che venivano dalle città di Lombardia, travagliate [101] dalle armi del re Ardoino. Ma quel che più stava a cuore al re Arrigo, era la protezione impresa di papa Benedetto VIII, e la brama di vedersi in capo la corona imperiale. Però sul finir dell'autunno [Annalista Saxo, et Annales Hildesheim.] colla regal consorte Cunegonda e con un possente esercito, al dispetto delle piogge dirotte e delle inondazioni dei fiumi, comparve in Italia; ed arrivato a Pavia, quivi Natale Domini honorifice celebravit. Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] scrive, che esso re in quest'anno fu in Ravenna, dove confermò abbate del monistero di santo Adalberto vicino al Po san Romoaldo, sommamente da lui venerato per la sua santità. Ho io pena a credere succeduto nell'anno presente un tal fatto. Contuttociò si vegga all'anno seguente. L'ingresso poi d'esso Arrigo in Pavia, senza che gli scrittori facciano menzione di opposizione alcuna, porge a noi motivo di credere che i Pavesi atterriti dalle forze di Arrigo tornassero, prima che egli arrivasse, alla di lui divozione senza farsi pregare, ed ottenessero il perdono.


   
Anno di Cristo MXIV. Indizione XII.
Benedetto VIII papa 3.
Arrigo II re di Germania 13, imperadore 1.
Ardoino re d'Italia 13.

Da Pavia, non ostante il verno, passò il re Arrigo a Ravenna, dove, per attestato dell'Annalista sassone [Annalista Saxo.], raunato un concilio, fece eleggere arcivescovo (se pur non era prima eletto) Arnoldo ossia Arnaldo suo fratello. Dacchè in quella città mancò di vita Federigo arcivescovo (probabilmente nell'anno 1004), un certo Adelberto avea senza legittima elezione e con male arti occupata quella sedia archiepiscopale, e detenuta finora. Poscia in Roma fece il re Arrigo consacrare da papa Benedetto VIII [102] questo suo fratello [Ditmarus, Chronic. lib. 7.]. Volle anche far degradare il suddetto Adalberto; ma alle preghiere di molte persone pie alteri praefecit ecclesiae, nomine Aricia. L'Annalista sassone dice: Arecinae praefecit ecclesiae. Crede il padre Mabillone ch'egli fosse creato vescovo d'Arezzo, ma presso l'Ughelli nulla si trova di lui. Sarebbe mai qui mentovata la Riccia, che in questi tempi godesse l'onore del vescovato? Poscia continuò il re Arrigo alla volta di Roma il suo viaggio. Secondo la testimonianza di Glabro Rodolfo [Glaber, Hist. lib. 1, in fine.], papa Benedetto VIII gli venne incontro: il che ci fa intendere che esso papa era già rimesso sul trono pontifizio. Ditmaro scrive che il papa l'aspettò a san Pietro: e questo era il costume. Abbiamo poi nei testi d'esso Ditmaro e dell'Annalista sassone che si fece la solenne coronazione imperiale di Arrigo e di Cunegonda sua moglie VI kalendas martii, cioè nel dì 24 di febbraio, die dominica. Ma non essendo caduto quel dì in domenica nell'anno presente, il padre Pagi con ragione pretende [Pagius, in Crit. Baron.] che la magnifica funzione si facesse XVI kalendas martii, cioè nel dì 14 di febbraio, giorno veramente di domenica. Abbiamo da Ditmaro che in quella solennità l'Augusto Arrigo, secondo fra i re, e primo fra gl'imperadori, comparve a senatoribus duodecim vallatus, quorum sex rasi barba, alii prolixa, mystice incedebant cum baculis. Prima di entrar nella basilica vaticana, secondo il costume, fu interrogato se voleva essere avvocato e difensore della Chiesa romana, e fedele al papa e ai suoi successori. Rispose con gran divozione di sì. Dopo di che ricevette colla moglie l'unzione e la corona imperiale. Nota il medesimo Ditmaro, e dopo lui l'Annalista sassone, che Giovanni figliuolo di Crescenzio, apostolicae sedis destructor, muneribus suis et promissionibus phaleratis regem palam [103] honoravit; sed imperatoriae dignitatis fastigium eum ascendere multum timuit, omnimodisque id prohibere clam tentavit. Abbiam trovato di sopra all'anno 1012 a Giovanni duca e marchese, sospettato da me duca di Spoleti, fratello di Crescenzio conte. Forse qui si parla di lui. Non amavano i Romani in que' tempi di avere sopra di sè un imperadore, perchè senza questo freno faceano ballare i papi come loro piaceva. Ed è anche da osservare ciò che il suddetto Ditmaro scrive [Ditmarus, lib. 6, in fine.]: Rex Henricus a papa Benedicto, qui tunc prae ceteris antecessoribus suis maxime dominabatur, mense februario in urbe Rumulea cum ineffabili honore suscipitur. A mio credere, vuol dire che i Romani aveano per molti anni addietro ritagliata di molto l'autorità temporale dei papi in Roma. Ma dacchè papa Benedetto ebbe fatto ricorso al re Arrigo, e se ne tornò a Roma, per paura d'esso re i potenti romani dovettero cedergli, in guisa che egli esercitava più di molti suoi antecessori la temporal signoria. Oppure gli Ottoni Augusti, e massimamente (per quanto vo io sospettando) il terzo, aveano accorciato non poco il temporale dominio dei romani pontefici, con averlo poi ricuperato il suddetto papa Benedetto VIII dal piissimo imperadore Arrigo regnante. A quest'anno rapporta il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccles.] il diploma che si pretende dato dall'Augusto Arrigo alla Chiesa romana, per confermare ad essa i suoi Stati temporali; e veramente ad altro anno che a questo non dee appartenere. Ma esso è una copia informe senza l'anno in cui fu dato, e senza gli anni del regno dell'imperio. Contiene eziandio varie notizie che patiscono difficoltà, siccome prima d'ora ho io altrove accennato [Piena Esposizione per la Controversia di Comacchio.]. Conviene aggiugnere qui ciò che osservò il padre Mabillone colle seguenti [104] parole [Mabill., Annal. Benedict. ad ann. 1014.]: Baronius ad hoc tempus revocat privilegium romanae Ecclesiae ab eodem imperatore concessum. At subscriptiones quaedam satis ostendunt, hoc esse posterioris temporis, quippe cui subscribit Richardus abbas fuldensis, qui vix ante annum MXXII hanc praefecturam iniit. Così colla sua solita modestia quell'insigne letterato, volendo anch'egli significare che il privilegio suddetto è finto, oppure interpolato.

Nell'ottavo giorno dopo la coronazione insorse una strepitosa rissa fra i Romani e Tedeschi sul ponte del Tevere, e molti caddero estinti dall'una parte e dall'altra. Si trovò essere stati autori di tale sconcerto germani tres, Hug, Hecil, Ecilin, non so se tre Tedeschi o tre fratelli. Furono presi, incarcerati, e poi condotti fra le catene in Germania. Che anche Arrigo, primo di questo nome fra gl'imperadori, godesse al pari de' suoi predecessori la sovranità in Roma, si raccoglie dal suo nome, enunziato con quello de' papi nelle monete e negli atti pubblici di Roma, e dall'avere anch'egli amministrata pubblicamente giustizia in essa città. Pubblicò il padre Mabillone [Idem, ibidem.] un insigne placito del medesimo Augusto, in cui per ordine suo fu decretato il possesso del castello di Bucciniano ad Ugo abate di Farfa. Igitur (quivi si legge) quum memoratus Heinricus Romam venisset, et intra basilicam beati Petri apostoli resideret ad legem et justitiam faciendam, ec. Da Roma s'incamminò l'Augusto Arrigo alla volta di Pavia. Ch'egli venisse per la Toscana, lo raccolgo da due diplomi da me pubblicati [Antiquit. Italic., Dissert. XVIII et LXII.], e dati nel medesimo luogo del contado di Pisa, il primo in favore del monistero antichissimo delle monache oggidì appellate di santa Giustina di Lucca, e l'altro in favore de' canonici d'Arezzo. Le note cronologiche son queste: Datum anno dominicae Incarnat. MXV, Indictione [105] XII, anno domni Heinrici imperatoris Augusti regnorum XII, imperii ejus I. Actum in comitatu pisano in villa, quae dicitur Fasiano. Io, nel pubblicar tali diplomi, li rapportai all'anno 1015, senza esaminare se in quell'anno Arrigo potesse soggiornare in Toscana. Ora veggo che appartengono al presente anno, ed essere quivi usato l'anno pisano, che nove mesi prima del nostro ha il suo principio. Dalla Toscana passò Arrigo a Ravenna, dove lasciò il fratello, cioè Arnolfo arcivescovo, il quale [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepiscop. Ravenn.] quartodecimo anno post millesimum divinitus mortalitatis assumtae, sub imperio clementissimi Augusti domni Henrici in tertio (si dee scrivere primo) anno, pridie kalendarum majarum, tenne un concilio provinciale in Ravenna, in cui annullò varii atti dell'usurpatore Adalberto. In passando poi per Piacenza l'imperadore confermò i suoi beni alla badia di Tolla con un diploma [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], dato anno dominicae Incarnationis MXIV, indictione XII, anno vero domni Heinrici regni ejus XIII, imperii autem primo. Actum Placentiae. Ancor qui, come in tanti altri d'esso Arrigo, manca il giorno e il mese. Giunto a Pavia, celebrò ivi la santa Pasqua, e diede un diploma in favore del monistero di san Salvatore. Actum Papiae [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXVIII.]. Quivi ancora, septimo die mensis madii, davanti a lui tenne un placito Ottone conte del palazzo, da me dato alla luce [Antichità Estensi, P. I, cap. 14.] coll'intervento di Oberto ed Anselmo fratelli marchesi. Poscia s'inviò verso la Germania, e passando per Verona, confermò i suoi privilegii alle monache di santa Giulia di Brescia [Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.]. Lo stesso fece in favore della badia di san Zenone di Verona con diploma dato XII kalendas junii (si osservi qui il giorno e mese) anno dominicae Incarnationis MXIIII, Indictione XII, anno domni Heinrici imperatoris Augusti regnantis XII, imperii vero ejus I. [106] Actum Veronae. Un altro suo diploma [Antiq. Italic., Dissert. XIX.] in favore del monistero veronese di santa Maria all'Organo è dato VIIII kalendas junii, Indictione XII, ec. Actum Liciana. Leggesi parimente un placito tenuto in quest'anno [Ibidem, Dissert. VIII.], quarto die mensis madii, in Pavia da Ottone conte del palazzo. Papa Benedetto VIII anch'egli in questo anno confermò al monistero di Farfa il castello di Bucciniano con bolla data [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] XV kalendas augusti, anno domni Benedicti papae octavi tertio, imperante domno Henrico, anno ejus primo. Se così era nell'originale, abbiamo di qui che questo pontefice dovette ottenere il papato prima del dì 18 di luglio dell'anno 1012. Ma non è cosa certa, perchè di sopra si legge scriptum in mense augusti. In fatti tenne questo papa un bel placito nel dì 2 di agosto dell'anno presente, per ricuperare il castello suddetto; e tal documento si legge presso il padre Mabillone e nella suddetta Cronica di Farfa. Ci somministra ancora la medesima Cronica un placito senza data, ma probabilmente circa quest'anno tenuto da Rainerius marchio, et dux in turri de Corgnito. Il trovarsi intorno a questi tempi Rinieri marchese di Toscana, fa ch'io il creda il medesimo enunciato in quella carta.

Arrivò felicemente l'Augusto Arrigo a Bamberga, e vi celebrò la festa di Pentecoste. Ma appena aveva egli messo il piede fuori d'Italia, che il re Ardoino più feroce che mai ripigliò l'armi, e ricominciò la guerra. È da sapere, per testimonianza di Ditmaro [Ditmarus, Chronic., lib. 6 et seq.], che esso Ardoino, all'avviso che Arrigo con gran potenza calava di nuovo in Italia, ben conoscendo di non poter cozzare con un re sì poderoso, gli spedì incontro degli ambasciatori, con esibirsi pronto a rinunziare la corona, purchè gli concedesse un certo contado. Il buon re, lasciatosi condurre da alcuni suoi consiglieri, rigettò l'offerta; ma egli [107] ad magnum suis familiaribus provenire damnum id postea persensit. Racconta dipoi lo stesso storico, che uscito d'Italia l'imperadore, Ardoino, che dianzi era stato ritirato in un forte castello, vercellensem invasit civitatem, Leone ejusdem episcopo vix effugiente. Omnem quoque hanc civitatem comprehendens, iterum superbire coepit. Abbiam veduto di sopra, colla testimonianza di Arnolfo storico, ch'egli non solamente prese Vercelli, ma assediò anche Novara, Cumas invasit, multaque alia demolitus est loca sibi contraria. Prestarono aiuto in questa mossa d'armi ad Ardoino anche i marchesi, progenitori della casa d'Este, forse perchè parenti suoi, sapendo noi che Berta figliuola del marchese Oberto II fu maritata [Antichità Estensi, P. I, cap. 13.] con Odelrico Manfredi, marchese celebre di Susa, il qual, forse era della casa del re Ardoino. Dei danni inferiti da questa guerra ne toccò la sua parte alla chiesa di Pavia, quam ipsi in suis pertinentiis igne et rapinis vehementer devastaverunt; perciò quel vescovo o clero in quest'anno ricorse all'Augusto Arrigo in Germania, chiedendo giustizia e compenso. Egli dunque con suo diploma, dato anno Incarnationis dominicae MXIIII, Indictione XII, anno vero domni Henrici imperatoris Augusti regni XIII, imperii vero primo. Actum Solega (non so che luogo sia questo), dopo avere esposto, Ubertum comitem filium Hildeprandi, Otbertum marchionem et filios ejus, et Albertum nepotem illius, postquam nos in regem et imperatorem elegerunt, et post manus nobis datas, et sacramenta nobis facta, cum Dei nostroque inimico Arduino regnum nostrum invasisse, rapinas, praedas, devastationes ubique fecisse, ec.: erano secondo le leggi incorsi nella pena della vita, e tutti i lor beni devoluti al fisco: assegna perciò alla chiesa di Pavia una tenuta di beni spettanti ad essi marchesi in San Martino in Strada e in altri siti. Succedette di più, benchè io non sappia se in questo oppure in alcuno dei susseguenti [108] anni, cioè che [Arnulfus., Hist. Mediolanens., lib. 1, c. 18.] l'Augusto Arrigo marchiones Italiae quatuor, Ugonem, Azonem Adelbertum, et Obizonem captione una constrinxit. Nè dice già esso Arnolfo, come scrisse trecento anni dipoi Gualvano Fiamma [Flamma, in Manipulo Flor.], ch'egli facesse anche tagliar loro la testa. Solamente scrive che gli ebbe prigioni. Ma che per la sua innata clemenza lor poscia rendesse non solamente la libertà, ma anche gli Stati, l'abbiam di certo dal veder da lì innanzi fiorire in Italia questi medesimi principi, come costa dai documenti da me dati alla luce nella Antichità estensi. E ne resta inoltre la positiva asserzione dell'autore della Cronica novaliciense [Chron. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], che scrisse in questo secolo, laddove parlando di Arrigo primo imperadore, così favella: Marchiones autem italici regni sua calliditate capiens, et in custodia ponens, quorum nonnulli fuga lapsi, alios vero post correctionem ditatos muneribus dimisit. Si noti quest'ultima particolarità. Già abbiam veduto che i marchesi Ugo ed Alberto Azzo I erano figliuoli di Oberto II marchese, ed Alberto (lo stesso è che Adalberto) Azzo II fu figliuolo di Azzo I, tutti principi della casa d'Este, ma non per anche chiamati marchesi d'Este, quantunque anche allora possedessero la nobil terra d'Este, che negli antichi tempi fu città.

In quest'anno 1014 e poi nel 1016 in due strumenti di Rodolfo re di Borgogna, si comincia a vedere un Bertoldo conte, chiamato da altri Beroldo, da cui il Guichenone e gli altri storici del Piemonte fanno discendere la real casa di Savoia. Allora i conti, siccome perpetui governatori di qualche città, entravano nel ruolo dei principi. Però nel regno di Borgogna, ossia Arelatense, si hanno a cercare gli antenati del medesimo Bertoldo. Truovasi dipoi in quelle parti Umberto ossia Uberto conte, e questi è asserito figlio d'esso Beroldo. Dal medesimo Umberto [109] discende la suddetta real famiglia. E questa, dappoichè con istendere ampiamente il suo dominio in Italia, qui da tanti secoli gloriosamente regna, ed ora maggiormente risplende per la saviezza e valore del regnante Carlo Emanuello re di Sardegna, duca di Savoia, e principe del Piemonte, meriterebbe bene che penna più sicura di quella del Guichenone diradasse le tenebre che tuttavia restano nella genealogia dei primi discendenti da esso conte Beroldo, e più accuratamente ne cercasse gli ascendenti, e mostrasse il vero tempo in cui passarono in essa gli ampii Stati della celebre casa dei marchesi di Susa. Si può certamente con ragion presumere che la nobiltà d'esso conte si stendesse anche nei secoli addietro, e non avesse già si corti principii, come ha preteso il tedesco Eccardo.


   
Anno di Cristo MXV. Indizione XIII.
Benedetto VIII papa 4.
Arrigo II re di Germania 14, imperadore 2.

Terminarono in quest'anno tutte le bravure e le sconsigliate speranze del re Ardoino, non già come immaginò Gualvano Fiamma, e dopo lui il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.], perchè l'arcivescovo di Milano Arnolfo con un gagliardo esercito assediasse Asti, ed obbligasse Ardoino disperato a farsi monaco; ma perchè cadde gravemente infermo, e dovette finalmente intendere quanto sieno caduchi i regni della terra. Ad ultimum (scrive di lui Arnolfo storico milanese di questo secolo [Arnolf., Hist. Mediolan., lib. 1. cap. 16.]) labore confectus, et morbo, privatus regno, solo contentus est monasterio nomine Fructeria (ossia Fructuaria nella diocesi allora di Ivrea) ibique depositis regalibus super altare, sumtoque habitu paupere, suo dormivit in tempore. Ma una tal risoluzione fu da lui presa solamente allorchè ebbe perduta la speranza di poter più vivere: che così usavano allora anche i gran signori [110] sul fine dei loro giorni, per comparire davanti a Dio diversi da quello che erano stati in vita. Il tempo della sua morte fu a noi conservato dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.] con queste parole all'anno presente: Interim Hardwigus, nomine tantum rex, perdita urbe Vercelli, quam expulso Leone episcopo diu injuste tenuerat, infirmatur, radensque barbam (che tutti i secolari solevano allora portare) et monachus factus, tertio kalendas novembris obiit, sepultus in monasterio, cioè di Fruttuaria. Il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., ad hunc ann.] avvertì che la morte di Ardoino vien registrata nel Necrologio di Dijon XIX kalendas januarii. Così restò libero da questo impaccio in Italia l'imperadore Arrigo, fra il quale e Boleslao duca di Polonia durava intanto la discordia e la guerra in Germania. Tenuto fu un bel placito in questo anno da papa Benedetto VIII in Roma, di cui ci arricchì il medesimo padre Mabillone. Ha le seguenti note [Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]: Pontificatus domni nostri Benedicti summi pontificis et universalis octavi papae, ec. quarto, imperante domno nostro Heinrico piissimo imperatore Augusto, ec. anno II, Indictione XIV, quarto die decembris. La lite era di beni fra Ugo abbate di Farfa, et domnum Romanum consulem et ducem, et omnium Romanorum senatorem, atque germanum praenominati domni pontificis. Si veggono mentovati in esso placito Johannes domini gratia urbis Romae praefectus, Albericus consul germanus praedicti praesulis, ec. La dignità di prefetto della città di Roma, sì cospicua negli antichi secoli, pare che si rimettesse in piedi sotto gl'imperadori Ottoni. Anche a' tempi di Pippino e Carlo Magno patrizii di Roma la medesima illustre dignità ivi si osserva. Geroo proposto reicherspergense, scrittore del secolo susseguente [Apud Balozium, Miscellan., lib. 5, pag. 64.], in una lettera scritta ad Henricum presbyterum cardinalem, ci avvertì che dai senatori [111] romani si conoscevano le cause civili solamente, e che grandiora urbis et orbis negotia longe superexcedunt eorum judicia, spectantque ad romanum pontificem, sive illius vicarios, Lino et Cleto consimiles; itemque ad romanum imperatorem, sive illius vicarium URBIS PRAEFECTUM, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet domnum papam, cui facit hominium, et domnum imperatorem, a quo accipit suae potestatis insigne, scilicet exertum gladium. Sicut enim hi, quorum interest exercitum campo ductare, congrue investiuntur per vexillum, sic non indecenter ex longo usu praefectus urbis ab imperatoribus cognoscitur investitus per gladium contra malefactores urbis exertum. Praefectus vero urbis desuper sibi dato gladio tunc legitime utitur ad vindictam malorum, laudem vero bonorum, quando exinde tam domno papae, quam domno imperatori ad honorificandum sacerdotium et imperium famulatur, promissa vel jurata utrique fidelitate, ec. Tale era in quei tempi il governo di Roma e del suo ducato. Ho io pubblicato un bel placito [Rer. Ital. P. II, tom. 1, pag. 11.], che ci fa conoscere che Bonifazio marchese, padre della celebre contessa Matilda, non meno che del fu marchese Tedaldo suo padre, signoreggiava in Ferrara. Fu esso tenuto, pontificatus domni nostri Benedicti summi pontificis anno quarto, regni vero Henrici regis, qui antea regnabat, quam coronam imperii suscepisset, undecimo (questa è l'epoca del regno di Italia), sed postquam coronam imperii suscepisset, secundo, in Dei nomine, die XIV mensis decembris, Indictione XIV. Ferrariae. La lite era fra Martino abbate del monistero di san Genesio di Brescello ed Ugo vescovo di Ferrara, a cagione del monistero di san Michele Arcangelo, posto in essa città di Ferrara. Secondo l'abuso di quei tempi, si venne all'esibizion del duello, ma in fine il vescovo si diede per vinto.

[112]


   
Anno di Cristo MXVI. Indizione XIV.
Benedetto VIII papa 5.
Arrigo II re di Germania 15, imperadore 3.

Perchè l'anno preciso in cui succedette un movimento d'armi in Lombardia, resta incognito, mi fo lecito di riferirlo qui. L'abbiamo da Arnolfo storico milanese [Arnulfus, Histor. Mediolanens lib. 1, cap. 18.]. Narra egli che il vescovo d'Asti, perchè favorì le parti del re Ardoino, cadde in disgrazia dell'Augusto Arrigo, e però venuto a Milano, quivi sino alla morte stette ascoso: Dederat imperator, vivente ipso, et abjecto, episcopatum cuidam Olderico fratri Mainfredi marchionis eximii, cioè di Manfredi marchese di Susa, marito di Berta, figliuola del marchese Oberto II progenitore dei marchesi d'Este. Arnolfo arcivescovo di Milano, non parendo a lui giusta la deposizione del predetto vescovo, conseguentemente ricusò di consecrare Olderico, chiamato in alcuni documenti Alrico. Ma questi confidando nella potenza sua e del marchese Manfredi suo fratello, se n'andò a Roma, dove con false rappresentanze ottenne dal papa la consecrazione, che apparteneva di diritto all'arcivescovo di Milano. Irritato da tali atti Arnolfo arcivescovo, scomunicò in un concilio esso Olderico. Poscia, raunato un numeroso esercito, andò, insieme co' suoi vassalli, a mettere l'assedio alla città di Asti, e vi colse dentro non meno Olderico, che il marchese suo fratello. Si osservi come in Lombardia si cominciano a raunare eserciti e a far guerra, senza dipendere dall'imperadore, nè dai suoi ministri. Strinse egli tanto quella città, che furono costretti gli assediati a capitolare come volle l'arcivescovo. E fu ben dura la capitolazione: cioè tre miglia lungi da Milano, nudis incedendo vestigiis episcopus codicem, marchio canem bajulans, ante fores ecclesiae beati Ambrosii reatus proprios devotissime sunt confessi. Per attestato [113] di Ottone frisingense [Otto Frisingensis, lib. I, cap. 28 de Reb. Gest. Frider.], se qualche nobile commettea tal fallo che meritasse la morte, secondo l'antica consuetudine dei Franzesi e Suevi, ad confusionis suae ignominiam, canem dei comitatu in proximum comitatum gestare cogebatur. Depose Olderico il baston pastorale e l'anello sopra l'altare di sant'Ambrosio, che gli furono poi restituiti. E il marchese Manfredi offerì alla chiesa una buona somma d'oro. Ciò fatto, coi piedi nudi per mezzo alla città andarono alla metropolitana, dove ebbero pace dall'arcivescovo, clero e popolo. Se crediamo all'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.], Odelrico, ossia Olderico, fu intruso nell'anno 1008, e nel seguente legittimamente eletto, laddove Tristano Calco, il Sigonio e il Puricelli fanno succeduta questa scena chi nell'anno 1014, e chi nel 1015 o nel 1016. Il Guichenon [Guichenon, Bibliot. Sebus., Centur. II, cap. 39.] porta un diploma del regnante Arrigo Augusto, dato in favore del monistero di Fruttuaria nell'anno 1014, in cui fra le altre cose conferma, quae dederunt Manfredus marchio, et Berta ejus uxor, et fratres ejusdem Manfredi, idest Alricus epicopus, ec. Adunque Alrico ossia Olderico godea nell'anno 1014 pacificamente il vescovato d'Asti. Contuttociò sembra a me tuttavia scuro il tempo di tale avvenimento. Perchè, come mai nell'anno 1008, tempo in cui era tuttavia vivente e in forze il re Ardoino, decadde il vescovo d'Asti che il favoriva; e come potè il re Arrigo lontano mettere un altro vescovo in quella città? Arnolfo inoltre dice che l'imperadore diede quella chiesa ad Olderico. Arrigo non prese la corona romana se non nell'anno 1014. E però altri han creduto che non già Arrigo, ma Ardoino promovesse Olderico a quella chiesa. Nè il diploma del Guichenon è documento esente da difficoltà, mancandovi [114] l'anno dell'imperio e il luogo, e venendo chiamato Everardo archicappellano, che negli altri diplomi è detto archicancelliere. Intorno a ciò nulla io decido, bastando a noi di tenere la sostanza del fatto. Ho io rapportato un placito [Antiquit. Ital., Dissert. VI.], tenuto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo sexto decimo, anno vero imperii domni Henrici imperatoris tertius, mense hoctubri, Indictione quartadecima. Il suo principio è questo: Dum Raginerius marchio et dux tuscanus placitum celebraret in civitate Aretina cum Hugone comite ipsius comitatus, etc. Or vengano moderni scrittori a volerci persuadere che alcuni anni prima Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda, era stato creato duca e marchese della Toscana. Basta questo documento per farci conoscere che in ciò s'ingannarono. Noi troviam qui chi in questi tempi governava la Toscana coi titoli di duca e di marchese, cioè Rinieri, da noi anche veduto di sopra. Nè si toglievano i loro governi ai duchi, marchesi e conti senza qualche grave delitto. Vedremo a suo tempo, quando probabilmente il marchese Bonifazio ottenne la signoria ossia il governo della Toscana. Egli in tanto signoreggiava nelle parti della Lombardia, e specialmente in Mantova, dove il trovò con Richilda, di lui moglie, san Simeone romito [Vita S. Symeonis, apud Mabill., Saecul. VI, Benedict., Par. I.], che da qualche tempo s'era fermato nel monistero di Polirone, scuola allora di grande esemplarità, in tempo che uno di quei lioni, quos principes magnificentissimo alebat sumtu ac pompa, era fuggito dal serraglio con gran terrore dei cittadini, e fu da quel servo del Signore ricondotto al suo luogo. Ed appunto nell'anno presente, come si ha dall'autore contemporaneo della di lui Vita, esso Simeone passò al regno dei beati anno dominicae Incarnationis MXVI, Indictione XIV, septimo kalendas augusti, romani imperii [115] monarchiam obtinente Henrico primo Augusto, ducatus quoque principatum triumphante (parola, a mio credere, scorretta) Bonifazio glorioso duce ac principe. Trattossi poi in Roma della di lui canonizzazione, e resta tuttavia intorno a ciò una lettera scritta da papa Benedetto VIII Bonifacio gratia Dei marchioni inclyto.

E per conto d'esso papa, di lui si racconta un fatto strepitoso accaduto in quest'anno, la cui memoria fu a noi conservata da Ditmaro [Ditmarus, Chron., lib. 7.]. Vennero i Saraceni con un grande stuolo di navi alla città di Luni, che allora era della provincia della Toscana, e la presero, essendone fuggito il vescovo. Quivi s'annidarono, scorrendo poi tutto il vicinato, e svergognando le donne di quei contorni. Ciò udito, papa Benedetto non perdè tempo a mettere in armi quanti popoli potè per terra e per mare, affin di cacciarli. Spedì un'armata navale davanti a Luni, affinchè quegli infedeli non potessero scappare coi loro legni. Ebbe nondimeno la fortuna di salvarsi a tempo in una barchetta il re loro, che probabilmente era Mugetto, occupator della isola di Sardegna. Gran difesa, grande strage dei Cristiani fecero per tre dì quei Barbari; ma finalmente rimasero rotti, e fu sì ben compiuta la festa, che neppur un d'essi vi restò che la potesse contare. Alla loro regina, che fu ivi presa, neppure si perdonò. La sua conciatura da testa, ricca d'oro e di gemme, che ben valeva mille lire, fu inviata in dono all'imperadore Arrigo dal papa. Il padre Pagi [Pagius, in Critic., Baron.], dopo aver anch'egli contato questo avvenimento, aggiugne una cosa che potrebbe farci maravigliare, se non sapessimo che non v'ha scrittore, per grande che sia, il quale non sia soggetto a prendere dei granchi, ed anche a grossolanamente ingannarsi: cioè scrive: Luna autem, hodie Luca appellata, civitas libera, a qua aliquot loca pendent. Sa [116] ogni Italiano pratico alquanto di storia, o di geografia, che la città di Luni, da alcuni secoli scaduta alla sboccatura della Magra, nulla ha che fare con Lucca, ed esserci tuttavia il vescovo di Luni, abitante nella città di Sarzana, con bella diocesi, diversa dal lucchese. L'impresa suddetta d'essa città di Luni la credo io accennata negli Annali pisani colle seguenti parole [Annal. Pisani, tom. 4 Rer. Ital., pag. 107 et 167.]: Anno MXVI Pisani et Januenses fecerunt bellum cum Mugeto, et vicerunt illum. Negli altri Annali, ove è scritto sotto quest'anno: Pisani et Januenses devicerunt Sardineam, v'ha dell'errore; e si conosce da quel che siegue, perciocchè solamente nell'anno seguente i Pisani e Genovesi andarono in Sardegna. Alle cose dette di sopra aggiugne Ditmaro che il re dei Mori, da me creduto Mugetto, irritato per la perdita suddetta, inviò al papa un sacco di castagne, volendo significare che altrettanti soldati (sarebbono stati ben pochi) nella state ventura avrebbe spedito contra dei Cristiani. Il pontefice in contraccambio gli mandò un sacchetto di miglio, per fargli conoscere che non era figliuol di paura. Nè voglio tacere che il soprammentovato marchese Bonifazio e Richilda sua moglie (figliuola di Giselberto conte del sacro palazzo in Italia, e non già di Giselberto fratello di Cunegonda allora imperadrice), tutti e due gran cacciatori di beni e Stati, ricorsero in quest'anno all'imperadore Arrigo per ottenere la metà della corte di Trecenta, oggidì sul Ferrarese, colla metà del castello e sue dipendenze, sicut a Berengario et Hugone filiis Sigefredi comitis, nostro imperio rebellantibus hactenus visa sunt possideri. Li donò Arrigo ad essa Richilda con un diploma dato [Antiquit. Ital., Dissert. XIX.] anno dominicae Incarnationis millesimo decimo sexto, Indictione XIIII anno domni Henrici regni XIII, imperii ejus III. Actum Panvembero (ossia Pavemberg, cioè, come voglio credere, [117] in Bamberga). Fu di parere il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.] che le nozze di Richilda col marchese Bonifazio seguissero nell'anno 1021. Ecco quanto prima era contratto il lor matrimonio. Nè già in occasion d'esse nozze si fece quella battaglia che viene accennata da Donizone, come si pensò il suddetto Sigonio, ma in qualche altra congiuntura, siccome diremo. Nell'anno presente sì, per attestato dell'Annalista sassone [Annalista Saxo.], l'Augusto Arrigo tenne una gran dieta in Argentina, dove anche si trovò Rodolfo re di Borgogna, con sottoporre il suo regno all'imperio romano. Vo io pensando che allora si stabilissero quelle tre leggi d'esso Arrigo che si leggono fra le longobardiche [Rer. Ital., P. II, tom. 1.]; giacchè nella prefazione si dice che furono fatte in civitate Argentina, quae vulgari nomine Straburge appellatur, coll'intervento degli arcivescovi di Milano e di Ravenna, dei vescovi d'Argentina, Piacenza, Como, ec., ed anche dei marchesi e conti d'Italia. Abbiamo inoltre da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che in quest'anno civitas Salernum obsessa est a Saracenis per mare et per terram, et nihil profecerunt. Se si ha a credere a Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap 37.], fu in questa occasione che i Normanni, dei quali parleremo all'anno seguente, capitando dal viaggio di Terra santa a Salerno, furono in aiuto di Guaimario III principe di quella terra, e colla loro prodezza obbligarono que' Barbari a levare l'assedio. Ma Guglielmo pugliese, siccome vedremo, diversamente ne parla.


   
Anno di Cristo MXVII. Indizione XV.
Benedetto VIII papa 6.
Arrigo II re di Germania 16, imperadore 4.

Il Tronci ne' suoi Annali pisani, non so su qual fondamento, scrisse che i Pisani, [118] fatta nell'anno 1014 una grossa armata, sbarcarono nella Sardegna, vennero alle mani coll'esercito de' Mori, il misero in rotta, e s'impadronirono di quell'isola, dopo esserne fuggito il re di que' Barbari Mugetto. Meritano ben più fede gli antichi Annali di Pisa [Annal. Pisani, pag. 107 et 167, tom. 6 Rer. Ital.], che sotto il presente anno raccontano quell'impresa. Se n'era tornato in Sardegna Mugetto, fortunatamente scampato da Luni, tutto nelle furie contra de' Cristiani di quell'isola, molti de' quali fece barbaramente crocifiggere. Erasi anche messo in pensiero di fabbricar in quell'isola una forte città. Benedetto papa intanto, che l'avea cominciata bene, volle finirla meglio. Spedì per suo legato a Pisa il vescovo d'Ostia, per animare quel popolo a cacciar fuori di Sardegna Mugetto. Lo stesso probabilmente fece a Genova, dacchè confessano gli stessi Annali di Pisa che anche i Genovesi concorsero a quell'impresa. Passarono infatti in Sardegna questi due popoli con tutte le lor forze, obbligarono Mugetto a salvarsi colla fuga in Africa, e presero il possesso di quell'isola. Soggiungono quegli Annali che il papa investì d'essa Sardegna i Pisani. Ma non tardò a nascere discordia fra gli stessi conquistatori, perchè il buon boccone faceva gola a tutti. Si sforzarono i Genovesi di cacciarne i Pisani; ma i Pisani, che in questi tempi erano più forti, li spinsero fuori di tutta l'isola, e ne restarono padroni. Tale principio ebbe la potenza della città di Pisa, tuttochè non apparisca ch'essa per anche avesse acquistata la libertà, perchè era tuttavia suggetta ai duchi, ossia ai marchesi della Toscana. Cominciò anche in Puglia per questi tempi una bella danza, che parve cosa da nulla sul principio, ma ebbe col tempo delle mirabili conseguenze. Era venuto, per testimonianza di Guglielmo pugliese [Gullielmus, Apulus, Poem. de Normann., lib. I.], nell'anno precedente dalla [119] Normandia un pugno di quella gente per sua divozione al monte Gargano, dove san Michele Arcangelo era in gran venerazione. Quivi per accidente trovatosi Melo, quel potente e savio cittadino di Bari che s'era ribellato a' Greci, appena ebbe egli adocchiati questi uomini, bella e nerboruta gente, che tenuto con esso loro discorso della bellezza di quel paese, della dappocaggine de' Greci, e della facilità di vincerli e di farsi gran signori, gl'invogliò di seco imprendere guerra in quelle parti contra del dominio greco. Presero essi tempo, tanto che tornassero alle lor case ed invitassero altri compagni all'impresa. Venuti in quest'anno senz'armi, ne furono ben forniti da Melo, e dopo aver preso riposo, portarono la guerra addosso ai Greci. Era allora generale de' Greci in quelle contrade Turnichio, appellato da altri Andronico, che senza dimora uscito in campagna colle sue forze, mense maii, come ha Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], fecit praelium cum Melo et Nortmannis. Questa prima battaglia pare che fosse favorevole a Melo. Si tornò a combattere nel dì 22 di luglio, e, secondo il testo d'esso Lupo Protospata, benchè restasse morto nel conflitto Leone Paziano, che in luogo del catapano Turnichio comandava l'armata de' Greci, pure vi restò sconfitto Melo co' Normanni. Ma forse quel testo è guasto. Guglielmo pugliese, autore di maggior credito in questo, attesta che Melo e i Normanni ne uscirono vincitori, senza raccontar altro che un solo fatto d'armi. Gran credito che s'acquistarono con ciò que' pochi, ma valentissimi Normanni; gran bottino che fecero. Anche l'Anonimo casinense [Anonymus Casinenis, tom. 5, Rer. Ital.], ossia Alberico monaco, scrive sotto il presente anno: Normanni Melo duce coeperunt expugnare Apuliam.

Abbiamo da Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.] che un riguardevol placito fu in quest'anno tenuto in Ravenna da Pellegrino cancelliere [120] e messo Henrici imperatoris, e da Tadone conte, messo anch'egli del medesimo Augusto, anno Benedicti papae quinto, Henrici imperatoris in Italia anno tertio, die XV februarii, Indictione XV, Harnaldo gratia Dei sanctissimo et coangelico archiepiscopo sanctae ravennatis ecclesiae. In esso placito il suddetto Pellegrino apprehendens manibus virgam, misit eam in manibus suprascripto Harnaldus gratia Dei sanctissimo et coangelico archiepiscopo, et investivit ipsum et ecclesiam ravennatem, ex parte Henrici imperatoris de omni fisco et de omni publicare ravennate, sive ripae aut portae, et de comitatu bononiense et comitatu corneliense (Imola) et comitatu faventino, et comitatu.... et comitatum ficoclense (Cervia) cum omni fisci, et publicis eorum comitatibus, ec. Noi abbiamo bensì presso del cardinal Baronio i diplomi di Lodovico Pio, di Ottone I e del regnante Arrigo I Augusto, ne' quali si veggono confermati alla Chiesa romana l'esarcato di Ravenna, il ducato di Spoleti, il ducato di Benevento con altri paesi. Ma essendosi per disgrazia perduti gl'originali, e non rapportandosi se non le copie, suggette a molte alterazioni, secondo il bisogno e l'interesse delle persone, non porgono esse bastante lume per quetar l'intelletto. E tanto poi meno, se con esse combattono fatti certi e documenti, sui quali non cadano sospetti. Già s'è veduta più d'una pruova che da gran tempo l'esarcato era divenuto parte del regno d'Italia, forse per qualche convenzione seguita fra la santa sede e gl'imperadori. Ne abbiamo ancor qui una pruova chiara. Altrettanto pure s'è osservato del ducato di Spoleti. Per conto poi del ducato di Benevento, neppur convien disputarne. E a comprovare quanto s'è detto della Romagna, servirà anche ciò che scrisse san Pier Damiano [Petrus Damian., in Vita S. Mauri Caesen., cap. I.] circa l'anno 1060. Eo tempore quum adhuc romana Ecclesia spatiosius multo quam NUNC jura protenderet, [121] et inter cetera caesenate oppidum possideret, ec. Adunque a' tempi del Damiano Cesena non apparteneva più al dominio temporale de' papi. Chi ne fosse padrone, l'abbiamo già veduto. Ho io prodotta una carta di livello di un porto, dato dal soprammentovato Arnaldo arcivescovo di Ravenna a Pietro abbate della Pomposa [Antiq. Italic., Dissert. LVI.], creduta da me spettante all'anno seguente 1018; ma siccome ho poi avvertito per più esatta collazione fatta coll'originale, essa appartiene a quest'anno. Ivi sono le seguenti note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontificis, et universalis papae VIII, ec. quinto; sed et imperante domno Heinrico magno imperatore in Italia anno quarto, die XX mensis februarii, Indictione XV. Abbiamo qui l'anno 1017. Adunque Arrigo I fra gl'imperadori avea nell'anno 1014 e nel dì 20 di febbraio già ricevuta la corona imperiale. Di esso Pietro abbate è fatta menzione nella Vita di san Guido abbate della Pomposa [Mabillon., Saecul. VI Benedict., P. I.]. In quest'anno parimente s'incontra un placito [Antiquit. Italic., Dissert. V.], che domnus Adelpeyro dux istius marchiae Carentanorum, et Rambaldus comes istius comitatu tervisianense, unitamente tennero in comitatu tervisianense in villa Axilo non multum longe ad castro Axilo, de subtus, in cui contra del monistero di santa Giustina di Padova fu decisa una lite in favore del monistero delle monache di san Zacheria di Venezia. Abbiamo qui che la nobil terra di Asolo era in questi tempi del contado di Trivigi. Leggesi inoltre sotto il presente anno una donazione [Antiquit. Ital., Dissertat. XX.] fatta nel mese di marzo al monistero di Nonantola da Bonifacius Marchio, filius bone memorie Teudaldi, qui fuit itemque marchio, et Richelda conjuge ejus jugalibus, filia bone memorie Giselberti, qui fuit comes palatii, qui professi sumus legem vivere Longobardorum.

[122]


   
Anno di Cristo MXVIII. Indizione I.
Benedetto VIII papa 7.
Arrigo II re di Germania 17, imperadore 5.

Se vogliamo riposar sulla fede di Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn.], seguitato dall'Ughelli, Arnaldo arcivescovo di Ravenna, fratello dell'Augusto Arrigo, compiè il corso de' suoi giorni nel 19 di novembre dell'anno seguente, ed ebbe per successore Eriberto. Ma, secondo l'Annalista sassone [Annalista Saxo.], egli mancò di vita nell'anno presente. Potrebbono le carte pecore dell'archivio di Ravenna mettere in chiaro qual di queste asserzioni sia vera. Ed è da sperarlo, dacchè il padre don Pietro Paolo Ginanni abbate benedettino con infaticabil premura va raccogliendo le antiche memorie di quella città nobilissima. Aveva anche diligentemente osservato il signor Sassi [Saxius, in Notis ad Sigon. de Regno Ital.] che Arnolfo II arcivescovo di Milano cessò di vivere, non già nell'anno 1019, come si pensò il Sigonio, non già nell'anno 1015, come si ingegnò di provar l'autore delle annotazioni all'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.], ma bensì nell'anno presente 1018. Infatti il suddetto Annalista sassone sotto quest'anno medesimo scrive: Mediolanensis archiepiscopus obiit, et praepositus ejusdem ecclesiae Heribertus successit, cioè Eriberto de loco Antimiano, come si ha da' suoi strumenti, arcivescovo famoso fra quei di Milano, che fece, siccome vedremo, sudare il ciuffo all'imperador Corrado. Ch'egli ancora ottenesse in quest'anno la cattedra milanese, si compruova con un placito tenuto in Belasio [Antiquit. Italic., Dissert. LXX.], territorio di Como, da Anselmo messo dell'imperadore Arrigo, anno imperii domni Henrici imperatoris quinto, mense november, Indictione secunda. Produssi io questo documento [123] come scritto nell'anno 1019. Ora m'avveggo che appartiene all'anno presente, perchè l'indizione seconda ebbe principio nel settembre. Quivi domnus Aribertus sanctae mediolanensis ecclesiae archiepiscopus, et Albericus sanctae cumensis ecclesiae episcopus, citati e presenti, cedono alle loro pretensioni sopra certe terre in favore del monistero di sant'Ambrosio di Milano, e del suo abbate Gotifredo. Erano gli Augusti greci adirati non poco contra di Melo ribello del loro imperio, per la guerra da lui mossa in compagnia de' Normanni contro la Puglia di lor giurisdizione. Però, secondochè s'ha da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.], spedirono in quest'anno al comando delle lor armi in Italia, ossia per loro catapano o capitano, Basilio soprannominato Bugiano, uomo di gran senno ed attività. Romoaldo salernitano [Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] scrive che costui portò seco un gran tesoro, cioè il principal nerbo per ben fare la guerra. Aggiugne dipoi ch'esso Basilio anno MXIII (va scritto MXVIII), Indictione I, fece rifabbricar nella Puglia l'antica città di Ecana (si dee scrivere Eclana), che anticamente ebbe i suoi vescovi, e le impose il nome di Troia. Noi sappiamo da Mario mercatore e da altri antichi scrittori che Giuliano fiero difensor di Pelagio, e confutato nei suoi mirabili libri da santo Agostino, fu vescovo eclanense. Camillo Pellegrino pretese che la moderna città di Frigento sia succeduta all'antichissima Eclana. L'Olstenio e il cardinal Noris [Noris., Hist. Pelagian., lib. I, cap. 18.], crederono che Eclana fosse il luogo appellato poscia Quintodecimo. Sembra ora che si possa con più fondamento aderire alla opinione di Romoaldo salernitano, autore vivuto cinquecento anni prima e pratico di que' paesi, allorchè attesta che la moderna città di Troia fu l'antica Eclana, o vogliam dire Eclano. Oltre a questa città fabbricò il suddetto [124] Basilio Draconaria, Fiorentino, ed altri luoghi forti nella provincia che oggidì si nomina Capitanata. Aggiugne il già citato Protospata che Ligorius Tepotriti (leggo Tepotiriti, cioè conservatore del luogo) fecit praelium Trani, et occisus est ibi Joannatius Protospata. Et Romoald captus est, et in Constantinopolim deportatus est. Sono scure tali notizie, ma bastano a farci comprendere la continuazion della guerra in Puglia fra i Greci e i Pugliesi ribellati. Viene citata sotto il presente anno dal padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin. ad hunc ann.] una donazione fatta da Giovanni duca e console di Gaeta al monistero di san Teodoro di quella città: il che ci fa conoscere chi fosse allora principe di Gaeta.


   
Anno di Cristo MXIX. Indizione II.
Benedetto VIII papa 8.
Arrigo II re di Germania 18, imperadore 6.

Sotto il presente anno scrive Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chronico, edit. Canis.] che Conradus adolescens filius Conradi quondam ducis Carentani (e marchese ancora della marca di Verona) auxiliante patruele suo Conrado, postea imperatore, Adalberonem tunc ducem Carentani apud Ulmam pugna victum fugavit. Abbiam veduto di sopra che questo Adalberone era anch'egli duca di Carintia, e insieme marchese di Verona. L'aveva con lui il giovinetto Corrado, quasichè gli avesse Adalberone rubati quegli Stati che, se non di giustizia, almeno per introdotto costume doveano toccare a lui dopo la morte del padre suo Corrado. È da credere che Adalberone possedesse ancora degli Stati in Germania, e che per cagion d'essi tra lor seguisse il conflitto suddetto. Per attestato di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], Bugiano generale dei Greci venne a battaglia in [125] questo medesimo anno circa il dì primo d'ottobre coll'armata di Melo, e gli diede una rotta tale, che non potè più risorgere. Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chronic., lib. 2, cap. 37.] lasciò scritto che Melo col soccorso de' Normanni avea dinanzi riportate tre vittorie de' Greci primo apud Arenolam, secundo apud civitatem (Marsicum la chiama Angelo della Noce), tertio apud Vaccariciam campestri certamine dimicans, tribus eos vicibus vicit, multosque ex his interficiens, et usque Tianum eos constringens, omnes ex hac parte, quas invaserant, Apuliae civitates et oppida recepit. Quarta demum pugna apud Cannas Romanorum clade famosas, Bojani catapani insidiis et ingeniis (macchine di guerra) superatus, universa, quae facile receperat, facilius perdidit. Appresso racconta, essere stata fama che di dugentocinquanta Normanni, aiutatori di Melo, non ne rimanessero in vita se non dieci, e che la vittoria nondimeno costò ben cara ai Greci. Melo disperato, non sapendo più dove rivolgere le sue speranze, dopo avere raccomandato i pochi Normanni, che gli restavano, a Guaimario III principe di Salerno, e a Pandolfo IV principe di Capua, imprese il viaggio di Germania, o per muovere l'imperadore Arrigo a venire in persona in Italia, o almeno per ottenere da lui un poderoso soccorso di milizie. Ecco come di quest'ultimo fatto d'armi parla Guglielmo pugliese [Guilielmus Apulus, de Norman., lib. 1.].

Vicinus Cannis qua defluit Aufidus amnis,

Circiter octobris pugnatur utrimque calendas,

Cum modica non gente valens obsistere Melus,

Terga dedit magna spoliatus parte suorum,

Et puduit victum patria tellure morari.

Samnites adiit superatus, ibique moratur,

Post Alemannorum petiit suffragia regis

Henrici, solito placidus qui more precantem

Suscipit, auxilii promittens dona propinqui.

Leggesi una cessione fatta delle decime di quattro pievi al vescovato di Cremona [Antiq. Ital., Dissert. VI.] da Bonefacius marchio filius [126] quondam Teotaldi itemque marchio, et Richilda filia quondam Giselberti comitis, nell'anno presente. Bonifazio è il padre della contessa Matilda. Vo io credendo che appartenga ancora all'anno presente un diploma, spedito dall'imperadore Arrigo in favore del monistero di Monte Casino e dell'abbate Atenolfo [Gattola, Hist. Monast. Casinens. P. I.]. Le note son queste: Datum III idus julii, anno dominicae Incarnationis millesimo vigesimo, Indictione secunda, anno domni Heinrici regis decimo septimo, imperii vero ejus quinto. Actum Radesbone. Se crediamo al padre Gattola, il diploma è originale; ma io ho pena a crederlo. La indizione seconda accenna l'anno presente. Come poi sia l'anno MXX, se non ricorriamo all'anno pisano, non si sa capire. E resta poi da mostrare come in Germania avesse luogo l'era pisana. Posto ancora che sia l'anno nostro MXIX, non si accorda con esso l'anno XVII del regno, nè il quinto dell'imperio.


   
Anno di Cristo MXX. Indiz. III.
Benedetto VIII papa 9.
Arrigo II re di Germania 19, imperadore 7.

L'anno fu questo in cui papa Benedetto VIII andò in Germania a trovar l'imperadore Arrigo, che l'aspettava in Bamberga. Il Sigonio, il Baronio, l'Hoffmanno, e soprattutto il padre Pagi hanno preteso che questa andata del pontefice accadesse nell'anno precedente 1019, e che mal si sieno apposti coloro che la riferiscono all'anno presente, con citare per la loro sentenza Lamberto da Scafnaburgo, Mariano Scoto, gli Annali d'Ildeseim e l'abbate Urspergense. Ma non ha fatta assai riflessione il padre Pagi a questo punto di storia. Mariano Scoto, se ben si guarda, a quest'anno [Marianus Scotus, in Chron.] appunto parla del viaggio di papa Benedetto. E si conosce che le stampe hanno alterato i testi di Lamberto e dell'Urspergense, [127] e degli Annali d'Ildeseim. Dico, si conosce, perchè ivi la morte di sant'Eriberto arcivescovo di Colonia si mira nei loro testi stampati all'anno 1020, quando è fuor di dubbio che avvenne nell'anno 1021, come confessa lo stesso padre Pagi. Però gli autori suddetti si dee credere che abbiano posta l'andata del papa nel presente anno 1020, e nel seguente la morte di sant'Eriberto. Che poi veramente il papa in quest'anno si portasse a Bamberga, l'abbiamo da Ermanno Contratto [Ermannus Contractus, in Chron., edition. Canisii.] nell'edizion migliore e più copiosa del Canisio, da Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.], dal Cronografo sassone [Chronographus Saxo.], da Alberico monaco dei tre Fonti e da altri storici. Lo stesso si scorge dell'antica Vita dello stesso santo Arrigo [Vita S. Henrici inter Acta Sanctor. Bolland., ad diem 14 julii.] pubblicata dal Gretsero e da altri. Quivi è scritto che il papa invitato dall'imperadore, in proximo aprili Alemanniam intravit, omnibusque civitatibus illius regionis peragratis, tempore, quo condixerat, Babengerg locum adire disposuit. Venit ergo V feria majoris hebdomadae, hora sexta, sacris pontificalibus vestimentis indutus, ec. Questo minuto racconto fa conoscere che l'autor d'essa vita prese un tal fatto da buone notizie, e probabilmente da quella che scrisse Adelboldo, giunta a noi troppo mancante. Ma se papa Benedetto entrò d'aprile in Alemagna, ed arrivò nel giovedì santo a Bamberga, adunque nell'anno presente arrivò colà, e non già nel precedente. Perciocchè nell'anno 1019 la Pasqua cadde nel dì 20 di marzo, e in quest'anno si celebrò essa nel dì 17 d'aprile. Nè voglio tacere che viene anche citata la Vita di san Meinwerco vescovo di Paderbona [Vita S. Meinwerci apud Leibnitium, tom. 1, Scriptor. Brunswic.], per comprovar l'opinione [128] dei suddetti sostenitori dell'anno 1019. Ma quella Vita, quando anche dicesse ciò che pretendono, essendo scritta nel secolo susseguente, non può chiamarsi un testimonio infallibile di quel che cerchiamo. Oltre di che, fors'anche quella va d'accordo coll'opinione mia, scorgendosi che il medesimo autore all'anno susseguente mette il passaggio a miglior vita del suddetto santo Eriberto, ii qual pure viene stabilito nell'anno 1021. Fra l'altre cose che aggiugne l'autore della Vita suddetta di santo Arrigo imperadore, racconta che nel mattutino di Pasqua il patriarca d'Aquileia recitò la prima lezione, l'arcivescovo di Ravenna la seconda, e il papa la terza. E che poscia il pontefice medesimo VIII kalendas maii basilicam in honore sancti Stephani consecravit; e lo stesso ancora abbiamo dall'autor della Vita di san Meinwerco. Il dì 24 d'aprile qui enunziato più s'accorda colla mia suddetta opinione. Saggiamente osservò il cardinal Baronio che fra i motivi per li quali andò volentieri papa Benedetto, ancor quello vi dovette essere di commuovere l'Augusto Arrigo a condurre o spedire una buona armata per far argine ai progressi dei Greci. Circa il dì primo di ottobre nell'anno precedente era succeduta, come dicemmo, la disfatta del picciolo esercito di Melo. Tutto perciò andava a seconda dei Greci, i quali non solamente ricuperarono quanto aveano perduto, ma eziandio ritirarono nel loro partito Pandolfo II, principe di Capua. Scrive l'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 38.]: Quum capuanus princeps latenter faveret constantinopolitano Basilio, fecit interim fieri claves aureas, et misit ad illum, tam se, quam civitatem capuanam, immo universum principatum ejus per haec imperio contradens.

Davano negli occhi e gran gelosia recavano a papa Benedetto questi maneggi ed avanzamenti de' Greci, che stendevano il loro dominio fino ad Ascoli; e [129] se mettevano il piede anche sopra il principato di Capua, già se li sentiva alle porte di Roma. Nè era già da sperare che i greci Augusti avessero voluto lasciare ai papi, se si fossero impadroniti di Roma, quella signoria che, secondo i patti cogl'imperadori d'Occidente, da più di due secoli godevano. Però dovette il buon papa sollecitare, per quanto potè, l'Augusto Arrigo ad impiegar le sue forze contra di quella nazione, nemica ancora dei Latini, la quale aspirava allora a dei gran voli. Abbiamo anche da Glabro [Glaber, Chronic., lib. 3, cap. 1.] che Rodolfo normanno fuggito da Normandia a Roma con alquanti compagni, andò a trovar papa Benedetto VIII per contargli i suoi guai. Ma il papa coepit ei querelam exponere de Graecorum invasione romani imperii, e indusse que' Normanni a militar contra di loro. Portò intanto la disgrazia che Melo trovandosi in Germania per muovere quella corte contra de' Greci, infermatosi quivi nell'anno presente, cessò di vivere. L'abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.]; e Guglielmo pugliese [Guilielmus Apulus, lib. i, de Normann.] l'attesta anch'egli scrivendo d'esso Melo, e dell'onore fattogli alla sepoltura, le seguenti parole:

At Melus regredi praeventus morte nequivit;

Henricus sepelit rex hunc, ut regius est mos;

Funeris exsequias comitatus ad usque sepulcrum,

Carmine regali tumulum decoravit humati.

Nella Cronica del Protospata egli è appellato dux Apuliae, nè senza ragione. Questo titolo gliel diede l'Augusto Arrigo per premio del già operato, e per animarlo ad operare di più: il che è da avvertire per intendere se gli Augusti avessero donato ai papi il ducato di Benevento; e con ciò va concorde il suddetto passo di Glabro col seguente. Abbiamo nella Vita di esso santo imperadore [Vita S. Henrici, cap. 3, in Actis Sanct. ad diem 14 julii.], [130] benchè non con tutta l'esattezza, che esso imperadore Apuliam a Graecis diu possessam, romano imperio recuperavit, et eidem provinciae Ismaelem (vuol dire Melo) ducem praefecit, qui postea in babenbergensi loco mortuus, et in capitulo majoris monasterii sepultus requiescit in Domino. Oltre a ciò, sappiamo dal Protospata che in quest'anno i Saraceni assediarono la città di Bisignano, e la sottomisero al loro dominio: sicchè e Greci e Mori malmenavano forte quelle contrade. Specialmente poi in questi tempi si studiavano i principi e gran signori di pelare or soavemente or violentemente le chiese. La maniera soave era quella di prendere i loro beni e castella a livello con promettere un annuo canone, e intanto donar qualche terra in proprietà ad essi luoghi sacri, per indurre i vescovi e gli abbati col picciolo presente vantaggio a livellar essi beni, l'usufrutto dei quali mai più non soleva arrivare a consolidarsi col diretto dominio. Uno dei gran cacciatori di tali beni già ho detto che era il marchese Bonifazio, padre poscia della gloriosa contessa Matilda. Può essere motivo di stupore l'osservare quante castella, corti, chiese, ec. egli carpisse al solo vescovato di Reggio. Ne ho io pubblicata la lista [Antiquit. Ital., Dissert. XXXVI.]. Altrettanto, o poco meno, dovette egli fare co' vescovi di Modena, Parma, Cremona, Mantova, ed altre città circonvicine. Ed in questo anno appunto egli ottenne a livello da Warino ossia Guarino vescovo di Modena medietatem de monte uno, qui dicitur Barelli, ubi antea castrum edificatum fuit, cum fossatum in parte circumdatum.


   
Anno di Cristo MXXI. Indizione IV.
Benedetto VIII papa 10.
Arrigo II re di Germania 20, imperadore 8.

Ardevano di voglia i Greci di aver in lor mano Datto, che già dicemmo uno dei principali della Puglia ribellati alla [131] lor signoria, e parente del defunto Melo. Dopo l'infelice battaglia di Canne, per attestato dell'Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 37 et 38.], s'era egli ritirato colla sua famiglia sotto la protezione di Atenolfo abbate di Monte Casino. Ma poscia papa Benedetto VIII, perchè il conosceva fedele all'imperadore Arrigo, il mise alla custodia della torre del Garigliano, quam idem papa tunc retinebat, con alcuni Normanni. Che fece il catapano greco Boiano (lo stesso è che Bugiano) per averlo? Guadagnò con danari Pandolfo II principe di Capua, acciocchè gli permettesse di prendere il misero Datto. All'improvviso dunque arrivato colle sue soldatesche sotto quella torre, cominciò a tormentarla con assalti e macchine. Per due giorni si difesero quei di dentro, ma in fine colla torre rimasero presi. Alle preghiere dell'abbate Atenolfo, lasciò Bugiano la libertà ai Normanni; ma Datto [Lupus Protospata, in Chronico.] fra le catene e sopra un asinello condotto a Bari nel dì 15 di giugno, a guisa de' parricidi, chiuso in un sacco di cuoio, fu gittato in mare. Secondo gli Annali di Pisa [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], avea Mugetto re de' Mori, oppure, come io credo, corsaro potente, preso nell'anno precedente castel Giovanni (forse in Sardegna) che era sotto l'arcivescovo di Milano. Nell'anno presente poi con poderosa armata di navi tornò in Sardegna. Allora i Pisani, tirati in lega i Genovesi contra di questo comune nemico, fatto un grande sforzo di navi e di gente, il cacciarono dall'isola, e maggiormente poscia attesero a stabilirsi e fortificarsi in quella vasta isola. Il ricco tesoro d'esso Mugetto, venuto alle lor mani, fu da essi ceduto ai Genovesi in pagamento delle loro spese e fatiche. Il Tronci storico pisano scrive [Tronci, Annal. Pisan.] che Mugetto in quest'anno s'impadronì di nuovo della Sardegna, e che nel seguente ne fu cacciato. E qui combattono gli storici di Pisa con quei di Genova, pretendendo [132] i primi che niun diritto acquistassero i Genovesi sopra la Sardegna, e gli altri sostenendo il contrario; intorno a che li lasceremo duellare. Se parimente vogliam credere al Tronci suddetto, i Pisani divisero poi quell'isola in quattro giudicati, che furono dati in governo a quattro nobili pisani, cioè di Cagliari, di Gallura, di Arborea e di Torri, volgarmente detto Sasseri. E tali giudici arrivarono a tanto fasto, che furono anche nominati regi, e le loro mogli regine. Ma temo io forte che non sieno assai sicure tali notizie, dappoichè ho altrove fatto vedere [Antiquit. Ital., Dissert. V et XXXII.] che in questo medesimo secolo vi era in Sardegna la division dei giudicati, e che quei giudici usavano anche liberamente il titolo di re: il che punto non conviene a chi unicamente fosse stato governatore di quelle contrade per la repubblica pisana. Oltre di che, non v'ha negli atti di quei giudici o re menomo vestigio di dipendenza da Pisa. Anzi da un fatto narrato dall'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron. lib. 3, cap. 23.] circa l'anno 1063 si scorge che i Pisani miravano con invidia i Sardi, ed aveano nemicizia con Barasone re di quell'isola. Però si può sospettare che molto più tardi la potenza dei Pisani fissasse il piede nella Sardegna; o almeno meriterebbe questo punto d'essere più sodamente chiamato ad esame. L'insulto fatto alla torre del Garigliano, colla presa e morte crudele di Datto, dovette far rinforzare le istanze e preghiere di papa Benedetto VIII all'Augusto Arrigo, perchè accorresse alla difesa dell'Italia orientale che era in manifesto pericolo di perdersi. Perchè Arrigo, siccome scrive Leone ostiense [Idem, ibidem, lib. 2.] reputans secum, fore ut Graeci amissa Apulia ac principatu, Romam quoque maturarent, Italiamque totam simul amitteret, determinò di tornare, e ben armato, in Italia. Comunemente il Sigonio, il Baronio, il padre Pagi ed altri hanno scritto ch'egli venisse solamente nell'anno seguente.

[133] Ma si ha a tenere per certo che la sua calata fu nell'autunno dell'anno presente, sotto il quale Ermanno Contratto [Ermannus Contract., edition. Canisii.] racconta che Henricus imperator in Italiam expeditionem movit. E l'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.] aggiugne ch'egli Natale Domini celebravit in Italia. Abbiamo inoltre documenti che ce ne assicurano. Ho io prodotto un insigne placito [Antichità Estensi P. 1, cap. 14.], da lui stesso tenuto in Verona, anno praedicti Domni Heinrici gloriosissimi imperatoris Deo propicio, hic in Italia, octavo, sexta die mensis decembris, Indictione V, cominciata nel settembre di quest'anno. Degno è d'essere rapportato qui il principio di quell'atto: Dum in Dei nomine foris, et non multum longe urbis veronensis, in solario proprio beatissimi sancti Zenonis confessori Christi, quod est constructum juxta praedictum monasterium sancti Zenonis confessoris Christi, in caminata dormitoria ad regalem imperium in judicio resideret domnus gloriosissimus Heinricus Romanorum imperator Augustus, unicuique justitias faciendas, hac deliberandas, residentibus cum eo domnus Popo sanctae aquilejensis ecclesiae patriarcha. Fermiamoci qui per dire che non meritava censura il Sigonio, per avere scritto che Arrigo passò in Italia cum Piligrino coloniensi, et Poppone aquilejensi praesulibus, con pretendersi che non Poppone patriarca di Aquileia, ma bensì Poppone allora arcivescovo di Treveri, ignorato dal Sigonio, quegli fosse che accompagnò in tale spedizione l'imperadore. Perchè l'Ostiense chiamò arcivescovo questo Poppone, perciò si è creduto che sbagliasse il Sigonio. Il Browero [Brovverus, Annal. Trevirens., tom. I.] anch'egli (e poscia il padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin.]), fondato solamente sopra quella parola dell'Ostiense, quasichè il patriarca d'Aquileia non fosse anch'egli arcivescovo, si figurò che il suo Poppone venisse in Italia, e seco menasse [134] un grosso corpo di truppe. Ma noi qui abbiam chiaramente Poppone patriarca d'Aquileia al corteggio dell'imperadore, e non già l'arcivescovo di Treveri, e però salda saldissima resta l'asserzion del Sigonio. Seguitano le parole del placito: Pelegrinus coloniensis, Eribertus mediolanensis, sanctarum dei ecclesiarum archiepiscopis, Johannes veronensis, Leo vercellensis, Siginfredus placentinus, Henricus parmensis, Arnaldus tervianensis (di Trivigi), Ermingerius cenedensis, Rigizo feltrensis, Ludovicus bellunensis, Ugo marchio, ec. De' marchesi d'Italia non si trovò in tale occasione a corteggiare Arrigo, se non Ugo, uno degli antenati della casa d'Este, di cui tornerà occasion di parlare. Fra i pochi che sottoscrissero, si legge ancora Ugo marchio. Era, come abbiam veduto, l'imperadore in Verona nel dì 6 di dicembre. Io il trovo nel dì 10 d'esso mese in Mantova, ciò constando da un suo diploma, dato da esso Augusto in favore d'Itolfo vescovo di quella città, e da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.], le cui note guaste, da me allora non esaminate, conviene ora raddirizzare. Tali sono esse nella copia ch'io n'ebbi: Data IIII idus decembris, Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXX, anno domni Heinrici regnantis XVIII, imperii vero VII. Actum Mantuae in palatio ejusdem episcopi. L'indizione V cominciata nel settembre ci dà a conoscer che nell'originale sarà stato scritto anno dominicae Incarnationis MXXI, ec. regnantis XX, imperii VIII.


   
Anno di Cristo MXXII. Indizione V.
Benedetto VIII papa 11.
Arrigo II re di Germania 21, imperadore 9.

Nel gennaio dell'anno presente col suo poderoso esercito continuò l'Augusto Arrigo il suo viaggio alla volta della Puglia [Leo Ostiensis. Chron., lib. 2, cap. 39.]. Per la marca di Camerino inviò [135] il patriarca Poppone con quindicimila combattenti contra de' Greci; e per quella di Spoleti e del ducato romano spedì Piligrino, ossia Piligrimo arcivescovo di Colonia, con altri ventimila armati verso Monte Casino e verso Capua, ad oggetto di prendere Atenolfo abbate e il principe di Capua Pandolfo IV suo fratello, amendue proclamati come segreti fautori dei Greci, e che avessero tenuta mano alla morte di Datto. L'abbate non volle aspettar questo turbine, e se ne fuggì ad Otranto con disegno di passare a Costantinopoli. Ma imbarcatosi e colto da una fiera burrasca, lasciò con tutti i suoi la vita in mare. Saputasi dall'arcivescovo la di lui fuga, per timore che Pandolfo principe non gli scappasse dalle mani, con isforzata marcia arrivò sotto Capua, e la cinse d'assedio. Allora Pandolfo, che sapea d'essersi colle sue iniquità comperato l'odio dei Capuani, anzi era informato che macchinavano di tradirlo, la fece da disinvolto; ed affidato si venne a mettere in mano dell'arcivescovo Piligrino, con dire che gli dava l'animo di giustificarsi delle imputazioni disseminate contra di lui. Intanto l'Augusto Arrigo era passato all'assedio di Troia, città che, quantunque non fossero per anche terminate le incominciate fortificazioni, pure tante n'avea, e sì copioso presidio di Greci, che si accinse ad una gagliarda difesa. Sotto a quella città fu a lui presentato il principe di Capua, il quale poco mancò che non vi lasciasse la testa, perchè condannato a morte dal pieno consiglio. Ma cotanto si adoperò l'arcivescovo di Colonia, geloso del salvocondotto a lui dato, che gli guadagnò la vita. Posto nondimeno in catene, fu dipoi menato prigione in Germania. Ma non si dee tralasciare, che prima d'imprendere l'assedio di Troia, l'imperadore Arrigo, per attestato di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.], giunse di marzo a Benevento, dove da Landolfo principe, e, come lasciò scritto [136] Epidanno [Hepidannus, Annal. brev. inter Scriptor. Rer. Alem.], a Beneventanis gratulantibus honorifice ac magnifice suscipitur, e fu riconosciuto ivi per sovrano. Di questo ancora ci restano buone testimonianze ne' documenti di quelle contrade, vedendosi il suo nome nei pubblici contratti d'allora, e trovandosi dei placiti tenuti da lui per l'amministrazione della giustizia in quelle parti. Uno di questi si legge nella Cronica del monistero del Volturno [Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], tenuto in territorio beneventano in locum, qui nominatur ad Campum de Petra, ibique in praesentia domni Henrici serenissimi imperatoris, ec. Fu scritto quel giudicato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi sunt MXXII, et imperante domno Henrico serenissimo imperatore Augusto, anno imperii ejus, Deo propitio in Italia octavo, et dies mense februarii per Indiction. IV (scrivi V). Actum in territorio beneventano. Un altro placito tenne nel mese di marzo di quest'anno in Balva domnus Ambrosius, qui est missus et capellanus domni Henrici imperatoris Augusti. Un altro parimente in essa Cronica si legge, tenuto nell'aprile dell'anno presente da Leone vescovo di Vercelli, e da un altro vescovo deputati a praeclara potestate serenissimi Einrici Augusti, in territorio beneventano juxta ecclesiam sancti Petri apostoli, situs propinquo hanc Beneventi civitatem, ec. Ci fa anche vedere un diploma d'esso Augusto in favore del monistero di santa Sofia di Benevento, rapportato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in Archiepisc. Benev.], che il medesimo soggiornava in Benevento VI idus martii. Posesi dunque l'imperadore all'assedio della città di Troia, valorosamente difesa da quei cittadini e dalla guarnigione greca, di modo che per tre mesi convenne tener ivi il campo con gran disagio degli assedianti e non minore degli assediati. Radolfo Glabro [Glaber, Hist., lib. 3, cap. 1.], storico di questi tempi, descrive [137] un tal assedio. Era tormentata la città dai mangani e da altre macchine di guerra. Uscirono i cittadini, e ne fecero un falò: perlochè montato forte in collera l'imperadore, fece prepararne dell'altre coperte di crudo cuoio, e continuar le offese. Indarno furono invitati i difensori alla resa con buone condizioni: s'ostinarono essi, perchè lor si faceva credere imminente un gagliardo soccorso. Per questo impazientatosi l'imperadore, gli uscì di bocca, che se potea mettere il piede in quella città, volea mandar tutti quanti a fil di spada. Ma non potendo più i cittadini, allora si rivolsero a chiedere misericordia: al qual fine spedirono fuori della città un romito con dietro tutti i lor fanciulli in processione, che gridavano Kyrie, eleyson, cioè, Signore, abbiate pietà. Arrigo colle lagrime agli occhi ordinò che si rimandassero in città. Tornò il dì seguente il romito coi fanciulli e colle stesse voci, ed, uscito l'imperadore dal suo padiglione, non potè reggere a quel tenero spettacolo, e perdonò a quei cittadini, con che abbattessero quella parte delle mura che aveano fatta resistenza alle sue macchine, e che poi le rifacessero. Lasciato dunque ivi presidio, e presi gli ostaggi, se ne venne a Capua, dove, per attestato dell'Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 42.], diede quel principato a Pandolfo conte di Tiano, senza che s'oda che papa Benedetto VIII pretendesse ivi giurisdizione alcuna temporale. Creò ancora conti, non si sa di qual luogo, Stefano Melo e Pietro, nipoti del già defunto Melo duca di Puglia, co' quali allogò quei pochi Normanni che erano restati in quelle contrade.

Di là passò in compagnia del romano pontefice al monistero di Monte Casino, dove seguì l'elezione di Teobaldo abbate, consecrato poscia dal papa. Pativa l'imperadore dei gravi dolori, e ne fu guarito per intercessione di san Benedetto; per la qual grazia fece dei ricchi regali a quell'insigne santuario. Rapporta [138] il padre Gattola [Gattola, Hist. Monaster. Casinens. P. I.] un diploma, da lui dato allo stesso monistero, con queste note: Anno ab Incarnatione Domini MXXII, Indictione V, anno vero domni Heinrici Romanorum imperatoris Augusti secundi regnantis XXI, imperantis autem nono. Actum in Monte Casino. Non dia fastidio ad alcuni il veder ivi sottoscritto il cancellier Teodorico vice Ebbonis papembergensis episcopi et archicapellani, quando negli altri diplomi questo vescovo di Bamberga porta il nome di Eberardo e di arcicancelliere; perciocchè Ebbone è lo stesso nome di Eberardo; ed egli era anche arcicappellano dell'imperadore, se pure in questi tempi non era lo stesso il grado di arcicancelliere e di arcicappellano. Leggesi inoltre una lettera del medesimo Augusto a papa Benedetto, in cui gli raccomandò efficacemente il monistero imperiale di Monte Casino, sottoscritto colle stesse note cronologiche. Tutti i sopra narrati avvenimenti appartengono all'anno presente; e se il Sigonio li riferì all'anno seguente, non si dee già argomentare che in lui mancasse la diligenza, ma bensì che gli mancarono molte storie e documenti, de' quali noi godiamo ora, disotterrati dagli eruditi. Lo stesso dee dirsi del cardinal Baronio, il quale si figurò che l'imperadore Arrigo si trattenesse sino all'anno seguente in Italia, quando è fuor di dubbio oggidì ch'egli in questo se ne tornò frettolosamente in Germania. Ma prima di accennare il suo viaggio convien qui avvertire, avere scritto Epidanno [Hepidannus, in Annal. brev.], monaco di san Gallo in questo secolo, che l'Augusto Arrigo Trojam, Capuam, Salernum, Neapolim, urbes imperii sui ad Graecos deficientes ad deditionem coegit. Che anche Guaimario III principe di Salerno, atterrito dall'esempio di Capua, riconoscesse per suo sovrano l'imperadore, niuna difficoltà ho a crederlo. Leggesi tuttavia un diploma [Antiq. Ital., Dissert. V.] d'esso Arrigo, conceduto ad [139] Amato II arcivescovo di Salerno, dove è chiamato fidelis noster, dato pridie kalendas junii, Indictione V, cioè nell'anno presente coll'Actum Troje. Potrebbe solo dubitarsi di Napoli. Ma abbiamo ancora Ermanno Contratto che lo conferma con iscrivere sotto il presente anno [Hermannus Contract., in Chron. edit. Canis.]: Beneventum intravit, Trojam oppidum oppugnavit et cepit; Neapolim, Capuam, Salernum, aliasque eo locorum civitates in deditionem omnes accepit.

Era già insorta, durante l'assedio di Troia, la peste, oppure una epidemia nell'esercito dell'Augusto, e questo aveva anche servito a lui di maggiore impulso a perdonare a quel popolo, per isbrigarsi da que' contorni. Si mise dunque in viaggio alla volta della Germania, e dovette passare per la Toscana; avendo io pubblicato un suo diploma [Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.] in favore dei Benedettini di Arezzo, dato X kalendas augusti, anno Incarnationis dominicae MXXII, Indictione V, anno domni Heinrici regnantis secundi XXI, imperii vero VIIII. Actum Privaria in comitatu lucense. Perchè a cagion de' calori d'Italia crebbe nell'armata imperiale l'epidemia, che ne fece grande strage, Arrigo in fretta e con poche guardie Alpium cacumina citato transgreditur cursu, come s'ha dall'Annalista e dal Cronologo Sassoni [Annalista Saxo. Chronograph. Saxo.], e, giunto in Germania, raunò un numeroso concilio di vescovi. Crede il padre Solerio della compagnia di Gesù [Acta Sanctor. Bollandi ad diem 14 julii.] che tal concilio sia stato quello di Salingenstad, pubblicato dal Labbe nel tomo IX de' concilii, e tenuto nel dì 12 d'agosto dell'anno presente. Ma se Arrigo, come abbiam veduto, nel dì 25 di luglio era tuttavia nel territorio di Lucca, resterebbe da esaminare come egli potesse compiere in tempo sì stretto il suo viaggio in Germania, e l'adunamento di tanti prelati a quel concilio. Oltre di che, in Salingenstad non si trovò se non l'arcivescovo [140] di Magonza con cinque suoi suffraganei: laddove quel di Arrigo fu composto di moltissimi vescovi. Nel mese di dicembre dell'anno presente il marchese Bonifazio padre della contessa Matilda, insieme con Richilda contessa sua moglie, prese a livello da Landolfo vescovo di Cremona due corti [Antiq. Ital., Dissert. XXXVI.] cum castro inibi habente, e colla lor pieve; ed all'incontro egli cedette al vescovo la corte di Piadena, patria del celebre storico Bartolomeo Platina. Assistè al contratto Tadone conte di Verona. E in questi tempi fiorì nel monistero della Pomposa Guido abbate rinomato per la sua santità, siccome ancora Guido monaco di patria aretino, a cui ha non poche obbligazioni il canto fermo, da lui riformato ed insegnato colle sue regole. Trovasi tuttavia scritto a penna un suo trattato de musica col titolo di Micrologus, di cui ancora fa menzion Donizone nella vita della contessa Matilda.


   
Anno di Cristo MXXIII. Indizione VI.
Benedetto VIII papa 12.
Arrigo II re di Germania 22, imperadore 10.

Secondochè abbiam dal predetto Donizone [Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 5 et 6.], ebbe il marchese Bonifazio, padre della poco fa mentovata Matilda, due fratelli. L'uno fu, non Tebaldo, come scrisse il padre Pagi [Pagius, in Crit. ad Annales Baron.], ma Teodaldo ossia Tedaldo, che vescovo di Arezzo vien lodato da quello storico per la sua religione, continenza ed avversione ai simoniaci. Questi nell'anno presente fece una donazione ai Benedettini d'Arezzo [Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.], mense augusti, Indictione sexta, da me data alla luce. L'altro, cioè Corrado, era giovane di molto fuoco. Cercarono gli emuli di questa famiglia di mettere la discordia fra esso lui e [141] Bonifazio fratello maggiore, ma loro non venne fatto. Non si sa poi nè il tempo nè il perchè si fece una gran raunata di gente ex regno toto contra di questi due fratelli, che venne a trovarli sino a Coviolo, un miglio e mezzo lungi da Reggio. Quivi seguì un sanguinoso fatto d'armi. Bonifazio vi fece di molte prodezze; pure gli convenne ritirarsi, quand'ecco uscire di un bosco il fratello Corrado con cinquecento cavalli, che l'incoraggì a tornare in campo contra de' nemici. Rinforzossi la battaglia, e finalmente dai due fratelli fu messa in rotta l'armata nemica. In quel conflitto riportò Corrado una ferita, che fu bensì curata; ma perchè il giovane non s'ebbe riguardo alcuno da lì innanzi nel giocare e mangiare, da lì a più anni, post plures annos, come si ha da Donizone (e non già in quel fatto d'armi, come scrisse il Sigonio), essa ferita il portò all'altro mondo nel dì 13 di luglio dell'anno 1030.

Anni terdeni tunc Verbi mille sereni.

Ci porta questo a conoscere che oramai i popoli della Lombardia cominciavano a farsi guerra l'uno all'altro, senza dipendere dai ministri imperiali che governavano il regno d'Italia e le particolari città. Il che non vuol dire che i conti e marchesi perdessero la loro autorità sopra de' popoli; ma anch'essi coi lor popoli faceano guerra agli altri, e, come si può credere, senza chiederne licenza all'imperadore: il che in addietro non leggiamo che si praticasse. E di qui avvenne che a poco a poco andò crescendo l'ardimento ne' Lombardi, con giugnere finalmente, siccome vedremo, ad erigere in repubblica le loro città. Confermò in quest'anno l'Augusto Arrigo al monistero di Monte Casino, e a Tebaldo abbate di quel sacro luogo, tutti i suoi privilegii con diploma dato [Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.] II nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXXIII, anno vero domni Henrici [142] regnantis XXI, imperii vero ejus VIIII, Indictione sexta. Actum Poderbrunnon, cioè in Paderbona. Ci ha anche conservato il registro di Pietro Diacono, esistente in quell'insigne badia, il diploma con cui esso imperadore nonis januarii, Indictione VI, anno Domini MXXIII, concedette principibus inclitis nostris, quidem fidelibus dilectis Pandulfo et Johanni filio ejus, principatum Capuae cum omnibus ad eum pertinentibus, ita videlicet ut avus ejus Pandulfus tenuit, exceptis abbatibus imperialibus sancti Benedicti de Monte Casino et sancti Vincentii. Leggesi ancor questa concessione presso il padre abbate Gattola, ed è degna di attenta considerazione. Nella copia del diploma, con cui lo stesso Arrigo primo tra gli imperadori si dice che nell'anno 1014 confermò alla Chiesa romana i di lei Stati, leggiamo in partibus Campaniae Sora, Arces, Aquinum, Arpinum, Theanum, Capuam, città componenti il principato di Capua. Quando ciò fosse stato, non si può già credere sì privo di memoria, nè sì mancante di religione Arrigo I, imperadore santo, ch'egli avesse dopo investito d'essa Capoa e del suo principato Pandolfo e Giovanni suo figliuolo. E se pur fatto l'avesse, avrebbe reclamato il romano pontefice: del che niun vestigio apparisce. Che dunque si ha da dire della copia del diploma dell'anno 1014 rapportata dal cardinal Baronio? Abbiamo poi da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che in quest'anno venit Raya (ossia Rayca) cum Saffari Criti Barum mense junii, et obsedit eam uno die. Et amoti exinde comprehenderunt pelagianum oppidum. Et fabricatum est castellum in Motula. Erano questi due assediatori di Bari Pugliesi ribelli ai Greci, e riuscì loro di prendere la terra di Pelagiano, ossia di Corigliano, come ha un altro testo. Sotto quest'anno Poppone, patriarca d'Aquileia, per quanto narra il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], fidatosi nell'appoggio dell'imperadore, mosse lite al [143] patriarca di Grado davanti a papa Benedetto, chiamandolo usurpatore di quel titolo, e pretendendolo soggetto alla sedia sua. Accadde che per dissensioni nate in Venezia fu obbligato Ottone Orseolo doge di ritirarsi in Istria come esiliato in compagnia di Orso patriarca di Grado suo fratello. Si prevalse Poppone di tal congiuntura per entrare coll'armi in Grado, e dopo avere spogliato ed abbattuto più di una chiesa ed alcuni monisteri, quivi lasciò una guarnigione di suoi soldati. A questo colpo si ravvidero i Veneziani, (e forse nell'anno seguente), richiamato il doge col patriarca fratello, passarono con grandi forze a Grado, e ripigliarono quella città ed isola, con iscacciarne le genti del patriarca d'Aquileia.


   
Anno di Cristo MXXIV. Indizione VII.
Giovanni XIX papa 1.
Corrado II re di Germania e d'Italia 1.

Mancarono in quest'anno alla repubblica cristiana i suoi due primi luminari, cioè il papa e l'imperadore. Forse il primo fu papa Benedetto VIII che terminò il suo pontificato, per quanto si crede, nel mese di giugno, come osservò il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.]. Ebbe per successore Giovanni XIX, soprannominato Romano, fratello del predefunto Benedetto, ma papa screditato da Glabro [Glaber, Hist. Mediolan., lib. 4, cap. 1.] e dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], perchè di laico ch'egli era coll'intercessione della pecunia guadagnati i voti, salì sul trono pontificio. Uno eodemque die et laicus et pontifex fuit, dice Romoaldo salernitano [Romuald. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.]; il che fu contra gli antichi canoni. Che l'assunzione sua seguisse per la prepotenza dei conti Tuscolani, lo scrive il porporato Annalista, del che io non veggo le pruove. Glabro solamente attesta che fu l'efficace mezzo dell'oro che il portò in [144] alto: e questo dire, se è vero, ferisce chiunque l'elesse. Quanto all'imperadore, abbiamo da Wippone [Wippo, in Vita Conradi Salici.], da Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, edit. Canis.], e da altri antichi storici ch'egli fu chiamato da Dio ad un regno migliore nel dì 13 di luglio dell'anno presente, e gli fu data sepoltura nella sua prediletta città di Bamberga. Imperadore, le cui molte virtù, e massimamente l'insigne pietà, coronata da varie gloriose azioni, meritarono ch'egli fosse scritto nel catalogo de' santi, con celebrarsene anche la festa nel dì 14 d'esso mese, giorno probabilmente della sua sepoltura. Consegnò egli prima di morire ai parenti l'imperadrice Cunegonda sua moglie, vergine, per quanto la fama divulgò, quale l'avea ricevuta; principessa anch'ella dotata di sì luminose virtù, che non men del marito arrivò a conseguir la laurea dei santi. Per gloria di lei, e per documenti delle strane vicende, alle quali sono esposti anche i migliori, non si vuol tacere che così santa principessa [Vita S. Cunegund., cap. 2.] fu accusata d'infedeltà all'Augusto suo consorte. Si esibì ella di provare l'innocenza sua colla pruova del fuoco, usata in que' secoli d'ignoranza; e però co' piedi nudi senza lesione alcuna passeggiò sopra dodici ferri roventi. Ma di questo gran fatto, nè della verginità di Cunegonda noi non abbiamo testimonio alcuno contemporaneo che incontrastabilmente ce ne assicuri; ed ella potè senza di questo essere principessa di rara santità. Le vite de' Santi scritte lungo tempo dopo la lor morte son suggette a varii riguardi, perchè la fama, che cresce in andare, aggiugne talvolta quello che non fu.

Venne dunque colla morte di santo Arrigo a vacare l'imperio romano col regno della Germania e dell'Italia. L'essere egli mancato senza prole, aprì il campo alle pretensioni di varii principi, e per [145] conseguente alla discordia. Secondo l'attestato di Wippone, storico di quei medesimi tempi [Wippo, in Vit. Conradi Salici.], i due principali concorrenti furono due Canoni, cioè due Corradi, i quali per distinzione erano appellati, a cagion dell'età, l'uno il maggiore, l'altro il minore, cugini germani. Era nato il maggiore da Arrigo duca della Franconia, il secondo da Corrado, che vedemmo duca di Carintia e marchese di Verona, amendue fratelli ancora di Gregorio V papa. Ottone avolo dei suddetti due cugini, figliuolo di Liutgarda nata da Ottone il Grande, fu anche egli duca di Franconia. Però questi due principi, siccome discendenti dal sangue di Ottone I Augusto, furono creduti i più propri per succedere; e fra questi due competitori fu amichevolmente conchiuso che quegli sarebbe re, il quale riportasse più voti. Cadde pertanto l'elezione in Corrado il maggiore, figliuolo d'Arrigo, che fu poi appellato per soprannome il Salico. Scrivono che Arrigo Augusto nell'ultima sua infermità consigliò i principi ad eleggere questo, siccome principe di gran valore e senno. E non furono già i sette elettori che diedero il re alla Germania, ma bensì tutti i vescovi, duchi e principi di quel regno che concorsero nella scelta di lui, come attesta il medesimo Wippone. Vi furono invitati anche i principi d'Italia, ma non giunsero a tempo. Nel dì 8 di settembre in Magonza seguì la coronazione germanica di Corrado il Salico; e per allora si tacque il minore Corrado, benchè mal contento d'essergli stato posposto. Ma appena il popolo di Pavia ebbe intesa la morte del santo imperadore Arrigo, che, ravvivando la non mai estinta rabbia per l'atroce danno inferito da lui, o, per dir meglio, dai suoi soldati alla loro città, nè sapendo qual altra vendetta fare, proruppero in una sollevazione, e corsi ad atterrare il palazzo regale, lo ridussero in un monte di pietre. Tunc Papienses in ultionem incensae urbis, regium, [146] quod apud ipsos erat, destruxere palatium: sono parole di Arnolfo storico milanese [Arnulfus, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.]. Udiamo anche Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.]: Erat, dice egli, in civitate papiensi palatium a Theodorico rege miro opere conditum, ac postea ab imperatore Ottone tertio nimis adornatum. Questo è il palazzo che, secondo Wippone, diruparono i Pavesi. Ne dubito io. Siccome abbiam veduto all'anno 1004 restò incenerito nella sedizione insorta in Pavia il regal palazzo, e i Pavesi furono condannati a rifarlo, oppure a fabbricarne un nuovo. Così di Arrigo scrive Ugo flaviniacense [Ugo Flaviniacens., in Chron. ad ann. 1013.]: Papiam veniens, ab eis miri operis palatium sibi construi fecit. Questo dunque, e non già il palazzo di Teoderico, dianzi rovinato, dovette più verisimilmente restar nell'anno presente vittima del furor de' Pavesi. Per altro motivo ancora (bisogna confessarlo) s'indusse quel popolo a tal risoluzione, perciocchè i regali palagi, siccome altrove abbiam detto, solevano essere fuori delle città primarie, affine appunto di schivar gli accidenti funesti che per sua mala sorte provò Pavia; e perciò rincresceva al popolo pavese di vedere il suo piantato nel cuore della loro città. Totumque palatium (seguita a dire Wippone) usque ad imum fundamenti lapidem eruebant, ne quisquam regum ulterius infra civitem illam palatium ponere decrevisset.


   
Anno di Cristo MXXV. Indizione VIII.
Giovanni XIX papa 2.
Corrado II re di Germania 2.

Non mancarono principi d'Italia che, concordi nel genio col popolo di Pavia, abborrivano di aver più in Italia re, o imperadori tedeschi, i quali doveano forse parer loro troppo gravosi. Fra questi specialmente ci fu Maginfredo marchese chiarissimo di Susa, con Alrico vescovo d'Asti suo fratello, e i marchesi progenitori della casa d'Este, cioè Ugo ed Alberto [147] Azzo I. Siccome osservò il Beslì [Beslius, de vera orig. Hugon. Reg.], si voltarono essi a Roberto re di Francia, esibendo a lui la corona del regno d'Italia; e quando a lui non piacesse, almeno ad Ugo suo figliuolo, già dichiarato collega nel regno. Ma egli non se ne volle impacciare, perchè non gli piaceva di tirarsi addosso una guerra col re Corrado. Glabro [Glaber, lib. 3, cap. 9.] scrive, in parlando del medesimo Ugo, che ubique provinciarum percitus peroptabatur a multis, praecipue ab Italis, ut sibi imperaret, in imperium sublimari. E nei versi fatti sopra la morte di lui:

Omnis quem prona proscebat Italia,

Caesar ut jura promeret regalia.

Perduta questa speranza, e tanto più perchè esso giovinetto Ugo fu rapito dalla morte in quest'anno nel dì 17 di settembre, passarono que' marchesi a tentare Guglielmo IV duca d'Aquitania, oppure suo figliuolo Guglielmo V. Fulberto vescovo di Chartres così ne scrive a Roberto re di Francia [Folbertus, Epistol. 54 et 55.]: Guillelmo Pictavorum comes (lo stesso è che il duca d'Aquitania) herus meus loquutus est mihi nuper dicens, quod postquam Itali discesserunt a vobis, diffisi, quod vos regem haberent, petierunt filium suum ad regem. Quibus ille invitus coactusque respondit, tamdem acquiescere se voluntati eorum. Ma per non imbarcarsi male a proposito, fece il duca Guglielmo avvisare per mezzo del conte d'Angiò il re Roberto dell'esibizion fattagli dagli Italiani; e ch'egli l'accetterebbe, qualora il re volesse secondarlo e muovere all'armi i duchi della Lorena contro il re Corrado: al qual fine gli offeriva una buona somma di danaro. Nè questo gli bastò. Volle in persona venir egli in Italia, per meglio scandagliare gli animi e le forze di questi principi. Ma qui non trovando quella concordia che occorreva in un affare di tanta importanza, [148] e non gli piacendo certe condizioni che si dimandavano dai principi italiani, se ne tornò in Guienna, e si diede a disfare la tela ordita. In una lettera [Fulbertus, Epistol. 58.], da lui scritta a Maginfredo marchese, gli dice: Quod coeptum est de filio meo, non videtur mihi ratum fore, nec utile, neque honestum. Gens enim vestra infida est. Insidiae graves contra nos orientur. Però il prega di rompere con buon garbo questo negozio. Odasi ancora Ademaro, monaco di santo Eparchio, che nella sua Cronica scrive: [Apud Labbe Bibliothec. MSS. tom. I.] At vero Langobardi, fine imperatoris (Henrici) gavisi, destruunt palatium imperiale, quod erat Papiae, et jugum imperatorium a se excutere volentes, venerunt multi nobiliores eorum coram pictavam urbem ad Willelmum ducem Aquitanorum, et eum super se regem constituere cupiebant. Qui prudenter cavens cum Willelmo comite Engolismae Langobardorum fines penetravit, et diu placitum tenens cum ducibus Italiae, nec in eis finem (o piuttosto fidem) reperiens, laudem et honorem eorum pro nihilo duxit. Leone, vescovo di Vercelli, uno di quelli fu che si sbracciò non poco per tirare in Italia l'amico suo duca d'Aquitania. Leggesi una lettera faceta del duca ad esso Leone, nella quale venendo poi al serio, scrive [Fulbert., Epist. 126.]: Longobardos non arguo deceptionis, quam in me exercere vellent. Quantum enim in ipsis fuit, partum erat mihi regnum Italiae, si unum facere voluissem, quod nefas judiravi: scilicet, ut ex voluntate eorum episcopos, qui essent Italiae, deponerem, et alios rursus illorum arbitrio elevarem. Sed absit, me rem hujusmodi facere, ec. Ecco quanta fosse la pietà e saviezza di quel principe.

In occasione di questi trattati passò, come vedemmo, in Francia Ugo marchese, uno degli antenati estensi, per indurre il re Roberto ad accettar la corona d'Italia, e, passando per la città di Tours, quivi si fermò per due giorni affin di [149] soddisfare alla divozione sua verso san Martino. Questa notizia ci è somministrata da una carta dell'archivio di quei canonici, dove si legge [Martene, Thesaur. nov. Anecdot. tom. I, pag. 51.]: Orta est querela canonicorum sancti Martini, circa quosdam marchiones Italiae, Bonifacium videlicet, Albertum, et Aczonem, Otbertum, et Hugonem, propter terras beati Martini de Italia, quas injuste tenebant. Quorum Hugo accidit, ut in terra legationis causa Robertum Francorum regem adiret, et per sanctum beati Martini locum transiret, ec. Siccome ho altrove dimostrato, erano questi principi della famiglia de' marchesi appellati poscia d'Este. Soddisfece il marchese Ugo a que' canonici. Ora il negoziato fin qui esposto de' principi d'Italia per iscuotere il giogo tedesco per la maggior parte fu fatto nel precedente anno, e terminò poi nel presente. Tra perchè abortirono le speranze concepute di avere un re dalla parte della Francia, e perchè l'unire e tener unite tante teste, era cosa più che difficile, Eriberto arcivescovo di Milano, il primo fra' principi di Lombardia, prese il partito suo, e, seguitato da moltissimi altri, andò in Germania a darsi al re Corrado, e a promettergli la corona del regno italico, ogni volta ch'egli calasse in Italia. L'abbiamo da Arnolfo storico milanese [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.]. Factum est (scrive egli) ut simul convenientes in commune tractarent de constituendo rege primates. Diversis itaque in diversa trahentibus, non omnium idem fuerat animosus. Interque talia fluctuante Italia, suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum. Quumque Teutones sibi Chuonradum eligerent, eumdem ipsum laudavit, omniumque in oculis coronavit. Ma non sussiste che Eriberto intervenisse all'elezion germanica, e molto meno che egli coronasse Corrado, nè che v'andasse solo. Un autore meglio informato, che [150] era allora in corte d'esso Corrado, cioè Wippone [Wippo, in Vita Conradi Salici.], ci assicura che il suo re, venuto alla città di Costanza, quivi celebrò la Pentecoste, che cadde nel dì 6 di giugno dell'anno presente. Ibi archiepiscopus mediolanensis Heribertus cum ceteris optimatibus italici regni occurrebat, et effectus est suus, fidemque sibi fecit per sacramentum et obsidum pignus, ut quando veniret cum exercitu ad subjiciendam Italiam, ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret. Similiter reliqui Langobardi fecerant (fecerunt) propter (praeter) Ticinenses, qui et alio nomine Papienses vocantur, quorum legati aderant cum muneribus et amicis, molientes ut regem pro offensione civium placarent, quamquam id adipisci a rege juxta votum suum nullo modo valerent. Tenevasi offeso il re, perchè i Pavesi avessero demolito il palazzo imperiale. E questi dicevano: Chi abbiamo noi offeso? Finchè l'Augusto Arrigo è vivuto gli siamo stati ubbidienti e fedeli. Morto lui, non avendo noi re, nè obbligo verso chi non era per anche nostro re, abbiamo smantellato un palazzo, su cui niun, fuorchè noi, aveva diritto. Ma Corrado non l'intendeva così, pretendendo che se moriva il re, il regno nondimeno vivo restava; e che quel palazzo era del re d'Italia e non de' Pavesi. Per questo motivo senza pace se ne tornarono indietro gli ambasciatori di Pavia. Reliqui vero Italici amplissimis donis a rege honorati in pace dimissi sunt. Nè già i Pavesi ricusavano di rifabbricare quel palazzo regale che era loro di gloria, ma lo volevano fuor di città. Corrado all'incontro lo voleva dentro, come prima. In ciò consisteva la lor discordanza. In questo anno propriamente, siccome osservò il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict.], ed io ancora [Rer. Ital., tom. VI. Praefat. ad Vit. Abbat. Cavens.], ebbe principio il celebre monistero della Cava nel principato [151] di Salerno per cura di Guaimario III principe di quelle contrade. Il suo primo abbate fu santo Adelferio ossia Alferio. Abbiamo ancora da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.] e dall'Anonimo casinense, che in quest'anno Pandolfo IV principe di Capua, già condotto prigione in Germania dal defunto Arrigo Augusto, ad intercessione dello stesso Guaimario, ottenne la sua libertà, e tornossene tutto umile e mansueto, secondo le apparenze, in Italia, con accignersi dipoi a ricuperare il perduto principato.


   
Anno di Cristo MXXVI. Indizione IX.
Giovanni XIX papa 3.
Corrado II re di Germania 3, d'Italia 1.

Ancorchè nell'anno addietro tendessero alla ribellione, e facessero varii movimenti contra del re Corrado, il giovine Corrado duca di Franconia, Ernesto duca di Alemagna, ossia di Suevia, e Guelfo conte suevo, figliastro del medesimo Ernesto, e Federigo duca di Lorena [Hermannus Contractus, in Chron.] con altri probabilmente mossi da Roberto re di Francia, che già faceva conto di pescare nel torbido: pure, tal fu l'industria e il senno d'esso re Corrado, che seppe quietar questi rumori, e dissipare in gran parte le alleanze tramate contra di lui. Però non sì tosto si vide quieto in Germania, che si accinse a calare in Italia, per prevalersi della buona disposizione che avea trovato ne' principi di Italia e nel romano pontefice in favore di lui. Per attestato di Arnolfo storico [Arnulf., Histor. Mediolanens., lib. 2, cap. 2.], l'arcivescovo Eriberto gli avea già guadagnati gli animi di quasi tutti, parte con fatti e parte con isperanze di premii. Per tanto s'incamminò egli alla volta dell'Italia, seco menando un poderoso esercito [Wippo, in Vit. Conradi Salici.]. Per Verona passò a Pavia, e trovando chiuse le porte di quella città [152] andò a Vercelli, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 10 di aprile. In ipsis diebus paschalibus Leo ejusdem civitatis antistes, vir multum sapiens, mundum cum pace reliquit, cui Ardericus mediolanensis canonicus successit. Adunque circa il tempo della quaresima, come vuole Ermanno Contratto, dell'anno presente era allora Leone vescovo di Vercelli; pertanto è da vedere come l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.] metta in questi tempi vescovo di quella città Pietro, tenuto ivi per santo, con dire ch'egli morì nel dì 13 di febbraio di quest'anno 1026. Secondo il suddetto storico Arnolfo, veniens Conradus Italiam, ab Heriberto archiepiscopo, ut moris est, coronatur in regno. Vogliono gli storici milanesi ch'egli fosse coronato nella basilica di santo Ambrosio, allora fuori di Milano. Buonincontro, storico di Monza, aggiugne [Bonincontr., Chronic. Modoet. tom. 12 Rer. Ital.] che questo re ab Henrico archiepiscopo Mediolani, primo in Modoetia, postea Mediolani in sancto Ambrosio coronatur. Neppur sapea questo scrittore che allora sedea nella cattedra di santo Ambrosio Eriberto arcivescovo: laonde neppur noi sappiamo cosa sia da credergli in questo particolare. La verità si è, che la coronazione in re d'Italia si dee tenere per certa; ma, per conto del tempo e del luogo, questo tuttavia resta involto nelle tenebre. Persistendo poi Corrado in non volere dar pace ai Pavesi, fece loro quanta guerra potè nel territorio d'essi, con incendiar le castella e le chiese, e far morire di ferro o di fuoco i poveri contadini rifuggiti in que' sacri luoghi, con tagliar tutte le viti e far altre simili azioni abbominevoli e scellerate per un re cristiano, perchè contro quella parte di popolo che niuna colpa avea nel delitto, benchè il buon Wippone le racconti quasi come gloriose prodezze del re Corrado. Ma non si mise egli a far l'assedio di Pavia, perchè la conobbe città forte e piena di popolo, e però capace di far lunga [153] e vigorosa resistenza. Racconta Guiberto [Wibertus, Vita S. Leonis IX, lib. 1, cap. 7.] nella Vita di san Leone IX papa, che questi in età di ventitrè anni, chiamato allora Brunone, correndo l'anno 1025, vice sui pontificis Herimanni in expeditione Conradi imperatoris (suo zio) Longobardiam, et maxime super Mediolanum tunc rebellem, est profectus. S'ingannò Guiberto, e volle dir Pavia; perciocchè Milano era tutto allora per Corrado.

Attese esso re per qualche tempo a sottomettere alcuni gran signori, collegati co' Pavesi, cioè Adalberto marchese e Guglielmo, ed altri principi in quei contorni, con desolare un lor castello chiamato Orba verso i confini oggidì dell'Alessandrino. Passò dipoi a Ravenna, e, come scrive il suddetto Wippone, cum magna potestate ibi regnavit: il che sempre più ci assicura che Ravenna col suo esarcato era allora, anzi da gran tempo, compresa nel regno d'Italia. Ma anche in Ravenna si attaccò una zuffa tra que' cittadini e gl'indiscreti Tedeschi, per la quale fu in armi tutta la città, e si combattè alla disperata fra l'una parte e l'altra, e ne seguì una non picciola strage, colla peggio in fine de' Ravennati. Lo stesso re Corrado, udito il rumore, si fece armare, domandò il cavallo, ed uscì fuor del palazzo. Ma veggendo scappare i cittadini, e salvarsi nelle chiese e nei nascondigli, misertus eorum, quia ex utraque parte sui erant, exercitum de persequutione civium revocavit. Nel dì seguente davanti a lui i primi della città co' piedi nudi e colle spade nude in mano, per segno d'essere degni del taglio della testa, comparvero a chiedere il perdono, e l'ottennero. Grandi furono in quest'anno i calori nell'Italia, e molte perciò le malattie. Affine di custodir la sanità, il re ultra Atim fluvium propter opaca loca et aeris temperiem in montana secessit, ibique ab archiepiscopo mediolanensi per duos menses et amplius regalem victum sumtuose habuit. Che fiume sia questo Ati, nol so. Credo guasta la parola. Parrebbe Athesis, [154] cioè l'Adige; ma le spese a lui fatte sì magnificamente da Eriberto arcivescovo m'inclinano piuttosto a crederlo un luogo del Milanese. Celebrò finalmente in Ivrea la festa del santo Natale, e non già in Ravenna, come si pensò il Sigonio. Riportò in quest'anno Ingone vescovo di Modena la conferma de' beni e privilegii della sua chiesa da esso Corrado con un diploma pubblicato, ma non senza scorrezioni, dal Sillingardi [Sillingard. Calalog. Episcop. Mutinens.] e dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.]. Le note son tali nell'originale: Data XIII kalendas julii anno dominicae Incarnationis MXXVI, Indictione nona, anno vero domni Conradi secundi regnantis primo. Actum Cremonae. L'anno primo del regno d'Italia si vede qui adoperato. Si dee anche correggere un diploma d'esso Corrado, dato in Piacenza in favore del monistero di san Salvatore di Pavia [Bullar. Casinens.], e conceduto in quest'anno, e non già nell'anno MXXIII.

Era mancato di vita dopo cinquanta anni d'imperio Basilio imperadore dei Greci nel precedente anno 1025, ed era restato solo imperadore Costantino suo fratello. Pensò questi nell'anno presente alla conquista della Sicilia, che da tanti anni languiva sotto la tirannia de' Saraceni. La spedizione sua è narrata da Lupo Protospata con queste parole [Lupus Protospata, in Chronico.]. Despotus Nicus (forse Andronicus) in Italiam descendit cum ingentibus copiis Russorum, Wandalorum, Turcarum, Bulgarorum, Brunchorum, Polonorum, Macedonum, aliarumque nationum ad Siciliam capiendam. Captum est autem Rhegium, et ob civium peccata destructum est a Vulcano catapano, et Basilius imperator obiit anno secundo. Si dee scrivere Constantinus, come osservò Camillo Pellegrini. La morte di questo imperadore, succeduta nell'anno seguente a dì 9 di novembre, e la peste entrata nell'esercito de' Greci mandò a male tutta quell'impresa. Oreste [155] è chiamato da Cedreno il generale de' Greci, spedito, secondo lui, in Sicilia, quand'anche era vivo Basilio Augusto. Sconvolse in quest'anno la discordia la città di Venezia [Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.]. Perchè Ottone Orseolo doge non volle investire Domenico Gradonico ossia Gradenigo juniore, eletto vescovo di quella città, alzossi contra del doge una potente fazione che il depose, e, tagliatagli la barba, il mandò in esilio a Costantinopoli. Orso patriarca di Grado suo fratello, siccome sospetto, fu anche egli in tal congiuntura cacciato dalla sua sedia. In luogo del bandito Ottone venne eletto Pietro Barbolano ossia Centranico. Ma poca quiete provò egli, parte perchè di tanto in tanto si formavano delle sedizioni contra di lui, e parte perchè Poppone patriarca di Aquileia, assistito dagli aiuti del re Corrado, infestava i confini de' Veneziani. Anzi lo stesso Corrado, senza voler confermare gli antichi patti, si mise anch'egli a perseguitare e danneggiar i Veneziani. Secondo l'Anonimo casinense [Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital. Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 58.], Pandolfo IV ritornato libero dalle carceri di Germania, e andando dietro alla ricupera del suo principato di Capoa, uniti tutti i suoi seguaci e fautori, ottenne anche un rinforzo considerabile di armati da Boiano ossia Bugiano generale dell'armi greche, e da Guaimario III principe di Salerno, marito di Gaitelgrima sua sorella. Ebbe anche dalla sua Rainulfo e Arnolfo capi de' Normanni, e i conti di Marsi. Con questo sforzo di gente mise l'assedio a Capoa, che durò, chi scrive sei mesi, e chi un anno e mezzo. Pandolfo conte di Tiano, giù creato principe di Capoa da Arrigo I Augusto, finchè ebbe forza, difese la città; ma in fine la necessità il costrinse a renderla. Affidato dal catapano de' Greci, insieme con Giovanni suo figliuolo e con tutti i suoi aderenti fu condotto a Napoli, e lasciato in libertà. Così Pandolfo IV tornò ad essere principe di Capoa, e dichiarò [156] suo collega nel principato Pandolfo V suo figliuolo. Fu chiamato da Dio in quest'anno nel dì 30 di agosto a miglior vita Bononio abbate di Lucedio nella diocesi di Vercelli. Le sue insigni virtù ed azioni di rara pietà, accompagnate da miracoli, indussero Arderico vescovo di Vercelli a riconoscerlo per santo: il che fu anche approvato dal sommo allora pontefice Giovanni XIX. Nacque Bononio in Bologna, e quivi nel monistero di santo Stefano per alquanti anni visse monaco. La Vita di lui, scritta da autore contemporaneo, si legge presso il padre Mabillone [Mabill., Saecul. VI Benedict., P. I.].


   
Anno di Cristo MXXVII. Indizione X.
Giovanni XIX papa 4.
Corrado II re di Germania 4, imperadore 1.

Nel febbraio dell'anno presente dovette muoversi il re Corrado alla volta di Roma, dove, secondo i maneggi e il concerto seguito fra loro, papa Giovanni XIX era per concedergli la corona imperiale. Un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XLV.], dato probabilmente nel febbraio di quest'anno, benchè manchi il mese e il giorno, ci fa vedere in Verona appellato solamente re lo stesso Corrado, cioè non per anche nomato imperadore. Rinieri marchese di Toscana, per quanto ne lasciò scritto Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.], con tutta quella provincia, non avea voluto per anche riconoscerlo per re, e stava forte nella ribellione. A quella volta marciò Corrado colla sua armata, cioè con un possente esorcismo per costrignerlo all'ubbidienza. Infatti Rinieri, dopo essersi tenuto chiuso in Lucca per pochi giorni, vedendo la malparata, venne finalmente ad arrendersi. L'esempio di Lucca e del marchese servì a ridurre in breve la Toscana tutta a suggettarsi. Ci mancano documenti per conoscere se dopo questo fatto seguitasse [157] il marchese Rinieri a reggere la Toscana, oppure s'egli fosse deposto, e in luogo di lui creato duca di Toscana Bonifazio marchese, padre dell'inclita contessa Matilda. Inclino io a credere che Bonifazio profittasse di tal congiuntura. Andossene dipoi Corrado a Roma, e quivi nel mercordì santo con sommo onore e magnificenza fu accolto da papa Giovanni e da tutti i Romani. Poscia in die sancto Paschae, qui eo anno VII calendas apriles terminabatur, a Romanis ad imperatorem electus (doveano dunque concorrere anche i Romani col papa all'elezion dell'imperadore) imperialem benedictionem a papa suscepit,

Caesar et Augustus romano nomine dictus.

Ricevette eziandio la sacra unzione e coronazione la regina Gisela sua moglie, figliuola di Erimanno duca di Alemagna. Fu quella gran funzione onorata dalla presenza di due re, cioè di Rodolfo III re di Borgogna, e di Canuto ossia Cnuto re d'Inghilterra, in mezzo ai quali l'Augusto Corrado se ne tornò al palazzo. Ma anche in Roma succedette il medesimo che era avvenuto in Ravenna. Mi sia permesso il dirlo, doveano ben essere allora indisciplinati, barbarie bestiali i Tedeschi. Per ogni picciolo rumore correvano a far laghi di sangue, e sfoggiavano nella crudeltà: dal che poi venne che si tirarono addosso l'odio degl'Italiani, e ne stancarono la pazienza, siccome vedremo. Per un vil cuoio di bue in un dì di quella settimana nacque contesa fra un Romano e un Tedesco, e vennero ai pugni. Invece di spartirli, diede all'armi tutto l'esercito imperiale, e i Romani anch'essi ricorrendo per difesa alle armi loro, fecero una pazza resistenza; ma in fine convenne loro dar alle gambe, et innumerabiles ex illis perierunt. Nel dì seguente i così maltrattati Romani, ante imperatorem venientes, nudatis pedibus, liberi cum nudis gladiis, servi cum torquibus vimineis circa collum, quasi ad suspensionem [158] praeparati, ut imperator jussit, satisfaciebant. Queste furono le allegrezze e consolazioni de' Romani. Se vogliam credere ad Arnolfo storico milanese di questo secolo [Arnulfus, Mediolan. Hist., lib. 2, c. 3.], accadde in occasione della stessa coronazione anche una rissa fra Eriberto arcivescovo di Milano ed Eriberto arcivescovo di Ravenna. Quest'ultimo arditamente si mise alla destra di Corrado. L'arcivescovo di Milano, ciò veduto, e sentendo che il corteggio de' suoi Milanesi, che era grande, incominciava a fare tumulto, e poteane succedere scandalo, saviamente si ritirò. Accortosene Corrado, fermò il passo e disse, che siccome toccava all'arcivescovo di Milano di dare la corona al re d'Italia, per cui si saliva all'imperio; così convenevol cosa era che quel medesimo presentasse il re al papa per ricevere dalle di lui mani la corona imperiale; e però, tolta la man destra all'arcivescovo di Ravenna, giacchè se ne era ito quel di Milano, per parere del pontefice Giovanni XIX, fece supplire le di lui veci ad Alderico vescovo di Vercelli, suffraganeo dell'arcivescovo. Intanto i Milanesi, altercando co' Ravennati, vennero con essi alle mani, e ne seguirono molte ferite, e crebbe sì fattamente la mischia che lo stesso arcivescovo di Ravenna fu obbligato a mettersi in salvo colla fuga. Da lì poi a pochi giorni in un concilio tenuto dal papa fu deciso che l'arcivescovo di Ravenna avesse da cedere la mano a quel di Milano. Lite nondimeno che non finì, e noi la vedremo risorgere all'anno 1047. Abbiamo un diploma di Corrado Augusto [Chron. Farfense, P. I, tom. 2, Rer. Ital.], in cui conferma tutti i suoi beni al monistero di Farfa, dato V kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MXXVII, anno vero domni Conradi regnantis III, imperii quoque I. Actum Romae: il che maggiormente ci assicura del tempo della sua coronazione. Ch'egli abitasse fuori di Roma in civitate leoniana, si raccoglie da un suo diploma, dato nonis aprilis [159] dell'anno presente, e da me tolto alle tenebre [Antiquit. Italic., Dissert. LXV.].

L'attività di questo imperadore nol lasciò consumare inutilmente il tempo in Roma. Però da lì a poco marciò egli coll'armata a Benevento e a Capoa; ed esse città, coll'altre di quella contrada, sive vi, sive voluntaria deditione, sibi subjugavit. Diede anche licenza ai Normanni che si trovavano in quelle parti, di abitarvi, e difendere i confini dai tentativi de' Greci. Ciò fatto, ritornò a Roma, e si avviò alla volta dell'Alpi. Era egli in Ravenna nel dì 3 di maggio, e in Verona nel dì 24 di esso mese, come consta da due suoi diplomi pubblicati dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Patav. et Veronens.], e da uno riferito dal padre Celestino nella Storia di Bergamo. Tanto fece, che in questi viaggi ebbe nelle mani Tasselgardo italiano, grande spogliator delle chiese e delle vedove; e colla sua morte sopra un patibolo liberò non so qual provincia dagl'insulti di costui. Filii Taselgardi quondam comitis si veggono nominati all'anno 1029 nella Cronica del monistero di Farfa [Chronic. Farf. P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. In uno strumento ancora da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. XIX.], e scritto nell'anno 1045, si trova Tesselgardus comes filius bonae memoriae Tesselgardi comitis ex civitate Beneventi. Sembra che del medesimo personaggio si parli in tali memorie. Mentre queste cose passavano in Italia, Guelfo conte della Suevia, dives in praediis, potens in armis, turbò la quiete della Germania. Impadronitosi della città di Augusta, devastolla, e diede il sacco al tesoro di quel vescovo. Oltre a Corrado duca di Franconia, che faceva di molti preparamenti, anche Ernesto duca d'Alemagna ossia della Suevia, benchè figliastro dell'imperadore, prese l'armi contra di lui. L'arrivo di Corrado ad Augusta dissipò tutti i disegni di que' principi. Guelfo, Ernesto [160] e Corrado vennero all'ubbidienza, e colla prigionia e coll'esilio di qualche tempo pagarono la pena della lor ribellione. Racconta Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.], che Corrado per biennium omnes Ticinenses afflixit, donec omnia quae precepit omni dilatione postposita compleverunt. Però si può credere che i Pavesi in quest'anno, indotti a rifabbricar entro la lor città il palazzo regale, tornassero in grazia dell'Augusto Corrado. Circa questi tempi, per quanto si raccoglie da Arnolfo storico [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 6.], venne a morte il vescovo di Lodi, e quel popolo, secondo l'antico rito, elesse il successore. Ma Eriberto arcivescovo di Milano, che in ricompensa delle tante fatiche e spese fatte per esaltare l'imperador Corrado, e per potere signoreggiar egli sotto l'ombra di lui in Lombardia, avendo fra gli altri privilegii ottenuto da esso Augusto di poter dare a Lodi quel vescovo che gli piacesse, scelse e conservò vescovo di quella città Ambrosio, uno de' suoi cardinali: che allora molte chiese d'Italia, massimamente le maggiori, avevano i lor cardinali al pari della chiesa romana. Sdegnati i Lodigiani per questa novità, che era anche contra de' canoni, gli fecero la testa. Ma il feroce arcivescovo, messa insieme un'armata, lor mosse guerra, prese all'intorno le lor terre e castella, e portò l'assedio alla stessa città di Lodi. Non potendo di meno que' cittadini, cedettero alla forza, accettarono Ambrosio vescovo, il qual poscia fece ottima riuscita; ma di là nacque un odio implacabile de' Lodigiani contra de' Milanesi, il qual poscia partorì immense ruberie, incendii, e stragi per moltissimi anni avvenire. Credesi che in questo anno terminasse i suoi giorni e le sue mirabili fatiche san Romoaldo abbate istitutore dell'ordine camaldolese, in età di cento venti anni, come lasciò scritto san Pier Damiano [Petrus Damian., in Vita S. Romualdi.]. V'ha chi crede che il Damiano, autore avvezzo a credere e [161] spacciare il mirabile dappertutto, senza avvedersene abbia accresciuto di troppo gli anni di questo santo. Ma intorno a ciò son da vedere le dissertazioni camaldolesi del padre abbate Grandi, celebre letterato, che dottamente ha esaminato questo punto [Grandi, Dissertationes Camaldulenses.]. S'ebbe a male Pandolfo IV, dopo avere ricuperato il principato di Capoa [Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.], che Sergio duca di Napoli avesse dato ricovero nella sua città a Pandolfo di Tiano, cioè al vinto emulo. E senza di questo, che non fa il mantice dell'ambizione ne' potenti signori [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.]? Quando men Sergio se l'aspettava, eccoti Pandolfo colla sua armata volare all'assedio di Napoli, e strignere talmente quella città, che l'obbligò alla resa. Sergio ebbe maniera di fuggirsene; e Pandolfo di Tiano scappò anch'egli a Roma, dove miseramente terminò i suoi giorni. A niuno de' principi longobardi era mai riuscito nei secoli addietro di mettere il piede in Napoli. Questa fu la prima volta, ma Pandolfo neppur egli potè lungamente sostenere una tal conquista, siccome diremo. Nella Cronica del Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] si vede che Pandolfo IV e suo figliuolo Pandolfo V contavano nel mese di marzo e di aprile dell'anno seguente 1028 l'anno primo ducatus neapolitani.


   
Anno di Cristo MXXVIII. Indizione XI.
Giovanni XIX papa 5.
Corrado II re di Germania 5, imperadore 2.

Avea nell'anno precedente terminato il corso di sua vita Arrigo duca di Baviera [Annalista Saxo, Hermannus Contractus, in Chron.]; però l'Augusto Corrado scelse per quel ducato la persona più cara ch'egli avesse, cioè il suo stesso figliuolo Arrigo. In quest'anno poscia gli procurò una maggior dosa d'onore, con farlo eleggere [162] re di Germania in età di soli undici anni. La sua coronazione fu solennemente fatta in Aquisgrana nel dì 14 di aprile, cioè nel giorno santo di Pasqua. Abbiam veduto di sopra che Corrado duca di Franconia, ossia di Wormacia, cugino dell'imperadore, restò escluso dal trono imperiale. Da lì innanzi non si quietò giammai, e fece guerra contra d'esso imperadore per più anni, ma con suo grave discapito. Alla perfine l'Augusto Corrado, in riguardo massimamente della parentela, ed anche per compensarlo dei danni a lui recati, perchè gli avea smantellate tutte le sue fortezze, il rimise in sua grazia, gli restituì tutti i suoi stati di Germania; e poi, siccome diremo all'anno 1035, gli fece anche una considerabil giunta e regalo. Chi dopo la morte di Ugo marchese di Toscana, succeduta sul fine dell'anno 1001, succedesse a lui nel governo del ducato di Spoleti e della marca di Camerino, e reggesse quel paese fino a questi dì, non l'ho saputo finora discernere per mancanza di documenti. Nelle giunte da me pubblicate alla Cronica del monistero di Casauria [Chron. Casaur., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], noi troviamo chi in quest'anno fosse duca di Spoleti e marchese di Camerino, cioè un altro Ugo. Veggonsi due placiti, tenuti l'uno nella città di Penna, e l'altro nella città di Marsi, anno ab Incarnatione Domini MXXVIII, et imperante domno Chonrado gratia Dei imperatore Augusto, anno imperii ejus in Italia primo, et die mensis januarii, per Indictionem X. Nell'originale sarà stato Indict. XI. Era presidente ad essi placiti Ugo dux et marchio. La pena imposta ai trasgressori è di mille libbre d'oro ottimo, medietatem ad partem imperatoris, et medietatem ad partem praedicti sancti monasterii di Casauria: parole indicanti il dominio dell'imperadore in quella contrada, e che per conseguente ivi si parla del ducato di Spoleti, oppur della marca di Camerino, ossia di Fermo. Probabilmente questo Ugo ebbe per padre Bonifazio juniore duca di [163] Spoleti, come ho conghietturato altrove [Antiq. Ital. Dissert. VI, pag. 987, et Dissert. XV, pag. 855.].

Circa questi tempi succedette quanto lasciò scritto Glabro storico [Glaber, Hist., lib. 4, c. 2.], benchè con qualche imbroglio di cronologia. Cioè in un castello, appellato Monforte, nella diocesi d'Asti, pieno di molti nobili, s'era introdotta un'eresia, con rinnovar i riti dei pagani e de' Giudei. Per quel che dirò, furono costoro piuttosto manichei, giacchè questa mala razza s'era di soppiatto molto prima introdotta in Italia e in Francia, e pur troppo in tutti e due questi regni avea sparse di grandi radici coll'andare degli anni. Saepissime tam Mainfredus marchionum prudentissimus, quam frater ejus Alricus, astensis urbis praesul, in cujus scilicet dioecesi locatum habebatur hujusmodi castrum, ceterique marchiones, ac praesules circumcirca creberrimos illis assultus intulerunt. Ciò che avvenisse di quel castello e di quegli eretici, Glabro lo lasciò nella penna. Ma ne parla ben diffusamente Landolfo seniore [Landulfus senior, Hist. Mediolan. lib. 2, cap. 27.], storico milanese del presente secolo, con dire che Eriberto arcivescovo in questi tempi di Milano, trovandosi in Torino, udì l'eresia degli abitanti del castello di Monforte. Fatto prendere un di coloro, appellato Girardo, volle intendere da lui in che consistesse la setta e credenza di quel popolo. Allegramente espose costui i suoi dommi, e chiaro si scorge che era la eresia de' manichei. Allora Eriberto spedì le sue milizie a quel castello, e fece prendere tutti quanti quegli abitatori, e specialmente la contessa di quel luogo. Fattili condurre a Milano, cercò tutte le vie di ridurli a ravvedimento, ma in vece d'abiurare i loro errori, si misero a sedurre chiunque andava a visitarli. Perciò fu loro intimata la morte, se non ritornavano alla vera fede di Cristo. Alcuni, almeno in apparenza, la [164] abbracciarono; ostinati gli altri vivi furono bruciati. Ma giacchè abbiam parlato qui di Odelrico Magnifredo, ossia Manfredi marchese di Susa, da noi altre volte menzionato, ed onorato da altri scrittori di questi tempi coll'elogio di principe prudentissimo, bene sarà il ricordare ch'egli fondò in quest'anno (come costa da uno strumento presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.]) il convento delle monache di santa Maria di Caramania, oggidì nella diocesi di Torino, insieme con Berta contessa sua moglie. Con queste parole si veggono essi enunziati: Nos in Dei nomine Odelricus, qui miseratione Dei Magnifredus marchio scilicet nominatus, filius quondam Magnifredi similiter marchionis, et Berta, auxiliante Deo, jugales, filia quondam Auberti itemque marchionis. Dal che si scorge che Berta sua moglie fu figliuola del marchese Oberto II, progenitore della casa d'Este. Hassi ancora all'anno seguente la fondazione fatta da questi due piissimi consorti, e da Alrico vescovo d'Asti, fratello d'esso marchese, della badia di san Giusto di Susa [Antichità Estensi, P. I, cap. 13.], in cui si vede che Berta avea per fratelli Adalberto marchese, Azzo ed Ugo, che appunto si trovano in questi tempi figliuoli del suddetto marchese Oberto II. Da Azzo vengono i principi estensi.


   
Anno di Cristo MXXIX. Indizione XII.
Giovanni XIX papa 6.
Corrado II re di Germania 6, imperadore 3.

Mordeva il freno Sergio duca di Napoli, perchè cacciato fuori del suo nido da Pandolfo IV principe di Capua, e studiava tutte le vie di rientrare in casa. Dopo due anni e mezzo ch'egli era esule [Anonymus Casinens., tom. 5 Rer. Italic. Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 58.], gli venne fatto di ricuperare il suo principato, e per conseguente o sul fine di quest'anno, oppur nell'anno seguente. [165] Probabilmente gli prestarono aiuto per mare i Greci, perchè Napoli fin qui s'era sempre tenuta salda sotto la sovranità degl'imperadori d'Oriente, benchè i suoi duchi, appellati anche maestri de' militi, godessero una piena signoria in quella città e nelle sue dipendenze. Sembra anche certo che a tale impresa concorressero in aiuto suo i Normanni, i quali andavano crescendo in quelle contrade; gente che sapeva pescare nel torbido, e seguitava senza scrupolo ora l'uno, ora l'altro di que' principi, anteponendo sempre chi gli dava o prometteva di più. Nè mancavano a Sergio dei partigiani nella stessa città di Napoli; e però ne tornò felicemente in possesso. Si sa ch'egli donò un delizioso e fertile territorio fra Napoli e Capoa (senza fallo per guiderdone del buon servigio), ai Normanni con crear conte Rainulfo capo de' medesimi, e imparentarsi seco. Allora fu che i Normanni si diedero a fabbricar case in quel sito che a poco a poco divenne una città chiamata Aversa, di cui fu il primo conte il predetto Rainulfo, e che servì di baluardo da lì innanzi contro la potenza de' principi di Capoa. Il trovarsi poi così ben agiati e favoriti in Italia i Normanni, e la fama delle lor delizie portata in Normandia, andava facendo venire di colà nuovi compagni nella Campania a partecipar della fortuna e felicità de' lor nazionali. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che in quest'anno fu mandato in Italia per catapano ossia generale de' Greci Cristoforo, e che Bugiano con Oreste se ne tornò a Costantinopoli. Aggiugne il suddetto Cronista che mense julii venit Potho catapanus, fecitque pugnam cum Rayca in Baro. Tanto son corte queste memorie, che non si arriva a distinguere nè le persone, nè le azioni succedute in que' paesi. Tuttavia assai traluce dello Anonimo barense [Anonymus Barensis, Chron., tom. 5 Rer. Italic.], che dopo la morte di Melo questo Rayca si fece capo dei Pugliesi [166] ribelli ai Greci. Abbiamo di nuovo sotto quest'anno memoria di Ugo marchese, uno degli antenati della casa di Este, in uno strumento dato alla luce dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.] e scritto colle note seguenti: Conradus gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus, Deo propitio, secundo, X kalendas februarii, Indictione XII, che indicano l'anno presente. Egli è quivi chiamato Ugo marchio filius bonae memoriae Oberti, qui fuit item marchio. È magnifica la compra ch'egli fa di una gran quantità di beni, ascendenti secondo la misura a diecimila iugeri, che, secondo il Campi, danno centoventimila pertiche. Fra questi beni posti ne' territorii di Pavia, Piacenza, Parma e Cremona, si contano varii castelli, rocche, corti e chiese, che si trovano poi confermate nell'anno 1077 da Arrigo III, detto il IV, alla casa d'Este. Così coll'una mano raunava questo principe delle ricchezze, ma coll'altra ne faceva anche parte ai sacri luoghi. Perciocchè in quest'anno appunto, oppure nel 1038, come vuole il Campi, si osserva in un altro suo strumento [Antichità Estensi, P. I, cap. 12.] che egli dona alla cattedrale di Piacenza due porzioni della decima di Portalbero, e la terza alla chiesa di santa Maria de ipso loco Portalbero. Molt'altri effetti della sua pietà e munificenza verso le chiese ci ha nascoso il tempo; ma non ci è ignoto che egli magnificamente arricchì l'antica badia della Pomposa, situata oggidì nel distretto di Ferrara, e governata dal vivente allora Guido abbate, uomo santo, di cui si è parlato di sopra. Arrigo II fra gl'imperadori in un suo diploma, da me dato alla luce nelle Antichità estensi, e scritto nel settembre dell'anno 1045, chiama essa badia ab Ugone marchione magnifice ditatam, e le conferma quidquid sibi junior Ugo marchio filius Uberti dedit. L'anno in cui questo principe mancò di vita, è a noi ignoto. Probabilmente non molto sopravvisse dopo l'anno presente. Ebbe [167] moglie, ma non apparisce ch'egli lasciasse dopo di sè figliuoli: laonde la sua eredità pervenne al marchese Alberto Azzo I suo fratello, se era vivo, oppure al marchese Alberto Azzo II suo nipote, del quale comincieremo a parlar da qui innanzi. Fu di parere l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepiscop. Ravenn.], che Eriberto arcivescovo di Ravenna passasse a miglior vita nell'anno 1027. Non ne adduce alcuna pruova. Ben certo è per uno strumento addotto da Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], che si truova in quest'anno, anno quarto Johannis papae, imperante Chuonrado anno tertio, die XI aprilis, Indictione XII, arcivescovo di quella città Gebeardo. In vece di anno quarto, avrà avuto la pergamena anno V, oppure VI, e il Rossi per isbaglio avrà letto anno IV. Egli stesso confessa, che nell'anno seguente 1030 a dì 6 di giugno correva tuttavia l'anno VI di papa Giovanni XIX. In un documento, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. VI, pag. 341.], torna a farsi vedere il marchese di Susa Odelrico Magnifredo, ossia Manfredi, il quale si protesta figliuolo di un altro Magnifredo marchese. Di questo principe avremo occasion di parlare in breve.


   
Anno di Cristo MXXX. Indizione XIII.
Giovanni XIX papa 7.
Corrado II re di Germania 7, imperadore 4.

Insorse in quest'anno guerra fra l'imperador Corrado e Stefano primo re d'Ungheria, principe santo, per colpa non già degli Ungheri, ma bensì dei Bavaresi lor confinanti [Annales Hildesheim. Wippo, in Vita Conradi Salici.]. Mosse Corrado un potente esercito a quella volta, e giunse fino al fiume Rab. Seguirono saccheggi ed incendii sì nell'Ungheria che nella Baviera. Ma il buon re Stefano, a cui non piaceva questa brutta musica, e che si trovava [168] anche inferiore di forze, con una ambasciata spedita al giovinetto re Arrigo dimandò pace; e questi dall'Augusto Corrado suo padre l'ottenne. Circa questi tempi Pandolfo IV principe di Capoa, ingrato ai benefizii a lui compartiti da Dio, tornò ad imperversar come prima contra del nobilissimo monistero di Monte Casino, nulla curando che quel sacro luogo fosse sotto l'immediata signoria e protezion degl'imperadori [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58 et seq.]. Chiamò a Capoa Teobaldo abbate con invito di gran benevolenza, e il forzò a non partirsi da quella città. Si fece giurar fedeltà da tutti i sudditi di quella badia, distribuì ai Normanni, allora suoi aderenti, una parte delle castella dipendenti da esso monistero, e diede l'altra in governo ad un certo Todino, uno de' famigli del monistero, che aspramente cominciò a trattare i poveri monaci. In una parola fu ridotto a tal miseria quel sacro luogo, che un giorno i monaci disperati presero la risoluzione d'andarsene tutti in Germania a' piedi dell'imperadore per implorar aiuto, e si misero in viaggio. Avvisato di ciò il suddetto Todino, corse, e tante preghiere e promesse adoperò, che li fece tornare indietro. Abbiamo dagli Annali pisani [Annali Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] che in quest'anno in Nativitate Domini Pisa exusta est. Di simili incendii di città italiane in questi secoli noi ne andremo trovando da qui innanzi non pochi. Non erano allora molte d'esse città fabbricate colla durevolezza e pulizia de' nostri tempi. Molto legname concorreva a farle, e in molti di quegli edifizii duravano ancora i tetti coperti di paglia, siccome ho io altrove accennato [Antiq. Ital., Dissert. XXI.]. Però non è da stupire, se attaccato il fuoco in un luogo, facilmente si diffondesse la fiamma sino a prendere la maggior parte delle città. Abbiam parlato di sopra con lode di Magnifredo marchese di Susa. Non si vuol ora tacere un fatto narrato dall'autore della Cronica della [169] Novalesa [Chron. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 760.]. Secondo gli abusi di questi secoli barbari, avea l'imperador Corrado, stando in Roma, conferita la badia della Novalesa al nipote di santo Odilone abbate di Clugnì, il quale per essere giovinetto, dopo averle recato non lieve danno, la concedette in benefizio (probabilmente per danari) ad Alberico vescovo di Como. Questo prelato ingordo Taurinum veniens, egit arte callida cum marchione Maginfredo, et fratre suo Adelrico praesule (d'Asti), datoque multo pretio, ut abbatem caperent: quod et fecit. Nel dì seguente i cittadini di Torino, che amavano ed apprezzavano forte quell'abbate, fecero una gran raunata per levarglielo dalle mani. Sed praedictus marchio cum turba militare praevaluit, interdicens illis, ne quid offenderent. Può essere che sel meritasse l'abbate. Ne ho io fatta menzione, acciocchè il lettore osservi come in questi tempi la città di Torino dovea essere sotto la giurisdizione del marchese Magnifredo o Manfredi. In quest'anno trovandosi l'imperador Corrado in Ingeleim XVIII kalendas aprilis, anno Chuonradi regnantis sexto, ejusdemque imperii tertio [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXXV.], confermò i suoi beni e diritti alla badia di santa Maria di Firenze, con dichiararla badia imperiale e regale.


   
Anno di Cristo MXXXI. Indizione XIV.
Giovanni XIX papa 8.
Corrado II re di Germania 8, imperadore 5.

Scrive Romoaldo salernitano [Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che anno MXXX, Indictione XIII Johannes princeps Salerni defunctus est anno principatus sui LVII, et successit ei Guaymarius filius ejus. Ma è fallato il testo, e in vece di Johannes avrà scritto Romoaldo Guaymarius, cioè Guaimario III principe di Salerno. Anche l'Anonimo barense [170] presso il Pellegrini mette all'anno 1030 la morte di questo principe. In un testo di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] essa viene riferita all'anno 1029. Ma il suddetto Camillo Pellegrini portò opinione che Guaimario III conducesse la sua vita fino all'anno presente 1031, parendogli che si possa ciò ricavare da alcuni antichi strumenti. Abbiamo inoltre tanto dall'Anonimo barense [Anonym. Barensis, tom. 5 Rer. Ital.], quanto dal Protospata suddetti, che mense junii comprehenderunt Saraceni Cassianum, cioè la piccola città di Cassano nella Calabria; e che nel dì 3 di luglio Poto catapano de' Greci venne a battaglia con quegli infedeli, e restò sconfitto con lasciarvi egli la vita. Passò alla gloria de' beati in quest'anno san Domenico abbate del monistero di Sora, appellato da Leone ostiense [Leo Ostiensis in Chron., lib. 2, cap. 62.] mirabilium patrator innumerum, et caenobiorum fundator multorum. Il Sigonio, e dopo lui Angelo dalla Noce [Angelus de Nuce, in Notis ad Chron. Leonis Ostiensis.] abbate casinese stimarono Domenico Sorano lo stesso che san Domenico Loricato. Ma andarono lungi dal vero. Certo è che furono due persone diverse. Il Loricato volò al cielo nell'anno 1061, come dirittamente osservò il cardinal Baronio [Baron., in Annal. et in Martyrologio.]. Ossia che si pentissero finalmente i Veneziani dell'aspro trattamento da lor fatto ad Ottone Orseolo lor doge; oppure che s'infastidissero del governo di Pietro Barbolano a lui sustituito nel ducato; oppure, come è più probabile, che prevalesse la fazion degli Orseoli: certo è, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], ch'essi preso in questo anno il suddetto Pietro doge, senza saponata gli levarono la barba, e vestitolo da monaco, il mandarono in esilio a Costantinopoli. Quindi inviarono alla stessa città di Costantinopoli Vitale vescovo di Torcello con bello accompagnamento a ricondurre di colà Ottone [171] Orseolo, per rimetterlo sul trono ducale. Intanto diedero il governo della terra ad Orso Orseolo patriarca di Grado, e fratello d'esso Ottone, uomo di gran senno e generosità, il quale per un anno e due mesi fece da vice-duca con molta sua lode.

Due diplomi ho io dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. VIII et XIX.], che in quest'anno ottenne dall'Augusto Corrado Ubaldo vescovo di Cremona, amendue dati III kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MXXXI, Indictione XIIII, anno autem domni Chuonradi secundi regnantis VI, imperantis vero IIII. Actum Goslare. In tutti e due questi documenti è notato l'anno sesto del regno, e conseguentemente pare adoperata l'epoca del regno d'Italia. Ma di qui risultando che la coronazione italica di Corrado sarebbe seguita prima del dì 26 di febbraio dell'anno 1026, converrà meglio interpretare Ermanno Contratto [Ermannus Contractus, in Chron.], allorchè ad esso anno 1026 scrive che Corrado circa tempus quadragesimae cum exercitu Italiam adiit. Diede fine in questo anno in Fiscanno alla sua santa vita Guglielmo abbate di Dijon in Francia [Mabillon., in Annal. Benedictin.], celebre nella storia monastica per le sue virtù e per la fondazione di varii monisterii, fra' quali quello di san Benigno di Fruttuaria in Piemonte, e per avere introdotta la riforma in assaissimi monisteri, massimamente di Francia. Glabro Rodolfo [Glaber, in Vita Wilielmi Divion. apud Mabillon.] suo contemporaneo, nella vita che scrisse di lui, attesta, tale essere stata la fama e stima d'esso Guglielmo abbate, ut cunctas Latii ac Galliarum provincias ipsius amor ac veneratio penetraret. Nam reges ut patrem, pontifices ut magistrum, abbates et monachi ut archangelum, omnes in commune ut Dei amicum, suaeque praeceptorem salutis habebant. Ne ho fatta menzione, perchè egli senza dubbio fu di nascita italiano. Secondo la [172] testimonianza del medesimo Glabro, egli nacque nell'isola di san Giulio della diocesi di Novara, nel tempo stesso che Ottone il Grande assediò Willa moglie di Berengario re d'Italia in quell'isola del lago d'Orta: il che, siccome abbiam veduto, succedette nell'anno 962. Ottone stesso, dopo la presa di quel luogo, il tenne al sacro fonte. Non s'ingannò Glabro in iscrivendo ch'egli morì nell'anno presente 1031, in età d'anni settanta; ma ingannossi bene il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 987.], volendo qui correggere Glabro, quasichè Guglielmo avesse dovuto nascere nell'anno 961, perchè molto ben si verifica che egli fosse nato nel 962, e che nel presente 1031 egli fosse entrato nell'anno settantesimo di sua età, benchè sia vero che Berengario morì molto più tardi di quel che suppose Glabro. Se vogliam credere a Sigeberto [Sigebertus in Chron.], in quest'anno Robertus et Richardus (nobili normanni) minuendae domo multitudinis caussa, hoc tempore a Normannia digressi, Apuliam expetunt, et Italis inter se dissidentibus, dum alteri contra alterum auxilium praestant, hac opportunitate Italos callide et fortiter debellant, et successus urgendo suos nomen suum dilatant, et futurae prosperitatis sibi viam parant. Se, come io credo, e si raccoglie da altro susseguente luogo, Sigeberto vuole che Roberto Guiscardo nell'anno presente dalla Normandia passasse in Puglia, egli racconta delle favole. Nè in questi tempi fu guerra in Puglia, nè fra i principi di quelle contrade, e noi vedremo a suo tempo quando esso Roberto venne in Italia. Ma forse parla di un diverso Roberto quello storico.


   
Anno di Cristo MXXXII. Indizione XV.
Giovanni XIX papa 9.
Corrado II re di Germania 9, imperadore 6.

Cessò di vivere in quest'anno Rodolfo III re di Borgogna, soprannominato [173] il Dappoco, senza lasciar figliuoli. Aveva egli per cura del santo imperadore Arrigo riconosciuto per dominio dipendente dall'imperio il suo regno [Ditmarus, Chronic., lib. 7.]; oppure perchè ciò si pretendeva fatto nei tempi insino di Arnolfo re di Germania, egli venne a soggettarlo di nuovo all'imperio. L'imperador Corrado maggiormente strinse questo affare, usando anche della forza, con indurre Rodolfo a promettere di aver per successore in quel regno o lui, o in suo luogo il giovane Arrigo re, con pretenderlo ancora per le ragioni di Gisela o Gisla imperadrice sua moglie, nipote del suddetto Rodolfo [Wippo, in Vita Conradi Salici.]. Ed era ben vasto e fiorito quel regno, perchè da Basilea si stendeva fino ad Arles e a Marsilia, con abbracciare la Provenza, Lione, il Delfinato ed altri paesi [Guatherus Ligurio., lib. 5.]. Ne fu portata la corona coll'altre regali insegne, e massimamente colla lancia di san Maurizio, all'Augusto Corrado. Ma Odone II conte ossia duca di Sciampagna perchè figliuolo di Berta sorella del defunto re Rodolfo, pretendendo a quella eredità, si prevalse della congiuntura che esso re imperadore si trovava impegnato coll'armi nella Schiavonia, o, per meglio dire, nella Polonia contra di Misicone re oppure duca di quelle contrade; ed entrò in possesso della Borgogna. Perciò Corrado s'andò preparando per fare nell'anno seguente una disgustosa danza nel regno a lui rapito. Abbiamo spettante a quest'anno un documento che ci scuopre chi fosse ne' tempi presenti duca e marchese della Toscana. Pubblicò l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Faesulan.] la fondazione de' canonicati fatta nella sua chiesa da Jacopo vescovo di Fiesole. Anno dominicae Incarnat. MXXXII, imperii domni Conradi Augusti V, Indictione XV. Dice di far quell'opera per la salute degl'imperadori, e specialmente di Arrigo I fra gli [174] Augusti, che l'avea promosso a quella chiesa. Necnon pro salute Conradi serenissimi imperatoris felicis memoriae (così dicevano altri ancora de' principi viventi) suaeque conjugis Gislae Augustae, et filii ejus II. necnon Bonifacii serenissimi ducis et marchionis Tusciae. Sicchè probabil cosa è che fin nell'anno 1027 Rinieri marchese di Toscana, volendo cozzare col re Corrado, con essere poi necessitato a rendersi, decadesse da quel ducato, e che sulle rovine di lui si alzasse il marchese Bonifazio, padre della gran contessa Matilda. Comunque sia, l'abbiamo duca della Toscana in questi tempi. Tornarono nell'anno presente gli ambasciatori [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], spediti dal popolo di Venezia a Costantinopoli, per ricondurre di colà il già esiliato lor doge Ottone Orseolo, colla nuova ch'egli avea dato fine alla sua vita in quella città. Il perchè Orso patriarca di Grado suo fratello, stato vice-doge per un anno e due mesi, rinunziò il governo. Col favore di poca parte di popolo s'intruse nel ducato Domenico Orseolo, e male per lui, perciocchè non andò molto, che formatasi una potente sollevazione contra di lui, ebbe fatica a salvarsi con ritirarsi a Ravenna, dove lasciò poi le sue ossa. Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] mette la sua fuga e morte nell'anno 1024. Merita ben più fede in questo Andrea Dandolo, diligente scrittore delle cose della patria sua. Fu dunque creato doge di Venezia Domenico Fabianico, che allora si trovava in esilio; con che cessarono tutte le fazioni e discordie de' Veneziani. Questi, soggiugne il Dandolo, a Costantino Augusto protospatarius ordinatus est. Ma dovea dire da Romano Argiro, il quale nell'anno 1028 era succeduto a Costantino nell'imperio d'Oriente. Per attestato di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] e dell'Anonimo Barense [Anonym. Barensis, Chron., tom. 5 Rer. Ital.], in quest'anno il medesimo Romano imperador [175] de' Greci mandò per Catapano, ossia governator generale dei suoi Stati in Italia, Costantino protospata, chiamato ancora Opo.


   
Anno di Cristo MXXXIII. Indizione I.
Benedetto IX papa 1.
Corrado II re di Germania 10, imperadore 7.

Oltre a quest'anno non passò la vita di Giovanni XIX. Non ci è noto il giorno e mese in cui egli cessò di vivere. Ben sappiamo che ebbe nel mese di giugno per successore nella cattedra di s. Pietro Benedetto IX. Adunque uno strumento accennato da Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.], dove si legge il suo anno terzo nel dì 25 di giugno dell'anno seguente, patisce delle difficoltà. Aggiungo di più, che nel Bollario casinense e negli Annali benedettini del padre Mabillone si truovano documenti, secondo i quali parrebbe che esso Benedetto IX avesse conseguito il pontificato nell'anno precedente, e non già nel presente. Tali nondimeno e tanti sono gli altri che ci assicurano aver egli solamente in quest'anno conseguita la dignità pontificia, che non credo si possa dipartire dall'opinione suddetta. Ora noi troviamo questo pontefice sommamente screditato nella storia ecclesiastica. Egli è appellato da Glabro [Glaber, His., lib. 4, cap. 5.] nepos duorum, Benedicti atque Johannis (romani pontefici), puer ferme decennis, intercedente thesaurorum pecunia, electus a Romanis. Non par notizia sicura ch'egli fosse di età sì tenera. Dicono ancora che si chiamava prima Teofilatto. Anche di questo io dubito, sembrando, per le notizie da me addotte altrove, che non egli, ma Benedetto VIII suo zio portasse questo nome. Ha ben ragione di dar qui nelle smanie il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.] contra di questo mostro, con saviamente confutare dipoi i nemici della Chiesa cattolica, [176] che di qui prendono motivo di sparlare della Chiesa romana. Non lasciarono mai, nè lasciano le chiese, e specialmente quella che è capo di tutte, d'essere sacrosante venerabili, ancorchè talvolta ministri indegni ne giungano al governo. Così durò anche allora in tutti i savii cristiani la venerazione dovuta alla Sede apostolica, tuttochè ciascun disapprovasse e l'ingresso e la vita di questo pontefice, che fu veramente esecrabile e sporca. I vizii de' sacri pastori non son già vizii delle loro sedie. Passa anche il cardinale Annalista a riprovare, e meritamente, i principi del secolo, qualor vogliano metter mano nell'elezione de' sommi pontefici. Ma è da vedere se questo fosse il luogo di dar questo ricordo ai principi. Pare piuttosto ch'egli dovesse ricordare ai suoi elettori di aver gli occhi solamente a Dio e al bene della Chiesa, e non già allo splendor dell'oro, nè a' proprii vantaggi. Nella elezione di Benedetto IX niun principe ebbe mano. L'oro fu il principe che fece eleggerlo, e da questo tiranno, e non da violenza di principe alcuno, si lasciarono questa volta abbagliare il clero e popolo romano. Abbiamo da Vittore III papa [Victor III papa, Dialog., lib. 3.] che questo Benedetto di nome, ma non di fatti, cujusdam Alberici filius (Magi potius Simonis, quam Simonis Petri vestigia sectatus) non parva a patre in populum profligata pecunia, summum sibi sacerdotium vendicavit. Cujus quidem post adeptum sacerdotium vita quam turpis, quam foeda, quam exsecranda exstiterit, horresco referre. Ma allora pur troppo la simonia facea grande strage non in Roma solo, ma per tutta la Cristianità. Ed essa più facilmente ancora mettea le zampe nell'elezion de' papi, perchè a questa interveniva anche il popolo secolare. Lodiamo Dio che questa mal erba, sempre detestata, sempre fulminata dalla Chiesa cattolica, truovò da lì a pochi anni degli zelantissimi papi che seriamente attesero a sradicarla; e lodiamolo, perchè a miglior ordine ridotta la [177] elezion de' romani pontefici, non più si veggono nella sedia di san Pietro personaggi che, in vece di edificare distruggano, nè vescovi nelle altre chiese mancanti affatto di quelle belle doti che san Paolo desidera ed esige in ogni sacro pastore della Chiesa di Dio.

Nel gennaio dell'anno presente si trovava in Basilea l'imperador Corrado, come costa da un suo diploma pubblicato da me [Antiquit. Ital., Dissert. XI.]. In quello stesso mese, per attestato di Wippone [Wippo, in Vita Conradi Salici.], egli mosse l'armata sua verso il regno della Borgogna, per ispossessarne Odone conte ossia duca di Sciampagna. Arrivato nel giorno della Purificazion della Vergine al monistero Paterniaco, quivi da buona parte dei grandi d'esso regno fu riconosciuto per re, e ne ricevette la corona nel giorno stesso. S'accinse ancora all'assedio di alcune castella; ma sì fiero e straordinario fu il freddo in quelle parti, che convenne desistere e ritirarsi. Tornossene dunque indietro, e trovandosi nel castello Turcico, vennero ad inchinarlo la vedova regina di Borgogna Ermengarda, con altri non pochi Borgognoni, i quali aveano fatta la via d'Italia per timor di Odone. Venuta poi la state, l'imperadore, in vece di portar l'armi contro il regno della Borgogna, andò a dirittura a cercar Odone in casa sua, cioè nella Sciampagna, dove sì terribil guasto diede, che Odone per necessità venne a trovar Corrado con tutta umiltà, e a chiedere perdono, con promettere quello che, siccome uomo di mala fede, non voleva eseguire. Contento di questo, se ne tornò in Germania Corrado. Immaginossi il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.], per un passo mal inteso di Glabro, ch'esso Augusto calasse in quest'anno in Italia. Ciò è troppo lontano dal vero, come avvertì il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron. ad annum 1038.]. Anche il padre Daniello [Daniel, Histoire de France.], sinistramente [178] interpretando un altro passo di Glabro, si credette che il popolo di Milano, ribellatosi all'Augusto Corrado, spedisse nell'anno presente ambasciatori ad offerir la corona d'Italia al predetto Odone. Ciò seguì molto più tardi, siccome vedremo. Erano in questi tempi i Milanesi sommamente attaccati e fedeli all'imperadore. Nè si vuol tacere che, per attestato del suddetto Glabro [Glaber, Histor., lib. 4, cap 5.], in questo anno cominciò per la prima volta ad udirsi il nome della Tregua di Dio, proposta dai vescovi delle provincie di Arles e di Lione, che poi fu stabilita più tardi, ed anche abbracciata da molti in Italia. Erano allora non meno in Francia che in Italia in uso le guerre private: cioè permettevano le leggi il potersi vendicare dei nemici, dacchè il fallo era patente e conosciuto da' pubblici ministri. Però le discordie e vendette si tramandavano ai figliuoli e nipoti; frequentissimi erano gli ammazzamenti, e i più camminavano coll'armi, pronti sempre alla difesa ed offesa. Fu perciò in questi tempi fatta parola, e poi conchiuso nell'anno 1041, che in alcuni giorni di qualsivoglia settimana [Hugo Flaviniacens., in Chronico.] per amore di Dio niuno osasse di far danno alla vita o alla roba de' suoi nemici. Fu imposta la scomunica e l'esilio a chi, accettata questa tregua, la trasgredisse dipoi. Susseguentemente fu in alcun luogo abbreviato il termine della tregua con altre regole, delle quali è da vedere il Du-Cange [Du-Cange, in Glossar. Latinit.]. Ne parla anche Landolfo seniore [Landulfus Senior. Mediol., Hist., lib. 2. cap. 30.], storico milanese di questo secolo, ma con qualche differenza, scrivendo che a' tempi d'Eriberto arcivescovo, lex sancta, atque mandatum novum et bonum e coelo, ut sancti viri asseruerunt, omnibus Christianis tam fidelibus quam infidelibus data est, dicens: Quatenus omnes homines secure ab hora prima Jovis usque ad primam horam diei lunae, cujuscumque culpae forent, [179] sua negotia agentes permanerent. Et quicumque hanc legem offenderent, videlicet Treguam Dei, quae misericordia Domini nostri Jesu Christi terris noviter apparuit; procul dubio in exsilio damnatus per aliqua tempora poenam patiatur corpoream. At qui eamdem servaverit, ab omnium peccatorum vinculis Dei misericordia absolvatur. Fu saggiamente pensata e introdotta la tregua di Dio dai vescovi di Francia; ma Landolfo ci fa intendere ch'essa era venuta dal cielo, secondo il costume di que' tempi, ne' quali ogni pia istituzione si spacciava come miracolosa e mandata dal cielo con qualche rivelazione. In quest'anno IX kalendas februarii trovandosi l'Augusto Corrado in Basilea, confermò con suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XI.] tutti i beni e diritti del monistero pavese di san Pietro in Coelo aureo.


   
Anno di Cristo MXXXIV. Indizione II.
Benedetto IX papa 2.
Corrado II re di Germania 11, imperadore 8.

Si credeva l'imperador Corrado di avere in pugno il regno della Borgogna, chiamato anche arelatense, perchè Arles era una delle città primarie d'esso. Ma Odone duca di Sciampagna, mancando alle promesse, seguitò a signoreggiarne una parte, e ad inquietare il rimanente [Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chronic. Sigebertus, in Chronico.]. Videsi dunque l'Augusto Corrado forzato a ripigliar le armi, e per non avervi più a tornare, raunò una potente armata in Germania, e un'altra d'Italiani ordinò che marciasse a quella volta. Exspeditis Teutonicis et Italicis, Burgundiam acute adiit. Teutones ex una parte, ex altera archiepiscopus mediolanensis Heribertus, et ceteri Italici, ductu Huperti comitis de Burgundia, usque Rhodanum fluvium convenerunt. Parla qui nominatamente Wippone di Eriberto arcivescovodi Milano, che andò come capitano di [180] quella spedizione secondo gli abusi di questi tempi. A tale impegno si può attribuire l'aver egli in quest'anno mense martii, Indictione II, provveduto a' suoi temporali affari per tutte le disgrazie che potessero avvenire, con fare l'ultimo suo testamento. Leggesi questo dato alla luce dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 6 in Episcop. Mediolanens.] e dal Puricelli [Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.], dove egli fece una gran quantità di legati pii alle principali chiese, e a tutti i monisteri di Milano sì di monaci che di monache. Convien ora aggiugnere, che, oltre ad Eriberto, si distinse in quell'impresa Bonifazio duca e marchese di Toscana, padre della contessa Matilda. Arnolfo [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 2.], storico milanese, allora vivente, così ne parla: E vicino autem Italiae cum optimatibus ceteris electi duces incedunt, scilicet praesul Heribertus, et egregius marchio Bonifacius, duo lumina regni. Ducentes Langobardorum exercitum, Jovii montis ardua juga transcendunt, sicque vehementi irruptione terram ingredientes, ad Caesarem usque perveniunt. Si dovea tuttavia preparare per questa spedizione il marchese Bonifazio nel dì 17 di marzo, decimosexto kalendas aprilis dell'anno presente; imperciocchè, stando in Mantova, ivi fece una permuta di varie castella e poderi con un certo Magifredo. Hassi questa nelle Antichità Italiche [Antiq. Ital., Dissert. XI.]. Ora l'imperador Corrado con tanto sforzo di gente prese la città di Ginevra, e in essa Geroldo principe di quel paese, siccome ancora Burcardo arcivescovo di Lione, uomo scellerato e sacrilego, se crediamo ad Ermanno Contratto. In somma tal terrore portò in quelle contrade, che non vi restò persona che non si rendesse a lui, o non fosse esterminata da lui, con venire alle sue mani tutto quel regno. Dopo di che per l'Alsazia se ne tornò in Germania. Appartiene all'anno presente un diploma di Corrado Augusto, [181] inserito da Girolamo Rossi nella sua Storia di Ravenna [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.], con cui concede alla chiesa di essa città e al suo arcivescovo Gebeardo (andato anche egli, come si può immaginare, colle sue genti alla guerra) comitatum faventinum cum omni districtu suo, et regali placito et judicio, omnibusque publicis functionibus, angariis, ec. hactenus juri regis legaliter attinentibus. Fu esso dato pridie kalendas maii, Indictione II, anno dominicae Incarnationis MXXXIV, anno autem domni Chuonradi secundi, regni decimo, imperii vero octavo. Actum Ratisponae. Era allora in possesso del contado di Faenza Ugo conte di Bologna. Per cagione dunque del privilegio suddetto, esso Ugo conte nel dì 25 di giugno dell'anno presente cedette pubblicamente all'arcivescovo Gebeardo il suddetto intero contado di Faenza, con riceverne poi l'investitura della metà dal medesimo prelato. Questi son segni chiarissimi che l'esarcato di Ravenna era in questi tempi, come anche l'abbiam veduto per tanti anni addietro, sotto il dominio immediato dei re d'Italia, senza che apparisca che più vi avessero dominio o vi pretendessero i romani pontefici. Non meno dell'Augusto suo padre si segnalò il giovanetto re Arrigo, suo figliuolo in quest'anno, con avere riportate due vittorie contro i Boemi, e messo al dovere Olderico duca di quella provincia, ed altri ribelli all'imperador suo padre. Seguì nell'anno presente, oppure nell'antecedente, uno strumento fra Ingone vescovo di Modena [Antiquit. Ital., Dissert. 1.] e Bonifazio chiaramente appellato marchio et dux Tusciae. il vescovo dà a Bonifazio e a Richilda sua moglie due castella, cioè Clagnano e Savignano, a titolo di livello; e i due consorti cedono al vescovato di Modena le due corti di Bajoaria (oggidì Bazovara) e del fossato del re colle loro castella. Confermò l'Augusto Corrado, non so se in questo o in altro anno, i suoi beni alla [182] badia di Firenze con diploma, pubblicato dal padre Puccinelli [Puccinelli, Cron. della Badia Fiorent.], e dato II nonas maii, Indictione II, anno dominicae Incarnationis MXXXIV, anno autem domni Chuonradi secundi regnantis X, imperii vero VIII. Actum Radesbonae. Queste note cronologiche sono scorrette.


   
Anno di Cristo MXXXV. Indizione III.
Benedetto IX papa 3.
Corrado II re di Germania 12, imperadore 9.

Secondochè s'ha da Ermanno Contratto [Ermannus Contractus, in Chron. edition. Canisii.], nell'anno presente Adelbero dux Carentani et Histriae (marchese ancora della Marca di Verona) amissa imperatoris gratia, ducatu quoque privatus est. Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.] parla di questo fatto all'anno 1028, e scrive che esso Adalberone fu mandato in esilio. Diede poscia l'imperadore nell'anno seguente, per attestato del medesimo Ermanno Contratto, il ducato di Carintia e d'Istria, e per conseguente anche la Marca veronese, a Corrado duca di Franconia suo cugino, cioè a quel medesimo ch'era stato suo concorrente alla corona, ed avea poscia portate le armi contra di lui. Corrado, padre di questo Corrado, avea anch'egli, per quanto altrove s'è detto, dianzi goduto questi medesimi Stati. Nota inoltre il suddetto Wippone che in questa maniera, cioè colla giunta di un tal regalo, dux Chuno (lo stesso è che Corrado) fidus et bene militans imperatori, et filio ejus Heinrico, regi, quousque vixit permansit. Dagli Annali pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] abbiamo che in questo anno Pisani fecerunt stolum magnum (cioè un'armata navale, onde la voce italiana stuolo), et vicerunt civitatem Bonam in Africa, et coronam regis imperatori dederunt. Scrisse inoltre il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.] nell'anno 1050 che dai medesimi [183] Pisani fu fatta una spedizione in Africa, e presa la città di Cartagine, del che si può dubitare, quantunque il Tronci [Tronci, Annal. Pisani.] con altri moderni sotto quell'anno parli di tale impresa, con descriverla come s'egli vi si fosse trovato presente. A quest'anno poi il prefatto Tronci racconta che i Pisani ebbero per assedio la città di Lipari, con aver fatto un grosso bottino in quell'isola. Questo nol dovettero sapere i suddetti antichi Annali pisani, perchè neppure una parola ne dicono. Poscia, secondo il medesimo Tronci, accadde nell'anno 1036 la conquista di Bona: il che per conto del tempo non s'accorda co' suddetti Annali pisani, e piuttosto sarebbe da credere che ciò avvenisse nell'anno 1035, perchè i Pisani di nove mesi anticipano l'anno nostro volgare. Del resto Bona, città dell'Africa, è l'antica Hippona, di cui fu vescovo il glorioso sant'Agostino dottore della Chiesa. Si turbò gravemente in quest'anno la quiete della Lombardia. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] ne parla con queste parole così: In Italia minores milites contra dominos suos insurgentes, et suis legibus vivere, eosque opprimere volentes, validam conjurationem fecere. Medesimamente Wippone scrive che in questi tempi seguì una confusione non prima udita in Italia, perchè congiurarono tutti i valvassori d'Italia e i militi gregarii contra de' loro signori, e tutti i minori contra de' maggiori, col non lasciare senza vendetta, se dai signori veniva lor fatta cosa ch'essi riputassero di loro aggravio; e diceano: Si imperator eorum nollet venire, ipsi per se legem sibimet facerent. Dovette il Sigonio leggere in qualche testo, o autore, regem in vece di legem, perchè scrive, che conjurarunt, se non passuros quemquam regnare, qui aliud, quam quod ipsis luberet, sibi imponeret. È confusa nell'edizion d'Epidanno, fatta del Goldasto, la cronologia di questi tempi, veggendosi ivi posticipati i fatti di sei anni. Però sotto l'anno [184] 1041 egli [Epidannus, in Annal. tom. 1 Rer. Alamann.] parla di questa cospirazione de' militi inferiori contra dei lor signori, e de' servi contra de' loro padroni. Ma nell'edizion del Du-Chesne troviamo ciò riferito all'anno presente.

Che significasse il nome di valvassori si raccoglie facilmente dai libri de' Feudi. I più nobili una volta tra i vassalli erano i duchi, marchesi, conti, arcivescovi, vescovi ed abbati, i quali a dirittura riconoscevano dai re ed imperadori i loro feudi e le loro dignità temporali. Questi poi solevano concedere in feudo castella o altri beni ai cospicui nobili privati, per avere alle occorrenze il loro servigio nelle guerre e nelle comparse onorevoli. E a questi nobili si dava il nome di valvassori maggiori e di capitanei. Similmente poi questi nobili infeudavano corti e poderi ad altri men nobili, per aver anche eglino dei seguaci e aderenti ne' lor bisogni. E questi ultimi venivano distinti col nome di valvassori minori, ossia di valvassini. Ora insorsero dissapori, e poscia aperta dissensione e rottura fra i signori e i lor vassalli subordinati, pretendendo gli ultimi d'essere oltre al dovere aggravati dai primi. E tal briga aprì il campo anche ai servi (da noi ora chiamati schiavi) di rivoltarsi contra de' lor padroni, quasichè troppo aspramente fossero da loro trattati. L'origine nondimeno di questi disordini pare che si debba attribuire ad Eriberto arcivescovo di Milano. Non mancavano a lui molte virtù, ma queste si miravano contaminate dalla superbia, talmente che egli puzzava alquanto di tiranno. Tutto voleva a suo modo, nè a lui mettevano freno o paura le leggi. Lo confessa lo stesso Arnolfo [Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 10.], storico milanese, che potè forse conoscerlo, con dire che multis prosperatus successibus praesul Heribertus, immoderate paululum dominabatur omnium, suum considerans, non alienum animum. Unde factum est, ut quidam urbis milites, vulgo walvassores nominati, clanculo illius insidiarentur operibus; adversus [185] ipsum assidue conspirantes. Comperta autem occasione, cujusdam potentis beneficio (così tuttavia si nominavano quei che ora appelliamo feudi) privati: subito proruunt in apertam rebellandi audaciam, plures jam facti. Si studiò a tutta prima l'arcivescovo colle buone di quetare l'insorto tumulto; ma nulla con ciò profittando, mise mano alle brusche con dar di piglio alle armi. Seguì entro la stessa città di Milano un conflitto, in cui le genti dell'arcivescovo restarono superiori, e convenne ai vinti di ritirarsi colla testa bassa, ma col cuore pregno d'ira, fuori della città. Allora fu che con costoro si unirono i popoli della Martesana e del Seprio, fecesi anche in altri contadi cospirazione ed unione; ma sopra tutti trasse a questo rumore il popolo di Lodi, troppo esacerbato per la violenza lor fatta dall'arcivescovo stesso in volere dar loro un vescovo, siccome abbiam detto di sopra. Ciò che partorisse una tal discordia lo vedremo fra poco. Crede il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.] che l'esempio de' valvassori milanesi servisse di stimolo anche al popolo di Cremona per rivoltarsi in questo anno contra di Landolfo loro vescovo, cacciar lui di città, dirupare il di lui palazzo, che era ridotto in forma di fortezza, e per maltrattare alla peggio i di lui canonici. Ma nulla ebbero che fare coi movimenti de' Milanesi quei di Cremona; erano anzi accaduti molti anni prima; e, se crediamo all'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.], il vescovo Landolfo cessò di vivere nell'anno 1030. Di questo Landolfo così scrive Sicardo [Sicardus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.], vescovo anch'egli di Cremona: Temporibus Henrici Claudi, capellanus ejus nomine Landolphus Cremonae fuit episcopus, qui monasterii sancti Laurentii, et cremonensis populi fuit acerrimus persequutor. Quocirca populus ipsum de civitate ejecit, et palatium (non già oppidum, come ha il Sigonio), turribus et duplici muro [186] munitum, destruxit. Proinde licei episcopio multa conquisierit, tamen multa per superbiam, multa per inertiam perdidit. Nomina poscia Sicardo per successore di Landolfo nel vescovato Baldo, cioè Ubaldo, ai tempi di Corrado Augusto, qui quoque monasterium sancti Laurentii persequutus est, et apud Lacum obscurum impugnatus est.


   
Anno di Cristo MXXXVI. Indizione IV.
Benedetto IX papa 4.
Corrado re di Germania 15, imperadore 10.

Bollivano più che mai le dissensioni, anzi le guerre fra Eriberto arcivescovo di Milano e i suoi valvassori ribelli: nella qual briga s'erano mischiati i valvassori di altri vescovi e principi, e il popolo di Lodi mal soddisfatto di Eriberto. Però ad un luogo fra Milano e Lodi appellato la Motta (si chiamavano così le fortezze fabbricate al piano sopra un'alzata di terra fatta a mano), oppure, come abbiamo da Arnolfo storico milanese [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 10.], nel Campo Malo, così anticamente chiamato, si venne fra l'una parte e l'altra ad una campale battaglia, che riuscì molto sanguinosa [Hermannus Contract., in Chron.]. Fra gli altri che tennero la parte dell'arcivescovo, non so se per proprio interesse, oppure per far servigio ad esso arcivescovo, si contò Alrico vescovo d'Asti, fratello di Maginfredo marchese di Susa. Nè solo egli intervenne a quel fatto d'armi, ma, come un san Giorgio dovette anch'egli volere far prova del suo valore con iscandalosa risoluzione, vietando i sacri canoni agli ecclesiastici, e massimamente ai vescovi, l'andare alla guerra per combattere. Gli costò nondimeno cara, perchè ne riportò una ferita, per cui da lì a non molto morì. La notte fece fine al furore delle spade. Soffersero molto amendue gli eserciti, ma la peggio fu dalla parte dell'arcivescovo. Questi torbidi di Lombardia tenevano in agitazione l'animo dell'Augusto [187] Corrado: e ossia ch'egli conoscesse troppo necessaria la sua presenza per quetarli, oppure, come vuole Arnolfo, ch'egli ne fosse pregato e sollecitato dall'arcivescovo Eriberto, determinò di tornare in Italia. Pertanto, dopo aver data in moglie al re Arrigo suo figliuolo Cunichilda (Cunelinda è chiamata da Wippone [Wippo, in Vita Conradi Salici.], e negli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] Cunichild nomine, in benedictione Cunigund dicta), figliuola di Canuto re d'Inghilterra, con esso re Arrigo verso il fine dell'anno mosse alla volta d'Italia, seco menando una poderosa armata. Giunse a Verona per la festa del santo Natale, e quivi la solennizzò [Epidannus in Annal.]. Era esso imperadore nel dì 5 di luglio in Nimega, quando, a petizione dell'imperadrice Gisla, di Pilegrino arcivescovo di Colonia, ac Bonifatii nostri dilecti marchionis [Antiq. Ital., Dissert. LXX.], cioè del duca di Toscana, che dovea trovarsi in Germania, confermò i privilegii al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza. Parimente l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Clusin.] rapporta un diploma d'esso Augusto, dato in favore del monistero di san Salvatore di monte Amiato della diocesi di Chiusi, anno dominicae Incarnationis MXXXVI, regni vero domni Conradi II regnantis tertio, imperii ejus nono, Indictione IV. Actum in civitate Papia. In vece dell'anno III del regno si dee scrivere XIII. Ma che in quest'anno arrivasse l'Augusto Corrado a Pavia, ho io difficoltà a crederlo. Nè sul fine di quest'anno correva l'anno IX dell'imperio, ma bensì l'anno X. Però quel diploma ha bisogno di chi rimetta al suo sito l'ossa alquanto slogate.

Crede il Fiorentini (non so con qual fondamento) che in quest'anno venisse a morte Richilda, moglie del suddetto marchese Bonifazio, donna di gran pietà e liberalità verso i poveri e verso i [188] sacri templi e monisteri [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.]. Abbiamo presso il padre Bacchini [Bacchini, Istoria di Polirone.] una donazione da lei fatta nel dì 28 d'aprile dell'anno precedente 1035 alla chiesa di Gonzaga, subtus confirmante donnus Bonefacius marchio jugale et Mundoaldo meo. Sappiamo da Donizone [Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 8 et seq.] che questa piissima principessa terminò i suoi giorni, senza lasciar figliuoli, in Nogara, terra del Veronese, ed ivi ebbe la sua sepoltura. Potrebbe essere che l'andata del vedovo marchese Bonifazio in Germania servisse a lui per intavolare un secondo matrimonio con Beatrice figliuola di Federigo duca della Lorena superiore, e di Matilda nata da Ermanno duca di Suevia, parente degl'imperadori e dei re di Francia. Credo io tuttavia incerto l'anno in cui seguì un tale accasamento del marchese Bonifazio. Contuttociò, perchè egli avea passato di molto il mezzo del cammino della sua vita, può parer probabile ch'egli non perdesse tempo a cercar altra moglie che l'arricchisse di prole, e che per conseguente si effettuassero in quest'anno le di lui seconde nozze. Veggonsi esse descritte dal suddetto Donizone con tali colori, che, se è vero tutto, convien confessare che era superiore ad ogni altro principe d'Italia la di lui magnificenza e ricchezza. Andò Bonifazio con sontuoso treno a prenderla in Lorena; i suoi cavalli portavano suole d'argento, attaccate con un solo chiodo. Ebbe in dote assai terre e ville in Lorena. Condotta Beatrice in Italia, per tre mesi nel luogo di Marego sul Mantovano si tenne corte bandita. Pel popolo v'erano pozzi di vino; alle tavole piatti e vasi tutti d'oro e d'argento; prodigiosa quantità di strumenti musicali e di mimi a' quali

dedit insignis dux praemia maxima.

Il che ci fa conoscere già introdotto il costume, che durò poi per più secoli, [189] che a simili feste concorrevano in folla tutti i buffoni, giocolieri, cantambanchi e simili, che portavano via de' grossi regali. Di che ragguardevoli doti fosse poi ornata la duchessa Beatrice, l'andremo vedendo nel proseguimento della storia. Io non so se arrivasse in quest'anno, oppure prima, al fine di sua vita Odelrico Maginfredo ossia Manfredi marchese di Susa, da me più volte menzionato di sopra. Aveva egli data in moglie ad Erimanno (lo stesso è che Ermanno) duca di Suevia, ossia di Alemagna, una sua figliuola, cioè Adelaide, che fu poi principessa celebre nella storia. Nè avendo lasciato maschi dopo di sè, Erimanno per le ragioni della moglie pretese quella Marca, e l'ottenne per grazia dall'imperador Corrado. Heremannus dux Alamanniae marcham soceri sui Meginfredi ab imperatore accepit: sono parole di Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron.].


   
Anno di Cristo MXXXVII. Indizione V.
Benedetto IX papa 5.
Corrado II re di Germania 14, imperadore 11.

Non piccioli furono gli sconvolgimenti della Lombardia in quest'anno. Dopo avere l'Augusto Corrado celebrato in Verona il santo Natale [Wippo, in Vit. Conradi Salici.], se non prima, certo sul principio di quest'anno, passando per Brescia e Cremona, come scrisse Ermanno Contratto, arrivò a Milano, dove con gran magnificenza l'accolse Eriberto arcivescovo nella chiesa di santo Ambrosio. Nello stesso giorno chiunque si pretendeva aggravato da esso arcivescovo, tumultuosamente comparve colà, chiedendo con alte grida giustizia. Fece lor sapere l'imperadore, che avendosi a tenere in breve una generale dieta in Pavia, quivi udrebbe le lor doglianze e ragioni. Infatti si tenne quella dieta. Un Ugo conte con altri esposero gli aggravi loro inferiti dal suddetto arcivescovo. [190] Corrado, amicissimo di lui, ma più della giustizia, ordinò ch'egli soddisfacesse. Ricusò Eriberto di farlo; anzi, se vogliam prestar fede al Cronografo sassone [Chronographus Saxo apud Eccardum.], con alterigia grande rispose, che de' beni trovati nella sua chiesa, o da lui acquistati, non ne rilascerebbe un briciolo per istanza o comandamento di chi che fosse. Avvisato che almeno eccettuasse l'imperadore, tornò a parlare nel medesimo tuono. Allora l'Augusto Corrado s'avvide che dalla durezza di Eriberto erano procedute le sollevazioni dianzi accennate; perciò gli fece mettere le mani addosso. Così raccontano questo sì strepitoso affare gli autori tedeschi, per giustificar la risoluzione presa dall'Augusto Corrado; nè vi manca probabilità, perchè Eriberto era uomo di testa calda e facea volentieri il padrone, senza mettersi pena delle altrui querele. Ma Arnolfo milanese [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 12.], che scrisse prima del fine di questo secolo la storia sua, in altra maniera descrisse questo avvenimento, con dire, che giunto Corrado a Milano, avendo tolto all'arcivescovo il già concedutogli privilegio, per altro abusivo, di dare a Lodi quel vescovo che a lui piaceva, il popolo di Milano con alte grida sparlò contro l'imperadore, che se ne offese non poco. E perciocchè credette autore del tumulto esso Eriberto, aspettò d'averlo in Pavia, cioè lontano dal suo popolo, ed allora il mise sotto le guardie. Questo racconto porta forse più dell'altro tutta l'aria di verisimiglianza, al vedere che dipoi lo stesso popolo di Milano, lasciando andare le precedenti gare, imprese con incredibile zelo la difesa del suo pastore. In effetto seguita a dire esso Arnolfo, che all'avviso della prigionia d'Eriberto, mediolanensis attonita inhorruit civitas, proprio viduata pastore, dolens ac gemens a puero usque ad senem. O quae Domino preces, quantae funduntur et lacrymae! Si adoperarono il clero, la nobiltà e il popolo [191] per liberarlo; si venne anche ad una convenzione, per cui fu promesso dall'imperadore di rilasciarlo, e a questo fine se gli diedero ostaggi; ma, ciò non ostante, continuò Corrado a tenerlo prigione, con determinazione di mandarlo in esilio. Nè di ciò contento, essendo state molto dipoi portate delle accuse contra de' vescovi di Vercelli, Cremona e Piacenza, Corrado fattili prendere, gli esiliò: azione riprovata dallo stesso Wippone, con dire: Quae res displicuit multis, sacerdotes Christi sine judicio damnari. Anzi soggiugne che lo stesso re Arrigo suo figliuolo in segreto detestò la risoluzione presa dal padre contra dell'arcivescovo e dei tre suddetti vescovi, persone tanto venerabili fra i cristiani, e pur condannate e punite senza processo e senza una legale sentenza. Altri autori, che riferirò fra poco, mettono più tardi la disgrazia di questo prelato. Fu dunque consegnato l'arcivescovo Eriberto a Poppone patriarca d'Aquileia e a Corrado duca di Carintia e marchese di Verona, acciocchè ne avessero buona custodia. Il condussero essi a Piacenza, o piuttosto fuori di Piacenza presso al fiume Trebbia sotto buona guardia; e intanto l'imperadore se n'andò a Ravenna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 10 d'aprile, con ispedire i suoi messi a far giustizia per tutto il regno. Nel dì 5 di maggio del presente anno si truova Ermanno arcivescovo di Colonia, che per ordine di esso Augusto tiene un placito [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.] nel borgo d'Arbia del contado di Siena. Un altro placito tennero nel dì primo di marzo, per testimonianza di Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], Arrigo ed Ugo messi dell'imperador Corrado nel territorio d'Osimo.

Mentre soggiornava esso augusto in Ravenna, gli venne la disgustosa nuova che Eriberto arcivescovo di Milano era fuggito. Wippone scrive che, postosi uno de' familiari dell'arcivescovo nel di lui letto, ingannò le guardie; e in questo [192] mentre Eriberto, travestito e salito sopra un cavallo, che gli fu condotto, spronò forte finchè fu in sicuro. Il Cronografo sassone [Cronographus Saxo apud Eccardum.] attribuisce il colpo ad un monaco che solo era stato lasciato a' servigii d'esso arcivescovo. Ma par bene che più fede in questo si possa prestare a Landolfo seniore, storico milanese di questo secolo. Secondo lui [Landulfus Senior., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 22 et seq.], Eriberto, che ben conosceva la ghiottoneria de' Tedeschi, e quanta parzialità avessero pel vino, spedì con buone istruzioni un suo fedele alla badessa di san Sisto di Piacenza, per concertare la maniera di rimettersi in libertà. Inviò essa all'arcivescovo venti some di varie carni e dieci carra di diversi squisiti vini. Può essere che fossero meno, e certo non occorreva tanto al bisogno. Fu fatta una sontuosa cena: tutte le guardie si abboracchiarono ben bene; il sonno col ronfare tenne dietro ai votati bicchieri; e nel più proprio tempo l'arcivescovo se la colse felicemente con trovare in Po una barca preparata che il condusse in salvo. Arrivato a Milano, non si potrebbe esprimere la gioia di quel popolo: segno ch'egli era ben veduto e stimato da tutti. Ma neppur si può dire quanto affanno e rabbia recasse all'Augusto Corrado la fuga d'Eriberto. Tosto immaginò la ribellione di Milano, nè si ingannò. Corse coll'esercito suo ad assediare quella città, città forte di mura e di torri, città ricca di popolo, e popolo risoluto di difendere fino all'estremo il suo pastore. Vedesi ampiamente descritto quell'assedio dal suddetto Landolfo seniore; e sappiamo da Wippone e da Ermanno Contratto, ch'esso durò, non già per tutto quest'anno, nè pel susseguente, come scrisse il Cronografo sassone, e, prima di lui, l'autore degli Annali d'Ildeseim, ma solamente poche settimane. Perciocchè Milano si trovò osso troppo duro, si andò intanto sfogando la rabbia tedesca sopra le castella e ville di quel [193] territorio. La terra di Landriano specialmente rimase un monte di pietre. Nel dì dell'Ascensione fecero una vigorosa sortita i Milanesi, e nel fiero combattimento, per attestato di Arnolfo [Arnulfus., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 13.], fra gli altri un nobile tedesco (forse quel nipote dell'imperatore di cui parla il suddetto Landolfo) et Wido italicus marchio, signifer regius, inter media tela confixi sunt. Probabilmente questo Guido marchese era uno degli antenati della casa d'Este, e fratello del marchese Alberto Azzo I progenitore d'essi Estensi, per quanto ho io detto altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 13.]. Di lui si ha memoria in uno strumento dell'anno 1029, accennato dal Guichenon nella Storia genealogica della real casa di Savoia. Ora accadde, che trovandosi l'imperadore Corrado nel sacro dì della Pentecoste all'assedio di Corbetta, castello poco distante da Milano, all'improvviso s'alzò un temporale sì furioso di pioggia, gragnuola e fulmini, che andarono per terra tutte le tende dell'esercito [Wippo in Vita Conradi Salici. Chronographus Saxo, Arnulf., Hist. Mediol. Landulfus. Senior, Hist. Mediol.], e vi restò, oltre a molti uomini, estinta una prodigiosa quantità di cavalli e di armenti con isbalordimento universale di tutta l'armata. Fu creduto miracoloso un sì funesto accidente, e che santo Ambrosio in questa maniera liberasse la città [Sigebertus, in Chronico.] e l'arcivescovo dall'ingiusta persecuzion di Corrado. Certo di più non ci volle, perchè l'imperadore, veggendo sì conquassata l'armata sua, si ritirasse a Cremona. Io non so bene se prima o dopo l'assedio suddetto, ovvero se esso durante, l'arcivescovo Eriberto facesse una spedizione ad Odone conte ossia duca di Sciampagna, cioè a quel medesimo che avea disputato il regno della Borgogna all'Augusto Corrado.

Certa è la spedizione, per attestato di Glabro Rodolfo [Glaber, Hist., lib. 3, cap. 7.], degli Annali [194] d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] e d'altri autori. Esibivano questi legati lombardi il regno d'Italia ad esso Odone, il quale intanto volendo profittare della lontananza dell'imperadore, con una possente armata entrò nella Lorena, prese il castello di Bar, e fece un mondo di mali dovunque arrivò. Volle la sua disgrazia che Gozelone duca di Lorena, con forze grandi ito ad incontrarlo, gli diede battaglia, e lo sconfisse, con restar trucidato il medesimo Odone. Stavano aspettando gli ambasciatori italiani l'esito di quella guerra, per far calar esso Odone in Italia: al che si mostrava egli dispostissimo. Ma inteso il suo miserabil fine, e perdute tutte le speranze riposte in lui, se ne tornarono indietro coll'afflizione dipinta ne' loro volti. Peggio ancora ai medesimi avvenne. Imperciocchè, siccome abbiamo dal Cronografo sassone [Chronographus Saxo apud Leibnitium.] e dall'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.], socrus Herimanni Suevorum ducis, legatorum conventum rescivit, missisque satellitibus suis, omnes simul comprehensos, reique veritatem confessos, imperatori, ubi in publico conventu, eisdem praenominatis tribus episcopis praesentibus, consederat, transmisit. La suocera di Erimanno duca di Suevia era Berta, vedova del fu Maginfredo marchese di Susa, e sorella dei marchesi Ugo, Alberto Azzo I, e Guido, antenati della casa d'Este, siccome ho dimostrato altrove [Antichità Estensi, P. I.]. I tre vescovi accusati furono, siccome già dissi, quei di Vercelli, Cremona e Piacenza, che perciò ebbero a patire l'esilio in Germania. Ma già s'è veduto coll'autorità di Wippone, il più accreditato storico delle imprese di Corrado Augusto, esser questo già succeduto prima, e che irregolare fu la lor condanna, e dispiacque fino al re Arrigo figliuolo del medesimo imperadore: il quale Augusto, per far dispetto all'arcivescovo Eriberto, diede nell'anno seguente la chiesa di Milano ad un canonico [195] di quella cattedrale per nome Ambrosio, e pare eziandio che il facesse consacrare in Roma. Male nondimeno per questo ambizioso canonico, perchè mai arrivò a sedere in quella cattedra; e i Milanesi, che tennero sempre saldo per Eriberto, devastarono tutti quanti i di lui beni [Wippo, in Vita Conradi Salici.]. Venne papa Benedetto a ritrovar Corrado in Cremona. Fu ricevuto con grande onore, e dopo aver trattato de' suoi affari, se ne tornò a Roma, senza che apparisca il motivo di questo suo viaggio, se pur non fu quello che ci additerà Glabro all'anno seguente. Passò l'imperadore la state nelle montagne per ischivare il soverchio caldo di quest'anno, e sul finire d'esso venne a Parma, dove solennizzò la festa del santo Natale. Ma in questa città ancora avvenne la solita calamità, di cui sarà permesso ai Tedeschi di darne la colpa ai cittadini, e a me di credere che provenisse dalla poca disciplina, avidità o bestialità allora dei medesimi lor nazionali. Nello stesso dì del Natale s'attaccò rissa fra essi Tedeschi e i Parmigiani. Vi restò morto Corrado coppiere dell'imperadore. Perciò fu in armi tutto l'imperiale esercito, e col ferro e col fuoco infierì contro della misera città. Volle inoltre l'imperadore, cessato che fu l'incendio, che si smantellasse una gran parte delle mura della città, onde imparassero i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli oltramontani. Con tali notizie non so io accordare ciò che scrive Donizone con dire [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 10.] che l'imperadore Corrado assediò Parma, e che gli furono uccisi alcuni de' suoi più cari. Perciò ordinò a Bonifazio marchese di Toscana di accorrere colle sue truppe, per espugnare l'ostinata città. Appena comparve egli, che cadde il cuore per terra ai Parmigiani, e corsero a buttarsi a' piedi dell'imperadore. Poscia Bonifazio giurò fedeltà ad esso Augusto, il quale ordinò:

.... quod Marchia serviet ipsi.

[196] E all'incontro Corrado anch'egli giurò di conservar la vita e la dignità absque dolo al medesimo Bonifazio: cosa veramente insolita, di modo che lo stesso poeta soggiugne:

Nullus dux unquam meruit tam foedera culta.

In charta scriptum jusjurandum fuit istud.

Pare che Donizone avesse sotto gli occhi la carta di un tal atto. Nè si vuol tacere che in questo anno, trovandosi lo stesso imperadore in Canedolo juxta flumen Padi [Antiquit. Italic., Dissert. XI.], nel dì 31 di marzo confermò i suoi privilegii ad Itolfo vescovo di Mantova. Inoltre fece quella legge spettante ai feudi che si truova fra le longobardiche e nel libro quinto de' Feudi. La data d'essa, da me scoperta, è tale: V kalendas junii, Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII (così dee scrivere MXXXVII, o qui è adoperato l'anno pisano), anno autem domni Chuonradi regis XIII, imperantis XI. Actum in obsidione Mediolani. Confermò il medesimo Augusto al monistero di san Teonisto del Trivigiano i suoi beni e privilegii con diploma [Ibid., Dissert. XXX.] dato II idus julii, anno dominicae Incarnationis MXXXXII, Indictione V, anno autem domni Chuonradi secundi regni XIII, imperii XI. Actum Veronae ad sanctum Zenonem.


   
Anno di Cristo MXXXVIII. Indizione VI.
Benedetto IX papa 6.
Corrado II re di Germania 15, imperadore 12.

Cessato il rigore del verno, marciò nella primavera di quest'anno l'Augusto Corrado per la Toscana alla volta di Roma coll'esercito suo. Se vogliamo credere a Glabro [Glaber, Hist., lib. 4, cap. 8.], ebbe bisogno della di lui venuta Benedetto IX papa, perchè alcuni de' baroni romani tramavano congiure [197] ed insidie contra la di lui vita. Sed minime valentes, a sede tamen propria expulerunt. Tam pro hac re, quam aliis insolenter patratis, imperator illuc proficiscens, propriae illum sedi restituit. Niun altro autore abbiamo che parli di questa cacciata e restituzione d'esso pontefice. Quivi fece che il papa fulminò la scomunica contra di Eriberto arcivescovo di Milano. Ma altro recipe ci volea che questo per guarire quella cancrena. Eriberto co' Milanesi tranquillamente seguitò a difendersi. Passò dipoi Corrado a Monte Casino [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 65.], dove da que' monaci gli fu rinfrescata la memoria de' tanti aggravii e danni recati al loro imperial monistero da Pandolfo IV principe di Capoa, con disprezzo dell'augusta sua maestà: lamenti anche molto prima portati al di lui trono. Per questo avea già spedito l'imperadore a Capoa i suoi legati, con intimare a quel malvagio principe il risarcimento e la restituzione di tutto ai monaci casinesi. Si trovò indurato l'animo di Pandolfo nell'antica malizia: laonde Corrado, dopo essere stato a Monte Casino, passò colle armi alla volta di Capoa nuova, e v'entrò nella vigilia della Pentecoste, cioè nel dì 15 di maggio. Erasi ritirato Pandolfo nella forte rocca di sant'Agata; ma per tornare in grazia dell'imperadore, gli fece esibir trecento libbre d'oro, e per ostaggi una figliuola e un nipote: offerta che fu accettata. Poco nondimeno stette a scoppiare che Pandolfo tuttavia macchinava delle novità per la voglia e speranza di ricuperar la città, subitochè se ne fosse partito Corrado. Il perchè esso imperadore col parere de' principali di Capoa diede quel principato a Guaimario IV principe di Salerno, cioè ad un principe, a cui non mancassero forze per sostener quell'acquisto. Così tolta la speranza a Pandolfo di rientrare in casa, egli, dopo aver lasciato Pandolfo V suo figliuolo con buona guarnigione nella [198] rocca suddetta, se ne andò a Costantinopoli per implorare dal greco Augusto aiuto o di gente o di danaro. Ma prevenuto Michele, allora imperadore, dai messi spediti da Guaimario, in vece di soccorso, il mandò in esilio, dove stette finchè s'udì la morte dell'imperador Corrado. Ad intercessione ancora d'esso Guaimario, l'Augusto suddetto diede l'investitura del contado di Aversa a Rainolfo normanno. E perchè era andato crescendo il corpo de' Normanni a cagion d'altri che andavano di tanto in tanto sopravvenendo, con esser poi insorte dissensioni fra i vecchi stabiliti in quelle contrade e i nuovi venuti [Wippo, in Vit. Conradi Salici.], Corrado colla sua autorità le troncò o compose. Ma intanto sopravvenuta la bollente state, entrò la peste, oppure una feroce epidemia nell'esercito imperiale, in maniera che la morte cominciò a mietere senza ritegno le vite de' soldati tedeschi, avvezzi a clima troppo diverso. Questa disavventura fece affrettar i passi dell'imperador Corrado, dappoichè egli ebbe fatta una visita a Benevento, per tornarsene in Germania; ma coll'armata sua marciava del pari il malore con fiera strage dei minori ed anche de' maggiori. Fra questi ultimi specialmente fu compianta da tutti la morte di Cunichilda regina, nuora d'esso Augusto [Hermannus Contractus, in Chron. Annal. Saxo apud Eccard.], a cui tenne dietro l'altra di Erimanno duca di Suevia, figliastro dell'imperadore, perchè nato in prime nozze dall'imperadrice Gisla. Noi vedemmo questo principe divenuto anche marchese di Susa pel suo matrimonio con una figliuola del già marchese Maginfredo, cioè, secondo tutte le verisimiglianze, con Adelaide principessa di gran senno e ornata di rare virtù, la quale è certo, per testimonianza di san Pier Damiano [Petrus Damian., Opusc. XVIII.], che ebbe due mariti, e che sotto il dominio d'essa plures episcopabantur antistites. Restò perciò vedova essa Adelaide, e d'essa avremo [199] occasion di riparlare andando innanzi. Nè vo' lasciar di dire che l'imperador Corrado, nell'andare in quest'anno a Roma, si trovò VII kalendas martii ad viam Vinariam (Vivinaia) in comitatu Lucensi, siccome costa da un suo diploma da me dato alla luce [Antiq. Ital., Dissert. XL et XLI.], e spedito in favore del capitolo de' canonici di Lucca. Vedesi il medesimo Augusto dipoi XIII kalend. aprilis anno dominicae Incarnationis MXXXVIII, Indictione VI, anno domni Chuonradi regni XIIII, imperii XIII (si dee scrivere XI) juxta Perusium in monasterio sancti Petri, come s'ha da un suo diploma da me pubblicato, e confermatorio dei beni del monistero di san Sisto di Piacenza. Stando poscia esso Augusto in Benevento nonis junii di quest'anno, regnantis quartodecimo, imperantis tertiodecimo (dovrebbe essere duodecimo), Indictione sexta, confermò i suoi privilegii al monistero di Monte Casino, come s'ha dalla storia casinese del padre Gattola [Gattola, P. I Hist. Casin. Access.]. Abbiamo ancora un diploma suo dato in favore della badia di Firenze [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXXVI.] X kalendas augusti dell'anno presente, anno regni XIV, imperii XIII. Vidalianae, cioè in Viadana, oggidì del contado di Mantova. Come ancor qui e come in altri due sopraccennati diplomi, s'incontri l'anno XIII dell'imperio, quando allora correa solamente l'anno XII, lascerò esaminarlo ad altri. Abbiamo inoltre due placiti tenuti in Vivanaia nel contado di Lucca da Cadaloo cancelliere dell'imperadore [Antiquit. Italic., Dissert. VI et IX.] intus curte domnicata domni Bonifatii marchio et dux per data licentia domni Conradi imperatoris, qui ibi aderat, octavo kalendas martii dell'anno presente. Se dice il vero uno strumento che sono per riferire, mancò di vita in quest'anno Ingone vescovo di Modena, e gli succedette Guiberto, il quale non tardò a fare un contratto con Bonifazio, appellato ivi marchio et dux Tusciae [Ibidem, Dissert. XXXVI.], dandogli a livello [200] tre corti, cioè Bazani cum castro et capella sancti Stephani; Liviciani cum castro et capella sanctorum martyrum Adhelberti et Antonini; et sanctae Mariae in castello cum rocha et ecclesia, ec. Dal che sempre più s'intende che le corti anticamente abbracciavano un buon territorio con parrocchia, e sovente con castello. Diede all'incontro il marchese Bonifazio in proprietà e a titolo di donazione al vescovato di Modena tre corti, cioè di Gavello, forse quella che è oggidì sul Mirandolese; di Panzano cum castro et capella, e di Ganaceto colla porzione a lui spettante de castro et capella infra eodem castro in honore sanctorum martyrum Georgii et Resmi (forse Erasmi); e inoltre varii poderi nelle pievi di Pulinago e di rocca Pelago, cum rocca, quae nominatur Flumenalbo, ec, ascendenti alla somma di mille cinquecento iugeri. Le note cronologiche sono queste: Chuonradus gratia dei imperator Augustus, anni imperii ejus hic in Italia duodecimo, XV kalendas octobris, Indictione sexta, continuata sino al fine dell'anno.

Era ne' precedenti anni insorta discordia fra i due fratelli saraceni Abulafar e Abucab, governatori della Sicilia [Cedren., in Compend. Histor.]. Si venne all'armi, ed Abulafar superato, ebbe ricorso a Michele imperador greco per ottener soccorso. Prese quell'Augusto pe' capelli questa congiuntura per isperanza di ritorre la Sicilia ai Saraceni, e con una buona armata spedì in Italia, oltre a Michele Duciano e Stefano patrizii, anche Giorgio Maniaco, famoso generale d'armi de' Greci in questi tempi. Costoro unirono al loro esercito quanti Longobardi e Normanni poterono allettare con ingorde promesse a quell'impresa, e passarono in Sicilia. Felice fu il loro ingresso colla presa di Messina, e poi di Siracusa, dove specialmente si distinse Guglielmo figliuolo di Tancredi d'Altavilla, venuto dalla Normandia a cercar fortuna con altri Normanni [201] in Puglia [Guafrid. Malaterra, Hist., lib. 1. Leo Ostiensis, lib. 2.]. Le sue prodezze gli acquistarono il soprannome di Ferrodibraccio. Intanto venuto dall'Africa un gran rinforzo di gente, i Saraceni siciliani formarono un'armata di circa cinquanta mila combattenti. Maniaco andò coraggiosamente colla sua gente ad assalire quegl'infedeli al fiume Remata, e diede loro una gran rotta, alla quale tenne dietro la presa di tredici piccole città di quell'isola, colla più bella apparenza del mondo di ridur tutta la Sicilia all'ubbidienza del greco Augusto. L'autore della Vita di san Filareto monaco siciliano, che fiorì in questi tempi, racconta [Vita S. Philaret., in Act. Sanct. ad diem 6 aprilis.], che, oltre alla bravura de' Greci, anche un vento gagliardo che soffiava in faccia a' nemici, servì a mettere i Saraceni in rotta, e che il governator saraceno di Sicilia se ne fuggì ignominiosamente con pochi de' suoi. Aveano coloro sparsa per la campagna gran copia di triangoli acuti di ferro, sperando di rovinar la cavalleria de' Greci; ma erano ferrati in maniera i cavalli greci, che punto loro non nocque l'insidiosa invenzione de' nemici, la quale sappiamo che in altre guerre fece un buon giuoco. Secondo la Cronica casauriense [Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], in questi tempi si truova ne' contorni di quel monistero il giovane Trasmondo marchese, il quale, a mio credere, governava allora la marca di Camerino, essendochè in essa marca era compreso quel monistero. Se ciò è vero, dovea essere mancato di vita quell'Ugo duca e marchese che vedemmo all'anno 1028. In una carta dell'anno 1056 da me pubblicata [Antiquit. Ital., Dissert. VI.] si truova domna Willa inclita comitissa, reclita quondam domni Ugo gloriosissimo, qui fuit dux et marchio. Questa fu sua moglie.

[202]


   
Anno di Cristo MXXXIX. Indizione VII.
Benedetto IX papa 7.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 1.

Fu questo l'ultimo anno della vita dell'imperador Corrado. Aveva egli fatto un viaggio nel regno della Borgogna, dove que' popoli accettarono per loro re l'unico di lui figliuolo Arrigo. Trovandosi poi in Colonia, confermò ed accrebbe i privilegii ad Ingone vescovo di Modena, con cui il crea conte di Modena. Il diploma, già accennato dal Sigonio sotto il presente anno, e da me dato intero alla luce, ha le seguenti note [Antiquit. Ital., Dissertat. LXXI.]: Datum XVII kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII, Indictione VII, anno autem domni Chuonradi regni XIIII, imperii XII. Actum Colonia. Ma io truovo qui degl'intoppi. Pare fallato l'anno, e che si deggia scrivere MXXXVIIII; e così l'intese il Sigonio. Ma v'ha anche dell'errore negli anni del regno; e quando si volesse questo diploma riferire all'anno precedente, Corrado allora dimorava in Italia, e non già in Colonia. Oltre di che, quando sussista la carta additata nell'anno precedente, era già succeduto Guiberto ad Ingone nel vescovato di Modena prima dell'anno presente 1039. Però che dee dire di questo diploma il saggio lettore? Ito poscia l'imperadore Corrado ad Utrecht nella Frisia [Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chron. Annales Hildesheim.], quivi celebrando la festa della Pentecoste, fu sorpreso da dolori, che nel lunedì seguente, cioè nel dì 4 di giugno, il condussero al fine de' suoi giorni. Era dianzi stato eletto e coronato re di Germania il suddetto Arrigo III suo figliuolo, soprannominato il NERO a cagion della barba, e come suo successore fu immediatamente riconosciuto da tutti. Una curiosa novella cominciò ad avere spaccio nel secolo susseguente intorno alla [203] persona d'esso re Arrigo. Gotifredo da Viterbo pare che fosse il primo a darle credito [Godefridus Viterbiensis, in Panth.]. Eccone, per ricreazion di chi legge, un transunto. Caduto in disgrazia di Corrado Augusto un Lupoldo conte, si ritirò colla moglie a vivere incognito in una capanna in mezzo ad una selva. Questa favola, passata poi in Italia, fu applicata in altri termini ad alcune nobili case dagl'impostori genealogisti. Ora accadde che Corrado, smarrito nella caccia, giunse a quel tugurio una notte, e vi prese riposo. Nello stesso tempo partorì la moglie di Lupoldo un maschio, e Corrado, al sentirlo vagire, intese una voce dal cielo che gli disse: Corrado, questo fanciullo sarà tuo genero ed erede. Levatosi per tempo l'imperadore, ordinò a due suoi famigli di prendere quel bambino e d'ucciderlo. N'ebbero compassione, e il lasciarono vivo sopra di un albero. Passò di là un certo duca, che il prese ed allevò, e veggendolo crescere in bellezza e senno, l'adottò per figliuolo. Dopo alcuni anni guatando l'imperadore questo giovinetto, gli venne sospetto che fosse il medesimo di cui avea comandata la morte, forse perchè seppe come era stato trovato dal duca; e con apparenza di volerlo onorare, l'arrolò fra' suoi cortigiani. Un dì poscia scrisse all'imperadrice Gisla una lettera, in cui gli ordiva di farne immediatamente uccidere il portatore, e la diede al giovinetto Arrigo con ordine di presentarla in mano d'essa Augusta. Andò questi; ma addormentatosi per viaggio in una chiesa, il prete d'essa adocchiata quella lettera, gliela tolse di saccoccia ed aprì. Per compassione il buon prete ne scrisse un'altra con ordine all'imperadrice che, alla comparsa di quel giovane, immantinente gli desse in moglie la comune lor figliuola. Andò il giovane, senza nulla sapere dell'operato dal prete, e presentata la lettera, non tardò a divenir genero dell'imperadore. Bel suggetto per una tragedia, purgato che fosse da varii [204] inverisimili, ma per conto della storia, avvenimento inventato di peso, essendo fuor di dubbio, secondo l'autorità di più scrittori contemporanei, che Arrigo III nacque da Corrado e Gisla Augusti, ed ebbe due mogli l'una Cunichilde morta nell'anno precedente, e poscia nell'anno 1045 Agnese figliuola di Guglielmo duca di Poitiers. Benchè poi non fosse costume di contare in Italia gli anni del regno italico, nè dell'imperio, se non dopo le coronazioni; pure mi prendo io la libertà di cominciar qui l'epoca del di lui regno in Italia, al vedere che una carta riferita dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza tom. 1 Append.], e scritta in Piacenza, ha queste note: Anno ab Incarnatione Domini MXLIV, anno regni donni Henrici rex hic in Italia quinto, nono kalendas aprilis, Indictione XII, il che fa bastevolmente intendere che almeno i Pavesi ed altri popoli d'Italia, anche senza la coronazione italiana, non tardarono molto a ricevere esso Arrigo III per re. Un'altra carta piacentina nell'anno seguente MXLV ha l'anno sesto del regno d'Arrigo. Così nel Bollario casinense [Bullarium Casinense, Constit. LXXXIX.] e presso l'Ughelli [Ughellius, Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergam.] si truovano diplomi dati da esso re alle chiese d'Italia coll'epoca suddetta. Ho io parimente pubblicata [Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.] una lettera di Adalgerio, cancellarius et missus gloriosissimi regis Henrici, cujus vice in regno sumus, a tutto il popolo di Cremona, con cui gli ordinava d'intervenire al placito di Ubaldo vescovo di quella città. Contuttociò potrebbe essere che solamente all'anno susseguente si desse principio all'epoca del regno d'Italia, cioè dappoichè Eriberto arcivescovo di Milano, siccome vedremo, andò a riacquistar la grazia del medesimo re Arrigo. Nè mancano documenti italiani di questi tempi, ne' quali niuna menzione è fatta del regno d'esso Arrigo.

[205] Avea l'Augusto Corrado portato con seco in Germania un implacabil odio contra d'esso Eriberto, nè altro potendo fare, avea incaricato i principi d'Italia, cioè i vescovi, marchesi e conti di far aspra guerra a Milano. In fatti alla primavera di quest'anno si raunarono armi ed armati da varie parti per eseguire la di lui volontà e vendetta; ma punto non si sgomentò Eriberto [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 16.]. Preparò egli buona copia di munizione da bocca e da guerra; chiamò in città tutti i distrettuali dal grande fino al picciolo; ed allora fu ch'egli inventò il carroccio; tanto poscia usato e decantato ne' secoli susseguenti in Lombardia. Questo era un carro condotto da buoi con un'antenna alzata che aveva sulla cima un pomo dorato con due stendardi bianchi. Nel mezzo v'era l'immagine del Crocifisso. Uno stuolo de' più forti gli stava alla guardia, e conducendosi questo carro in mezzo all'esercito, colla sua vista accresceva coraggio ai combattenti. Di molte baruffe si fecero in tal congiuntura, ed era per seguirne peggio, quando all'improvviso giunta la nuova della morte di Corrado, tutto l'esercito nimico si levò e sbandò con tal confusione, che ad alcuni costò la vita. Eriberto ne dovette ben cantare il Te Deum. Abbiamo da Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chronico.] e da Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.] che in questo anno nel dì 13 d'ottobre parimente mancò di vita Corrado duca di Franconia, di Carintia e d'Istria: con che venne eziandio a vacare la marca di Verona. Avrebbe forse potuto pretendere ad essa Adalberone, che prima di lui l'aveva goduta, e ne fu cacciato; ma anch'egli pagò il suo debito alla natura nell'anno presente. Se ad alcuno fosse ne' sei o sette anni seguenti conferita quella marca, non l'ho potuto finora scoprire. Erano nella più bella positura gli affari de' Greci in Sicilia, e pareva già vicino il fortunato giorno, in cui quell'isola nobilissima restasse [206] libera dal giogo de' Saraceni. Ma la greca avidità e superbia tagliò il corso agli ulteriori progressi, e rovinò anche gli acquisti fatti per la cagione che son per narrare. Gran cosa avea promesso Giorgio Maniaco ai Longobardi e Normanni, suoi ausiliarii a quell'impresa. Quando si fu a partire il bottino, anche essi ne pretesero, come era il dovere, la lor parte. Nulla poterono ottenere. Inviarono Ardoino nobile longobardo a Maniaco per farne nuova istanza; e questi, forse perchè parlò con troppo calore, altro non riportò che strapazzi e bastonate. Voleano i Longobardi e Normanni correre all'armi e farne vendetta; ma il saggio Ardoino, per attestato di Guaifredo Malaterra [Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1.], li consigliò a dissimular lo sdegno; ed accortamente ricavata licenza di poter tornare in Calabria, imbarcatosi con tutti i suoi aderenti, felicemente si ridusse a Reggio di Calabria in terra ferma. Allora fu ch'essi, preso per lor capitano esso Ardoino, si diedero a far vendetta dell'ingratitudine de' Greci, con devastar tutto quanto poterono delle terre possedute da essi Greci in quella provincia. Ma Guglielmo pugliese [Guillielmus Apulus, Hist. lib. 1.], Cedreno ed altri scrivono, che non da Maniaco in Sicilia, ma da Doceano, ossia Dulchiano, catapano de' Greci in Puglia, fu maltrattato esso Ardoino, il quale era allora suo luogotenente. Di qui ebbe principio la rovina del dominio greco in Italia. Riuscì ancora in quest'anno a Guaimario IV principe di Salerno e di Capoa [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.] di sottomettere al suo dominio coll'aiuto dei Normanni il ducato di Amalfi. Lo stesso vien confermato dalla Cronichetta d'Amalfi [Antiq. Ital., tom. 1, pag. 211.], da cui impariamo, che essendo fuggiti a Napoli Giovanni e Sergio suo figlio, duchi di quella città, Mansone fratello d'esso Giovanni occupò quel principato. Ma essendo da li a quattro anni ritornato esso Giovanni [207] da Napoli, dopo aver preso ed accecato il suddetto Mansone, tornò a comandar le feste; per poco tempo nondimeno, perchè Guaimario s'impadronì di quella allora molto ricca città. La tenne egli per cinque anni e sei mesi, dopo i quali Mansone, tuttochè cieco, ricuperò quel ducato, e regnò dipoi altri nove anni.


   
Anno di Cristo MXL. Indizione VIII.
Benedetto IX papa 8.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 2.

Fondato sopra l'autorità di Galvano Fiamma scrisse il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.], che il re Arrigo dopo la morte del padre fu sollecito a spedir ambasciatori in Italia ad Eriberto arcivescovo di Milano, per chiedere la corona del regno italico di presente, e buona amicizia in avvenire. Sembra a me più verisimile che Eriberto cercasse egli la grazia del nuovo regnante, e che il maneggio si terminasse nell'anno presente. Meritano d'essere qui riferite le parole dell'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.]. Dopo aver egli detto che Arrigo solennizzò la Pasqua in Ingeleim, seguita a scrivere così: Illuc etiam post Pascha metropolitanus mediolanensis adveniens, et de omni sua controversia, quam contra imperatorem Conradum exercuit, satisfaciens, interventu principum gratiam regis promeruit, et iterum juramentis pacem fidemque se servaturum affirmavit: sicque regem Agrippinam prosecutus, inde ad patriam cum pace simul et gratia regis remeavit. Pertanto venne sempre più a stabilirsi in Italia il dominio del re Arrigo III, quantunque non resti memoria della di lui elezione in re d'Italia, la quale è da credere che seguisse in qualche dieta dei principi in Pavia o nel precedente anno o nel presente, Truovasi menzionata anche da Arnolfo [Arnulph., Hist. Mediol. lib. 2, cap. 17.] la riconciliazione suddetta, e si vede presso il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. I, Append.] una [208] donazione fatta dal suddetto arcivescovo alla badia di Tolla sul Piacentino, scritta anno MXL domni Henrici regis primo, nostri autem archiepiscopatus XXII, Indictione VIII, Actum in Castro Cassano. Fa egli menzione in quel documento dei passati suoi travagli, e riconosce da Dio e dall'intercessione de' santi la sua liberazione. Ebbe in quest'anno il re Arrigo guerra col duca di Boemia, ma con isvantaggio de' suoi. Seguitarono intanto i Longobardi i Normanni, che s'erano ritirati dalla Sicilia, a prendere terre e a dare il guasto nel dominio de' Greci in Puglia; e perciocchè non aveano alcun sicuro ricovero in quelle parti, dopo aver presa Melfi ossia Melfia nel dì di Pasqua, la fortificarono in maniera da non temere l'orgoglio de' Greci. Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67.] scrive che Rainolfo normanno, conte di Aversa, con patto di aver la metà delle conquiste, diede aiuto ad Ardoino nemico d'essi Greci con trecento de' suoi Normanni. Nè qui si fermò la bravura di questa gente. Presero anche Venosa, Ascoli e Lavello. Abbiamo inoltre da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che nel mese di marzo Arigo, figliuolo di quel Melo che abbiam veduto capo della sollevazion dei Pugliesi contra de' Greci, assediò Bari, e se ne impadronì. Ma se qui andavano male gli affari dei Greci, peggio ancora camminavano in Sicilia [Cedren., in Comp. Hist.]. Ripigliate le forze, i Saraceni aveano messa insieme un'armata di terra, con cui sperando di riacquistar le città perdute, si accamparono nella pianura di Dragina. Giorgio Maniaco, valente generale di terra per l'imperadore greco, nulla prezzando costoro, presentò lor la battaglia, con aver prima ordinato a Stefano patrizio, marito d'una sorella dell'imperadrice, e general di mare, di star bea attento colla sua flotta, acciocchè niuno de' Barbari fuggisse: tanto si teneva egli in pugno la vittoria. Infatti mise in rotta il nemico, e ne fece [209] buona strage; ma il general moro ebbe la fortuna di salvarsi con una barchetta per mare. Per questa negligenza di Stefano si trovò sì irritato Maniaco, che il regalò di qualche bastonata, e lo strapazzò, chiamandolo soprattutto uom vile e traditore, Stefano, che stava bene alla corte, scrisse colà che Maniaco macchinava di usurpare per sè la Sicilia; e questo bastò perchè venisse ordine di mandarlo ne' ferri con Basilio patrizio a Costantinopoli: il che fu eseguito, con restare al comando dell'armi il suddetto Stefano. La dappocaggine ed avidità di costui diede campo ai Mori di riaversi e di ricuperare a poco a poco coll'aiuto degli stessi Siciliani le città e fortezze perdute, a riserva di Messina che si sostenne. All'assedio di questa città con tutte le lor forze passarono i Mori. Catalaco Ambusto comandante della piazza, mostrando timore, per tre di niun movimento fece, di maniera che i Mori notte e dì ad altro non pensavano che a sollazzarsi, in bere, in danze e in altre allegrie. Nel dì della Pentecoste Ambusto, animati i suoi alla pugna, diede improvvisamente addosso agli assedianti, colla cavalleria giunse fino al padiglione d'Apolafare, general de' Mori, che, colto colle spade ubbriaco, morì senza saper di morire. Chi de' Saraceni non ebbe buone gambe vi lasciò la vita; e nel bottino si truovò tanta quantità d'oro, d'argento, perle e pietre preziose che, se vogliamo crederlo, si misuravano a moggia. Ma con tutta questa fortuna i Greci, per mancanza del loro generale, nulla più acquistarono, e Stefano se ne fuggì in Calabria. Aggiunse in quest'anno Guaimario IV ai suoi principati di Salerno, di Capoa e d'Amalfi anche il ducato di Sorrento [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.]. Quanto al re Arrigo, egli interdisse a Walderico, abbate del monistero cremonese di san Lorenzo, l'alienarne e livellarne i beni senza licenza di Ubaldo vescovo di quella città. Questo era il mestiere di molti abbati cattivi di questi tempi. Fu dato il [210] diploma [Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.] XVI kalendas februarii, Indictione VII anno MXL in Augusta, per consiglio Kadeloi episcopi atque cancellarii nostri. E però di qui veniamo a conoscere che Cadaloo, famoso per le sue ribalderie nella storia ecclesiastica, dovette conseguire il vescovato di Parma, non già nell'anno 1046, come volle l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.], ma bensì nell'anno precedente 1039.


   
Anno di Cristo MXLI. Indizione IX.
Benedetto IX papa 9.
Arrigo II re di Germania e d'Italia 3.

Era in questi tempi sconvolta la reggia di Costantinopoli per la prepotenza dell'imperadrice Zoe, che faceva e disfaceva a suo talento gl'imperadori; e però anche le membra dell'imperio greco risentivano i malori del capo. Al governo della Puglia e Calabria [Cedrenus, in Compend. Hist.] era stato inviato Doceano o Dulchiano catapano dell'Augusto Michele Paflagone, che in quest'anno finì i suoi giorni, con avere per successore Michele Calafata, il quale durò ben poco, e lasciò l'impero a Costantino Monomaco. Questo Doceano moriva di rabbia al vedere i progressi dei Normanni nella Puglia [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 67.], e però fece quanto sforzo potè per desiderio di opprimerli e di cacciarli da Melfi. Gli era anche venuto qualche rinforzo di gente dal Levante. Nulla sbigottito per questo Ardoino, capitano allora de' Normanni, adunò anch'egli le sue truppe; e, quantunque troppo inferiore di gente [Lupus Protospata, in Chronico. Guilielmus Apulus, lib. 1.], pure intrepidamente venne alle mani coi Greci nel mese di marzo presso al fiume Labento, e toccò la vittoria ai pochi, ma valorosi. Allora i Normanni, per tirar dalla sua gli abitatori di quelle contrade, [211] elessero per loro capo Atenolfo fratello di Pandolfo III principe allora di Benevento, e arditamente nel mese di maggio presso il fiume Ofanto, e, secondo Cedreno, in vicinanza del famoso luogo di Canne, s'azzuffarono coll'esercito greco, e di nuovo lo sbaragliarono. Accadde che quel medesimo fiume, dianzi secco, allorchè i Greci il passarono, all'improvviso si gonfiò d'acque in tal guisa, che dei Greci in volerlo ripassare più ne rimasero ivi affogati, che non erano restati tagliati a pezzi nel campo dalle spade nemiche. Secondo Lupo Protospata, Doceano si salvò in Bari: segno che Argiro avea ricuperata quella città con intelligenza de' Greci, oppure che non la tenne. Gran bottino fecero in tal congiuntura i vittoriosi Normanni. Succedette parimente in quest'anno un'altra considerabile impresa, di cui parlerò all'anno seguente. Ben si può credere che i vincitori dovettero saper profittare della lor fortuna con sottomettere nuove terre in Puglia al loro dominio. Anche in Lombardia cominciò la discordia a scompaginar la buona armonia del popolo di Milano. Mi sia lecito il parlarne sotto quest'anno col Sigonio, tuttochè si possa dubitare che al susseguente appartenga questo funesto avvenimento, scritto da Arnolfo e Landolfo seniore [Arnulf., Histor. Mediolan., lib. 1, cap. 18. Landulf. Senior, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 26.], storici milanesi di questo secolo.

Era composta la nobiltà di Milano dei militi che tutti godevano qualche feudo, e si dividevano in capitanei e valvassori, siccome ancora d'altri che non aveano già feudi, ma per grosse tenute di beni, e per dignità ed uffizii erano potenti. Maltrattavano, aggravavano i militi il popolo minore, cioè gli artisti e l'altra plebe; e andò tanto innanzi la loro indiscretezza, che infine il popolo ruppe la pazienza e il rispetto dovuto ai maggiori con tale scissura, che la piaga durò dipoi ne' secoli avvenire, ora aperta, [212] ora cicatrizzata, ma non mai ben saldata. Abbiam veduto all'anno 1035 una simile rottura in Milano, che poi si quetò per allora. Fu un giorno malamente bastonato o ferito da un milite, ossia da un cavaliere, un plebeo. Trasse al rumore altra gente plebea; ne seguì un conflitto, e poscia un'unione giurata di tutto il basso popolo contra de' nobili, da' quali più non si voleva lasciar calpestare. Il peggio fu che Lanzone, uomo nobile, si mise alla lor testa: il che sommamente dispiacque al corpo della nobiltà. La guerra passata avea addestrata all'armi anche la plebe, e però, stando sì l'una come l'altra parte in sospetto e in guardia, un dì per un piccolo rumore tutti corsero all'armi, e si cominciò per le piazze per le strade un'aspra battaglia. Chi all'aperto, e chi dalle finestre e dai tetti combatteva, e a moltissime case fu attaccato il fuoco. Era di troppo superiore il numero dell'inferocito popolo: laonde furono obbligati i nobili a cercare scampo con fuggirsene dalla città insieme colle lor mogli e figliuoli. L'arcivescovo Eriberto, affinchè non si credesse ch'egli favorisse il partito della plebe contra dei nobili, molti de' quali erano suoi vassalli, giudicò bene anch'egli di ritirarsi fuor di Milano. Siccome apparisce da un documento da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XLI.], in quest'anno si truova nel Bondeno la moglie di Bonifazio duca e marchese di Toscana, Beatrice contessa, la quale è detta filia quondam Frederici, senza specificare, come era il costume, che suo padre fosse duca. Ma benchè quella carta si dica scritta nell'anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quadragesimo primo, die XIII martii, pure è difettosa, perchè seguita l'indizione decima; e però o l'anno è fallato, e sarà il seguente; ovvero l'indizione dev'essere la nona. Confermò in quest'anno il re Arrigo tutti i diritti e beni della chiesa d'Asti a Pietro vescovo di quella città con [213] diploma [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.] dato VII idus februarii anno dominicae Incarnationis MXLI, Indictione VIII (si dee scrivere VIIII) anno domni Henrici tertii regis, ordinationis ejus XIII, regni II. Actum in Aquisgrani palatio. Con altro diploma parimente concedette il contado di Bergamo ad Ambrosio vescovo di quella città [Ibidem in Episc. Bergomens.] nonis aprilis, Indictione IX, anno domni Henrici regnantis II, ordinationis vero ejus XXIII (scrivi XIII). Actum Moguntiae. Così a poco a poco cominciarono i vescovi di Lombardia ad acquistare anche il governo temporale e il dominio delle loro città. Se l'oro faccia tutto oggidì, nol so dire: allora certo aveva questa virtù.


   
Anno di Cristo MXLII. Indizione X.
Benedetto IX papa 10.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 4.

Bolliva più che mai fra i nobili usciti di Milano e il basso popolo, restato padrone della città, l'odio, la discordia e la guerra. Ci assicura Landolfo seniore [Landulfus Senior, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 26.] che l'arcivescovo Eriberto si tenne neutrale in sì fiera congiuntura. Ora i nobili, avendo tirato nella lor fazione i popoli della Martesana e del Seprio, si fortificarono in sei terre all'intorno della città, e ne formarono un blocco, senza permettere che alcuno vi portasse dei viveri; nè giorno passava in cui non seguisse qualche badalucco o combattimento tra la plebe e i fuorusciti, con mortalità continua d'amendue le parti. Guai se talun cadeva nelle mani del nemico; non iscansava la morte, o una prigionia peggior della morte. Aveva il greco Augusto Michele Paflagone prima di morire richiamato dall'Italia Doceano ossia Dulchiano, già catapano, riconosciuto per inutile, anzi dannoso maestro di [214] guerra [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67. Lupus Protospata, in Chron.], e in sua vece inviato in Puglia un figliuolo di Bugiano, soprannominato, per quanto s'ha dall'Ostiense, Exaugusto, o Annone, secondo il Malaterra. Costui seco condusse un numeroso stuolo di Greci e di Barbari; ma venuto a battaglia nel precedente anno coi Normanni a' dì 5 di settembre sotto Monte Piloso, o, come vuol Cedreno, in vicinanza di Monopoli, non ebbe miglior fortuna del suo predecessore. Restò ivi con una memorabile sconfitta tagliato a pezzi quasi tutto l'esercito suo. Fu fatto prigione egli stesso, e donato dai Normanni ad Atenolfo lor capitano, il quale ne fece traffico coi Greci, e ne ricavò una buona somma d'oro: azione nondimeno che irritò non poco i Normanni, e fu cagione che gli levarono il baston del comando. Abbiamo dal Protospata, che Argiro barense, figliuolo del celebre Melo, fu in quest'anno dichiarato princeps et dux Italiae, cioè della Puglia e Calabria; ma senza dire chi gli desse questo titolo, cioè se i Greci, o i Normanni. Certo è, per attestato di Guglielmo pugliese [Guilielmus Apulus, lib. 1.] e di Leone ostiense, che i Normanni Argiro Meli filium sibi praeficientes, ceteras Apuliae civitates partim vi capiunt, partim sibi tributarias faciunt. Ma non istaremo molto a vedere questo medesimo Argiro e i Normanni uniti coi Greci. Intanto l'imperador Michele Calafata, succeduto a Michele Paflagonenell'anno addietro, imputando all'imperizia e dappocaggine de' capitani le fiere percosse date dai Normanni alle armate sue, si avvisò di spedire in Italia Giorgio Maniaco [Cedrenus. Guiliemus Apulus.], cioè quel medesimo che vedemmo dopo le vittorie riportate in Sicilia mandato in ceppi a Costantinopoli. Costui venne, uomo superbo, uomo oltre ad ogni credere crudele. Appena giunto ad Otranto, trovò che i Normanni erano già divenuti padroni di tutta la [215] Puglia, o l'aveano divisa tra loro [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67.]. A Guglielmo Bracciodiferro era toccata la città d'Ascoli. Lupo Protospata scrive [Lupus Protospata, in Chron.] che Guilielmus electus est comes Materae. A Drogone suo fratello toccò Venosa; ad Arnolino, Lavello; ad Ugo, Monopoli; Trani a Pietro; Civita a Gualtiero; Canne a Ridolfo; a Tristano, Montepiloso; Trigento ad Erveo; Acerenza ad Asclittino; ad un altro Ridolfo, Santo Arcangelo; Minervino a Rainfredo. Anche Ardoino ebbe la parte sua. E Rainolfo conte di Aversa ottenne la città di Siponto col Monte Gargano. Melfi restò comune a tutti, città diversa da Amalfi. Così noi miriamo andar crescendo a gran passi la fortuna e potenza de' Normanni in quelle contrade. Ora Maniaco diede principio alle sue imprese con impadronirsi di Monopoli e di Matera. Fin le donne e i fanciulli furono barbaramente tagliati a pezzi, nè si perdonò a' monaci e preti: tanta era la barbarie di costui. In questo mentre Argiro, preso per generale dai Normanni, s'impossessò di Giovenazzo, e per un mese tenne assediata la città di Trani. Scrive Lupo Protospata che la città di Bari reversa est in manus imperatoris nell'anno presente. Non s'intende bene, per la brevità delle parole di questo scrittore, come passassero quegli affari. Veggasi all'anno seguente, e verrà qualche lume a queste tenebre.


   
Anno di Cristo MXLIII. Indizione XI.
Benedetto IX papa 11.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 5.

Da un documento da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. LXVI.] noi ricaviamo che Adalgerio, cancelliere e messo del re Arrigo, tenne un placito in Pavia nel monistero di san Pietro in coelo aureo, al quale intervennero Eriberto arcivescovo di Milano, Rinaldo vescovo di Pavia, Riuprando vescovo di [216] Novara, Litigerio vescovo di Como e Adelberto conte. Fu scritto quel giudicato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quadragesimo tertio, regni vero domini Heinrici regis hic in Italia V, decimotertio kalendas madias, Indictione undecima. Ma dovrebbe essere l'anno IV del regno, prendendo il principio dell'epoca sua dalla morte di Corrado suo padre. Tristano Calco e il Puricelli che, fondati su questo documento, scrissero essere in quest'anno venuto in Italia il re Arrigo, presero un grosso abbaglio. Quivi non è vestigio alcuno di tal venuta, e vi si oppone ancora il silenzio delle storie. Seguitarono in questo anno ancora i nobili fuorusciti milanesi a tenere bloccata la città di Milano, con succedere frequentissimi conflitti fra essi e il popolo di quella città, da cui valorosamente si resisteva ai loro sforzi. Non men crudele danza continuava nella Puglia. Era stato balzato dal trono di Costantinopoli nell'anno addietro Michele Calafata, e in luogo suo innalzato Costantino Monomaco, che prese per moglie l'imperadrice Zoe, cioè la sconvolgitrice di quell'imperio [Guilielmus Apulus, Hist., lib. 1.]. Passava un'antica nimicizia fra esso Costantino e Giorgio Maniaco generale in Italia dell'armi greche. Prevedendo costui la sua rovina sotto un imperadore sì mal affetto verso di lui, parte per disperazione, parte per gli stimoli dell'ambizione, s'appigliò ad un'arditissima risoluzione con farsi proclamare imperador de' Greci, e prenderne le insegne. Cedreno accenna [Cedren., in Compend. Histor.] che per cagion di Romano Duro, suo nemico e prepotente alla corte di Costantinopoli, Maniaco si ribellò. Infatti l'Augusto Monomaco avea spedito in Italia Pardo protospatario con ordine di spogliar Maniaco del comando. Ma lo scaltro Maniaco seppe così bene fare, che spogliò lui della vita e delle gran somme d'oro portate da esso Pardo in Italia, e se ne servì per regalar le truppe, e maggiormente [217] adescarle nel suo partito. Abbiamo poi da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che Maniaco andò sotto Bari, ma nol potè trarre alla sua devozione. V'era dentro Argiro figliuol di Melo, che nè per minacce, nè per promesse volle indursi a sottomettersi a lui. Tentò anche di guadagnare i Normanni, ma non gli riuscì. Tutto questo pare succeduto nell'anno precedente. L'imperadore Costantino, a cui scottava forte la ribellion di Maniaco, nè trovava mezzi per ismorzar questo fuoco, si rivolse anch'egli ad Argiro e ai Normanni; ed esibite loro delle ingorde condizioni, e massimamente, come si può credere, la conferma delle loro conquiste, li tirò dalla sua. Dall'Anonimo Barense, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. I.], si raccoglie che vennero ad Argiro lettere imperiali Foederatus, et Patriciatus, et Catapani, et Vestatus (forse Sebastatus). Portarono anche i messi imperiali dei magnifici regali per Argiro e per li Normanni. Tutto avrebbe dato il Monomaco per liberarsi da questo competitor dell'imperio. Argiro, ch'era da gran tempo all'assedio di Trani, ed avea fatta fabbricare una mirabil torre di legnami per espugnar la terra, tosto indusse i Normanni a ritirarsene, e a far preparamenti in favore di Costantino Monomaco contra di Maniaco. Scrisse a Rainolfo conte di Aversa per nuovi aiuti; e, raccolta un'armata di settemila persone, tutta gente di somma bravura ed avvezza alle vittorie, con Guglielmo Ferrodibraccio s'inviò in questo anno alla volta di Taranto, dove s'era chiuso Maniaco, non osando tenere la campagna contra de' pochi, ma formidabili Normanni. Taranto era città fortissima; prenderla per assalto si conosceva impossibile; nè i Greci voleano uscire a battaglia. Però dopo qualche tempo se ne tornarono indietro i Normanni. Saputo poi che Maniaco se n'era ito ad Otranto, e che contra di lui era venuta una flotta greca condotta da Teodoro patrizio [218] e catapano, accorsero anch'essi per terra all'assedio di quella città. Maniaco, veggendo la malparata, ebbe la fortuna di potersi salvare per mare e di andarsene a Durazzo. Ma poco durò la sua buona sorte, perchè sorpreso dai soldati dell'Augusto Monomaco, terminò la sua tragedia con restare ucciso in quelle contrade; oppure, come vuol Cedreno, benchè vincitore, morì di una ferita. Il capo suo, portato a Costantinopoli, empiè di consolazione tutta quella corte. Otranto si diede ad Argiro, il quale dopo questa impresa licenziò tutti i Normanni, e se ne tornò glorioso alla città di Bari. In quest'anno ancora, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], avendo finiti i suoi giorni Domenico Flabanico doge di Venezia, gli succedette in quel principato Domenico Contareno. Constantinus Augustus hunc ducem magistrali sede decoravit, sono parole d'esso Dandolo, significanti che dal greco augusto fu dichiarato questo doge magister militum, come erano i duchi di Napoli, cioè generale d'armata. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Venet. Patriarch.] la fondazione da lui fatta in quest'anno, insieme con Domenico patriarca di Grado e con Domenico vescovo olivolense, ossia di Venezia, del monistero di san Niccolò in Lido, con ivi ordinare Sergio abbate. Passò in questo anno alle seconde nozze il re Arrigo III, con prendere per moglie, nel dì d'Ognissanti [Hermannus Contractus. Lambertus Scafnaburgensis. Chron. Andegavense.], Agnese figliuola di Guglielmo duca di Poitiers. Negli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] si parla all'anno seguente di questo fatto, ma con errore. A tali nozze fu un gran concorso di buffoni, giocolieri e ciarlatani, tutti credendo, come era l'uso di quei secoli, di riportarne de' bei regali. Ma Arrigo, ridendosi di quel ridicolo costume, tutti li lasciò colle mani piene di mosche, e ne dovette riportar [219] molte maledizioni da quella canaglia, ma insieme molte lodi dai buoni e saggi.


   
Anno di Cristo MXLIV. Indizione XII.
Gregorio VI papa 1.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 6.

Per tre anni, secondo l'attestato di Arnolfo storico [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 19.], durò il blocco di Milano, già intrapreso dai nobili fuorusciti contro le plebe di quella città. Terminò esso, a mio credere, piuttosto nel presente anno che nel precedente, come si figurò il Sigonio. Eccone la maniera, di cui siam tenuti a Landolfo seniore [Landulfus Senior, Histor. Mediol., lib. 2, cap. 26.], altro storico milanese di questo secolo. Erasi ridotta per sì lungo contrasto in somme miserie quella nobil città, perchè troppo scemato il popolo a cagion dei tanti combattimenti e delle malattie sofferte, e massimamente perchè un'orrida fame era succeduta alla mancanza dei viveri. Pareano scheletri camminanti quei che erano restati in vita. Ora Lanzone capitan d'esso popolo, allorchè vide tendente al precipizio la fortuna de' suoi, nè rimaner loro speranza di soccorso, preso seco molto oro ed argento, segretamente se ne andò in Germania ad implorar il patrocino del re Arrigo. Il trovò molto adirato contra di Eriberto arcivescovo, perchè il supponeva autore di sì scandalosa division de' Milanesi, e insieme della ribellione, giacchè niuna delle due fazioni ubbidiva più agli ordini d'esso re. Purchè Lanzone si obbligasse di ricevere nella città di Milano quattromila cavalli tedeschi, promise il re Arrigo di aiutar la plebe contra dei nobili, e contra qualunque persona che volesse molestarla. A tutto acconsentì Lanzone, e fu determinato il tempo della spedizion dell'armata. Con queste buone nuove tornato a Milano rimise il cuore [220] in corpo ai macilenti suoi seguaci, con gaudio incredibile di tutti, e con sua gran lode. Ma questo Lanzone, siccome personaggio ben provveduto di senno, ed amante della patria, stette poco a riconoscere a che pericolo si esponesse la città, e non men la fazione contraria che la sua. Fors'anche avea consigliatamente operato tutto per condurre alla pace i nobili ostinati. Perciò segretamente s'abboccò con alquanti nobili fuorusciti; e rappresentato loro quanto a tutti potea avvenire per così fiera disunione, non trovò difficoltà a stabilire una buona pace e concordia: con che rientrarono i nobili in Milano, e deposto ogni spirito di vendetta, attesero sì i grandi che i piccioli a vivere per allora con buona armonia, benchè poco fossero disposti gli animi dell'una parte verso dell'altra. Tal fine ebbe quella scandalosa discordia. Conoscendo Poppone patriarca di Aquileia quanto fosse agevole, nella corruzione in cui si trovava allora la corte romana per cagione di un papa pieno di vizii, l'ottenere quel che si voleva [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], tanto s'adoperò, che ne riportò un decreto, che la chiesa di Grado, benchè da più secoli smembrata, dovesse riconoscere per suo metropolitano il patriarca aquileiense. Negli ultimi mesi adunque dell'anno presente portatosi con gente armata a Grado, diede il sacco a quanto vi era di buono; ed appunto con barbarica crudeltà attaccò il fuoco alle chiese e alla città, e ne fece un falò. Domenico Contareno doge ed Orso patriarca di Grado, commossi da sì empio insulto, ne scrissero lettere assai calde a papa Benedetto, e spedirono apposta a Roma i lor messi per implorar giustizia e ristoro. Furono trovate così buone le lor ragioni, che si venne nel sinodo romano ad abolire il privilegio surrettiziamente ottenuto, con obbligo di restituire il maltolto. Ed allora il doge di Venezia si studiò di rifabbricare l'abbattuta città di Grado. Tornati che furono alle lor [221] case i Normanni dopo la morte di Maniaco, Guaimario IV principe di Salerno e di Capoa, mal sofferendo che Argiro sotto l'ombra del greco imperadore usasse il titolo di principe di Bari e di duca d'Italia, determinò di fargli guerra. Aveva esso Guaimario preso il titolo di duca di Puglia e Calabria, quasichè questo gli somministrasse diritto sopra quelle provincie. Ora avendo egli condotti al suo soldo i Normanni che aveano abbandonato Argiro, portò le sue armi contro della Calabria. Cosa ivi facesse, non si sa. Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] solamente nota che Guaimario insieme con Guglielmo Bracciodiferro, capo de' Normanni, vi fabbricò il castello di Squillaci. Guglielmo pugliese aggiugne [Guilielmus Apulus, Hist., lib. 2.] ch'egli passò con quelle forze sotto Bari, e vi mise l'assedio, con intimarne la resa ad Argiro. Ma Argiro facendo buona guardia alla città, nè volendo cimentarsi a combattimento alcuno, il lasciò minacciar quanto volle. Però veggendo Guaimario di consumare indarno e tempo e danari intorno a quella città, dopo aver saccheggiato tutto il paese, se ne ritornò indietro colle trombe nel sacco.

Patì una fiera confusione e burrasca in quest'anno la Chiesa romana [Vict. III Papa, Dialog., lib. 3. Hermannnus Contractus, in Chron. Leo Ostiensis, Petrus Damiani, et alii.]. Erano arrivate al colmo le disonestà, le ruberie e gli ammazzamenti di papa Benedetto IX, in maniera che il popolo romano, non potendo più tollerar questo mostro, il cacciò fuori di Roma, ed elesse papa, canonica parvipendentes decreta, Giovanni vescovo sabinense, che prese il nome di Silvestro III. Questi comandò le feste solamente tre mesi, perchè colla forza de' suoi parenti risorto Benedetto IX, risalì sul trono, scomunicò e cacciò il sustituito Silvestro. Ma continuando nelle sue iniquità Benedetto, e scorgendo più che mai irritati contro di lui i Romani, [222] rinunziò al pontificato, con venderlo simoniacamente a Giovanni chiamato Graziano, arciprete romano, il quale assunse il nome di Gregorio VI. In questo miserabile stato cadde allora la santa Chiesa romana, non per la prepotenza di principe alcuno, ma per la disunione ed avarizia del popolo romano, che avendo mano nell'elezione de' papi, facilmente sturbava chiunque del clero serbava il timore di Dio, ed avrebbe forse saputo canonicamente provvedere al bisogno della santa Sede. Sforzasi il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.] di provare che Gregorio VI fu riconosciuto per legittimo papa, e lodato da molti per le sue virtù; nè questo si mette in dubbio. Ma il padre Pagi [Pagius, ad Annal Baron. ad hunc annum.] pruova che Graziano, cioè Gregorio VI comperò anch'egli, cioè simoniacamente acquistò il romano pontificato, e che, per non essere sui principii noto questo peccaminoso ingresso d'amendue que' papi, fu ad essi prestata ubbidienza, nè per questo rimasero esclusi dai cataloghi de' romani pontefici. Comunque sia, noi fra poco vedremo che non tardò Iddio a sovvenir la Chiesa, e a liberarla dagli scandali con darle dei legittimi e buoni pontefici. Gioverà anche alla storia d'Italia l'accennar qui [Hermannus Contractus, in Chron. Annalista Saxo.], che venuto a morte in quest'anno Gozelone ossia Gotolone, duca della Lorena inferiore lasciò quel ducato a Gozelino suo figliuolo, soprannominato il Dappoco. Ma il re Arrigo, tuttochè gliel'avesse promesso, conferì quel ducato ad un Adalberto. Non seppe digerir questo torto Gotifredo il Barbato, altro figliuolo del suddetto Gozelone, e già duca della Lorena mosellanica ossia superiore, giovane di nobilissima indole, e peritissimo dell'arte militare. Perciò ribellatosi al re Arrigo, fece gran guasto e strage di gente fino al Reno, non salvandosi dal di lui furore se non chi si rifugiò nelle fortezze, o si [223] riscattò con danari. Noi vedremo questo principe in Italia da qui ad alcuni anni operator d'altre imprese. Finì sua vita in quest'anno Gebeardo arcivescovo di Ravenna, mentre dimorava nel monistero della Pomposa [Hermannus Contractus, in Chron. Rubeus, Hist., Ravenn. lib. 5.], godendo ivi della pia conversazione di Guido abbate, uomo di santa vita. Fu occupata quella chiesa da un certo Widgero; ma, siccome vedremo, ne decadde dopo due anni. Nè voglio lasciar di dire, aver Bennone nel zibaldone d'imposture e calunnie caricata la mano sopra il suddetto papa Benedetto IX, e che san Pier Damiano, in vigore d'una delle rivelazioni che anticamente erano alla moda, il cacciò nel profondo dell'inferno. Ma essersi trovato a' dì nostri chi con antichi documenti fa vedere che esso Benedetto IX, a persuasione di san Bartolommeo abbate di Grottaferrata, rinunziò il pontificato, ed avendo vestito l'abito monastico in quel monistero, attese a far penitenza dei suoi falli, finchè Dio il chiamò all'altra vita; e però non meritar fede chi tanto sparla del suo fine, e di penitente ch'ei fu, cel vuole far credere impenitente e dannato. Come poi s'accordino tali notizie colle parole dette da san Leone IX papa, prima di morire, nell'anno 1054, intorno ad esso Benedetto IX, io lascerò che altri lo decida. Resta forte allo scuro la storia italiana e romana in questi tempi.


   
Anno di Cristo MXLV. Indizione XIII.
Gregorio VI papa 9.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 7.

Se si ha a prestar fede a Guglielmo malmesburiense [Willielmus Malmesburiensis, de gest. Reg. Angl. lib. 2.], papa Gregorio VI trovò sì distratti e desolati per colpa dei suoi antecessori i beni e gli stati della Chiesa romana, che appena gli restava da vivere. Erano sì assediati i cammini [224] dai ladri ed assassini, che niun pellegrino osava più di passare a Roma, se non in buona carovana. Le obblazioni che si facevano alle chiese romane degli Apostoli e Martiri venivano tosto rapite dai potenti scellerati. Il pontefice prima colle buone, poi colle scomuniche cercò di metter fine a tanti abusi ed iniquità. Nulla valse questo rimedio. Unì dunque fanti e cavalli armati, che colle spade sterminarono gran parte di quella mala razza, e per tal via ricuperò molti poderi e città tolte alla Chiesa romana. Aperti ancora ed assicurati i cammini, tornarono i pellegrini a frequentar le chiese di Roma. Ma i Romani, avvezzi a vivere di rapina, non poteano soffrir sì fatti regolamenti, e chiamavano sanguinario il papa, e indegno di dir messa, e in ciò andavano d'accordo col popolo ancora i cardinali. Ma io non so che mi credere di questo racconto del Malmesburiense, al vedere ch'egli vi attacca varie favole intorno alla morte di questo papa, e un lungo ragionamento di lui, che sicuramente è finto, e resta smentito dalla storia. Quel solo che si può credere, si è il miserabile stato delle rendite della santa Sede in questi tempi sì abbondanti d'iniquità. Così li trovò anche il santo papa Leone IX fra quattro anni, siccome vedremo. Sul principio di quest'anno diede fine a' suoi giorni Eriberto arcivescovo di Milano, lodatissimo dagli storici milanesi [Landulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 32.], ma chiamato tiranno da i Tedeschi. Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron.] il fa morto nell'anno 1044, il Puricelli [Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.] nel 1046. Ma nel suo epitaffio, che dee meritar più fede, si legge:

OBIIT ANNO DOM. INC. MXLV. XVI. DIE

MENSIS IANVARII, INDIC. XIII.

Lo stesso abbiamo da Landolfo seniore, storico milanese di questi tempi. Però nell'ultimo suo testamento, riferito dal [225] suddetto Puricelli, è scritto anno ab Incarnatione Domini millesimo quadragesimo quinto, mense decembris, Indictione XIII, si dee credere adoperata l'era pisana, che anticipa di nove mesi l'anno volgare, oppure l'anno nuovo cominciò nel Natale del Signore. Insomma quel testamento dee appartenere all'anno 1044, ne' cui ultimi mesi correva l'indizione XIII. Ebbe il corpo di Eriberto sepoltura nel monistero di san Dionisio, da lui fabbricato ed arricchito presso alla città di Milano. Venne il clero e popolo di quella città all'elezione del successore, e, per attestato di Landolfo seniore [Landulfus Senior, Hist. Mediol., lib. 3, cap. 2.], quatuor majores ordinis viros sapientes, optimae vitae bonaeque famae elegerunt, quibus electis universae civitatis ordines ipsos ad imperatorem (non era peranche imperadore) Henricum, qui noviter surrexerat, noviterque populum ipsum a majorum manibus liberaverat, summa cum diligentia direxerunt. Galvano Fiamma [Gualvaneus Flamma, in Chron. Major. MS., cap. 763.] nomina questi quattro eletti. Ed ecco la maniera che si teneva in tempi tanto sconcertati dell'Italia, allorchè occorreva l'elezione de' vescovi. Si lasciava al clero e popolo un'ombra dell'antico diritto, con permettere loro di eleggere e nominar quattro personaggi, uno de' quali poi soleva essere prescelto dal re d'Italia, ossia dall'imperadore. Ma talor succedeva che i re ed imperadori, rompendo questo ordine, eleggevano fuor degli eletti chi più era loro in grado. Ciò appunto avvenne in questa congiuntura.

Trovavasi alla real corte in Germania Guido da Velate, villa del Milanese, uomo di bassa lega, per quanto lasciò scritto Arnolfo [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 3, cap. 1.], con dire: Sustulit eum de gregibus, et de post foetantes accepit eum. Come egli si aiutasse, non è ben noto o certo. Sappiam solamente che il re Arrigo, anteponendolo ai quattro eletti, il dichiarò arcivescovo di Milano. Se crediamo al suddetto Fiamma, Guido era [226] stato eletto dalla parte dei nobili di Milano, e ne dà qualche fondamento Landolfo seniore: il che pare che possa giustificar la risoluzione presa dal re Arrigo. Aggiugne di più, che questo Guido era suo segretario; del che si può dubitare. Resta incerto quando egli entrasse in possesso della cattedra ambrosiana. Nel Codice estense di Arnolfo è notato l'anno 1046, ed Ermanno Contratto mette in un anno la morte di Eriberto, e nel susseguente l'elezione di Guido. Non sembra molto probabile questa opinione, perchè quando sussista la morte di Eriberto nel gennaio dell'anno presente, difficilmente potè restare per sì lungo tempo vacante la chiesa di Milano. Venuto in Italia Guido, fu mal ricevuto dal clero della metropolitana, e durò fra essi una gran discordia; ma per paura del re mostrarono di acquetarsi, e l'accettarono per loro pastore. Da questo fatto poi con sicurezza raccogliamo che i Milanesi erano tornati in grazia del re Arrigo, e riconoscevano la di lui autorità e signoria. Concedette esso re in questo anno un privilegio al monistero delle monache di santa Giulia di Brescia, pubblicato dal Margarino [Bullar. Casin., tom. 2, Constit. LXXXIX.], e dato anno dominicae Incarnationis MXLV, Indictione XIII, undecimo kalendas augusti, ordinationis vero domni Henrici XIII (dovrebbe essere XVII), regni vero VI (si scriva VII). Actum Trajectula. Parimente con altro suo diploma dato in Augusta, [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIV.] ma senza il giorno e il mese, confermò tutti i beni e diritti della chiesa di Mantova a Marciano vescovo di quella città. Secondo Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron.], Gotifredo duca di Lorena, veggendo di non poter sostenere la sua ribellione, andò in quest'anno a gittarsi ai piedi del re Arrigo, e per salutar penitenza fu posto in prigione. Sigeberto [Sigebert., in Chron.] aggiugne, che con dare per ostaggio il figliuolo, riacquistò la libertà; ma essendo [227] mancato di vita esso suo figliuolo, egli tornò a ribellarsi, e a devastar paesi come prima. L'Annalista sassone [Annalista Saxo.] mette questo fatto sotto l'anno seguente. Abbiamo anche un'indubitata pruova che s'era ristabilita la buona armonia fra il re Arrigo e il popolo di Milano, perciocchè troviamo al governo di quella città nell'anno presente il ministro imperiale. E questi fu il marchese Alberto Azzo II progenitore de' principi estensi. Ciò costa da due placiti tenuti nel novembre di quest'anno in essa città, e da me dati alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XLV.], ne' quali domnus Azo marchio, et comes istius civitatis rende giustizia con imporre la pena di mille mancosi d'oro da pagarsi medietatem camerae domni regis. Per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], Salomone re d'Ungheria fece ribellare la città di Zara ai Veneziani. Ma insorta poi guerra civile fra quel re e i suoi fratelli, Domenico Contareno doge di Venezia si servì di tal congiuntura per ricuperar circa questi tempi la suddetta città. Nulladimeno essendo Salomone stato eletto re d'Ungheria molto dipoi, dovrebbe questo avvenimento riferirsi non all'anno secondo di quel doge, ma assai più tardi. Romoaldo salernitano [Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] scrive che nell'anno presente Drogone conte dei Normanni prese la città di Bovino, e la mise a sacco. Nell'anno appresso fu essa rifabbricata, ma da lì a poco un incendio la rovinò.


   
Anno di Cristo MXLVI. Indizione XIV.
Clemente II papa 1.
Arrigo III re di Germania 8, imperadore 1.

Abbiamo da Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron.] che Widgero eletto e non consecrato arcivescovo di Ravenna, dopo aver per due anni incirca occupata quella chiesa e [228] commesse varie crudeltà e cose improprie, chiamato in Germania dal re Arrigo, fu da esso deposto. Celebrò Arrigo la Pentecoste in Aquisgrana, dove se gli presentò Gotifredo duca della Lorena, per chiedergli misericordia de' suoi falli, nè solamente l'ottenne, ma anche il ducato, da cui era decaduto per le già enunziate ribellioni. Sarà cura d'altri il vedere se questa umiliazione di Gotifredo sia diversa dalla narrata nell'anno precedente. Si credeva Arrigo di aver terminate le guerre coll'Ungheria, che gli aveano dato tanto da fare negli anni addietro, e parendogli di lasciar quieta la Germania, determinò sull'autunno di quest'anno la sua venuta in Italia, per dar sesto agli affari di queste contrade, e massimamente di Roma, dove desiderava di prendere la corona dell'imperio. Era per viaggio con un esercito numeroso, quando sentì sconvolto di nuovo il regno dell'Ungheria; ma non istette per questo, e seguitò l'impreso cammino. Arrivato a Pavia, tenne ivi un concilio, oppure una dieta. Verisimile cosa è che in tal congiuntura egli ricevesse in Milano la corona ferrea dalle mani di Guido arcivescovo. Passò dipoi a Piacenza, dove venne a trovarlo Graziano, cioè papa Gregorio VI, che fu accolto con onore, e rimandato con belle parole alla sua residenza. Sul finir di novembre noi troviamo esso re in Lucca, dove fece una donazione [Antiquit. Ital., Dissert. LVI.] VII kalendas decembris, anno dominicae Incarnationis MXLVI, Indictione XIV, anno autem domni Henrici III, ordinationis ejus XVIII, regni vero VIII. Actum Lucae. Giunto Arrigo a Sutri alquanti giorni prima del santo Natale, quivi fece raunare un gran concilio di vescovi, e v'inviò anche papa Gregorio, acciocchè fosse presidente di quella sacra adunanza. Non mancò egli di andarvi, colla speranza che abbattuti gli altri due papi, egli resterebbe solo sul trono. Abbiamo dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.], avere un romito (è molto che non dicessero [229] un angelo) inviato al re Arrigo questo ricordo:

Una Sunamitis nupsit tribus maritis.

Rex Henrice, Omnipotentis vice

Solve connubium triforme dubium.

Ora in esso concilio fu esaminata la causa di tutti e tre i papi, cioè di Benedetto IX, di Silvestro III e di Giovanni VI, e trovato che con male arti e colla simonia aveano conseguito il pontificato, furono tutti deposti, o, per dir meglio, dichiarato nullo ed illegittimo il loro papato. Il cardinal Baronio, che teneva non già simoniaco, ma vero e legittimo papa Gregorio VI, crede ch'egli spontaneamente rinunziasse, e chiama una detestanda prosunzione quella del re Arrigo, quasichè egli il facesse deporre, perchè senza suo consentimento fosse stato eletto dai Romani. Ma cotal pretensione difficilmente potè avere Arrigo, perchè essendo solamente re, niun diritto aveva egli sopra la città e i fatti di Roma. Quel che più importa, meritano qui ben più d'essere uditi gli antichi storici [Chronograph. S. Benigni. Hermannus Contract., in Chron. Pandulfus Pisanus. Arnulfus Hist. Mediol.] che dicono convinto di simonia anche il suddetto Gregorio VI. Sopra tutto si legga quello che ne scrive Leone vescovo ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 79.] e cardinale, informatissimo di quegli affari, il quale non ha difficoltà di dire che il re Arrigo, caelitus inspiratus, de tanta haeresi sedem apostolicam desiderans expurgare, Sutri restitit, et super tanto negotio deliberaturus, universale ibi episcoporum concilium fieri statuit, ec. Nè s'avvide il saggio Baronio ch'egli disavvedutamente dava una mentita ad un insigne e santo papa di questo medesimo secolo, cioè a Vittore III, stato prima abbate di Monte Casino col nome di Desiderio. Questi ne' suoi dialoghi, i quali si veggono pur anche citati da esso porporato Annalista, scrive [Victor III. Dialogor., lib. 3.] che [230] Benedetto IX Joanni archipresbytero, non parva ab eo accepta pecunia, summum sacerdotium tradidit. Aggiugne, che Arrigo tres illos, qui injuste apostolicam sedem invaserant, cum consilio et auctoritate totius concilii juste depettere instituit, e che Gregorio VI agnoscens se non posse juste honorem tanti sacerdotii administrare, ex pontificali sella exsiliens, ac semetipsum pontificalia indumenta exuens, postulata venia, summi sacerdotii dignitatem deposuit. Altrettanto si ricava da una bolla di Clemente II papa, successore del medesimo Gregorio, e da Bonizone vescovo di Sutri in questo secolo, le parole dei quali son riferite dal padre Pagi [Pagius, in Annal. Baron. ad ann. 1044.]. Ma se giustamente operò Arrigo, e, per confessione dello stesso Baronio, inventum est plane remedium, opportunum, quum metu et reverentia imperatoris cessarint violentae illae intrusiones, crebro, ut vidimus, per comites tusculanos sacrilege iteratae: come mai si viene ad insultare alla memoria di questo re, autore giusto d'un rilevantissimo beneficio? Anche Sigismondo imperadore si sbracciò per far deporre tre papi, e lode, non biasimo conseguì da tutti. Veggansi gli encomii che san Pier Damiano [Petrus Damian., Opusc. VI, cap. 36.] diede per questo allo stesso imperadore Arrigo. Fu poscia condotto in Germania il deposto Gregorio VI, e quivi terminò i suoi giorni, non si sa bene in qual città o monistero. Sappiamo bensì che il celebre Ildebrando, di cui avremo a parlare non poco, il seguitò, ma contra sua voglia, in quell'esilio. Dopo il concilio di Sutri entrò in Roma il re Arrigo, e raunatosi tutto il clero e popolo romano nella basilica vaticana co' vescovi stati al suddetto concilio, restò eletto, per consentimento di tutti, sommo pontefice Suidgero vescovo di Bamberga, personaggio cospicuo per la sua pietà e letteratura, il quale con gran ripugnanza accettò e prese il nome di Clemente II. E ciò, perchè non si trovò nel clero romano chi fosse creduto [231] degno di sì sublime ministero. Crede il cardinal Baronio che questo fosse velamentum fraudis, et adinventus praetextus, quod eligeretur peregrinus, eo quod Romae non reperiretur idoneus: nam quis magis idoneus ipso Gregorio, quem viri sanctissimi atque doctissimi ejus temporis summis laudibus praedicarunt? Ma ne vuol egli il Baronio saper più di Vittore III papa, e di Leone cardinale e vescovo d'Ostia, viventi in questo tempo, e ben informati di quegli affari, ed amendue chiaramente attestanti che non erat tunc talis reperta persona, quae digne posset ad tanti honorem sufficere sacerdotii? Nè d'esso certamente parrà mai degno il suddetto Gregorio, dacchè fu convinto d'essere entrato simoniacamente nella sedia di san Pietro. Lo stesso san Pier Damiano, che sulle prime, per non sapere il mercato fatto, cotanto lodò esso Gregorio, poscia di lui scrisse [Petrus Damian., Opuscul. XIX, cap. 11.]: Super quibus, praesente Henrico imperatore, quum disceptaret postmodum synodale concilium, quia venalitas intervenerat, depositus est. Che se Martin Polacco ed altri storici lontani da questi tempi scrissero che Clemente II fu invasor apostolicae sedis, non meritano d'essere ascoltati, perchè Clemente fu eletto da tutto il clero e popolo romano. Nel Natale del Signore fu consecrato esso papa Clemente II, e nel giorno medesimo con gran pompa fu acclamato imperador de' Romani Arrigo, terzo fra i re di Germania, e secondo fra gl'imperadori. Ricevette non men egli che l'Augusta sua consorte Agnese l'imperial corona dalle mani del novello pontefice. E così, come erano coronati, insieme col papa [Hermannus Contractus, in Chron.], e fra i viva e l'accompagnamento del popolo romano e delle altre nazioni, amendue passarono al palazzo del Laterano. Celebratissimo era in questi tempi il monistero della Pomposa, oggidì nel distretto di Ferrara, monistero antichissimo, ma sommamente [232] arricchito da Ugo marchese, uno degli antenati della casa d'Este, ed illustrato in maniera da Guido abbate santo, che Guido aretino monaco, ristoratore del canto fermo, in una sua lettera rapportata dal cardinal Baronio all'anno 1022 [Baron., in Annal. Ecclesiast.], nominando il monistero pomposiano, ebbe a dire: Quod modo est per Dei gratiam, et reverentissimi Guidonis industriam in Italia primum. Era l'abbate Guido in istima grande presso il re Arrigo e però, siccome costa dalla Vita di lui, scritta da un monaco contemporaneo, e data alla luce dai padri Bollando [Bolland., in Act. Sanctorum.] e Mabillone [Mabill., Saecul. VI Benedict., P. I.], ebbe ordine da esso re nell'anno presente di andare incontro ai messi reali, spediti in Italia per fare i preparamenti necessarii per la venuta del re medesimo, perchè Arrigo intendeva di valersi in tutto del parere del santo abbate. Andò Guido a Parma, indi a Borgo san Donnino, dove infermatosi passò a miglior vita nel dì 31 di marzo, dopo aver governato per quarantotto anni il suo monistero. Racconta Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 14.] che Bonifazio duca e marchese di Toscana, e signore di Ferrara, una volta l'anno andava alla Pomposa per farvi la confessione de' suoi peccati, perchè allora era poco in uso il frequentare i confessionarii:

Fratres ac abbas ejus delicta lavabant,

Ecclesiae quorum solito dabat optima dona,

Rex etenim numquam dedit ullus ibi meliora.

E perciocchè, secondo l'abuso comune di questi tempi corrotti, i re, i principi e i vescovi vendevano, cioè conferivano le chiese per danari, il santo abbate Guido diede al marchese Bonifazio una buona disciplinata, e gli fece promettere di guardarsi in avvenire da questo abbominevole e sacrilego mercato:

Qua de re Guido sacer abbas arguit, immo

Hunc Bonifacium, ne venderet amplius, ipsum

[233]

Ante Dei matris altare flagellat amaris

Verberibus nudum, qui deliciis erat usus.

Pomposae vovit tunc abbatique Guidoni,

Ecclesiam nullam quod per se venderet unquam.

Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che in quest'anno Argiro figliuol di Melo, patrizio e duca della Puglia, andò a Costantinopoli, dove Guglielmo pugliese [Gulielmus Apulus, lib. 2.] attesta che ricevette grandi onori e commissione dal greco Augusto di trovar maniera di scacciare di Puglia i Normanni, che ogni dì più divenivano potenti ed insolenti, e recarono ancora in questi tempi non poche molestie e danni alle castella ed ai beni di Monte Casino. Intanto, secondo il suddetto Protospata, Eustasio, catapano de' Greci in Italia, richiamò tutti i banditi da Bari, e li fece ritornare alla lor patria. E nel dì 8 di maggio, essendo ito coll'esercito suo a Trani per assalire i Normanni, col riportarne una rotta imparò a conoscer meglio e a rispettare quella valorosa nazione. Ma una grande perdita fecero in questo anno anche i Normanni, perchè la morte rubò loro Guglielmo Bracciodiferro, capo de' medesimi, il cui solo nome era terror de' nemici. Drogone suo fratello fu creato conte, ed ebbe tutti i di lui Stati. Non so se a quest'anno, oppure alla prima venuta di Arrigo in Italia, appartenga ciò che narra Donizone [Donizo., in Vit. Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 12.]. Cioè, che trovandosi esso re in Mantova, Alberto visconte di quella città, cioè vicario in essa del marchese e duca di Toscana Bonifazio, gli donò del suo cento cavalli (cosa non facile a credersi) e dugento astori per la caccia degli uccelli. Di sì sterminato dono si maravigliarono forte il re e la regina, conoscendo da questo che gran signore doveva essere il marchese, quando al suo servigio avea degli uffiziali sì ricchi. Volle l'imperadore tener seco questo Alberto alla sua tavola; ma egli se ne scusò con dire di [234] non aver mai osato di mangiare alla mensa del suo padron Bonifazio. Avendogli nondimeno data licenza Bonifazio, pranzò col re, e ne riportò varii doni di pelliccie, usatissime in questi tempi, le quali poi presentò egli tutte al duca Bonifazio suo signore col cuoio di un cervo ripieno di danari, affine di placarlo. In questo secolo e nei precedenti ogni città aveva il suo conte, cioè il suo governatore, ed ogni conte il suo visconte, cioè il suo vicario: onde poi vennero varie nobili famiglie appellate dei visconti. In questo anno, secondochè si può ricavare dal suddetto Donizone, Beatrice, duchessa di Toscana, partorì al suddetto Bonifazio suo consorte la contessa Matilda, i cui fatti la renderono poi celebre nella storia d'Italia. Avea prima partorito un maschio appellato Federigo, ma egli non sopravvisse molto al padre. Circa questi tempi, per quanto abbiamo dall'autore della Vita di san Severo vescovo di Napoli [Vita S. Severi Episcop. in Act. Sanctorum Neapol., ad diem 30 aprilis.], Giovanni duca di Napoli e della Campania andò ad assediar Pozzuolo, e quivi stette accampato gran tempo, ma senza apparire qual esito avesse quell'assedio.


   
Anno di Cristo MXLVII. Indizione XV.
Clemente II papa 2.
Arrigo III re di Germania 9, imperadore 2.

Il vizio della simonia, siccome abbiamo detto, inondava allora tutta l'Italia. Clemente II papa, animato dal suo zelo e dalle premure dell'imperadore Arrigo, che al pari del pontefice desiderava tolta dalla Chiesa di Dio questa infamia, celebrò un concilio in Roma contra de' simoniaci, di cui fa menzione san Pier Damiano [Petrus Damian., Opusc. XIX, cap. 27 et 36.]; ma gli atti son periti. È da vedere come da esso san Pier Damiano venga esaltato l'imperadore Arrigo, per la cura che egli si prese di estirpare la [235] simonia nei regni a lui consegnati da Dio, e massimamente in Italia, con recedere affatto dal pessimo esempio de' suoi predecessori. E perciocchè pur troppo i Romani aveano in addietro per amore della pecunia conculcate le leggi di Dio e della Chiesa nelle elezioni dei papi, dal che erano seguiti tanti scandali, e si mirava ridotta in tanta povertà la santa Chiesa romana; esso re obbligò il clero e popolo di Roma che non potesse eleggere e consecrar papa alcuno senza l'approvazione sua. Et quoniam, dice san Pier Damiano, ipse anteriorum tenere regulam noluit, ut aeterni regis praecepta servaret, hoc sibi non ingrata divina dispensatio contulit, quod plerisque decessoribus suis eatenus non concessit: ut videlicet ad ejus nutum sancta romana Ecclesia nunc ordinetur, ac praeter ejus auctoritatem apostolicae sedi nemo prorsus eligat sacerdotem. Anche Glabro Rodolfo ed Ugo flaviniacense attestano questa pia premura dell'Augusto Arrigo contro la simonia; e perciocchè la corruzion del secolo era allora grande, ed esso imperadore, pieno d'ottimi sentimenti, altro non desiderava che il ben della Chiesa, fu allora creduto utile e necessario il ripiego suddetto. Ma perchè ad un padre buono succedette un figliuolo cattivo che cominciò ad abusarsi di questa autorità, e il clero e popolo romano si diede allo studio e alla pratica delle virtù, cessò questo bisogno, e fu giustamente rimessa in piena libertà del clero romano l'elezion de' sommi pontefici, che da molti secoli s'usa, ed è da desiderare che sempre duri, ma che nello stesso tempo cessino le scandalose lunghezze dei conclavi, e le private passioni de' sacri elettori in affare di tanta importanza per la Chiesa di Dio. In esso concilio insorse nuova lite di precedenza fra gli arcivescovi di Ravenna e di Milano, e il patriarca di Aquileia; e la sentenza fu data in favore del ravennate. Di questo fatto altra testimonianza non abbiamo, fuorchè una bolla di papa Clemente II, accennata dal [236] Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] e pubblicata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepisc. Ravenn.], la qual veramente ha tutta l'apparenza di non essere finta, ed avrebbe anche maggior credito se non le mancasse la data. Tuttavia il Puricelli la crede una finzione, e noi abbiamo due storici milanesi di questo secolo, che nulla ne parlano, cioè Arnolfo e Landolfo seniore. Anzi il secondo scrive [Landulf. Senior, Histor. Mediol. lib. 3, cap. 3.] che in un concilio tenuto (non so se nell'anno 1049, oppure nel 1050) da san Leone IX avvenne la controversia della precedenza fra gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, e che, Deo annuente, ecclesia ambrosiana per Guidonem sedem ipsam viriliter devicit, et religiose hodie et semper tenebit. Ed Arnolfo [Arnulf., Hist. Mediol.] anch'egli attesta che nel concilio romano Guido arcivescovo di Milano fu onorevolmente trattato ab apostolico tunc Nicolao, cujus dextro positus est in praesenti synodo latere: forse nell'anno 1059. Oltre a ciò, Benzone scismatico vescovo d'Alba, che visse sotto il re Arrigo IV, figliuolo di questo imperadore, nel panegirico, ossia nella satira pubblicata dal Menckenio [Benzo, cap. 4 Panegyr., tom. 1 Rer. German. Menck.], scrive, che quando il re va a prendere la corona imperiale, eum sustentat ex una parte papa romanus, ex altera parte archipontifex ambrosianus. Oltre di che, Domenico patriarca d'Aquileia in una sua lettera, scritta circa l'anno 1054, e pubblicata dal Cotelerio [Coteler, Monument. Graec., tom. 2.], scrive d'essere in possesso di sedere alla destra del papa.

Dimorava tuttavia in Roma l'imperadore Arrigo, allorchè confermò tutti i suoi beni al monistero di san Pietro di Perugia con un diploma [Bullar. Casinens., tom. 1, Constit. XC.], dato III nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis [237] ejus XVIII, regnantis VIII, imperantis autem primo. Actum Romae. Un altro ne diede pel monistero di Casauria [Chron. Casaur., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] kalendis januarii. Actum ad Columna civitatem, onde prese il cognome la nobilissima casa Colonna. Uscito Arrigo di Roma, dopo aver preso nonnulla castella sibi rebellantia, come s'ha da Ermanno Contratto [Ermannus Contract., in Chron. Leo Ostiens., Chron., lib. 1, cap. 80.], passò a Monte Casino, dove, accolto con grande onore da quei monaci, lasciò molti regali, e con un diploma, portante il sigillo d'oro, confermò tutti i diritti e beni di quell'insigne monistero. Abbiamo questo diploma dal padre Gattola [Gattola, Hist. Monaster. Casinens., tom. 1. Accession.], e si vede dato tertio nonas februarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus decimo octavo, regnantis quidem octavo, sed imperantis primo. Actum Capuae. A Capoa appunto da Monte Casino se n'andò l'imperadore. Ossia che Guaimario IV principe di Salerno, il quale dall'Augusto Corrado avea anche ottenuto il principato di Capoa, non fosse molto in grazia dell'Augusto Arrigo; oppure che avesse fatto gran progresso nella corte e nell'animo di lui Pandolfo IV già principe di Capoa, deposto dal suddetto Corrado: egli è fuor di dubbio che Arrigo trattò la restituzion d'esso Pandolfo nel principato di Capoa, e che Guaimario gliel rinunziò con riceverne una buona somma d'oro. Presentaronsi anche all'imperadore i Normanni, cioè Drogone conte di Puglia, e Rainolfo conte di Aversa; e i regali a lui fatti di molti destrieri e danari produssero buon effetto; perciocchè ne riportarono l'imperiale investitura di tutti i loro Stati. Da Capoa s'incamminò alla volta di Benevento; ma, secondo Ermanno Contratto, essendo stata ingiuriata dai Beneventani la suocera dell'imperadore, nel passare per colà in venendo dalla [238] divozione del monte Gargano, i Beneventani temendo lo sdegno d'esso imperadore, nol vollero ricevere, e si ribellarono. Conduceva Arrigo allora poche truppe con seco, per averne rimandate la maggior parte in Germania; e veggendo che gli mancavano le forze per procedere ostilmente contra di quel popolo, altro ripiego non seppe trovare che di farli scomunicare da papa Clemente, suo compagno in quel viaggio. Tenne esso Augusto (ma non si sa in qual giorno) nel contado di Fermo un placito, riferito dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Asculan.]. Intanto l'imperadrice Agnese venuta a Ravenna, quivi gli partorì una figliuola. Inviossi dipoi l'Augusto Arrigo alla volta della Germania, e trovandosi in san Flaviano nel dì 13 di marzo, diede un altro privilegio in favore del monistero di Casa Aurea [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Passato dipoi a Mantova nel dì 19 d'aprile, giorno di Pasqua, celebrò con gran solennità la festa. Quivi gravemente s'infermò, ma riavuto si fece venir da Parma il corpo di san Guido abbate della Pomposa, morto nel precedente anno, e glorificato da Dio con molti miracoli, e seco dipoi lo condusse in Germania. Mentre l'imperadore in Mantova si trovò, dovette succedere quanto vien raccontato da Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 13.]. Era divenuta alquanto sospetta ad esso imperadore la troppa potenza di Bonifazio duca e marchese; e però gli cadde in pensiero di farlo arrestare, allorchè egli veniva all'udienza, con ordinare alle guardie di lasciarlo passare con non più di quattro persone, e di chiudere incontanente le porte. Lo scaltro Bonifazio v'andò coll'accompagnamento di una buona comitiva de' suoi provvisionati, tutti provveduti d'armi sotto i panni. Costoro, a veder le porte serrate dopo Bonifazio, le sforzarono, nè vollero mai perdere di vista il padrone, il quale scusò questa insolenza con dire francamente al re che l'uso di sua casa [239] era d'andar sempre accompagnato dai suoi. Arrigo tentò ancora di sorprenderlo di notte; ma avea che fare con uno che anche dormendo tenea gli occhi aperti, e però se ne andò senza far altro che ringraziarlo del buon trattamento. Nel dì primo di maggio Cadaloo vescovo di Parma ottenne dall'Augusto Arrigo in Mantova il titolo e la dignità di conte di Parma [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.]. E nel dì 8 di maggio riportò Alberico abbate del nobil monistero di san Zenone di Verona dall'imperadore un privilegio [Antiq. Ital., Dissert. LXXII.], dato VIII idus maii, anno dominicae Incarnat. MXLVII, Indict. XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus XVIII, regnantis VIII, secundi imperatoris primo. Actum Folerni. Era esso Augusto in Trento nel dì 11 di maggio, come apparisce da altro suo diploma dato ai canonici di Padova [Ibidem, Dissert. XVIII.] colle stesse note.

Fin quando si trovava l'imperadore in Roma, cioè o sul fine del precedente o sul principio del presente anno, egli diede per arcivescovo alla chiesa di Ravenna Unfredo suo cancelliere, e il fece consecrare dal papa. Giunto poscia a Spira, dove collocò il corpo del suddetto san Guido abbate, quivi celebrò la festa della Pentecoste, e tenne una dieta de' principi. Allora fu ch'egli conferì il ducato della Carintia e la marca di Verona a Guelfo III conte, di nazione suevo, e di casa nobilissima e rinomata in Germania, figliuolo del fu Guelfo II conte. Non ho io saputo discernere nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 2.], se in occasion della venuta in Italia di questo principe, oppure molto prima, Alberto Azzo II, marchese e progenitor de' principi estensi, prendesse in moglie Cunegonda, sorella d'esso Guelfo III. Pare che l'Urspergense [Urspergensis, in Chronico.] dica che prima, con iscrivere che Guelfo II [240] genuit et filiam Chunzam (lo stesso è che Cunegonda) nomine, quam Azzoni ditissimo marchioni Italiae dedit in uxorem. Di queste nozze parla eziandio l'antico autore della Cronica di Weingart [Apud Leibnitium, Rer. Brunswic., tom. 1.]. Coll'imperadore era ito in Germania anche Clemente II papa, e ritornato poscia per mala sua ventura in Italia, mentre si trovava in romanis partibus sul principio d'ottobre, cadde infermo, e si sbrigò da questa vita. Corse voce, e forse non mal fondata, ch'egli morisse di veleno, fattogli dare da Benedetto IX già papa, ai cui vizii noti non è inverisimile che s'aggiugnesse ancora questa nuova scelleraggine. Mense junii (sono parole di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], ma si dee scrivere octobris) dictus papa Benedictus per poculum veneno occidit papam Clementem. Altrettanto ha Romoaldo salernitano [Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.]. Nè sussiste l'asserzione di Leone ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 81.], che questo papa terminasse i suoi giorni ultra montes. Fu ben portato a Bamberga il suo cadavero, ma e romanis finibus, come ha ancora l'autore della Vita di santo Arrigo imperadore [Acta Sanctor. Bolland. ad diem 14 julii.]. Essendo stato finora ignoto il luogo dove questo pontefice terminasse i suoi giorni, ho io il piacere di poterlo rilevare. Alle mani del padre don Pietro Paolo Ginanni abbate benedettino, diligentissimo ricercatore delle antiche memorie di Ravenna sua patria, capitarono negli anni addietro due bolle originali. La prima è del suddetto papa Clemente II, data VIII calendas octobris, Indictione I, cioè nel dì 24 di settembre dell'anno presente, mentre egli si trovava gravemente infermo nel monistero di san Tommaso apostolo ad Aposellam, vicino a Pesaro. In essa dona egli a Pietro abbate di quel monistero la terra di san Pietro, pro salute animae suae. La seconda bolla è di papa Nicolò II, data nel dì 16 d'aprile dell'anno 1060, in cui per intercessionem [241] domni Petri Damiani hostiensis episcopi, confratris nostri, conferma al predetto abbate la terra di san Pietro, quam domnus papa Clemens, qui ibi obiit, obtulit praedicto monisterio. Resta perciò chiaro in qual parte d'Italia venisse a morte il soprallodato papa Clemente II. Ora il già deposto Benedetto IX papa, udita ch'ebbe la morte di Clemente, col mezzo dei suoi parenti potentissimi in Roma, tanto s'adoperò, che per la terza volta tornò ad occupare la sedia di san Pietro, e la occupò per otto mesi e dieci giorni. Vedesi in quest'anno un placito tenuto in Broni, diocesi di Piacenza, da Rinaldo messo del signor imperadore, al quale intervennero ancora Anselmo ed Azzo marchesi, l'ultimo dei quali, antenato de' marchesi d'Este, già da noi s'è veduto all'anno 1045 conte di Milano. Questo documento si legge presso il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], ed è autentico. Ma non così un diploma rapportato dal medesimo storico, e attribuito ad Arrigo III re, come dato nell'anno presente. Non può sussistere quell'atto.


   
Anno di Cristo MXLVIII. Indizione I.
Damaso II papa 1.
Arrigo III re di Germania 10, imperadore 3.

Non mancarono i Romani, per attestato di Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Scafnaburgensis, in Chron.], di spedire ambasciatori all'Augusto Arrigo per riferirgli la morte di papa Clemente II, eique successorem postulantes; e questi si trovarono in Palitì, dove esso imperadore celebrò la festa del santo Natale nell'anno precedente. Ma perciocchè Benedetto IX s'era di nuovo intruso nella cattedra pontificia, si dovettero trovar difficoltà a mandare un papa nuovo a Roma. Però solamente nel luglio di questo anno fu eletto per successore del defunto Clemente Poppone vescovo, non già d'Aquileia, come ha l'Annalista sassone, [242] Alberico monaco dei tre Fonti ed altri ma bensì di Brixen ossia di Bressanone nel contado del Tirolo. Egli è chiamato da Ermanno Contratto episcopus brixiensis: il che da alcuni vien creduto error de' copisti, in vece di brixinensis; ma que' cittadini anche presso altri scrittori si veggono appellati brixienses. Prese questi il nome di Damaso II, e, secondo il cardinal Baronio, mandato a Roma dall'imperadore, suffragiis omnium electus et comprobatus, consecratus fuit. Da quali autori prendesse il porporato Annalista tal notizia, non l'ho potuto scorgere; e certo par verisimile che Arrigo, prima d'inviare a Roma esso Poppone, se l'intendesse col clero e popolo romano. Ciò non ostante, non lascio io di sospettare che Arrigo potesse qui prevalersi troppo dell'autorità sua, con lasciare in tal elezione poco arbitrio ai Romani. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] scrive che Poppo brixiensis (brixinensis) episcopus ab imperatore electus Romam mittitur, et honorifice susceptus. Sospetto io inoltre che cominciassero allora ad alterarsi gli animi de' Romani, perchè gli antichi imperadori greci e franchi, secondo i canoni, aveano lasciata sempre loro in libertà l'elezion de' nuovi papi, con riserbarsene solamente l'approvazione prima di consecrarli. Ma l'Augusto Arrigo neppur lasciò loro libero il diritto dell'elezione, dacchè gli aveva obbligati a non procedere ad essa senza il suo beneplacito. Doveva anche rincrescere loro il veder provveduta la Chiesa romana di pontefici forestieri, senza prenderli dal grembo loro, benchè noi abbiamo osservato molti papi presi dall'Oriente ne' secoli addietro. Veggasi Ottone Frisingense [Otto Frisingensis, lib. 6, cap. 32 Chron.], che conferma quanto io vo sospettando. Che sconvolgimenti partorisse dipoi questa mutazione di disciplina, l'andremo vedendo nel proseguimento della storia. Venne dunque il novello papa Damaso II verso Roma nel mese di luglio dell'anno presente, essendosi, [243] come è da credere, ritirato il falso pontefice Benedetto IX. Ma poco potè egli godere della sua dignità, perchè dopo soli 23 giorni di pontificato passò all'altra vita in Palestrina. Questa sì repentina morte fece correre dei sospetti che il veleno anche a quest'altro papa avesse abbreviati i giorni. Restò vacante nel rimanente dell'anno la Chiesa romana.

Seguitava intanto nel regno germanico la ribellione di Gotifredo duca della Lorena superiore. Avvenne che in questo anno Adalberto, già creato duca della Lorena inferiore, venuto a battaglia con esso Gotifredo, restò sconfitto ed ucciso in quel fatto d'armi. Abbiamo poi dal Bollario casinese [Bullarium Casinense, tom. 2, Constit. XCI.] che l'imperadore Arrigo concedette al monistero delle monache di santa Giulia di Brescia un privilegio, dato VI nonas maii, anno vero dominicae Incarnationis MXLVIII, Indictione I, anno autem domni Heinrici regis tertii, imperatoris secundi, ordinationis ejus XX, regnantis quidem IX, imperantis vero II. Actum Turegum, cioè in Zurigo, oppure in Turgau. Fu più volte in quella terra o città l'imperadore Arrigo, ed in quest'anno ancora vi celebrò l'Ascension del Signore. Certo è, secondochè ho dimostrato nelle Annotazioni alle leggi longobardiche [Rerum Italic., P. II, tom. 1.], ch'egli in esso luogo tenendo una gran dieta de' principi italiani (in qual anno, nol so), pubblicò tre leggi che si leggono nel corpo d'esse leggi longobardiche. Una specialmente merita attenzione. Sapevasi che molti in questi sì corrotti secoli erano levati dal mondo veneficio, ac diverso furtivae mortis genere, cioè non già con fattucchierie, ma col veleno, e con altre maniere occulte: che questa è la forza della parola veneficium. Ditmaro ed altri storici anch'essi asseriscono che in questi tempi l'Italia era troppo screditata per l'uso del veleno. Perciò fu determinata la pena della morte contra gli operatori di sì orrida iniquità. Rinnovò in quest'anno ancora [244] esso Augusto i suoi privilegii al monistero di san Pietro di Bremido con diploma spedito [Antiquit. Ital., Dissertat. LXX.] XIII kalendas maii, anno vero dominicae Incarnationis MXLVIII, Indictione I, anno autem domni Heinrici regis tertii, imperatoris secundi, ordinationis ejus XX, regnantis quidem IX, imperantis vero II. Actum in Ulmo. Sarà la città di Ulma. Truovo io tali sconcerti nei diplomi intorno agli anni dell'ordinazione di Arrigo, che non ho voluto il fastidio di riveder questi conti.


   
Anno di Cristo MXLIX. Indizione II.
Leone IX papa 1.
Arrigo III re di Germania 11, imperadore 4.

Abbiamo dal Cronografo di san Benigno [Dachery, Spicileg., tom. 2 nov. edition. Albericus Monach., in Chronico.] che i Romani innamorati delle doti di Alinardo arcivescovo di Lione, fecero istanza all'imperadore Arrigo per averlo papa. Alinardo, ciò saputo, perchè non gli dovea piacere l'aria di Roma, si guardò di capitare alla corte imperiale, finchè non udì creato un novello pontefice romano. Questi fu Brunone vescovo di Tullo, parente dell'imperadore. Non si potea scegliere personaggio più fatto secondo il cuore di Dio: tanta era la sua pietà, il suo zelo, la sua attività, la prudenza, il sapere [Wibert., in Vita S. Leonis IX, lib. 2, cap. 1.]. Trovavasi l'imperadore Arrigo in Vormazia nel dicembre dell'anno antecedente, dove tenne una gran dieta di vescovi e principi. Si trattò in essa di provveder di un nuovo pontefice la santa Chiesa romana. Non se l'aspettava Brunone; tutti i voti concorsero in lui, ed egli, colto così all'improvviso, dimandò tempo a pensarvi tre giorni. Dopo i quali ripugnando a tale elezione, con isperanza di schivare questo sì pesante onore, fece in pubblico la confessione de' suoi mancamenti; ma indarno, perchè stettero tutti [245] costanti in volerlo papa. V'erano presenti i legati romani. In fine si arrendè, ma con protestare che non accettava la carica qualora non vi concorresse l'elezione e il consentimento del clero e popolo di Roma, non ignorando egli ciò che in tale proposito aveano ordinato i sacri canoni. Gli furono date le insegne pontificali, e dopo aver celebrate le feste del santo Natale nella sua chiesa di Tullo, con singolare umiltà vestitosi da pellegrino, sul principio dell'anno presente si mise in viaggio verso Roma, avendo in sua compagnia il celebre monaco Ildebrando, che fu poi papa Gregorio VII. Arrivò egli a Roma sul principio della quaresima [Wibert. Bruno. Leo Ostiensis, in Chron. Anselmus, in Itiner., etc.], ed ivi ancora solennemente fu eletto e applaudito dal clero e popolo romano, e consecrato papa, con prendere il nome di Leone IX. Nè perdè tempo ad operare. Dopo la domenica in Albis tenne gran concilio di vescovi in Roma contro de' simoniaci. Poscia, chiesta licenza ai Romani, sen venne a Pavia, e quivi nella settimana dopo la Pentecoste celebrò un altro concilio. Indi passò a trovare l'imperadore in Sassonia per informarlo dello stato d'Italia e de' bisogni della Chiesa. Un altro concilio assai numeroso fu da lui tenuto nella basilica di san Remigio di Rems, e poscia un altro in Magonza, dove si trovò ancora l'imperadore. In questi tempi durando la ribellione di Gotifredo duca di Lorena, con cui aveva unite le sue forze anche Baldovino conte di Fiandra [Hermannus Contractus, in Chron.], papa Leone, ad istanza dell'imperadore, amendue gli scomunicò. Più che l'armi temporali servirono le spirituali per mettere il cervello a partito di Gotifredo; e però egli sen venne supplichevole ad Aquisgrana a' piedi dell'imperadore, e coll'aiuto del buon papa ottenne il perdono de' suoi falli. Seguitò Baldovino a far guerra, ma dopo aver lasciato dare un gran guasto al suo paese dall'armata imperiale, finalmente [246] trattò di pace, e diede a tal fine gli ostaggi. Dopo queste imprese Leone IX per la città d'Augusta e per la Baviera sul finir dell'anno venne alla volta d'Italia, ed arrivò a celebrar la festa del Natale in Verona. Confermò esso papa in quest'anno i suoi privilegii al monistero di Farfa con sua bolla [Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], data in Roma IV kalendas marti, anno pontificatus domni Leonis noni papae primo, Indictione II. E l'imperadore Arrigo concedette a Berardo vescovo di Padova, e a' suoi successori, la licenza di battere moneta [Antiquit. Italic., Dissert. XXVII.], secundum pondus veronensis monetae. Il diploma fu dato XVI kalendas maii, anno dominicae Incarnationis MXLVIIII, Indictione II. Anno domni Henrici tertii regis, imperatoris secundi, ordinationis ejus XX, regni quidem X, imperii vero III. Actum Goslariae. Torno a dire che gli anni dell'ordinazion di Arrigo sono confusi in varii diplomi: e però lascerò ad altri la cura di accertar questa epoca e di correggere gli errori. Circa questi tempi ancora abbiamo da Cedreno [Cedren., Compend. Histor.] un avvenimento importantissimo per la storia d'Italia, cioè che i Turchi, gente di nazione unnica, o vogliam dire della gran Tartaria, uscirono dalle porte del Caucaso, e cominciarono le lor terribili conquiste con levare ai Saraceni la Persia, e darsi poscia ad infestar l'imperio de' Greci. Non mi stendo a dirne di più per ora, riserbando quel che occorrerà al resto della storia.


   
Anno di Cristo ML. Indizione III.
Leone IX papa 2.
Arrigo III re di Germania 12, imperadore 5.

Giunto che fu a Roma il santo pontefice Leone IX, e sbrigato da varii affari, in questo anno (e non già nel precedente, come lasciò scritto Leone ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 81.]) passò in Puglia, parte per sua [247] divozione [Wibertus, in Vita S. Leonis, lib. 2, cap. 4.], parte per quetar le discordie insorte fra i Normanni e i popoli di quelle contrade, che si sentivano gravati non poco da quella gente straniera. Fu nell'aprile a Monte Casino, a san Michele del Monte Gargano, e a Benevento, dove di nuovo scomunicò quel popolo, perchè ribello all'imperadore. Tenne un concilio in Siponto, dove depose due arcivescovi convinti di simonia. Tornato a Roma, sul principio di maggio celebrò un altro concilio nella basilica lateranense, dove furono condannate le perverse dottrine di Berengario franzese intorno al sacramento dell'altare. Fioriva in questi tempi in Normandia nel monistero di Becco il celebre Lanfranco, priore allora d'esso sacro luogo, di nascita italiano, perchè nato di nobili parenti in Pavia. Essendo passata fra lui e il suddetto Berengario qualche lettera, fu egli chiamato in Italia, e tanto in esso concilio lateranense, quanto in quello di Vercelli susseguentemente tenuto nel settembre di questo anno dal medesimo papa, giustificò sè stesso, e restò carissimo a tutta la corte pontificia. Servì questo accidente a maggiormente accrescere la fama della letteratura e pietà di Lanfranco, il quale col tempo divenne abbate di Becco, e poscia arcivescovo santo di Canturberì in Inghilterra. Era insorta qualche contesa fra papa Leone e Unfredo arcivescovo di Ravenna spalleggiato da alcuni della corte imperiale. Però in esso concilio di Vercelli il papa gli sospese il ministro episcopale, oppure, come vuol Wiberto, lo scomunicò. Tornò egli dipoi alla sua Chiesa di Tullo per farvi la traslazione del corpo di san Gerardo, già vescovo di quella città. Passò in questo anno nel dì 12 d'aprile a miglior vita sant'Adalferio ossia Alferio, fondatore e primo abbate dell'insigne monistero della Cava nel principato di Salerno, la cui Vita, insieme con quella di tre altri abbati suoi successori, si legge fra gli scrittori da me raccolti delle cose [248] d'Italia [Rer. Ital., tom. 6.]. Se si vuol prestar fede agli Annali pisani, in quest'anno [Annal. Pisan., tom. 6 Rer. Ital., pag. 167.] Mugetto, re de' Saraceni africani, con un potente esercito tornò in Sardegna, e cacciatine i Pisani, attese a fabbricarvi delle città, e prese la corona di quel regno. Pisani vero, cum romana Sede firmata concordia cum privilegio et cum vexillo sancti Petri accepto, invaserunt regem, et ceperunt illum et totam terram, et coronam imperatori dederunt. Et Pisa fuit firmata de tota Sardinea a romana Sede. Ma al vedere che de' vari autori di questo secolo, i quali han parlato dei fatti gloriosi di san Leone IX papa, niuno parla di questo, che pur sarebbe tornato cotanto in onore del medesimo; pare che si possa dubitare dell'impresa suddetta, o almeno delle sue circostanze. Nacque nell'anno presente nel dì 12 di novembre all'Augusto Arrigo un figliuolo maschio [Hermannus Contractus, in Chron.], partoritogli dall'imperadrice Agnese. Fu questi poi Arrigo quarto fra i re, e terzo fra gl'imperadori, per cui cagione vedremo a suo tempo sconvolta tutta l'Italia e la Germania.

Cessò di vivere in questi tempi Pandolfo IV principe di Capoa [Camillus Peregrin., Hist. Princip. Langobard.]. Leone ostiense il fa portato via dai diavoli, citando un'apparizione fatta ad un servo di Dio napoletano. Ma, siccome il padre Angelo della Noce osservò, probabilmente questa fu una giunta fatta alla Cronica dell'Ostiense, ed altri ciò scrissero di Pandolfo Capodiferro, tanti anni prima defunto. Nei secoli dell'ignoranza gran voga aveano somiglianti visioni e dicerie. Pandolfo V suo figliuolo restò padrone di quel principato, con avere per collega Landolfo V suo proprio figliuolo. Ho io rapportato altrove un diploma dell'Augusto Arrigo [Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.], come dato in quest'anno in favore del monistero di san Zenone di Verona. Le note cronologiche sono [249] queste: Data III idus novembris, anno dominicae Incarnationis ML, Indictione IIII, anno domni Heinrici tertii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXIIII, regni quidem XIII, imperii vero IIII. Actum Veronae. Perchè era tuttavia attaccato alla pergamena il sigillo di cera, e nel novembre dell'anno presente potea correre l'Indictione IV, senza farne altro esame, lo credei documento originale e sicuro. Ma se sta così nella pergamena, nè è succeduto errore in copiarlo, non so io ora accordarlo colla verità della storia. Che l'imperador fosse in Italia in quest'anno, niuno degli antichi lo scrive, ed io lo credo falso. Sono anche discordi fra loro l'anno XIII del regno e il IV dell'imperio. Sarebbe da vedere se potesse riferirsi all'anno 1055 col confronto dell'originale. Siccome apparisce da un documento da me dato alla luce [Antichità Estensi, P. I, cap. 11.], in quest'anno il marchese Alberto Azzo II, progenitore de' principi estensi, si truova conte della Lunigiana. Egli è qui appellato Albertus, qui Aczo vocatur, marchio et comes istius Lunensis comitato, filius bonae memoriae itemque Alberti similiterque Aczo, et marchio et comes. In Lunigiana era il forte de' beni e Stati posseduti dagli antichi marchesi, appellati poscia marchesi d'Este. Sotto quest'anno (seppure non fu nel 1054) si legge una lettera di Argiro duca d'Italia a Berardo abbate di Farfa [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], in cui egli si rallegra d'essere stato ammesso alla confraternità e partecipazion delle orazioni e de' meriti di quei buoni monaci. Il titolo suo molto spezioso e degno d'osservazione è questo: Ego Argiro Dei providentia magister vestis, et dux Italiae, Calabriae, Siciliae, Paflagoniae. Molto più antico è il rito di simili confraternità fra i monaci, ed esso dura tuttavia.

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Anno di Cristo MLI. Indizione IV.
Leone IX papa 3.
Arrigo III re di Germania 13, imperadore 6.

Trovaronsi l'infaticabil Leone IX papa e l'imperadore Arrigo in Augusta, dove insieme celebrarono la festa della Purificazione della santa Madre di Dio. In tal occasione, per attestato di Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron.], l'imperadore rimise in grazia del papa Unfredo arcivescovo di Ravenna. Ma Wiberto [Wibertus, Vit. Leonis IX., lib. 2, cap. 7.] aggiugne una particolarità: cioè che Unfredo fu chiamato da Arrigo ad Augusta, e dopo aver restituito al papa alcuni beni ingiustamente occupati, fu forzato a chiedere l'assoluzion delle censure. Inginocchiossi egli a' piedi del santo pontefice, e perchè tutti i prelati assistenti interposero le lor preghiere in favor di lui, Leone con alta voce disse: A misura della sua divozione Dio gli conceda l'assoluzione di tutti i suoi falli. Nel levarsi Unfredo in piedi, fu osservato, che quasi burlandosi del papa, e tuttavia gonfio di superbia, sogghignava. Vennero le lagrime agli occhi al buon pontefice, e con voce bassa disse ad alcuni che gli stavano intorno: Oimè, questo miserabile è morto. Poco stette Unfredo a cader malato, ed appena ricondotto in Italia, diede fine alla vita e all'alterigia sua. Ermanno Contratto lasciò scritto, essere corsa voce ch'egli morisse attossicato, perchè la sua morte fu improvvisa. Ma s'egli morì, come vuole il Rossi, nel dì 22 di agosto, gran tempo corse fra la di lui andata in Germania e la morte sua. Tornato a Roma papa Leone, quivi celebrò dopo Pasqua un nuovo concilio, dove fra l'altre cose scomunicò Gregorio vescovo di Vercelli, imputato d'adulterio con una vedova già sposa di un suo zio. Non si trovava questo vescovo in Roma, e nulla perciò potè rispondere per sè. [251] Ma avvertito della censura contra di lui fulminata, se nel volò a Roma, ed avendo promessa soddisfazione, se ne tornò assoluto e contento a casa. Questo ne' tempi susseguenti fece gran figura negli affari secolareschi d'Italia, siccome vedremo. Andò poscia il santo pontefice all'insigne monistero di Subiaco, da dove essendo fuggito Attone ossia Azzo abbate, a cui dovea rimordere la coscienza, egli diede per abbate a que' monaci Umberto, nato in Francia, e le cui imprese, parte buone e parte cattive, si leggono nella Cronica di Subiaco [Chron. Sublacense, tom. 24 Rer. Ital.], da me data alla luce. È notabile quanto ivi è scritto: cioè che il papa in quella congiuntura Sublacenses ad se convocavit in monasterio, quorum et requirens instrumenta chartarum, notavit falsissima, et ex magna parte ante se igne cremari fecit. Di queste merci non furono privi una volta altri monisteri e chiese: il che sia detto senza pregiudizio degli innumerabili altri autentici documenti che si trovano nei loro archivii.

Doveano in questi tempi avere i monaci di Farfa chi li perseguitava nella corte pontificia; e probabilmente uno dei lor nemici era Giovanni vescovo della Sabina, che mosse di molte pretensioni contra di quell'insigne monistero. Scrissero i monaci una lettera al buon pontefice con esporgli le prerogative di quel sacro luogo, e pregarlo di non badare ai detrattori. Sumus enim (dicono essi) plus minus quingenti vestri oratores [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.]: il che, per mio avviso, si dee intendere non de' soli monaci abitanti in Farfa, ma degli altri ancora che erano ne' monisteri e priorati sottoposti. Nel concilio romano si agitò la lite fra i monaci e il suddetto vescovo. Finalmente papa Leone IX confermò al monistero farfense tutti i suoi privilegii con una bolla, in cui si fa sentire il suo cuore pien di divozione verso la santissima Vergine, data III idus decembris per manus Federici diaconi sanctae [252] romanae Ecclesiae bibliothecarii, vice domni Herimanni archicancellarii, et coloniensis archiepiscopi, anno domni Leonis IX papae tertio, Indictione V, cominciata nel settembre dell'anno presente. Crede il padre Mabillone [Mabillonius, Annal. Benedictin. ad hunc annum.] che Ermanno arcivescovo di Colonia fosse arcicancelliere di papa Leone IX, nelle cui sole bolle si truova questa novità. Era il medesimo Ermanno arcicancelliere dell'imperio in questi giorni. Wiberto scrive [Wibertus, in Vita Leonis IX, lib. 2, cap. 5.] che papa Leone diede officium cancellarii sanctae romanae Sedis a lui e ai suoi successori. Confermò parimente il santo pontefice tutti i suoi diritti al monistero casauriense con altra bolla [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], data X kalendas julii, ec. anno domni Leonis IX papae II (dee essere III), Indictione IV. Io tralascio altre bolle dello stesso papa, il quale, per testimonianza dell'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 84.], in quest'anno andò a Capoa, a Benevento e a Salerno. In tal congiuntura è credibile che succedesse ciò che preventivamente aveva asserito il medesimo Ostiense, cioè ch'egli assolvesse dalla scomunica il popolo di Benevento. Tanti passi dell'ottimo pontefice verso quelle parti erano tutti per trovar, se era mai possibile, qualche rimedio o freno all'insolenza, crudeltà ed avidità incredibile de' Normanni, ogni dì più potenti e gravosi alla Puglia e alle vicinanze, e Cristiani più di nome che di fatti. In una lettera [Wibertus, in Vita Leonis IX, lib. 2, cap. 10.] scritta da esso papa all'imperador di Costantinopoli gli espone, come costoro ammazzavano, tormentavano que' miseri abitanti, neppur perdonando alle donne e a' fanciulli; spogliavano ancora ed incendiavano le chiese; e che per quante esortazioni e minacce avesse egli adoperato, nulla si mutavano i loro perversi costumi. Però s'era egli abboccato con Argiro catapano de' Greci per reprimere questa mala [253] gente, ed implorava anche il braccio dello stesso Augusto greco. In quest'anno appunto scrive Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che arrivò, cioè da Costantinopoli tornò in Puglia, Argiro figliuolo di Melo e duca di Italia per gli Greci. Volle entrar in Bari, ma gli fu negato da Adralisto, Romoaldo e Pietro fratelli, capi di una fazion contraria. Finalmente il popolo di Bari al dispetto de' contradittori l'ammise in quella città. Se ne fuggì Adralisto; gli altri due fratelli presi, furono inviati in carcere a Costantinopoli. Drogone conte e capo de' Normanni fu in quest'anno ucciso da un suo compare, e succedette Unfredo conte, suo fratello, nel governo di quegli Stati. Noi troviamo battezzato in quest'anno nella città di Colonia il fanciullo Arrigo, figliuolo dell'imperadore Arrigo, e tenuto al sacro fonte da Ugo abbate di Clugnì, uomo santo. Da un documento che io diedi alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 217.] apparisce che in questi tempi Guaimario IV e Gisolfo II suo figlio erano principi di Salerno, e duchi di Amalfi e Sorriento.


   
Anno di Cristo MLII. Indizione V.
Leone IX papa 4.
Arrigo III re di Germania 14, imperadore 7.

Era stata in addietro l'Ungheria tributaria dell'imperio germanico; ma essendo insorte liti, e cessato il pagamento, si venne ad un'aspra guerra fra l'imperadore Arrigo ed Andrea re d'Ungheria. Il santo papa Leone, per desiderio di rimettere la concordia fra que' principi cristiani, si portò in quest'anno di nuovo in Germania per trattar di pace. Ermanno Contratto scrive [Hermannus Contractus, in Chronico.] ch'egli vi andò per le istanze del re Andrea; fece desistere l'imperadore dall'assedio di un castello; e trovatolo dispostissimo ad un accordo, già si credeva di avere in pugno la pace. Ma Andrea sconciamente il [254] burlò: laonde il papa fulminò contra di lui la scomunica. Se ciò sussiste, è cosa da stupir come Wiberto conti tutto al rovescio questa faccenda, con dire [Wibert., Vita S. Leonis IX, lib. 1, cap. 4.] che gli Ungheri erano pronti a pagare il tributo, purchè ottenessero il perdono dei trascorsi passati. Sed quia factione quorumdam curialium, qui felicibus sancti viri invidebant actibus, sunt Augusti aures obturatae precibus domni apostolici, ideo romana respublica subjectionem regni hungarici perdidit, et adhuc dolet finitima patriae praedis et incendiis devastari. Arrigo vicecancelliere dell'imperadore fu in quest'anno da lui promosso all'arcivescovato di Ravenna; ma, secondo il Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.], non ottenne la conferma e il pallio dal papa, se non nell'anno seguente con bolla data VI idus aprilis, anno pontificatus IV, Indictione VI. Sotto specie d'intronizzar questo novello arcivescovo, fu inviato a Ravenna anche Nizone vescovo di Frisinga, uomo pien di vizii, e che per qualche tempo mostrò di pentirsi e di abbracciar la vita monastica, ma in breve tornò alla vita di prima. Costui, giunto a Ravenna, quivi, colto da morte improvvisa, lasciò le sue ossa. Al suddetto Arrigo arcivescovo scrisse il suo libro ossia opuscolo intitolato Gratissimus san Pier Damiano, o, come si dovrebbe dire, Pietro di Damiano, nato nella città stessa di Ravenna, e gran luminare di santità e letteratura in Italia per questi tempi. Uno ancora dei motivi per gli quali s'indusse a tornare quest'anno in Germania il santo pontefice, fu, secondo l'Ostiense [Leo Ostiens., Chron. lib. 2, cap. 84.], per impetrar degli aiuti dall'imperadore contra de' Normanni di Puglia, le avanie e crudeltà dei quali egli non potea più sofferire. Un diploma, che si legge pubblicato nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Italic., Dissert. XXXX, pag. 641.], ci fa vedere nel giugno di quest'anno in Zurigo l'imperadore Arrigo, che concede al clero di Volterra, [255] fra gli altri privilegii, quello di poter decidere le liti col duello. Era allora troppo in uso questa barbarica e detestabil usanza, accresciuta dipoi nell'andare innanzi dai cacciatori di puntigli. Per isradicarla molto s'è fatto; ma al mondo non mancheranno mai dei pazzi. Ho io pubblicato un contratto seguito in questo anno fra Bonifazio duca e marchese di Toscana, signore di Mantova, Ferrara ed altre città, e Otta badessa di santa Giulia di Brescia. Fu scritta quella carta [Antiquit. Ital., Dissertat. LXVI.] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quinquagesimo secundo, Enricus gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus sexto, quarto kalendas aprilis, Indictione quinta. Ma poche settimane dipoi sopravvisse Bonifazio. Mentre egli da Mantova passava a Cremona, per mezzo di un ombroso bosco, fu ferito con una saetta, ossia con un dardo attossicato, e di quel colpo morì. His diebus marchio Bonifacius (son parole di Arnolfo milanese [Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 3.] autore contemporaneo) dum nemus transiret opacum, insidiis ex obliquo latentibus, venenato figitur jaculo. Heu senex ac plenus dierum, maturam mortem exiguo praeoccupavit. Il Fiorentini scrive [Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.] che egli non molto carico d'anni morì; ma non avea veduto Arnolfo, scrittore più informato di lui. E se Bonifazio si truova marchese fin l'anno 1004, convien dire che egli fosse vecchio nell'anno presente. E qui si dee notare che nell'edizione della storia d'esso Arnolfo fatta dal Leibnizio sopra un testo milanese, si legge marchio Montisferrati Bonifacius. Ma il manuscritto estense più antico degli altri non ha Montisferrati; e quella è una giunta di qualche ignorante, siccome già osservai [Rerum Italic. Scriptor., tom. 3.] nella prefazione al medesimo Arnolfo.

Abbiamo da Donizone il tempo preciso della morte di questo principe, laddove [256] scrive, ma accortamente tacendo ch'essa fosse violenta [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1.]:

Ipse die sexta maii post quippe kalendas

Deseruit terram, quem Christus ducat ad ethram,

Quando defunctus, terrae datus, estque sepultus,

Tunc quinquaginta duo tempora mille Dei stant.

Fu seppellito il di lui corpo in Mantova: perlocchè si legge presso il suddetto Donizone una curiosa altercazione fra quella città e la rocca di Canossa, dove pretendeva il buon monaco canossino Donizone che se gli dovesse dar sepoltura presso de' suoi antenati. Da altre memorie ancora da me rapportate nella prefazione al medesimo Donizone apparisce, aver la buona gente creduto che non nascesse erba nel luogo dove Bonifazio fu ferito. Certamente questo principe non era un santo. Anzi egli s'acquistò il brutto nome di tiranno presso i Tedeschi. Ermanno Contratto, vivente allora (se pure al suo testo non fu fatta qualche giunta), scrive sotto quest'anno [Hermannus Contractus, in Chronico.]: Bonifacius ditissimus Italiae marchio, immo tyrannus, insidiis a duobus exceptus militibus, sagittisque vulneratus et mortuus, Mantuae sepelitur. E il Fiorentini osserva [Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.] che in tre privilegii da Arrigo IV e V e Lottario, susseguenti imperadori, conceduti al popolo di Lucca, si legge: Consuetudines etiam perversas, a tempore Bonifacii marchionis duriter iisdem hominibus impositas, omnino interdicimus, et ne ulterius fiant praecipimus. Lasciò Bonifazio dopo di sè tre figliuoli a lui nati dalla duchessa Beatrice, cioè Federigo (appellato Bonifazio dal continuatore di Ermanno Contratto), Beatrice e Matilda, tutti tre di tenera età, e perciò bisognosi della madre. In questo anno ancora, per testimonianza dell'Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 85.] e di Romoaldo salernitano [Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], Guaimario IV principe di Salerno, per una [257] congiura fatta contra di lui da alcuni suoi parenti e da altri malcontenti, con più ferite tolto fu di vita; e il suo cadavero obbrobriosamente strascinato lungo il lido del mare. Salerno colla rocca restò in potere de' congiurati; ma Guido duca di Sorrento, e fratello d'esso Guaimario chiamati in aiuto i Normanni, da lì a cinque giorni ricuperò quella città; installò nel principato Gisolfo II figliuolo del trucidato principe, e fece morir quattro di lui parenti con trentasei altri, tutti rei di quel misfatto. Fermossi tutto quest'anno in Germania il santo papa Leone, ed in Vormazia celebrò la festa del Natale in compagnia dell'imperadore. Allora fu, secondo Ermanno Contratto, ch'egli fece istanza perchè fosse restituita sotto il dominio della Chiesa romana la ricca badia di Fulda con altre poste in quelle contrade, le quali ne' tempi addietro furono donate a san Pietro, e pagavano censo a Roma. Altrettanta premura ebbe pel vescovato di Bamberga, di cui Arrigo I Augusto avea fatto un dono alla Chiesa romana, e pagava anch'essa annualmente a Roma un cavallo bianco e cento marche d'argento. L'imperadore all'incontro, mosso da egual brama di poter disporre di quel vescovato e dello suddette badie, propose piuttosto un cambio, e questo fu accettato dal papa: cioè Leone rinunziò ad Arrigo i suoi diritti sopra quelle chiese, ed Arrigo in contraccambio gli cedette molti suoi Stati nelle parti di là da Roma. L'Ostiense scrive [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 84.] che tunc inter ipsum apostolicum et imperatorem facta est commutatio de Benevento et bambergensi episcopio, ma senza dichiarare se fosse ceduta la sola città di Benevento col suo territorio, come gode oggidì la Sede apostolica, oppure anche il principato, di buona parte nondimeno del quale erano stati prima investiti i Normanni: e senza dire con qual titolo e patti cedesse tali Stati. Il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.] dice nomine vicariatus. [258] Così egli interpretò le parole dell'Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 46.], laddove scrive che Leo nonus papa vicariationis gratia Beneventum ab Heinrico Conradi filio recepit. Da questo cambio poi deduce il padre Pagi [Pagius, in Annal. Baron.] che non sussista quanto ha Eutropio prete presso il Goldasto, con dire che Carlo Calvo avea distratto Benevento dall'imperio romano, e concedutolo ai pontefici romani. E si può similmente dedurre che neppure Lodovico Pio, Ottone I ed Arrigo I imperadori avessero mai conceduto loro esso ducato di Benevento.


   
Anno di Cristo MLIII. Indizione VI.
Leone IX papa 5.
Arrigo III re di Germania 15, imperadore 8.

Implorò in questi tempi papa Leone più che mai l'assistenza dell'Augusto Arrigo per liberar la Puglia dal giogo dei Normanni, i quali, per quanto scrive Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.], viribus adaucti, indigetes bello premere coeperunt, injustum dominatum invadere, haeredibus legitimis castella, praedia, villas, domus, uxores etiam, quibus libuit, vi auferre, res ecclesiarum deripere, postremo divina et humana omnia (prout viribus plus poterant) jura confundere, nec jam apostolico pontifici, nec ipsi imperatori, nisi tantum verbo tenus cedere. Guglielmo pugliese diversamente parla della condotta de' Normanni, e ci vorrebbe far credere che da Argiro duca d'Italia per l'imperadore greco provenissero specialmente tanti lamenti in parte falsi contra de' Normanni, dappoichè non gli era riuscito nè con danari nè con promesse di tirarli fuor d'Italia al servigio de' Greci. Secondo lui [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.], la gente di Puglia

. . . . . . varias deferre querelas

Coepit, et accusat diverso crimine Gallos.

[259]

Veris commiscens fallacia nuntia mittit

Argirous papae, precibusque frequentibus illum

Obsecrat, Italiam quod libertate carentem

Liberet, ac populum discedere cogat iniquum.

Ma non era papa Leone uomo da lasciarsi in tal congiuntura ingannare. Egli stesso soggiornava in lor vicinanza, e più volte era stato sul fatto, cioè in quelle contrade medesime, e potea ben sapere se i Normanni fossero sì o no una specie di masnadieri. Vedremo che mai non si quetarono, infinattantochè non ispogliarono i signori di que' paesi de' loro Stati. Guglielmo storico, allorchè i Normanni furono nel colmo della potenza, scrisse per piacere alla stessa nazion dominante; però non par sicura la testimonianza sua. Ora l'imperadore diede alcune delle sue soldatesche al papa; molte altre ne ottenne esso papa da diversi signori; e con queste brigate s'unì una gran ciurma di scellerati e banditi, tutti condotti dall'avidità e speranza di far buon bottino. Nel mese di febbraio con questa gente calò in Italia il buon pontefice, conducendo seco Gotifredo duca di Lorena, e Federigo suo fratello che fu poi papa Stefano X, e molti cherici e laici esercitati nel mestier della guerra, per valersene contro i Normanni [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]. Ma prima di arrivar egli giù dall'Alpi, Gebeardo vescovo allora di Aichstet, di nazion bavarese, avendo fatto ricorso all'imperadore, tanto disse e tanto fece, che il ridusse a richiamare il grosso corpo di truppe imperiali già spedite in aiuto del papa, in maniera che altro non vi restò di quell'esercito che un battaglione di cinquecento persone [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 90.]. Se n'ebbe poscia ben bene da pentire lo stesso Gebeardo, dacchè divenne anch'egli pontefice romano col nome di Vittore II, per le insolenze che, non men di papa Leone IX, dovette sofferir dai Normanni di Puglia, senza poterli reprimere. Giunto a Mantova papa Leone nella quinquagesima, [260] per attestato di Wiberto [Wibertus, Vita S. Leonis IX, lib. 2, cap. 4.], determinò di tener quivi un concilio. Erano accorsi ad ossequiar il papa varii vescovi di Lombardia, a' quali faceva paura il rigore e zelo del santo pontefice: che ben sapeano di aver de' mancamenti da renderne conto. Però alla lor suggestione fu attribuita una rissa insorta fra i familiari d'essi prelati e quei del papa, in tempo appunto che si celebrava il concilio. Corse alla porta della basilica il santo padre; volavano le saette e i sassi, e fu egli stesso in pericolo della vita per salvare i suoi domestici, che si rifugiavano verso la di lui persona, e senzachè gli aggressori si guardassero dal ferire chi andava a nascondersi sotto le vesti pontificali. Si quetò con difficoltà il tumulto, ma fu esso cagione che si sciolse il concilio; e ciò non ostante il misericordioso pontefice diede nel dì seguente l'assoluzione agli autori di tale iniquità. Andossene a Roma san Leone [Hermannus Contractus, in Chron.], e dopo Pasqua tenne quivi un nuovo concilio [Leo IX, Epistol. II, tom. 9 Concilior. Labbe.], dove fu posto fine alle vecchie liti che bollivano fra i patriarchi di Aquileia e di Grado, chiamato nuova Aquileia; cioè fu deciso che quel di Grado fosse indipendente dall'altro, e vero metropolitano dell'Istria e delle isole di Venezia. Anche il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] ne fa menzione, ma con supporre ciò seguito in un precedente sinodo, mentre aggiugne che papa Leone visitò dipoi Venezia per divozione verso san Marco. Ciò probabilmente accadde nell'ultimo suo ritorno dalla Germania sul principio dell'anno corrente.

Ciò fatto, ardendo pure il santo papa di desiderio di liberar la Puglia dalla crudele ed insaziabil nazione dei Normanni, mosse l'esercito preparato contra di loro. Era questo composto, secondochè abbiamo da Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem. de Normann.], [261] de' pochi Tedeschi ch'egli avea potuto ritenere al suo soldo, cioè di settecento Suevi, oltre alla canaglia de' facinorosi, venuta di Germania, condotti da Guarnieri, che probabilmente fu il primo marchese di questo nome della marca d'Ancona. V'erano inoltre moltissime brigate d'Italiani armati, raccolte da Roma, Spoleti, Camerino, Fermo, Ancona, Capoa, Benevento ed altri luoghi. Non sussiste, a mio credere, che Goffredo o Gotifredo duca di Lorena fosse il generale di questa impresa. Piuttosto è da credere Rodolfo, eletto già principe di Benevento, per quanto s'ha da Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 87.]. Consisteva poi l'armata de' Normanni, secondo il medesimo autore, in tremila cavalli e poca fanteria, ma tutta gente forte, agguerrita, e che non conosceva paura. I condottieri di questa, divisa in tre squadre, furono Unfredo conte e capo d'essi Normanni, Riccardo conte di Aversa, Roberto soprannominato Guiscardo, cioè Astuto, poco dianzi venuto di Normandia a trovare il fratello Unfredo, cioè quel medesimo Roberto che vedremo a suo tempo padrone di quasi tutto il regno ora di Napoli e di parte della Sicilia. Tralascio altri nominati da esso storico pugliese. Dal medesimo bensì e da Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] abbiamo che i Normanni, veggendo sì grande apparato di guerra contra di loro, e sè di forze troppo disuguali, spedirono ambasciatori al papa, offerendosi umilmente al servigio e all'ubbidienza di lui, e di riconoscere in feudo dalla santa Sede gli Stati da lor posseduti. Ma non fu accettata l'offerta, non già per alterigia del papa pieno d'umiltà e nemico di spargere il sangue cristiano, ma per cagion dei superbi Tedeschi, i quali s'opposero, deridendo la piccola statura de' Normanni, e figurandosi d'averli già vinti col solo terrore. Costoro indussero suo malgrado il papa a comandar loro che, deposte le armi, se ne tornassero al loro paese; altrimente [262] andrebbono tutti a fil di spada. A questa sì aspra risposta non seppero accomodarsi i Normanni, ed abbracciando i consigli della disperazione, risoluti piuttosto di morir cadauno onoratamente coll'armi in mano, che di accettare un così vergognoso partito, si prepararono alla battaglia. Fors'anche furono i primi ad assalire improvvisamente l'oste nemica. Si fece questa giornata campale presso Civitella nella provincia di Capitanata nel dì 18 di giugno [Gaufrid. Malaterra, Histor., lib. 1, cap. 10.]. A Riccardo conte di Aversa, che guidava la prima schiera, riuscì facile lo sbrigliare le mal disciplinate milizie italiane, ed inseguirle con loro non picciola strage. S'affrontò Unfredo conte coi Tedeschi, e trovò quivi duro il terreno, in guisa che per la morte di molti de' suoi era vicino a cedere, quando il valoroso Roberto colla sua schiera di riserva accorse in aiuto del fratello, e fece delle mirabili prodezze. Tornato poi Riccardo dalla caccia degli Italiani, finì la festa con la morte di quasi tutti i Tedeschi, i quali vi lasciarono ben la vita, ma la fecero costar cara ai vincitori. Papa Leone, dopo questa disgrazia afflittissimo, si salvò colla fuga in Civitella, che fu ben tosto assediata dai Normanni. Secondo Gaufrido Malaterra, quegli abitanti, per non aver danno da quella feroce nazione, misero il papa fuori della città. Guglielmo Pugliese scrive che non vollero riceverlo nella città, temendo di disgustare i Normanni, di modo ch'egli venne nelle mani de' Normanni stessi. Volle Dio che costoro si ricordassero di esser Cristiani, nè obbliassero il rispetto dovuto al vicario di Cristo. Perciò, lungi dal fargli oltraggio alcuno, corsero a baciargli i piedi, e a chiedergli perdono ed assoluzion delle colpe. Il papa li benedisse, ed ottenne d'esser condotto a Benevento: il che con tutto onore di lui eseguirono. Quivi si fermò egli per molto tempo, cioè per tutto quest'anno e parte del seguente, ma senza essergli permesso di tornarsene indietro. L'Ostiense scrive [263] che entrò in Benevento nel dì 23 di giugno. Non fu lodata dai zelanti cattolici d'allora questa impresa di papa Leone, ed anzi fu creduto che Dio permettesse ciò per insegnare ai capi della Chiesa e agli altri sacri ministri di non intervenire ai sanguinosi spettacoli della guerra. Occulto Dei judicio, dice Ermanno Contratto, sive quia tantum sacerdotem spiritalis potius quam pro caducis rebus pugna decebat; sive quod nefarios homines quam multos ad se ob impunitatem scelerum vel quaestum avarum confluentes, contra itidem scelestos secum ducebat; sive divina justitia alias, quas ipsa novit, ob caussas nostros plectente.

Disapprovò sommamente tal fatto anche san Pier Damiano, con giugnere infino a negare ai papi il diritto di far guerra: perlochè si meritò la censura del cardinal Baronio. Ma son certo che neppur lo stesso Baronio seppe approvar l'andata in persona di questo buon pontefice alla guerra, massimamente contra di gente cristiana. Anche la spada temporale conviene ai sommi pontefici, come principi temporali; ma questa, per sentimento di papa Gregorio IX, pro ecclesia manu saecularis principis eximenda est [Gregor. IX, in Epist. ad Germ. Constant.]. E Brunone vescovo di Segna [Bruno Episc., in Vit. Leonis IX.] scrive ch'egli andò super Normannos praeliaturus, zelum quidem Dei habens, sed non fortasse scientiam. Utinam ispe per se illuc non ivisset, sed solummodo illuc exercitum pro justitia defendenda misisset! Riposossi di poi il papa in Benevento, come in città sua. Secondo la Cronichetta dei duchi di quella città, pubblicata dal Pellegrini [Apud Peregrin., Hist. Princip. Langobard.], Pandolfo V e Landolfo V principi di Benevento aveano tenuto quel principato, usquedum venit domnus papa Leo in Beneventum mense augusti, Indictione IV, anno Domni MLI, et exsiliati sunt. E ciò avvenne prima del cambio di Benevento con Bamberga. Pare che solamente dopo esso cambio un certo Rodolfo fosse creato dal [264] papa principe di Benevento: il che quando sia certo, abbastanza si conosce che non la sola città, ma anche il principato era stato ceduto a papa Leone IX; il che tuttavia è difficile a credersi, perchè allora i papi non concedevano ai lor vassalli il titolo di principe, significante in questi tempi un signore indipendente, o un figlio di sovrano. Oltre alla battaglia suddetta, abbiamo dall'Anonimo barense [Anonymus Barensis, tom. 5 Rer. Ital.] che un'altra ne succedette ed anche prima, e forse nell'anno precedente. Ecco le sue parole all'anno 1052, nel quale vien anche riferito il fatto d'armi dell'esercito pontifizio. Argiro (duca l'Italia per l'imperador greco) ibit (in vece d'ivit) in Siponto per mare. Deinde Umfreda (conte e capo dei Normanni) et Petrone cum exercitu Normannorum super eum, et fecerunt bellum, et ceciderunt de Longobardis ibidem. Ipse Argiro semivivus exsiliit plagatus, et ibit incivitate Vesti. Poscia all'anno presente narra che lo stesso Argiro spedì il vescovo di Trani a Costantinopoli per ragguagliar quella corte de' sinistri avvenimenti delle cose d'Italia. Guglielmo pugliese aggiugne [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.] che per queste disavventure Argiro cadde dalla grazia del greco imperadore, sospettandolo forse d'intelligenza coi Normanni, oppure riguardandolo come uomo inetto al governo. Fu perciò mandato in esilio, dove, dopo lungo tempo cruciato dalla poca sanità e dalle amarezze dell'animo, diede fine alla sua vita. Abbiamo nondimeno da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 10.] che Argiro tuttavia nell'anno 1058 era Barensium magister, e che solamente in quell'anno egli andò a Costantinopoli, e in tal congiuntura è da credere che restassero liberi i Normanni da questo emulo, che tanto s'era maneggiato per la loro rovina. In quest'anno [Hermannus Contractus, in Chron.] l'imperadore Arrigo, tenuta una gran dieta in Tribuaria, fece eleggere re di Germania e suo successore il fanciullo Arrigo IV suo [265] figliuolo. E perciocchè Corrado duca di Baviera s'era collegato con Andrea re d'Ungheria nemico del romano imperio, gli tolse quel ducato, e lo diede allo stesso novello re suo figliuolo. Ho io rapportato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.] la conferma de' privilegii fatta dall'Augusto al monistero delle monache del Senatore di Pavia. Il diploma si dice dato XI kalendas maii, anno dominicae Incarnationis MLIIII, Indictione VI, anno autem domni Heinrici tertii regis, imperatoris secundi, ordinationis ejus XXV, regni quidem XIII, imperii vero VII. Actum Turego. Probabilmente l'originale avrà anno dominicae Incarnationis MLIII, perchè veramente l'indizione e l'altre note indicano l'anno presente, se pure non fu quivi adoperato l'anno pisano. Ribellatisi in quest'anno gli Amalfitani al cieco Mansone loro duca [Ibidem, tom. 1, pag. 211.], l'obbligarono a fuggire, ed allora risorse il deposto Giovanni suo fratello, il quale seguitò poi a governar quel popolo per sedici anni.


   
Anno di Cristo MLIV. Indizione VII.
Leone IX papa 6.
Arrigo III re di Germania 16, imperadore 9.

Passò il verno in Benevento il santo pontefice Leone IX, ma in mezzo all'afflizione, perchè egli, secondochè scrive Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], dappoichè fu liberato dall'assedio de' Normanni, cunctos dies, quibus supervixit tantae calamitati, in luctu et moerore egit. Ed Ermanno Contratto scrive [Hermannus Contractus, in Chron.] ch'egli ridotto in Benevento, quivi si fermò, nec fuit redire permissus. Non dice chi gl'impedisse il ritorno. Possiamo con tutta ragione sospettare che i Normanni; ma ciò non s'accorderebbe col Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 1 Hist.] là dove racconta che papa Leone loro non solamente restituì la sua grazia, ma concedette ancora in feudo tutti gli Stati [266] posseduti, e quegli eziandio che potessero acquistare in Calabria e in Sicilia; giacchè la Sicilia tuttavia gemeva sotto il giogo de' Maomettani Saraceni. Spedì il buon papa nel gennaio di quest'anno a Costantinopoli per suoi legati Umberto cardinale, Pietro arcivescovo d'Amalfi, e Federigo diacono cardinale, cancelliere della santa romana Chiesa e fratello di Gotifredo duca di Lorena, a cagione delle liti insorte in questi tempi fra le Chiese latina e greca, le quali andarono a terminare in un deplorabile scisma. Se ne può informare il lettore dagli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio, e da altri scrittori di sì fatte materie. Ma le afflizioni dell'animo ridondarono ancora sopra il corpo del buon pontefice [Wibertus, in Vita Papae Leonis IX, lib. 2, cap. 7.]. Infermatosi, ebbe nondimeno tanto vigore che celebrò messa pubblicamente nell'anniversario della sua ordinazione, cioè nel dì 12 di febbraio. Crescendo poscia il malore, di colà si partì nel dì 12 di marzo per tornarsene a Roma, e gli prestarono in tal congiuntura buona scorta ed ogni possibil servigio i Normanni. Se crediamo al Malaterra, lo stesso conte Unfredo il condusse con tutto onore fin dove piacque al papa. Leone ostiense lasciò scritto [Leo Ostiensis, in Chron., lib. 2, cap. 87.] che l'accompagnò fino a Capoa, dove esso pontefice si fermò per dodici giorni, e preso poi seco Richerio abbate di Monte Casino, continuò il suo viaggio fino a Roma. Nè passarono molti giorni che fu chiamato da Dio a godere delle sue rare virtù e gloriose fatiche il premio in cielo nel dì 19 d'aprile dell'anno presente. Dio attestò coi miracoli la santità di questo buon pontefice, il quale benchè poco vivesse e in tempi tanto corrotti, pure gran cose operò, e gareggiò in attività e zelo co' primi pontefici della Chiesa di Dio. Veggansi le Vite di lui scritte da Wiberto e da Brunone vescovo di Segna, e gli Atti de' Padri Bollandisti al dì 19 d'aprile.

[267] Succedette in quest'anno, se pur non fu nel precedente, in Italia un matrimonio che disturbò forte la corte imperiale in Germania, Gotifredo, ossia Goffredo duca di Lorena, che, secondo Lamberto scafnaburgense [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], era già venuto in Italia con papa Leone, oppure, come ha Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.], Italiam latenter adiens nell'anno presente, trattò e conchiuse le sue nozze con Beatrice, vedova del fu marchese e duca di Toscana Bonifazio, e, secondochè hanno alcuni conghietturato, concertò anche l'accasamento di Gotifredo il Gobbo suo figliuolo con Matilda figliuola di essa Beatrice, allora di età assai tenera. Lamberto e Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] scrivono effettuato il matrimonio di Beatrice nell'anno precedente. Ermanno Contratto ne parla solamente in questo, terminando con sì fatta notizia e colla morte propria la Cronica sua. Altrettanto ha Bertoldo da Costanza [Bertold. Constantinensis, in Chron.]. Per tal via lo scaltro Goffredo (son parole di Lamberto) Beatricem accipiens, marcham (di Toscana) et ceteras ejus possessiones conjugii praetextu sibi vindicavit. A questo avviso s'allarmò non poco l'Augusto Arrigo, primieramente perchè vedeva intaccato di troppo il suo diritto, mentre, secondo le leggi, o secondo le consuetudini, Beatrice per essere donna, ed anche solamente vedova, non potea pretendere di comandare nel ducato della Toscana, e, benchè avesse figliuoli, apparteneva all'imperadore il darne l'investitura al maschio. Secondariamente, perchè Gotifredo, stato finora nemico dell'imperadore, e personaggio di gran senno e maneggio, era creduto capace di sconvolgere tutta l'Italia, e di sottrarla al dominio degli Augusti tedeschi. Vedemmo grande la potenza del marchese Bonifazio anche in Lombardia, dove possedeva tante fortezze e beni: tutto venne in potere di Goffredo, e però non erano ingiusti i sospetti [268] e timori d'Arrigo, il quale fin d'allora pensò a rimediarvi; e noi il vedremo venire nell'anno seguente apposta per questo in Italia. Dopo la vittoria riportata contra dell'esercito pontifizio non istettero punto i Normanni colle mani alla cintola. Per testimonianza di Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.], niuna città restò in Puglia che non si sottomettesse al loro dominio, o non si obbligasse di pagar loro tributo. Unfredo conte e capo d'essi fece allora aspra vendetta degli uccisori di Drogone suo fratello, e forzò all'ubbidienza le città di Troia, Bari, Trani, Venosa, Otranto, Acerenza, ed altre terre. Ma questo storico diede qui negli eccessi, con attribuire tutte queste prodezze e conquiste ad Unfredo. Certamente parte d'esse succedette dipoi. Mandò ancora, per testimonianza di lui, Roberto Guiscardo suo fratello a far delle conquiste in Calabria. Uomo di mirabil accortezza e bravura era Roberto, e perciò seppe ben profittarne. Fors'anche fece più di quel che si aspettava o voleva Unfredo; e quindi nacque lite fra loro, di maniera che un dì, trovandosi insieme a pranzo, Unfredo gli fece mettere le mani addosso, e, sguainata la spada, era in procinto d'ucciderlo, se non fosse stato trattenuto da Gocelino. Restò Roberto in prigione per qualche tempo, finchè, deposto lo sdegno, Unfredo non solamente gli restituì la libertà ed amicizia primiera, ma gli concedette ancora quanto esso Roberto avea acquistato ed era per acquistare in Calabria, con dargli anche un buon soccorso di cavalleria. Di più non vi volle perchè Roberto, parte colle astuzie, parte colla forza, slargasse in quelle contrade i confini del suo dominio. Abbiamo la conferma de' privilegii data dall'Augusto Arrigo a Benedetto vescovo di Adria [Antiquit. Italic., Dissert. LXXIII.] II idus februarii, anno dominicae Incarnationis MLIIII, Indictione VII. Actum Turegum. Le altre note han bisogno d'essere ritoccate.

[269]


   
Anno di Cristo MLV. Indizione VIII.
Vittore II papa 1.
Arrigo III re di Germania 17, imperadore 10.

Per quanto s'ha da Leone ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 89.], fu spedito in Germania dal clero e popolo romano Ildebrando, allora suddiacono della santa Chiesa romana, acciocchè impetrasse dall'imperadore la libertà di eleggere a nome d'essi Romani un nuovo papa, il creduto da lui più degno, giacchè in Roma dicono che non si trovava persona atta a sì gran ministero. Scelse egli Gebeardo vescovo di Aichstet, prelato di gran prudenza e facoltoso, col consenso degli stessi Romani, e presentollo all'imperadore, il quale non sapeva indursi a concederlo, perchè l'amava assaissimo, e il riputava troppo necessario ne' suoi consigli. Ripugnava anche lo stesso Gebeardo, non so se per umiltà, oppure per paura di sua vita in mezzo agl'Italiani. Arrigo ne propose degli altri; ma Ildebrando stette fisso nell'elezione fatta, e condusse in Italia Gebeardo. Questi, giunto a Roma canonicamente eletto ossia confermato dai Romani, assunse il nome di Vittore II, e fu consecrato papa nel dì 13 d'aprile, cioè dopo essere stata vacante la santa Sede quasi un intero anno. Dacchè seguì il matrimonio fra Gotifredo Barbato, duca di Lorena, e Beatrice duchessa di Toscana, cominciarono a fioccar le lettere alla corte imperiale sì da Roma che da altre parti d'Italia [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], rappresentanti l'esorbitante accrescimento di potenza in Italia d'esso Gotifredo; e che, se non si rimediava per tempo, correa pericolo questo regno di staccarsi da quello della Germania. Non trascurò questi avvisi l'Augusto Arrigo, e sul principio dell'anno presente colla sua armata calò in Italia per dar sesto a questi affari. Egli era in Verona [270] nel dì 7 d'aprile, come consta da un suo diploma pubblicato dal Margarino [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. XCVI.]. E nel dì 16 d'esso mese celebrò la Pasqua in Mantova. Non giudicò bene Gotifredo, siccome principe assai accorto, di presentarsi all'imperadore, ma gli mandò incontro ambasciatori al di lui arrivo in Italia con grandi proteste di fedeltà. Poscia fece tener loro dietro la moglie Beatrice, figurandosi che il di lei sesso e la parentela stretta coll'imperadore l'esenterebbono da ogni insulto e gastigo. In fatti andò essa, ma non senza interni timori; ebbe difficilmente udienza, ed avutala, disse quante ragioni seppe per giustificar sè e il marito. Ma con tutto questo, perchè il matrimonio era seguito senza participazione e consentimento dell'imperadore con principe creduto pubblico nemico dell'imperio, fu essa ritenuta sotto guardia e come ostaggio, senza far caso del salvocondotto ch'ella avea prima procurato ed ottenuto, per quanto ha il Continuatore d'Ermanno Contratto [Continuator Hermanni Contracti.]. Fece studio l'imperadore per aver nelle mani anche il piccolo Federigo figliuolo del fu marchese Bonifazio e di Beatrice (chiamato Bonifazio dal suddetto storico) che potea con qualche ragione pretendere alla successione nel ducato della Toscana, affin di levare ogni pretesto al duca Goffredo di amministrare il governo di quegli Stati. Ma mentre chi avea cura di questo piccolo principe va cercando di non esporlo al duro trattamento che provava la duchessa sua madre, egli se ne morì, e liberò Arrigo da questo pensiero. Essendo già premorta Beatrice sua sorella, restò erede di quell'ampio patrimonio l'unica prole rimasta in vita de' figliuoli del marchese Bonifazio e di Beatrice, cioè la celebre contessa Matilda, che allora si trovava in età di otto anni, e verisimilmente si assicurò da ogni violenza con ritirarsi nella sua inespugnabil rocca di Canossa sul Reggiano. [271] Il Fiorentini scrive [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.] ch'essa era allora colla madre: il che difficilmente m'induco io a credere. Nel dì 5 di maggio si trovava l'Augusto Arrigo ne' celebri prati di Roncaglia sul Piacentino, dove, secondo il consueto, si raunava, all'arrivo dei re e degl'imperadori, la dieta dei principi d'Italia, siccome costa da un suo placito ivi tenuto, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXXIX, pag. 645.], che merita attenzione, perchè gli avvocati di Guido vescovo di Luni, avendo una lite pel castello di Aghinolfo con un Gandolfo, volevano deciderla col duello alla presenza dello stesso Augusto e di varii vescovi, se non che amichevolmente si acconciò l'affare. Di questa dieta fa menzione anche Arnolfo storico milanese nel lib. III, cap. 6, con dire che in essa marchionem Adelbertum, de quo nimia fuerat proclamatio, cum aliis flagitiosis, ferreis jubet vinciri nexibus. Non ho potuto chiarire se questo principe fosse della schiatta dei marchesi poscia appellati estensi.

Perchè gl'interessi della Toscana stavano forte a cuore all'Augusto Arrigo, ed anche perchè il novello papa Vittore avea intimato un concilio da tenersi in Firenze, colà s'inviò egli, e trovossi col pontefice in quella città per la festa della Pentecoste [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.]. Fu celebrato in Firenze il suddetto concilio, e quivi di nuovo condannata l'eresia di Berengario e la simonia, e vietata l'alienazione dei beni ecclesiastici. Non ci restano gli atti di quella sacra adunanza. Inviò anche lo zelante papa in Francia, o in questo anno, ovvero nel seguente, il celebre Ildebrando, suddiacono allora, siccome dissi, della santa romana Chiesa, per estirpare la simonia, male in questi tempi gravemente radicato per tutta la Cristianità. Vi operò egli delle mirabili cose, che si leggono nella storia ecclesiastica. In quest'anno ancora, per asserzione di [272] Lamberto da Scafnaburgo [Lambert. Schafnaburgensis, in Chronico. Annalista Saxo et alii.] e d'altri, accadde che dalla mano sacrilega di un suddiacono fu posto del veleno nel calice quando il suddetto pontefice era dietro a celebrar messa. Miracolosamente volle Dio che il buon papa dopo la consecrazione non potesse alzare il calice. Allora egli col popolo in orazione pregò Dio di rivelar la cagione di questa novità: ed eccoti essere preso dal demonio l'empio autore dell'iniquità, che confessò il suo delitto. Fece Vittore chiudere quel calice in un altare col vino attossicato; e rinnovò col popolo le preghiere a Dio, finchè il suddiacono si vide liberato dal demonio. Havvi chi crede essere provenuto un tale attentato da quel tristo di Teofilatto, che dianzi abbiam veduto sotto il nome di Benedetto IX sulla cattedra di san Pietro, il quale già deposto era tuttavia vivente, per quanto consta dalle parole dette dal santo papa Leone IX prima di morire nell'anno precedente [Acta Sanctorum Bolland., in Vita S. Leonis IX.]. Ma se sussiste ciò che si è detto di sopra all'anno 1044 d'esso Benedetto IX, sopra di lui non dovrebbe cadere un tal sospetto. Che l'Augusto Arrigo fosse in Firenze nel dì 6 di giugno dell'anno presente, possiamo anche provarlo colla conferma de' privilegii de' canonici di Parma, da me pubblicata [Antiquit. Italic., Dissert. XXIII.], e data VIII idus junii, anno dominicae Incarnationis MLV, Indictione VIII, anno autem domni Heirici tercii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXVII, regni quidem XVI, imperii vero VIIII. Actum vero Florentiae. Accadde in quest'anno il ritorno in Italia di Federigo cardinale, cancelliere della Sede apostolica, già spedito a Costantinopoli dal santo papa Leone IX, dove con vigore apostolico sostenne la dottrina della Chiesa romana contra di Michele Cerulario, principale autore di un deplorabile [273] scisma [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 89.]. Fama corse ch'egli portasse da quella corte un gran tesoro, ed avvertitone l'imperadore Arrigo, per sospetto che Federigo, siccome fratello di Gotifredo duca di Lorena, cioè di una persona odiata non poco da esso augusto, avesse tramata col greco imperadore qualche lega in pregiudizio dell'imperio germanico, scrisse al papa di prenderlo e cacciarlo in prigione. Ne fu segretamente avvertito Federigo, e, per sottrarsi alla persecuzione d'Arrigo, corse al monistero di Monte Casino, e quivi si fece monaco. Leone ostiense, autore di questo racconto, avea detto nel capitolo precedente che Federigo in passando pel territorio teatino o sia di Chieti, Trasmondo conte di quella città l'avea spogliato di quanto egli portava seco, lasciandolo poi in libertà, con grave scandalo ed ingiuria della sede apostolica. Aggiugne il suddetto Ostiense [Idem, ibid., lib. 2, cap. 92 et 94.], che essendo mancato di Vita Richerio abbate di Monte Casino, in suo luogo fu eletto dai monaci un di loro appellato Pietro. Se l'ebbe a male papa Vittore II, il quale per altro amava poco i monaci, e ne fece gran querela, perchè senza sua saputa avessero eletto un abbate. Mandò apposta colà Umberto vescovo e cardinale con ordine di adoperar le scomuniche; ita ad subjugandam sibi violenter abbatiam animum papa intenderat: quum numquam aliquis ante illum romanorum pontificum hoc attemptaverit; sed libera ab initio permanente, abbatis quidem electio monachis, papae vero sacratio tantummodo pertinuerit. Furono perciò in armi i sudditi della badia; ma non finì la faccenda, che Pietro eletto abbate rinunziò a quella dignità nell'anno 1057, siccome vedremo.

Se si ha a credere a Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], l'Augusto Arrigo aveva, almeno in apparenza, mostrato di accettar [274] le scuse e proteste d'esso Goffredo, per timore specialmente ch'egli, unendosi coi Normanni, non isconvolgesse tutta l'Italia. Tuttavia essendosi ritirato Goffredo in Lorena, mal soddisfatto al vedere ritenuta dall'imperadore Beatrice sua moglie, concepì Arrigo dei sospetti ch'egli potesse tentar delle nuove ribellioni, ed in quest'anno appunto, secondo Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.], Baldovino conte di Fiandra cum Godefrido avunculum suum Fridericum ducem intra Androverpum obsidet. Perciò Arrigo determinò di ritornare in Germania, dappoichè l'Italia restava in una buona calma. Era egli sul Ferrarese verso il fine d'agosto, siccome consta dal diploma da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. LXVIII.], in cui conferma al popolo di Ferrara i lor privilegii. Le note cronologiche son queste: VIII kalendas septembris, anno dominicae Incarnationis MLV, Indictione VIII, anno autem domni Henrici tertii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXVII, regni quidem XVII, imperii vero VIIII. Actum ad Pontem: forse il Ponte oggidì appellato di Lagoscuro sul Po. Nel dì 15 d'ottobre si truova lo stesso Augusto in Mantova, dove spedisce un diploma in favore de' canonici di Cremona colle suddette note [Ibidem. Dissertat. IX et XIII.]. Parimente in Verona nel dì 11 di novembre ratificò i privilegii del monistero di san Zenone, posto allora fuori di quella città, con diploma da me pubblicato altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 2.]. Leggonsi ancora tre placiti tenuti in questo anno da Guntero cancelliere e messo dell'imperadore, uno nel contado di Firenze presso il fiume Arno, in loco, qui nominatur Omiclo, nel dì 14 di giugno; il secondo in civitate Mantua in lobia soleriata, quae fuit marchionis Bonifacii, XV kalendas novembris; il terzo nella villa di Volarno del contado di Verona nel dì 15 di novembre. Per la Baviera passò l'Augusto Arrigo a Turgau negli Svizzeri, dove celebrò la festa del [275] santo Natale [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.], ibique Othonis marchionis filiam (appellata Berta) aequivoco suo filio desponsavit, cioè ad Arrigo IV, allora fanciullo di pochi anni. Altri non è questo Ottone marchese che il marchese di Susa, cioè il marito di Adelaide celebre marchesana di quelle contrade. Oltre ad altri scrittori, Lamberto scafnaburgense [Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.] all'anno 1066 fa menzione delle nozze d'esso Arrigo IV et Berthae reginae filiae Ottonis marchionis Italorum. L'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.] la chiama filiam Ottonis marchionis de Italia, et Adeleidis, quae soror erat comitis, qui agnominatus est de monte Bardonis in Italia. Quest'ultimo è una favola. Appartiene ancora al presente anno un avvenimento di grande importanza per la nobilissima casa d'Este. Nel suddetto diploma dato ai monaci di san Zenone vien mentovato Welpho gloriosus dux, cioè duca della Carintia, e marchese della marca di Verona. L'autore della Cronica di Weingart [Chronic. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunsvicens.] e l'abbate urspergense [Conradus Abbas Urspergensis, in Chron.] raccontano che questo principe essendo ito ad aspettare ne' prati di Roncaglia l'imperadore, che vi si dovea trovare in un giorno determinato, dopo averlo aspettato indarno tre dì, impazientatosi, fece alzar le bandiere colle sue genti, e se ne tornò a casa. E tuttochè per via trovasse l'imperadore che veniva, nè per preghiere, nè per minacce vi fu maniera di farlo tornare indietro. Mise anche l'imperadore Arrigo una esorbitante contribuzion di danaro a' Veronesi, e la riscosse. Sopravvenne il duca Guelfo, e, saputo un sì pesante aggravio imposto a' suoi sudditi, fece tal fuoco presso del medesimo Augusto, che l'obbligò a rifondere quel danaro. Il Continuatore di Ermanno Contratto scrive che Gebeardo vescovo di Ratisbona, et Welphus dux licentiam repatriandi ab Italia impetraverunt, militesque eorum, illis (ut ajunt) [276] ignorantibus, contra imperatorem conjuraverunt. Ma in questo medesimo anno lo stesso duca Guelfo III, giovane di spiriti eccelsi, suis, et omni populo flebili morte praeventus, apud altorfense coenobium sepultus est. In lui ebbe fine la famosa ed antichissima famiglia de' principi guelfi, se non che fors'anche era in vita Cunegonda sua sorella, moglie di Alberto Azzo II marchese, progenitore de' principi estensi. Da questo matrimonio era nato un figliuolo appellato Guelfo IV. E contuttochè i monaci di Weingart, ossia delle vigne, in Altorf, prevalendosi del momento felice della mortal malattia d'esso Guelfo IV, l'avessero indotto a lasciar tutti i suoi Stati e beni della Suevia, che erano di grande estensione, al lor monistero; pure Ermengarda madre di lui, tuttavia vivente, chiamò in Germania il nipote Guelfo IV figliuolo della figliuola e del marchese Azzo e, fatto probabilmente conoscere informe e nullo il testamento del figliuolo, fece passare in esso suo nipote tutta l'ampia eredità della casa de' Guelfi. Ecco le parole dell'Urspergense: Mater ejusdem (di Guelfo III duca) hanc distributionem fieri non permisit; sed potius de Italia revocavit filium praefati Azzonis nepotem suum Welphonem quartum, eumque heredem omnium possessionum ejusdem generis instituit. Altrettanto ha la Cronica di Weingart presso il Leibnizio. È punto importante alla storia dell'Italia e della Germania, perchè il sangue de' principi estensi per mezzo di questo principe si propagò e divenne, siccome diremo, gloriosissimo in Germania, discendendo per diritta linea da esso Guelfo IV la reale ed elettoral casa di Brunsvic, siccome da un altro figlio di esso marchese Azzo la linea de' marchesi d'Este. Quando mancasse di vita la suddetta Cunegonda, moglie del marchese Alberto Azzo, non l'ho potuto scoprire. Ben so che fu seppellita nella badia della Vangadizza presso all'Adigetto, posseduta per più secoli dai monaci camaldolesi; e il suo epitaffio, a me comunicato dal [277] celebre letterato don Guido Grandi camaldolese, fu già da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. LI.]. Abbiamo dalla Cronica antica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], che quella città nel dì di san Lorenzo di quest'anno restò da un terribil incendio in gran parte consumata. Fu anche guerra fra i Pisani e Lucchesi; Pisani vero vicerunt illos, se crediamo agli antichi Annali di Pisa [Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]; e la battaglia succedette in un luogo detto Vaccoli presso di Lucca. Scrive ancora il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che riuscì a Domenico Contareno doge di Venezia di riportare (probabilmente in quest'anno) dall'imperadore Arrigo la conferma de' patti antichi col regno d'Italia.


   
Anno di Cristo MLVI. Indizione IX.
Vittore II papa 2.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 1.

Desiderò l'imperadore Arrigo che papa Vittore andasse a ritrovarlo in Germania, e questi vi andò, ricevuto con sommo onore in Goslaria [Continuator Hermanni Contracti, in Chron. Sigebertus, in Chronico. Lambertus Schafnaburgensis, in Chron. Marianus Scotus, in Chron.], dove insieme celebrarono la festa della Natività di santa Maria con pompa mirabile, perchè vi intervennero quasi tutti i principi tedeschi, sì ecclesiastici che secolari, e il patriarca d'Aquileia. Ma quest'anno riuscì ben funesto per varii disastri, cioè per la morte di molti di que' principi, per la carestia che afflisse non poco i popoli, per gli affari della guerra che andavano alla peggio, e per una dissensione col re di Francia. Ne concepì l'Augusto Arrigo non poca malinconia, dopo di che fu assalito da una febbre perniciosa, che in sette giorni il fece passare all'altra vita nel dì 5 di ottobre, assistito specialmente dalla presenza del romano pontefice. Era egli in età di trentanove anni, nè mancò [278] prima di morire di perdonare ad ognuno, di restituire il maltolto, e di chiedere perdono a tutti. Dodechino scrive [Dodechinus, in Chron., ann. 1106.] che egli in jecore cervi mortem comederat. Forse allora corse il sospetto di veleno, facile a nascere nelle morti immature dei regnanti. Raccomandò egli a tutti i principi, ma principalmente al sommo pontefice Vittore, il piccolo suo figliuolo Arrigo IV di età d'anni sei, mettendolo sotto la protezione della Chiesa romana. In fatti contribuì non poco il papa, affinchè il re fanciullo fosse di nuovo eletto e confermato re di Germania. La cura e tutela di lui restò, col consiglio e consentimento de' primati, appoggiata all'imperadrice Agnese, principessa di molto senno e di non minore pietà, che si diede ad allevarlo con saggia e profittevol educazione. Ma convien pure dirlo per tempo: la morte troppo frettolosa di Arrigo III e la minorità del re suo figliuolo furono il principio d'immensi malanni sì in Italia che in Germania, e di un orribile sconvolgimento di cose, con essersi specialmente sciolto il freno alle ingiustizie, alle ribellioni, alle guerre civili. E qui comincia il periodo di avvenimenti, che fecero a poco a poco mutar faccia anche all'Italia, siccome andremo vedendo. Per allora la savia condotta dell'Augusta Agnese impedì che non seguisse tumulto o novità alcuna; ma non andò molto che, tolte a lei le redini del governo, si scatenarono i vizii, nè ci fu ritegno all'inondazion de' mali e allo sconcerto dei regni. Che Arrigo IV, per elezione o precedentemente procurata dal padre, o dopo la di lui morte ottenuta, cominciasse tosto, benchè non coronato, a dominare in Italia, si raccoglie da varii atti di giurisdizione da lui esercitati in queste contrade. Nell'anno presente [Antiquit. Ital., Dissert. XV.], imperante domnus Enricus filius quondam domni Chonradi imperatoris anno decimo, die quartodecimo mense genuarius, Indictione nona, Willa inclita contessa, relicta quondam [279] domni Ugo gloriosissimo, qui fuit dux et marchio, manomette Clariza figliuola di Uberto da Castel Poderoso. Per quanto io credo, quest'Ugo duca e marchese già defunto era stato duca di Spoleti e marchese della marca di Camerino, siccome accennai all'anno 1028. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. I in Episc. Asculan.] all'anno presente un diploma dato dal sopraddetto Arrigo imperadore in favor di Bernardo vescovo d'Ascoli, le cui note cronologiche affatto guaste son tali: Datum VI kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MLVI, Indictione IX, anno domni Henrici tertii, ordinationis ejus XXVIII, regni vero XVIII, imperii II (oppure XI). Actum Florentiae. Ma quel diploma sarà dato nell'anno precedente sul fine di maggio, allorchè Arrigo fu in Firenze, e a tenore di ciò si debbono acconciar quelle note.


   
Anno di Cristo MLVII. Indizione X.
Stefano IX papa 1.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 2.

Per tutto il verno si fermò il papa Vittore in Germania [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], ed insieme col fanciullo re Arrigo IV solennizzò la festa del santo Natale in Ratisbona. Opera sua fu, per testimonianza di Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], che nel presente anno Baldovino conte di Fiandra e Goffredo duca di Lorena comparissero ad una gran dieta tenuta in Colonia, e quivi fossero rimessi in grazia del re e dell'imperadrice lor madre. In tale occasione Goffredo [Albericus Monachus, in Chronico.] liberamente riebbe la duchessa Beatrice sua moglie, e con esso lei se ne tornò al governo della Toscana e degli altri Stati d'Italia. Anche il pontefice Vittore II, dopo avere colla sua prudenza messo qualche buon sesto alla quiete della Germania, sen venne in Italia. Da una lettera a lui scritta [280] da san Pier Damiano [Petrus Damian., lib. 1, Epist. 5.] si raccoglie che esso papa portò seco un'ampia autorità e plenipotenza per regolar gli affari del regno italico, e mantenerlo alla divozione del piccolo re Arrigo. Introduce esso Pier Damiano Cristo Signor nostro a parlargli così: Ego te quasi patrem imperatoris esse constitui, ec. Ego claves totius universalis Ecclesiae meae tuis manibus tradidi, ec. Et si pauca sunt ista, etiam monarchias addidi. Immo sublato rege de medio, totius imperii vacantis tibi jura permisi. Prima ancora, cioè nell'anno precedente, e vivente l'Augusto Arrigo, era ad esso papa raccomandato e commesso il governo d'Italia. In pruova di ciò resta un atto pubblicato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 Append. Episcop. Ascol.], cioè un placito tenuto da esso papa Vittore II in comitatu aprutiensi ante castrum de la Vitice, ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi anni sunt millesimi quinquagesimi sexti, et dies istius (parola scorretta) et mensis julius per Indictione nona. Quivi egli è chiamato Victorius sedis apostolicae praesul urbis Romae Dei gratia Italiae egregius universali PP. regimine successus, marcam firmanam et ducatum spoletinum. Non furono copiate colla dovuta attenzione queste parole, ma assai trasparisce ch'esso papa avea il governo o di tutta l'Italia, o almeno della marca di Fermo e del ducato di Spoleti. Ed acciocchè si conosca chi fosse tuttavia il sovrano di quegli stati, si osservi che il papa fecit mittere bandum de parte regis Henrici, et de sua parte, ec., ut si qui rebellis aut contemptor extiterit, ec., sciat se compositurum ad partem camerae regis libras quinquaginta, et ad partem camerae suae alias quinquaginta libras, etc. Già si accennò che nell'anno 1055 Federigo fratello del duca Goffredo avea vestito l'abito monastico in Monte Casino. Era venuto papa Vittore a Firenze, colà invitato dal duca; e, per attestato di Leone [281] ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 94.], Federigo, che più non avea paura del defunto imperadore, si portò anche egli a Firenze, per far le sue doglianze contro di Trasmondo conte di Chieti, da cui era stato empiamente svaligiato nel suo ritorno da Costantinopoli. Trasmondo fu scomunicato dal papa, e, per ottener l'assoluzione, restituì non solo tutto il rapito, ma ancora il castello di Frisa, già lasciato al monistero casinese dalla di lui moglie. Quindi fu mossa lite contra di Pietro eletto abbate d'esso monistero, e spedito colà Umberto cardinale per esaminar l'elezione di lui. Avendo egli rinunziato, i voti dei monaci, probabilmente per insinuazione dello stesso cardinale, si unirono ad eleggere il suddetto Federigo, personaggio per altro degnissimo di quel ministero, perchè dotato di religiosa perfezione e di singolari virtù. Nè mancò il duca Goffredo di procacciargli anche dei più splendidi onori. In effetto il papa nelle quattro tempora di giugno creò esso Federigo cardinale del titolo di san Grisogono, confermando nello stesso tempo a lui il grado di abbate, e alla badia casinese tutti i suoi privilegii con bolla pubblicata dal padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin., tom. 4 in Append.].

Fra poco si partì alla volta di Roma il novello porporato per quivi prendere il possesso della sua chiesa titolare, quando eccoti, pochi giorni dopo il suo arrivo, colà giugnervi anche Bonifazio, cardinale e vescovo d'Albano, colla nuova che papa Vittore era mancato di vita in Firenze nel dì 28 di giugno. Cominciarono dunque i Romani a trattar dell'elezione del successore, e nel dì 2 d'agosto con voti unanimi del clero e popolo restò eletto il medesimo cardinal Federigo, che assunse il nome di Stefano IX, perchè correva in quel dì la festa di santo Stefano papa e martire. Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] notò come cosa considerabile l'unione [282] ed allegria de' Romani in tal congiuntura, con dire: Nec quisquam sane multis retro annis laetioribus suffragiis, majore omnium exspectatione, ad regimen processerat romanae Ecclesiae. Applicossi tosto questo zelantissimo papa alla riforma della disciplina ecclesiastica con tenere più di un concilio, dove condannò i maritaggi de' preti latini, le nozze illecite, le simonie ed altri pubblici e comuni disordini di que' corrotti secoli. Per la festa di santo Andrea si portò a Monte Casino, dove con tutto vigore cercò di svellere l'abuso de' monaci proprietarii. Tornato a Roma, quum romana febre jamdudum langueret, s'aggravò talmente il suo male circa la festa del santo Natale, che credette d'essere giunto al fine de' suoi giorni. Allora fu che, col consiglio dei priori, elesse abbate di Monte Casino Desiderio, uomo incomparabile, ed uno dei più splendidi ornamenti di quel sacro luogo, con dichiararlo anche suo nunzio alla corte dell'imperadore d'Oriente, inviandolo colà insieme con Stefano cardinale e Mainardo, poscia vescovo di Selva Candida. Abbiamo da Romoaldo salernitano [Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che in quest'anno terminò i suoi giorni Goffredo conte de' Normanni, lasciando per suo successore Bagelardo ossia Abailardo suo figliuolo, valoroso milite. Ma Roberto Guiscardo fratello di Goffredo, la cui ambizione non conobbe mai limiti, s'impadronì di tutti i di lui Stati, e ne cacciò il nipote. Questo Goffredo, il cui nome è alterato nel testo di Romoaldo, altro non è che Unfredo conte e capo dei Normanni in Puglia, del quale abbiam favellato più volte in addietro. La sua morte è riferita all'anno precedente da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.]. Guglielmo Pugliese aggiugne [Guilielmus Apulus, lib. 2 Poem.] che Roberto Guiscardo, dopo i funerali del fratello,

Ad Calabros rediit, Cariati protinus urbem

Obsidet, hac capta reliquas ut terreret urbes.

[283] Quest'assedio appartiene all'anno seguente. Nel presente [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] cominciarono i baroni della Sassonia, siccome mal soddisfatti del defunto imperadore Arrigo, a macchinare delle novità contra del di lui figliuolo Arrigo. Accolsero con grande ansietà Ottone fratello di Guglielmo marchese, e trattarono infino di alzar lui al trono, e di levar di vita il re fanciullo. Diedesi principio alla sollevazione; ma, rimasto estinto in un incontro il suddetto Ottone, per allora si quetò il tumulto, e continuò nell'animo de' Sassoni la medesima avversione ad Arrigo IV. In quest'anno ancora il nuovo papa Stefano ben conoscente della rara virtù e letteratura di Pier Damiano, dall'eremo il chiamò a Roma, e l'alzò al grado di cardinale e di vescovo d'Ostia [Johann. Laudensis, in Vit. S. Petri Damian., cap. 6.]. Ripugnò forte ad accettar queste dignità il santo monaco, con resistere finchè potè alle preghiere d'esso papa e di molti vescovi; ma l'intimazione della scomunica, se non ubbidiva, quella fu che in fine l'espugnò. Provvide ancora esso pontefice la Chiesa vacante di Lucca di un vescovo, che poi divenne celebre, cioè di Anselmo da Badagio milanese, il qual poscia nella sedia di san Pietro fu chiamato Alessandro II. Circa quest'anno parimente ebbe cominciamento lo scisma del clero di Milano, di cui parleremo negli anni seguenti. Una bolla del suddetto pontefice, data non già nell'anno 1058, ma bensì nel presente 1057, fu da me pubblicata [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.], in cui determina che gli ecclesiastici non sieno tirati al foro secolare, nè sieno loro imposte gravezze dai laici. Le note son queste: Datum Romae per manum Humberti sanctae ecclesiae Silvae Candidae episcopi et bibliothecarii sanctae romanae et apostolicae Sedis, anno pontificatus domni Stephani noni papae primo, XV kalendas novembris, Indictione undecima, cominciata nel settembre. A quest'atto intervennero [284] Anselmo vescovo di Lucca, Benedetto vescovo di Veletri, Bonifazio vescovo d'Albano, Umberto vescovo di Selva Candida, Pietro vescovo lavicano, ed Ildebrando cardinale suddiacono della santa romana Chiesa.


   
Anno di Cristo MLVIII. Indizione XI.
Benedetto IX papa 1.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 3.

Se avesse Dio conceduta più lunga vita al pontefice Stefano IX, potevano aspettarsi da lui di grandi imprese non meno di pietà che di politica. Racconta Leone marsicano [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 99.] ch'egli mandò ordine a Monte Casino di portare con gran fretta e di nascosto a Roma tutto il tesoro di quel sacro luogo in oro ed argento, promettendo in breve di rifare il danno e con usura. Il motivo di tale novità era ignoto; ma fu creduto ch'egli fosse dietro a mettere nel capo del duca Goffredo suo fratello le corone del regno d'Italia e del romano imperio. Disponebat autem fratri suo duci Gotifredo apud Tusciam in colloquio jungi, eique, ut ferebatur, imperialem coronam largiri; demum vero ad Normannos Italia expellendos, qui maximo illi odio erant, una cum eo reverti. Ma l'uomo propone e Dio dispone. Non ebbe egli tempo da effettuar questo disegno, il quale, se pure è vero, avrebbe portato una gran taccia al nome suo presso la nazione germanica, ma sarebbe forse stato la salute dell'Italia, con risparmiarle tanti sconcerti che poscia avvennero per cagione di un re fanciullo allora e poi carico di vizii. Fu portato al papa il tesoro casinense, ma ben mal volentieri, dai monaci. Una visione raccontata al papa, e gli scrupoli insorti nella di lui delicata coscienza, furono cagione ch'egli ordinasse che tutto quell'oro ed argento fosse ricondotto al suo monistero. Maggiormente intanto si aggravava la di lui malattia; e però, unito [285] il clero e popolo romano, l'obbligò a promettere che, in caso di sua morte, non passerebbono all'elezione del nuovo papa finchè non fosse tornato di Germania Ildebrando cardinale suddiacono della Chiesa romana, e abbate di san Paolo, chiamato da Lamberto [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] vir et eloquentia et sacrarum literarum eruditione valde admirandus. Era questi stato inviato per comun parere da Roma all'imperadrice Agnese per gli affari e bisogni occorrenti di questi pericolosi tempi. Andossene poi il pontefice Stefano a Firenze in Toscana a trovare il fratello, e vi trovò anche la morte, che il portò a miglior vita nel dì 29 di marzo, assistito nella malattia dal santo abbate di Clugnì Ugo. Dio onorò la sua sepoltura con varii miracoli. A questa nuova il popolo romano, che non s'era mai saputo accomodare ad aver pontefici tedeschi, e specialmente eletti dall'imperadore, tuttochè i cinque ultimi venuti di colà fossero stati personaggi santi, o almeno assai benemeriti della Chiesa romana, fece tosto un gran broglio per creare un papa romano. Gregorio figliuolo d'Alberico, conte tuscolano ossia di Frascati, unito con altri potenti di Roma [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 101.], e guadagnata con danari buona parte del clero e popolo, corse in tempo di notte con assai gente armata alla chiesa, e quivi tumultuariamente fece eleggere papa Giovanni vescovo di Veletri, soprannominato poi Mincio (parola forse tratta dal franzese mince, che significava leggiere e balordo, e potè dar l'origine alla parola oggidì usata di mincione, minchione), il quale assunse il nome di Benedetto X. Era uomo privo affatto di lettere, per attestato di san Pier Damiano. A questa sregolata elezione, contraria ai sacri canoni, e fatta anche senza il consentimento della corte germanica, cioè contra del giuramento intorno a ciò prestato al defunto imperadore Arrigo III, e contra del forte divieto fatto dall'ultimo defunto papa Stefano IX: a [286] questa elezione, dissi, con tutto vigore si oppose il suddetto san Pier Damiano vescovo d'Ostia cogli altri cardinali. Protestarono, intimarono scomuniche; ma indarno tutto. Furono essi astretti a fuggirsene e a nascondersi per timor della vita; e il popolo, giacchè non si potea avere il vescovo ostiense, a cui apparteneva la consecrazione del nuovo pontefice, per forza obbligò l'arciprete d'Ostia, uomo ignorante, a consecrare questo illegittimo e simoniaco papa: cosa anche essa affatto ripugnante alla disciplina della Chiesa.

Giunto in Germania l'avviso della morte del papa, e nello stesso tempo quel della novità commessa in Roma, non tardò l'imperadrice Agnese a rimandare in Italia il cardinale Ildebrando con ordine di andar di concerto col duca Gotifredo per provvedere a questi disordini. Intanto arrivò a quella corte, per attestato di Lamberto, un'ambasceria di que' Romani che non aveano acconsentito all'intrusione di Mincio, rappresentandosi pronti ad osservare verso il re figliuolo quella fedeltà che aveano mantenuta verso l'Augusto suo padre, e pregando caldamente il re di mandar loro quel papa che gli piacesse, perchè ognuno abborriva l'intruso. Si trattò dunque di eleggere un pontefice legittimo, e s'accordarono insieme nella città di Siena, dove fu celebrato un concilio, i primati tanto romani che tedeschi [Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.], per alzare al trono pontifizio Gherardo vescovo di Firenze, di nascita borgognone, personaggio per senno e per ottimi costumi degno di sì sublime dignità. Si attese nel rimanente dell'anno a preparar la forza, e a far negoziati per atterrar l'usurpatore della cattedra di san Pietro: il che, ebbe compimento nell'anno seguente, siccome diremo. Nel presente, per testimonianza del Malaterra [Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1, cap. 30.], fu nella Calabria una terribil carestia e mortalità. Era [287] già venuto in Italia Ruggieri, minor fratello di Roberto Guiscardo, giovane che per valore, per eloquenza, per accortezza non avea pari. Si diede anch'egli, col consenso del fratello, a far delle conquiste nella Calabria, la metà della qual provincia gli fu o promessa o conceduta da esso Roberto. In quest'anno ancora il medesimo Roberto, vedendosi salito in tanta potenza, sdegnò d'aver più per moglie Alberada, che gli avea partorito un figliuolo appellato Marco, e con altro nome Boamondo, principe che divenne col tempo assai celebre e glorioso. Trovate perciò ragioni o pretesti di parentela, la ripudiò; ed ansioso di nozze più illustri, prese per moglie Sigelgaita figliuola del defunto Guaimario IV principe di Salerno. Ma Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.] riferisce all'anno seguente queste nozze, alle quali a tutta prima Gisolfo II, allora principe regnante di Salerno, e fratello di Sigelgaita, si mostrò renitente; ma poi condiscese, per non tirarsi addosso la nimicizia di quella fiera nazione, e perchè guadagnò nel contratto alcune castella. In quest'anno V idus junii, Indictione XI, dimorando in Firenze il duca Gotifredo, accordò ai canonici di Arezzo la sua protezione [Antiquit. Italic., Dissert. XVII.]. Diedero unitamente tal privilegio Gottifredus divina favente clementia dux et marchio, et Beatrix ejus conjux. Parimente il medesimo duca XVI kalendas januarii, Indictione XII, cioè ai dì 17 di dicembre dell'anno presente, mentre risedeva in giudizio intus casa, quae est sala de palatio de civitate lucense, confermò ad Anselmo vescovo di Lucca, che fu poi papa Alessandro II, la chiesa di santo Alessandro, et misit bannum domni imperatoris (benchè non per anche Arrigo IV godesse questo titolo) super eodem Anselmo episcopus, per maggior sicurezza di lui.

[288]


   
Anno di Cristo MLIX. Indizione XII.
Niccolò II papa 1.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 4.

Sul principio di quest'anno il nuovo eletto pontefice, che assunse poscia il nome di Niccolò II, s'inviò da Firenze alla volta di Roma, fiancheggiato dalle milizie di Goffredo duca di Lorena e Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Fermossi a Sutri, perchè la possanza de' conti di Tuscolano era grande nella città. Quivi raunò un concilio di vescovi per trattare della deposizion di Mincio, ossia di Benedetto X falso pontefice [Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.]. Non aspettò Mincio la forza, ma spontaneamente depose le insegne pontificali, e si ritirò alla propria casa. Ciò inteso, l'eletto papa Niccolò, tenuto consiglio coi cardinali, senza accompagnamento di soldatesche e con tutta umiltà entrò in Roma, dove, accolto onorevolmente dal clero e popolo, fu intronizzato: dal qual tempo ha principio l'epoca del suo pontificato. Da lì poscia a pochi giorni si presentò a' suoi piedi Mincio, chiedendo perdono, con allegar per iscusa che gli era stata usata violenza, confessando nondimeno il suo fallo per aver mancato al giuramento. In pena del suo reato restò degradato dall'ordine episcopale e sacerdotale, e confinato in santa Maria Maggiore. Fece poscia papa Niccolò un viaggio nella marca di Camerino sul principio di quaresima, e in tal occasione creò cardinale Desiderio, insigne abbate di Monte Casino. Trovossi il medesimo papa in Spoleti VI nonas martii, e quivi confermò i privilegii al monistero del Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Era egli VIII idus martii in Osimo, dove fece la suddetta grazia a Monte Casino. Raunò un numeroso concilio di cento tredici vescovi [289] nella basilica lateranense [Tom. 9 Concilior. Labbe, pag. 1099.], correndo il mese d'aprile, in cui fu stabilito un salutevol decreto intorno all'elezione dei romani pontefici, da farsi in Roma principalmente da' cardinali, e poi dal restante clero e popolo, salvo debito honore et reverentia dilecti filii nostri Henrici, qui impraesentiarum rex habetur, et futurus imperator, Deo concedente, speratur, sicut jam concessimus, et successoribus illius, qui ab apostolica Sede personaliter hoc jus impetraverint. Nella Cronica del monistero di Farfa [Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], da me data alla luce, si legge questo decreto più copioso che nella raccolta de' concilii, perchè v'ha il catalogo di tutti i cardinali e vescovi assistenti al medesimo concilio. E qui si legge qualche giunta allo suddette parole: cioè sicut jam mediante ejus nuntio Longobardiae cancellario W. concessimus, et successorum illius, qui ab hac apostolica sede personaliter hoc jus impetraverint, ad consensum novae electionis accedant. Quel cancelliere dovrebbe essere Wibertus, cioè Giberto, che fu poi arcivescovo di Ravenna ed antipapa, ma che non era già allora arcivescovo di Ravenna, in guisa che quel Wibertus archiepiscopus, che si legge nelle sottoscrizioni, sarà arcivescovo d'altra chiesa, se pur quel nome non è scorretto. Forse ivi era scritto Wido, cioè Guido arcivescovo di Milano. In questa maniera il papa rimise ne' termini dell'antica consuetudine, da noi per più secoli osservata, l'elezion de' romani pontefici, confermandola ai cardinali e al clero e popolo romano, ma con riserbarne l'approvazione al regnante imperadore, prima di consecrarlo. Prevalendosi inoltre della minorità del re Arrigo, fece diventar questo un privilegio personale, accordato dalla santa sede all'imperadore: il che non s'udì mai in addietro. E i Greci e i Franchi e i Tedeschi Augusti fin qui aveano sostenuto che questa fosse una prerogativa dell'alto loro dominio in Roma, e in concedere gli Stati al romano pontefice si riserbavano per [290] patto questo da lor preteso diritto. Non potea però pretenderlo Arrigo IV, perchè fin qui egli non era imperadore. Vero è che vedremo da qui a non molto che fu rivocato anche questo medesimo decreto di papa Niccolò II. In esso concilio romano Berengario abiurò per la prima volta la sua eresia, e furono proibite non meno le simonie che i matrimonii ossia i concubinati dei preti. Abbiamo dalla Vita di questo pontefice [Cardin. de Aragon., P. I, tom. 3 Rer. Ital.], raccolta dal cardinale Niccolò d'Aragona, che i Normanni gli spedirono ambasciatori con pregarlo di venire in Puglia, promettendogli ogni soddisfazione. V'andò in fatti papa Niccolò dopo le feste di Pasqua, e, per attestato di Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 13.] e di Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.], celebrò un concilio nella città di Melfi in Puglia, e non già in Amalfi, come han supposto alcuni,

Praesulibus centum jus ad synodale vocatis.

Namque sacerdotes, levitae, clericus omnis

Hac regione palam se conjugio sociabant.

Intervenne a quel concilio anche Riccardo I conte d'Aversa, che poi fu principe di Capua coll'espulsione di Landolfo V. Questi era di nazione normanna, e cognato di Roberto Guiscardo mercè del matrimonio contratto con Fridesinna di lui sorella. Passò il papa a Benevento, e fuori di quella città sul principio d'agosto tenne un altro concilio, di cui si vede fatta menzione nella Cronica suddetta del monistero di Volturno. Fra gli altri che vi si trovarono, si conta Ildebrando cardinale suddiacono. Ma dopo questo concilio egli ci comparisce davanti promosso a più alto grado, cioè creato cardinale arcidiacono della santa romana Chiesa. In una bolla spedita dal medesimo papa Niccolò II nel dì 14 di ottobre del presente anno in favore del monistero di s. Pietro di Perugia, e pubblicata dal padre Margarino [Bullarium Casinense, tom. 2, Constit. CI.], egli si sottoscrive: [291] Hildebrandus qualiscumque archidiaconus sanctae romanae Ecclesiae.

Dopo questi concilii attese il vigilantissimo papa a stabilire un accomodamento coi Normanni. In vece di volerli nemici, da uomo saggio se li fece amici; e il tempo mostrò i frutti del suo senno, perchè i Normanni divennero lo scudo de' romani pontefici, e li sostennero in più occasioni, e li misero in piena libertà e indipendenza dagl'imperadori. Concedette dunque papa Niccolò in feudo a Roberto Guiscardo gli Stati da lui conquistati in Puglia e Calabria, e il resto che si potesse da lui conquistare non solo in quelle contrade, ma anche in Sicilia, dandogli il titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia. Guglielmo Pugliese anch'egli scrive:

Robertum donat Nicolaus honore ducali;

notizie nondimeno che è difficile d'accordarle con Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.], il quale lasciò scritto che Roberto, dopo la presa della città di Reggio in Calabria, ex tunc coepit dux appellari. Anche il Malaterra scrisse lo stesso. Reggio fu presa solamente nell'anno 1060. Comunque sia, vien riferito dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. ad hunc annum.] il giuramento di fedeltà ch'esso Roberto prestò al suddetto pontefice, con obbligarsi di pagare ogni anno alla santa Sede dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi. Cercano alcuni con qual titolo papa Nicolao desse tale investitura ai Normanni, che fu la primordiale del regno appellato oggidì di Napoli, e v'aggiugnesse anche la Sicilia, su cui conservavano il lor diritto i greci imperadori. Certo è che in questi tempi si facea molto valere la donazion di Costantino, nata, per quanto si può credere, nel secolo ottavo dell'era nostra volgare. Nè forse per l'ignoranza d'allora alcuno s'accorgeva ch'ella fosse un documento apocrifo, talmente che s. Leone IX papa [292] nella lunga lettera scritta a Michele Cerulario patriarca di Costantinopoli nell'anno 1053 [Leo IX, Epist. I, tom. 9 Concilior. Labbe.], cioè pochi anni prima, la produsse quasi tutta, e massimamente quelle parole: Tam palatium nostrum, quam romanam urbem, et omnes Italiae, seu occidentalium regionum provincias, loca et civitates saepefato beatissimo pontifici et patri nostro Silvestro universali papae contradentes atque relinquentes, ei vel successoribus ipsius pontificibus potestatem et ditionem firmam imperiali censura per hanc divalem jussionem et pragmaticum constitutum decernimus desponendo, atque juri sanctae romanae Ecclesiae concedimus permansura. Fece anche gran caso di tal donazione alcuni anni dappoi san Pier Damiano in un suo dialogo [Petrus Damian., Opusc. 4.]. Non c'è ora persona dotta che non sappia essere quella una fattura de' secoli posteriori; ma nol sapeano, nè se n'accorgeano i Romani di questi tempi. Sembra ancora che circa questi medesimi tempi fossero dati fuori con delle giunte i diplomi di Lodovico Pio, di Ottone I e di Arrigo I Augusti in favore della Chiesa romana, dove è parlato di Benevento, della Calabria, della Sicilia e d'altri paesi, coerentemente agl'interessi di questi tempi, ma con discordia da quei de' secoli precedenti. Potrebbesi credere che su tali fondamenti si piantasse il principio dei diritti che da allora fin qua, cioè per tanti secoli, gode la Sede apostolica sopra le due Sicilie, nelle quali ha stabilito una sì autentica e giusta sovranità e prescrizione, contra di cui non si può allegare ragione alcuna. Oltre di che, può anche darsi che non mancassero al pontefice Niccolò II altre più sussistenti ragioni di dedizione spontanea, e di cessione anche dalla parte dell'imperio. Certamente, per attestato del Continuatore di Ermanno Contratto [Continuator, Hermanni Contrac., in Chron.], Arrigo II imperadore avea conceduto al santo papa Leone IX pleraque in [293] ultra romanis partibus ad suum jus pertinentia pro cisalpinis in concambium datis. Comunque sia, noi sappiamo da san Pier Damiano [Petrus Damian., Opuscul. 4.] che la corte germanica con assai vescovi nel conciliabolo di Basilea, dappoichè passò a miglior vita papa Niccolò II, cassò omnia quae ab eo fuerunt statuta; e perciò resta luogo di dubitare che in Germania fosse disapprovato questo fatto di papa Niccolò. Diede anche lo stesso pontefice l'investitura di Capua e del suo principato a Riccardo I [Leo Ostiens., in Chron. lib. 3.] cognato di Roberto Guiscardo, tuttochè non ne fosse per anche in possesso. Ciò fatto, perchè non potea sofferire il magnanimo papa che i capitani e potenti romani, e massimamente i conti di Tuscolo, ossieno Tuscolani, avessero occupato tanti beni patrimoniali e Stati della Chiesa romana, con tener anche in certa guisa come schiavi i pontefici romani [Cardinal. de Aragon., in Vita Nicolai III.], cominciò a valersi del flagello de' Normanni stessi per mettere in dovere que' nobili suoi ribelli. Ritornato dunque a Roma, spedì un esercito di quella gente masnadiera addosso a Palestrina, a Tuscolo, ora Frascati, a Nomento, a Galeria. Furono messi a sacco tutti quei luoghi fino a Sutri, e forzati que' nobili all'ubbidienza del papa, e con ciò liberata Roma dalla lor tirannia.

Abbiamo dal Continuatore d'Ermanno Contratto [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.] che in quest'anno, orto inter Mediolanenses et Ticinenses bello, multi ex utraque parte ceciderunt. Di questa guerra fece menzione Arnolfo storico milanese [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 5 et 6.] de' correnti tempi, con dire che i Pavesi non vollero ricevere un vescovo dato loro dal fanciullo re Arrigo, tuttochè fosse stato anche consecrato dal papa. Altrettanto fecero poco appresso parimente gli Astigiani, con rifiutare un vescovo da loro non eletto. Per interessi [294] ancora civili la discordia avea avvelenato il cuor de' Pavesi e Milanesi. Gran tempo era che fra quelle due città popolatissime e le maggiori del regno di Italia, bolliva una segreta gara ed invidia, ancorchè ognun sapesse che Milano andava innanzi a Pavia. Niuna d'esse volea cedere all'altra: e quindi per essere confinanti, nascevano bene spesso ammazzamenti d'uomini, saccheggi ed incendii. Si venne ad una palese rottura. I Pavesi, conoscendosi inferiori di forze, assoldarono delle truppe forestiere, e diedero il guasto a' confini del Milanese. Uscirono in campo anche i Milanesi, avendo tirati in loro lega i Lodigiani; ed ancorchè parte della loro armata sotto l'arcivescovo Guido guerreggiasse in altre parti, pure vennero ad un fatto d'arme, che riuscì sanguinosissimo per l'una e per l'altra parte, specialmente per la morte d'assaissima nobiltà. Restò il campo in potere de' Milanesi. Il luogo della battaglia si chiamava fin da' vecchi tempi Campo morto. Sicchè noi cominciamo a vedere le città di Lombardia far leghe e guerre, e mettersi in libertà: il che andò a poco a poco crescendo: tutti effetti della minorità, cioè dell'impotenza del re Arrigo IV. Era negli anni addietro nato in Milano un grave scisma, che ogni dì più andava prendendo fuoco; perciocchè principalmente nel clero di quella insigne città s'era introdotto l'abuso che i preti e diaconi assai notoriamente prendevano moglie: il che in buon linguaggio vuol dire che viveano nel concubinato. Questo morbo era familiare per l'Italia, ed aveva infestata anche la stessa città di Roma: colpa per lo più de' vescovi poco attenti alla lor greggia, e talvolta ancora tinti della medesima pece. L'esempio della Chiesa greca facea loro credere lecito l'ammogliarsi, senza volere far caso della disciplina costantemente osservata fin dai primi secoli della Chiesa latina, in cui fu sempre vietato ai preti e diaconi il prendere moglie, o, se prima le aveano, l'uso delle medesime. Contra di questi [295] incontinenti e scandalosi ministri dell'altare, a' quali, benchè impropriamente, si attribuisce l'eresia de' Nicolaiti, alzò bandiera Arialdo diacono, uomo zelantissimo dell'onor di Dio e della sua Chiesa, ed egli fu che commosse il popolo contra di loro. Guido arcivescovo, fautore dei preti, nel concilio di Fontaneto proferì sentenza di scomunica contra di Arialdo e di Landolfo nobile laico suo collega. Ma questo non servì se non ad accrescere il tumulto e l'ira di una parte del popolo. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi [Arnulfus et Landulfus Senior, Hist. Mediolan., tom. 6 Rerum Italicar.], ed avvocati dell'incontinenza del clero ambrosiano di allora, diffusamente parlano di quella tragedia. Ora l'indefesso papa Niccolò, informato da più parti di così strepitoso disordine, spedì in quest'anno, se pure non fu nel fine del precedente, due suoi legati a Milano per cercarne i rimedii. Questi furono Pier Damiano, santo e celebratissimo cardinale e vescovo d'Ostia, ed Anselmo da Badagio milanese, già creato vescovo di Lucca. Andarono essi anche per isradicare il vizio della simonia, di cui era patentemente reo l'arcivescovo, giacchè egli a niuno conferiva gli ordini ecclesiastici senza farsi pagare. Trovarono essi delle opposizioni, e contra di loro si venne anche ad una sollevazione de' parziali degli ecclesiastici. Pure per la saviezza ed eloquenza del Damiano quetati i rumori, quell'arcivescovo confessò il suo fallo, ed accettò la penitenza impostagli. Così fecero anche gli altri, con restar proibita da lì innanzi la simonia e l'ammogliarsi dei sacri ministri dell'altare. Vien distesamente narrato questo fatto dal medesimo san Pier Damiano in una sua relazione [Petrus Damian., Opusc. 5.], e a lungo ne parlano il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast.] e il Puricelli [Puricellius, Vita S. Arialdi.]. Dopo questo l'arcivescovo Guido andò al concilio romano, dove [296] ebbe buon trattamento dal papa, alla cui destra fu posto, e, giurata a lui ubbidienza, se ne tornò lieto a casa. Ma Pier Damiano in ricompensa delle sue fatiche fu spogliato dal papa de' suoi benefizii, e ricevette altri affronti, per li quali modestamente dimandò licenza di rinunziare al suo vescovato d'Ostia. Nell'anno presente, secondo Guglielmo Pugliese [Guillel. Apulus, lib. 2 Poem.], Roberto Guiscardo duca di Puglia s'impadronì delle città di Cariati, Rossano, Cosenza e Geraci nella Calabria. E Gotifredo duca di Lorena e Toscana, intitolato dux et marchio, con Arnaldo vescovo e conte, tenne due placiti nel contado di Arezzo, anno dominicae Incarnationis MLIX, regnante Genrico rege, mense junio, Indictione XIII [Antiquit. Ital., Dissertat. VI et XVII.]. Dal che si raccoglie che Gotifredo avea molto bene assunto il governo della Toscana, e il titolo di marchese di quella provincia, e che non ne fosse già semplice amministratore a nome della moglie e di Matilda sua figliuola, come ha creduto taluno. Inoltre ne ricaviamo, ch'egli riconosceva per re d'Italia Arrigo IV. In uno d'essi documenti comparisce Rainerius filius Ugicionis ducis et marchionis, cioè di quell'Uguccione che a' tempi di Corrado I Augusto era stato duca e marchese della Toscana.


   
Anno di Cristo MLX. Indizione XIII.
Niccolò II papa 2.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 5.

Fece il pontefice Niccolò o sul fine del precedente, o sul principio di questo anno, una scappata a Firenze, quando sussista una sua bolla in favor delle monache di santa Felicita VI idus januarii, rapportata dall'Ughelli [Ughellius, Ital. Sacr., tom. 3.]. Portatosi poi al monistero di Monte Casino, quivi creò cardinal diacono Oderisio figliuolo di Odecrisio conte di Marsi. Depose Angelo vescovo d'Aquino, e in luogo suo ordinò [297] Martino monaco cassinense di nazion fiorentino. Anche Pietro, altro monaco di quel monistero, di nazion ravennate, fu consecrato vescovo di Venafro e d'Isernia. Ed allora fu, secondo Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chronic., lib 3, cap. 15.] ch'egli creò duca di Puglia, Calabria e Sicilia Roberto Guiscardo. Nulla altro di rilevante, operato da questo valoroso pontefice nell'anno presente, è giunto a nostra notizia, se non che egli andò al monistero di Farfa, dove nel mese di luglio consecrò varii altari, e diede poi a quel sacro luogo la conferma de' privilegii [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.]. Intanto Stefano cardinale, da lui spedito in Francia, tenne un concilio nella città di Tours [Labbe, Concil., tom. 9.], dove alcuni canoni spettanti alla disciplina ecclesiastica furono pubblicati. Per quanto s'ha da Guglielmo Pugliese [Guilliel. Apul., lib. 2 Poem.], si scoprì forse nell'anno presente una congiura di dodici conti contra del suddetto Roberto Guiscardo, ordita spezialmente da Goffredo, Gocelino e Abailardo, normanni nobili, tutti malcontenti di lui, perchè egli tutto volea per sè. Abailardo, fra gli altri, nipote d'esso Roberto, non potea sofferire di vedersi spogliato da esso suo zio degli Stati che erano di Unfredo conte suo padre. De' congiurati chi fu preso, chi si salvò colla fuga. Ma io non accerto che in quest'anno succedesse tale attentato, perchè Guglielmo narra i fatti senza assegnarne il tempo. Sotto l'anno presente bensì racconta il Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 1, cap. 3.] che i due fratelli Roberto Guiscardo e Ruggieri, ansanti dietro alla conquista di Reggio, capitale della Calabria, si portarono nel tempo di state all'assedio di quella città. Resisterono un pezzo i Greci padroni, ma in fine a patti di buona guerra si arrenderono, e quel presidio passò a Squillaci. Fu questo castello assediato anch'esso, ed obbligato alla resa da Ruggieri. Nella Cronichetta [298] amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.] abbiamo di più: cioè che il Guiscardo ridusse in suo potere anche la città di Cosenza, con che tutta la Calabria venne sotto il dominio di lui, ed allora fu ch'egli, secondo il suddetto Malaterra, prese il titolo di duca. Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.] è del medesimo sentimento, siccome dicemmo, con aggiugnere che il Guiscardo, dopo la presa di Reggio, venne con tutte le sue forze in Puglia addosso la città di Troia, e se ne impadronì. La Cronichetta d'Amalfi mette prima alla presa di Troia, e poi della Calabria. Con questi sì prosperosi successi camminava a gran passi la fortuna e il valore del Guiscardo, e veniva mancando il dominio de' Greci in quelle parti. Giovanni Curopalata [Curopalata, in Histor.], autore per altro poco conoscente, onde scendesse Roberto Guiscardo confessa che dopo la perdita di Reggio altro non restava in mano de' Greci che Bari, Idro, Gallipoli, Taranto, Brindisi ed Hora, cioè, a mio credere, Oria, con altri castelletti. La gloria nondimeno di tante conquiste de' Normanni in Calabria è dovuta in parte a Ruggieri di lui fratello, altro eroe di quella nazione e famiglia. Due bolle di papa Niccolò II, date nel mese di maggio dell'anno presente, in conferma de' privilegii dell'insigne monistero delle monache di santa Giulia di Brescia, si leggono nel Bollario casinense [Bullarium Casinense, Constit. CII et CIII.]. Ho anch'io dato alla luce un documento [Antiquit. Ital., Dissert. LXXII.], scritto anno ab Incarnatione Domini MLX, ipso die kalendas decembris, Indictione XIII, da cui apparisce che nella città di Firenze ante praesentia domni Nicolai papa sede sancti Petri romanensis ecclesiae, et Ildibrandus abbas monisterio sancti Pauli, Guglielmo conte soprannominato Bulgarello restituisce alcune castella a Guido vescovo di Volterra. Ma è da vedere, se questa carta appartenesse piuttosto al [299] primo dì di dicembre dell'anno precedente, in cui poteva e soleva anche più ordinariamente correre l'Indizione XIII. Al vedere che Ildebrando è chiamato solamente abbate di san Paolo, potrebbe far sospettare adoperato qui l'anno pisano.


   
Anno di Cristo MLXI. Indizione XIV.
Alessandro II papa 1.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 6.

In quest'anno ancora il pontefice Niccolò II volle visitar la chiesa di Firenze ch'egli aveva ritenuta e governata anche durante il suo pontificato; ma quivi venne a trovarlo la morte circa il dì 22 di luglio: pontefice benemerito della santa Sede, e degno di maggior vita. Tanto più fu deplorabile la perdita di lui, perchè le tennero dietro de' gravissimi sconcerti, che furono preludii anche d'altre maggiori calamità. Attesta Leone Ostiense [Leo Ostiensis., lib. 3, cap. 21.] che gran dissensione e tumulto insorse in Roma intorno all'elezione di un novello papa; ed è certo che restò vacante la sedia di san Pietro circa tre mesi. V'era un partito che tenea per l'osservanza delle prerogative o pretese accordate al re di Germania Arrigo; ed un altro che escludeva ogni dipendenza da lui. Di quest'ultimo probabilmente era capo l'intrepido cardinale Ildebrando, arcidiacono della santa romana Chiesa, a cui non piacque mai che gl'imperadori avessero ingerenza alcuna nell'approvazione, non che nell'elezione dei sommi pontefici. Capi dell'altro, per quanto ragionevolmente va congetturando il cardinal Baronio, erano i conti di Tuscolo, ossia di Frascati, mal soddisfatti di quanto avea operato contra di loro il defunto papa Niccolò. Se vogliamo ascoltare il Continuatore di Ermanno Contratto [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.], dopo la morte d'esso papa, Romani coronam, et alia munera Enrico regi transmiserunt, eumque pro eligendo [300] summo pontifice interpellaverunt. Tale spedizione dovette essere fatta dalla fazione de' suddetti conti Tuscolani. Non mancò il collegio dei cardinali di spedire anch'esso un'ambasciata alla real corte di Germania [Petrus Damianus, Opuscul. 4.], e fu scelto per tale incumbenza Stefano, uno dei più accreditati fra loro, in cui concorreva

Nobilitas, gravitas, probitas et mentis acumen.

Andò questi, ma per la cabala e malvagità dei cortigiani sette giorni passeggiò l'anticamera del re senza poter vedere la di lui faccia, nè presentargli le lettere credenziali. Veduta ch'egli ebbe questa mala aria, sene tornò indietro a Roma, dove rappresentò l'incivil trattamento che gli era stato fatto. Allora fu che il cardinale Ildebrando, tenuto consiglio cogli altri cardinali e coi nobili romani del suo partito, propose di eleggere papa Anselmo da Badagio, di patria milanese, e vescovo allora di Lucca, uomo di gran bontà e zelo ecclesiastico, e che forse non s'aspettava questa promozione. Chiamato a Roma, venne immediatamente consecrato ed intronizzato col nome di Alessandro II, senza voler aspettare consenso alcuno dal re Arrigo. E qui appunto tornarono i Romani ad esercitare l'intera loro libertà nell'elezion de' sommi pontefici, con ricuperare eziandio l'altra di non aspettar l'assenso degli Augusti per la consecrazione: indipendenza mantenuta poi fino a' dì nostri, quando, per tanti secoli addietro, sotto gl'imperadori greci, franchi e tedeschi, era durato il costume, o diciamo, se così si vuole, l'abuso, che l'elezion bensì restasse libera al clero e popolo romano, ma che non si devenisse alla consecrazione senza il beneplacito e l'approvazione degli Augusti. Avea il solo predefunto Arrigo II fra gl'imperadori oltrepassato i confini de' suoi predecessori, con obbligare i Romani che neppur potessero eleggere il novello papa senza il [301] consentimento suo. Da Niccolò II era stato ultimamente corretto questo eccesso, con tornar le cose al rito antico. Ma i Romani, offesi del poco conto che s'era fatto alla regal corte di Stefano cardinale loro ambasciatore, neppur vollero accomodarsi al decreto d'esso papa Niccolò, decoroso anche pel re Arrigo, perchè risoluti di rompere ogni catena, e di ricuperar la piena lor libertà in fare i papi, praticata sempre mai ne' primi quattro secoli della Chiesa. Nè già operarono senza aver ben preparati i mezzi umani per sostener la loro risoluzione. Era in lor favore Gotifredo duca di Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Faceano anche capitale del soccorso de' Normanni, che aveano giurata fedeltà alla Sede apostolica; e più ne faceano di Riccardo principe di Capoa, divenuto anch'esso vassallo della Chiesa romana. Sappiamo da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.] che Desiderio abbate di Monte Casino e cardinale se ne andò in tal congiuntura a Roma cum principe. Credette il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast.] che questo principe fosse Roberto Guiscardo. Ma si dee intendere di Riccardo, nel cui principato era Monte Casino. Roberto s'intitolava allora duca, e non principe.

Ora appena giunse alla corte germanica l'avviso dell'eletto ed intronizzato Alessandro II, che l'imperadrice Agnese ne restò amareggiata, e i suoi ministri diedero nelle smanie, esagerando l'affronto fatto al re col non aver voluto aspettare il suo assenso, e coll'essersi messo sotto i piedi il decreto di papa Niccolò, sul quale unicamente si potea fondare la pretension di Arrigo: giacchè solamente chi era imperadore coronato avea in addietro avuta mano nell'approvazion de' papi eletti, e non già chi era unicamente re d'Italia, come in questi tempi veniva riconosciuto Arrigo IV, benchè non per anche avesse ricevuta la [302] corona di questo regno. Degno nondimeno di osservazione è, che in alcune lettere e diplomi Arrigo IV non per anche imperadore usa il titolo di Romanorum rex: il che vuol significar qualche cosa, nè si truova usato da' suoi predecessori. Accadde in questo mentre che i vescovi di Lombardia dopo la morte di papa Niccolò II fecero broglio fra loro per aver un papa di tempra men rigoroso dei precedenti zelantissimi papi, il quale sapesse un po' più compatire le lor simonie ed incontinenze, e con dire una ridicolosa proposizione, cioè che il papa non si dovea prendere, nisi ex paradiso Italiae, cioè della Lombardia [Cardinal. de Aragon., Vit. Alexandr. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Spedirono a tal fine in Germania alcuni dell'ordine loro, affinchè si maneggiassero per ottener questo intento. Ora trovandosi un gran caldo in quella corte, e soffiando in quel fuoco Ugo Bianco, già cardinale, e poi ribello della Chiesa romana, non fu loro difficile il proporre e far dichiarare papa, cioè antipapa, contra tutte le regole, nella festa de' santi Simeone e Giuda, Cadaloo, chiamato Cadalo, vescovo di Parma, uomo ricco di facoltà, ma più di vizii, che si dicea condannato in tre concilii a cagion della sua vita troppo contraria al carattere di sacro pastore. Ne fecero perciò gran festa tutti i simoniaci e concubinarii di Lombardia. Le scene occorse dipoi si veggono descritte dalla penna satirica di Benzone, il quale s'intitola vescovo d'Alba nel Monferrato, ma vescovo scismatico, che forse non dovette mai essere ricevuto da quel popolo, e perciò neppure fu conosciuto dall'Ughelli. Era costui gran partigiano dell'antipapa Cadaloo. Il panegirico da lui fatto ad Arrigo IV, che fu dato alla luce dal Menchenio [Menckenius, Rer. Germanicar., tom. 1.], e da me vien creduto la stessa opera che Gualvano Fiamma [Galvaneus Flamma, in Politia MSta.] circa l'anno 1335 citò sotto nome di Chronica Benzonis [303] episcopi albensis, è una stomacosa satira contra di papa Alessandro II e d'Ildebrando cardinale, sostegno in questi tempi della Chiesa romana, da mettersi coll'altra infame e piena di bugie che abbiamo di Bennone falso cardinale, e ribello della Chiesa romana. Narra esso Benzone d'essere stato inviato per ambasciatore del re Arrigo a Roma, per intimare a papa Alessandro la ritirata dal trono pontificio, ma con trovar ivi chi non avea paura. In tale stato eran gli affari della Chiesa romana in questi tempi.

Intanto dopo la conquista della Calabria il valoroso conte Ruggieri mirava con occhio di cupidigia ed insieme di compassione la vicina misera Sicilia posta sotto il giogo degli empii Saraceni, e cominciò a meditarne la conquista [Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 1. Noweirius, in Hist. Arab. Siciliae apud Pagium.]. La buona fortuna portò che si rifuggì presso di lui in Reggio Benhumena, ammiraglio saraceno della Sicilia, maltrattato e perseguitato da Bennameto, uno de' principi di quell'isola. Questi gli fece conoscere assai facili i progressi in Sicilia, dacchè essa era divisa fra varii signorotti mori, ed offerì il suo aiuto per l'impresa. Ruggieri adunque sul fine del carnovale dell'anno presente con soli centosessanta cavalli passò il Faro per ispiar le forze de' Mori nell'isola, diede una rotta ai Messinesi, fece gran bottino verso Melazzo e Rameta; poi felicemente si ricondusse in Calabria, dove per tutto il mese di marzo e d'aprile attese a far preparamenti per portare la guerra in Sicilia. A questa danza invitato il duca Roberto Guiscardo suo fratello [Malaterra, lib. 2, cap. 8.], colà si portò con buon nerbo di cavalleria, ed anche con un'armata navale. Presentivano veramente i Mori la disposizione dei due fratelli normanni, e però accorsero da Palermo con una flotta assai più numerosa per impedire il loro passaggio. Ma l'ardito Ruggieri con cento [304] cinquanta cavalli per altro sito passò lo Stretto, e trovata Messina con poca gente, perchè i più erano iti nelle navi moresche, se ne impadronì: il che fece ritirar le navi nemiche, e lasciò aperto il passaggio a quelle di Roberto Guiscardo, il quale colà sbarcò colle sue soldatesche. Nel testo di Gaufrido ossia Goffredo Malaterra questa sì gloriosa conquista per cui dopo 230 anni si rialberò la croce nella città di Messina, si vide riferita all'anno precedente 1060. Ma io credo fallato quell'anno, portando la serie del racconto che la presa di Messina accadesse nell'anno presente. Venne poi un grosso esercito di Mori e Siciliani, raunato da Bennameto, ad assalire il picciolo de' Normanni, ma restò da essi sbaragliato colla morte di diecimila di quegl'infedeli. Non è già vietato il credere assai meno. Diedero il sacco dipoi i due fratelli principi normanni a varie castella e contrade di quell'isola sino a Girgenti, colla presa di Traina, finchè, venuto il verno, si ritirarono a' quartieri. Se crediamo a Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], in quest'anno ancora Roberto Guiscardo s'insignorì d'Acerenza. Ma probabilmente ciò avvenne l'anno antecedente, al vedere che questo scrittore mette all'anno seguente l'innalzamento al pontificato di Alessandro II, che pure appartiene all'anno presente.


   
Anno di Cristo MLXII. Indizione XV.
Alessandro II papa 2.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 7.

Null'altro avea fatto nel verno di quest'anno l'antipapa Cadaloo che ammassar gente armata e danaro per passare a Roma con disegno di cacciarne il legittimo successor di san Pietro, e di farsi consecrare, se crediamo al continuator d'Ermanno Contratto [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.]. Alcuni [305] il pretendono già ordinato papa, perchè vescovo egli era, e che avesse assunto il nome di Onorio II, ma ne mancano le prove. E s'egli non mutò nome, segno è che neppur fu colle cerimonie ordinato pontefice. Con tali forze arrivò Cadaloo a Roma nel dì 14 di aprile (Benzone scrive che vi giunse VIII kalendas aprilis), e si accampò coll'esercito suo nei prati di Nerone. Nella Vita di papa Alessandro II, a noi conservata dal cardinal d'Aragona [Card. de Aragon., Vit. Alexandri II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], troviamo che molti capitani e nobili romani guadagnati coll'oro si dichiararono del partito di Cadaloo; ciò vien confermato da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.] e dall'autore di un'altra Vita di esso papa Alessandro [Vit. Alexandri II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], da cui impariamo che molti giorni dopo la esaltazion di esso papa, Romani, quorum mala consuetudo semper fuit, eum odio habere coeperunt, e furono essi gl'incitatori della venuta di Cadaloo. Uno de' principali, ma volpe vecchia, era Pietro di Leone, la cui famiglia fece anche dipoi gran figura in Roma. Da Benzone [Benzo, in Panegyric. Henrici IV, tom. 1 Rer. Germ., Menchenii.] è chiamato Giudeo: il che probabilmente vuol dire che era nato tale, ma poi fatto cristiano. Non mancavano in Roma a papa Alessandro degli aderenti ed affezionati, e verisimilmente aveva egli anche procurato degli aiuti da Riccardo principe di Capua. Si venne dunque ad una battaglia, che riuscì sanguinosa, e finì colla peggio della fazione del legittimo papa. Poco nondimeno durò l'allegrezza di Cadaloo, perchè chiamato a Roma Gotifredo duca di Toscana, comparve colà in aiuto del pontefice Alessandro con sì numerose squadre e forze tali, che restò come assediato l'antipapa; e se volle uscirne salvo, gli convenne adoperar preghiere e grossi regali col duca, il quale si contentò di lasciargli aperta la porta per tornarsene libero, ma spogliato e colla [306] testa bassa, a Parma. Benzone descrive a lungo questi fatti, ma se con fedeltà, nol saprei dire. Certamente da san Pier Damiano vien sospettato che il duca Gotifredo non operasse con tutta lealtà ed onoratezza o in questa o nelle seguenti congiunture. All'incontro Benzone scrive che il medesimo duca fece venire i Normanni a Roma a difesa del papa; Camerinum et Spoletum invasit (il che è degno d'attenzione), plures Comitatus juxta mare tyrannice usurpavit. Per totam Italiam, quos voluit, ad regis inimicitias incitavit. Aggiugne inoltre, essere egli stato quegli che mosse Annone arcivescovo di Colonia a rapire il giovinetto re Arrigo. E Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] osserva, come fosse scandaloso il vedere che laddove anticamente si fuggivano i vescovati, ora si faceano battaglie, e si spargeva il sangue cristiano per conseguirli: e vuol dire del papato. Ho detto che Annone rapì Arrigo IV. Intorno a che si ha da sapere che fin qui esso re era stato sotto il governo dell'imperadrice Agnese, la quale regolava gli affari unicamente coi consigli di Arrigo vescovo di Augusta, personaggio ben accorto, che, ad esclusion degli altri pretendenti, avea saputo introdursi nella grazia di lei. Era savia, era pia principessa Agnese: tuttavia non potè schivar la maldicenza degli altri principi invidiosi della fortuna del vescovo augustano, perchè sparsero voce d'illecita familiarità fra lei e quel prelato. Il perchè Annone arcivescovo di Colonia, col consenso di molti altri principi, tolse all'Augusta madre il giovinetto Arrigo, ed assunse colla di lui tutela il governo degli Stati. La maniera da lui tenuta per far questo colpo la sapremo fra poco, richiedendo ora la voce sparsa contro l'onor dell'imperadrice Agnese, che io premunisca i lettori con avvertirli della malvagità che allora più che mai era in voga. Facile è l'osservare che i tempi di guerra son tempi di bugie; ma non si può dire abbastanza, [307] quanto larga briglia si lasciasse in queste e nelle seguenti discordie fra il sacerdozio e l'imperio, alla bugia, alla satira, alla calunnia. Le più nere iniquità s'inventarono e sparsero dei papi, de' cardinali, de' vescovi da chi era loro contrario; ed altre vicendevolmente si spacciarono dai mal affetti contra di Arrigo IV e di tutti i suoi aderenti. Però sta ai prudenti lettori il camminar qui con gran riguardo, prestando solamente fede a ciò che si trova patentemente avverato dalla misera costituzion d'allora.

Nè già si può fallare in credendo che Arrigo IV si scoprì col tempo principe d'indole cattiva, incostante e violento, e che tutti i vizii presero in lui gran piede per qualche difetto della madre, ma più per l'educazion seguente; e che la vendita de' vescovati, delle abbazie e dell'altre chiese, cioè la simonia, era un mercato ordinario di que' sì sconcertati tempi, per colpa specialmente della corte regale di Germania, in cui più potea l'amore dell'oro che della religione, e troppo regnava l'abuso, non però nato allora, di uguagliar lo spirituale al temporale. Ora, o sia che i maneggi segreti della corte di Roma, o quei del duca Gotifredo disponessero in Germania un ripiego per liberar la Chiesa dalla vessazione dell'indegno Cadaloo; oppure che il suddetto Annone arcivescovo, prelato tenuto in concetto di santa vita, con altri principi lo trovasse ed eseguisse, per mettere fine allo scisma: certo è, che in quest'anno, essendo ito esso arcivescovo pel Reno a visitare il re Arrigo, giovane allora di circa tredici anni, dopo il desinare l'invitò a veder la nave suntuosissima che l'avea condotto colà. Vi andò, di nulla sospettando il semplice giovanetto, ed entrato che fu, si diede tosto di mano ai remi. Sorpreso da quest'atto il picciolo re, temendo che il conducessero a morire, si gettò nel fiume; ma fu salvato dal conte Ecberto, che saltò anche esso nell'acqua. Su quella nave adunque pacificato con carezze fu condotto a Colonia, [308] dove restò sotto il governo di quel saggio prelato, al quale dai principi ne fu accordata la tutela. L'imperadrice Agnese, trafitta da questo inaspettato colpo, e ravveduta de' falli commessi in patrocinar l'antipapa, determinò di dare un calcio al mondo, e passando dipoi a Roma, accettò la penitenza che le fu data da papa Alessandro II. Per testimonianza di san Pier Damiano [Petrus Damian., Opusc. 4 et in Opusc. 18.], non tardò l'arcivescovo di Colonia Annone a dare, per quanto era in sua mano, la pace alla Chiesa; perciocchè, raunato un concilio in Osbor, dove intervennero lo stesso re Arrigo e una gran copia di vescovi oltramontani ed italiani, nello stesso dì 28 di ottobre, in cui Cadaloo era stato nell'anno precedente eletto contro i canoni papa, fu egli anche deposto, o, per dir meglio, riprovato e condannato. Avea precedentemente il medesimo Pier Damiano scritta una lettera di fuoco al predetto Cadaloo, chiudendola con alcuni versi, e dicendo in fine [Petrus Damian., lib. 1, Epist. 20, et in Opusc. 18.]: Diligenter igitur intende, quod dico:

Fumea vita volat, mors improvisa propinquat,

Imminet expleti praepes tibi terminus aevi.

Non ego te fallo: caepto morieris in anno.

Visse anche dopo l'anno predetto Cadaloo. Pier Damiano, veggendo che non avea colto nella predizione, cercò uno scampo, con dire ch'egli s'era inteso della morte civile, cioè della di lui deposizione, e non già della morte naturale. Se i suoi versi ammettano tale scappata, non tocca a me il giudicarne. Certo confessa egli che per questo gli fecero le risa dietro i suoi avversarii. Levò ancora esso arcivescovo Annone il posto di cancelliere d'Italia a Guiberto, che parimente col tempo divenne arcivescovo di Ravenna ed antipapa, e lo diede a Gregorio vescovo di Vercelli, uomo nondimeno macchiato anch'esso di vizii: il che fa conoscere che il re Arrigo, benchè [309] non per anche coronato in Italia, pur ci era riconosciuto per padrone.

Non so io già se in questi tempi sia ben regolata la cronologia di Lupo Protospata. Ben so aver egli scritto [Lupus Protospata, in Cronico.] che Roberto Guiscardo duca s'impadronì in quest'anno della città d'Oria, e di nuovo prese Brindisi, e lo stesso miriarca (forse il suo governatore). È da vedere ancora, se appartenga all'anno presente, come ha il testo di Gaufrido Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 21.] la discordia insorta fra esso duca Roberto e il conte Ruggieri. Benchè Roberto promesso avesse ad esso suo fratello di cedergli la metà della Calabria, pure non si veniva mai a questa sospirata cessione. A riserva di Melito, che era in man di Ruggieri, in tutto il resto delle conquiste l'ambizioso ed insaziabil Roberto la facea da signore. Però Ruggieri, presa occasione dal recente suo matrimonio, fece istanza a Roberto per l'esecuzion delle promesse, affine di poter dotare decentemente la nuova sua sposa Erimberga, chiamata da altri Delizia, o Giuditta. Ricavandone solo parole, e non fatti, si ritirò forte in collera da lui, e gli intimò la guerra, se in termine di quaranta giorni nol soddisfacea. La risposta che gli diede Roberto, fu di portarsi coll'armata ad assediarlo in Melito. Ma con tutte le prodezze fatte dall'una e dall'altra parte, nulla profittò Roberto. Anzi Ruggieri, uscito una notte di Melito, gli occupò la città di Gierace per trattato fatto con quei cittadini. Allora Roberto tutto fumante d'ira corse all'assedio di Gierace; e siccome personaggio d'incredibile ardire, una notte ben incappucciato (che già era in uso il cappuccio anche fra i secolari) segretamente fu introdotto nella città da uno di questi potenti cittadini per nome Basilio. Per sua disavventura restò scoperto, e preso a furia di popolo; vide poco di poi trucidato Basilio, impalata sua moglie, e si credeva anch'egli spedito. Con belle parole gli [310] riuscì di fermar la furia del popolo, e fu cacciato in prigione. Ne andò la nuova all'esercito suo; ma non sapendo che si fare i suoi capitani per liberarlo, miglior consiglio non seppero trovare che di spedirne incontanente l'avviso al conte Ruggieri, scongiurandolo che accorresse per salvare il fratello. Non si fece pregare il magnanimo Ruggieri; corse tosto co' suoi a Gierace, e chiamati fuor della città i capi, tanto disse colle buone e colle minaccie, che fece rimettere in libertà il fratello. Questo accidente e la costanza di Ruggieri produsse buon effetto, perchè dopo qualche tempo Roberto gli accordò il dominio della metà della Calabria. Passò dipoi Ruggieri in Sicilia, dove essendosi ribellato da lui il popolo di Traina, fece delle maraviglie di patimenti e di bravure contra di quei cittadini e dei Saraceni accorsi in loro aiuto, tantochè ne riacquistò veramente la signoria. Crede Camillo Pellegrini [Camillus Peregrinius, Hist. Princip. Langobard.] che Riccardo I conte di Aversa, figliuolo di Ascilittino normanno, e non già fratello di Roberto Guiscardo duca, come immaginarono il Sigonio e il padre Pagi all'anno 1074, occupasse fin l'anno 1058 il principato di Capoa, citando sopra di ciò l'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 16.]. A quell'anno ancora nella Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.] è scritto che Riccardo fu creato principe di Capoa insieme con suo figlio Giordano. Certo è bensì che Niccolò II papa nell'anno 1059, gli concedette l'investitura di quel principato, ma non apparisce che ne fosse allora totalmente in possesso. Imperciocchè è da sapere che, secondo il suddetto Ostiense, invogliatosi tempo fa Riccardo di quella bella contrada, messo l'assedio a Capoa, vi fabbricò tre bastie all'intorno. Ma Pandolfo V principe, che v'era dentro, collo sborso di settemila scudi d'oro l'indusse a ritirarsene. Mancato poi di vita esso Pandolfo (non so in qual [311] anno), e succedutogli Landolfo V suo figliuolo, eccoti di nuovo Riccardo colle sue armi sotto Capoa. Tanto la strinse, che si venne nell'anno presente ad una capitolazione, per cui Landolfo se n'andò via ramingo, e i cittadini riceverono per loro principe Riccardo, ma con ritenere in lor potere le porte e le torri della città. Dissimulò per allora l'accorto Riccardo, e contentossi di questo. Poi rivolte le sue armi all'acquisto delle città e castella di quel principato, gli riuscì nello spazio di quasi tre mesi d'insignorirsi di tutto. Ciò fatto, intimò a' Capuani la consegna delle torri e porte, e perchè gliela negarono, strettamente assediò quella città. Spedirono bensì i Capuani al re Arrigo in Germania il loro arcivescovo per ottener soccorso; ma non avendo egli riportato se non parole, furono dalla fame astretti a far le voglie di Riccardo, anno dominicae Incarnationis MLXII quum jam per decem circiter annorum curricula Normannis viriliter repugnassent. Però, quantunque esistano più diplomi di questo principe, da' quali costa aver egli assunto fin dall'anno 1058, o 1059, il titolo di principe di Capoa, con associar ancora Giordano I suo figliuolo al dominio; nientedimeno solamente in quest'anno egli ottenne la piena e libera signoria di quel principato. Così cessò di regnare anche ivi la schiatta de' principi longobardi, e sempre più crebbe la potenza de' principi normanni. Da lì a poco, attaccatosi una notte il fuoco alla città di Tiano, probabilmente con premeditato consiglio, v'accorse nel mattino seguente Riccardo, e colla fuga di que' conti se ne impossessò. Parimente scrive Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che in quest'anno esso principe intravit terram Campaniae, obseditque Ceperanum, et usque Soram devastando pervenit. Ci ha conservata l'autore della Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.] una notizia; cioè che, per ordine dell'imperadore, [312] Gotifredo marchese e duca di Toscana col suo esercito venne contra di Riccardo, e che seguirono fra loro varii fatti d'armi presso di Aquino, in guisa tale che fu obbligato Gotifredo a tornarsene indietro con poco suo gusto e men guadagno.


   
Anno di Cristo MLXIII. Indizione I.
Alessandro II papa 3.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 8.

Fioriva in questi tempi Giovanni Gualberto abbate, istitutore de' monaci di Vallombrosa [Andreas Parmensis, in Vit. S. Johann. Gualberti. Acta Sanctorum Bolland. ad diem 12 Julii.], personaggio di sommo credito per la santità de' suoi costumi, non meno entro che fuori della Toscana. Era stato creato vescovo di Firenze Pietro di nazione pavese; e perciocchè allora dappertutto faceva grande strepito il vizio della simonia, i monaci vallombrosani, sospettando ch'egli fosse entrato nella sedia episcopale mediante il danaro, cominciarono a diffamarlo per simoniaco, e mossero un gran tumulto nel popolo di quella città. Andrea monaco genovese [Andreas Januensis, in Vit. S. Johaan. Gualberti.] lasciò scritto, che portatosi da Roma a Firenze Teuzone Mezzabarba per visitare il vescovo suo figliuolo, i furbi Fiorentini con interrogazion suggestiva gli dimandarono, quanto avesse pagato per ottener la mitra a Pietro; e che il buon Lombardo confessasse di avere speso tremila libbre in regalo al re Arrigo IV per sortire il suo intento. Ma avendo questo monaco scritta quella vita nell'anno 1419, siccome osservò il padre Guglielmo Cupero della compagnia di Gesù, e nulla di questa importante particolarità parlando gli autori più antichi, si può ben sospenderne la credenza. Era dubbiosa la simonia di quel vescovo, e tale non sarebbe stata se si fosse potuto allegar la confession di suo padre. Certo è che i monaci suscitarono [313] fieramente il popolo contra del vescovo, e andarono sì innanzi, che san Pier Damiano mosso dal suo zelo impugnò la penna contra di loro. Anche il duca Gotifredo sosteneva il vescovo e minacciava di far ammazzare e monaci e cherici che contrariassero a quel prelato, e gli levassero l'ubbidienza. Fu inviato appunto colà dal pontefice Alessandro esso santo Pier Damiano per procurar di estinguere un sì pericoloso incendio. In vece di pacificar gli animi di quella gente, diede ansa a que' monaci di sparlare anche di lui, quasichè fosse fautore de' simoniaci, e specialmente gli tagliò i panni addosso uno dei più arditi di loro per nome Teuzone, ubbriaco di uno zelo indiscreto. Ma qui non finì la faccenda, siccome vedremo. Benchè in Germania fosse stato riprovato l'antipapa Cadaloo, pure costui non si arrendeva in Italia. Anzi nell'anno presente, raunata nuova gente e dei buoni contanti, spalleggiato dai vescovi allora sregolati della Lombardia, si avviò di nuovo alla volta di Roma, sperando maggior fortuna che nell'anno precedente [Cardinal. de Aragon., in Vita Alexand. II, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 20.]. Ci fu sospetto che Gotifredo duca di Toscana segretamente il favorisse. Certo è che non gli mancarono assistenze in Roma stessa, perchè molti de' nobili romani si dichiararono per lui. Gli fu dunque aperto l'adito nella città leonina; anzi dicono che gli fu consegnata anche la fortezza di Castel Sant'Angelo. Tempore post alio quorumdam ex urbe ope et Consilio Romam, quam novam perhibent, ingressus, conscendit arcem Crescentii: così ancora Arnolfo storico milanese [Arnulf., Hist. Mediolanensis., lib. 3, c. 17.], che allora scriveva le storie sue. Ma ciò pare che succedesse in altra forma, siccome dirò. Sappiamo bensì ch'egli s'impadronì al suo arrivo della basilica vaticana, ma non già resta notizia ch'egli vi prendesse colle cerimonie il manto papale, secondo il costume; perchè appena s'udì in Roma [314] come egli v'era entrato, che la mattina seguente diede alle armi il popolo romano, e corso colà in furia, tal terrore cacciò in corpo ai soldati di lui, che presero vilmente la fuga, e lasciarono il loro idolo solo soletto. Sarebbe caduto Cadaloo in mano de' Romani, se non fosse stato Cencio figliuolo del prefetto di Roma, uomo di perduta coscienza, che allora l'accolse nella fortezza di Crescenzio, cioè in Castello Sant'Angelo, e gli promise assistenza. Quivi restò l'antipapa assediato dai Romani per ben due anni, con sofferirvi stenti ed affanni incredibili: degno pagamento della smoderata ed empia sua ambizione. Un concilio di cento vescovi fu in quest'anno tenuto da papa Alessandro II, dove furono fatti varii decreti contra de' simoniaci e de' preti concubinarii. Ne esistono alcuni atti presso il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e nelle raccolte de' concilii.

Intanto in Germania crescevano gli abusi, profittando ogni prepotente dell'età immatura del re Arrigo IV [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]. L'educazione di lui fu sul principio appoggiata agli arcivescovi di Colonia e Magonza, cioè ad Annone e Sigefredo. Ma loro tolse la mano Adelberto arcivescovo di Brema, che coll'arte dell'adulazione si rendè arbitro del giovanetto re, ed occupò in tal maniera due delle migliori abbazie di Germania. Per far poi tacere gli altri, due ancora ne diede all'arcivescovo di Colonia, che non si fece scrupolo di questo, ed una a quel di Magonza, ed altre ai duchi di Baviera e di Suevia, cioè ad Ottone e Ridolfo. Così mal allevato il re, non è maraviglia se andò crescendo in que' vizii che tanto diedero poi da sospirare ai buoni. Secondochè abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], in quest'anno Roberto Guiscardo duca di Puglia e Calabria tolse ai Greci la città di Taranto. Ma neppure stava in ozio il valoroso conte [315] Ruggieri di lui fratello in Sicilia. Per attestato del Malaterra [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital., pag. 168.], in questo medesimo anno formarono i Musulmani mori e i Siciliani un potente esercito, e vennero ad accamparsi presso al fiume Ceramo. Erano circa trenta cinque mila, e il conte non avea che cento trenta sei cavalli, ossieno pedoni, da opporre a sì gran piena di gente. Contuttociò, implorato l'aiuto di Dio e spedito innanzi Serlone suo nipote, diede loro addosso, e in poco d'ora mise in iscompiglio e fuga quegl'infedeli. Fu detto che comparve un uomo di rilucenti armi guernito sopra bianco cavallo, con bandiera bianca sopra d'un'asta, che si cacciò dove erano più folte le schiere de' nemici, e fu creduto san Giorgio. Quindici mila di coloro rimasero estinti sul campo; nel dì seguente volarono i Cristiani alla caccia di venti mila pedoni, che s'erano salvati colla fuga nelle montagne e nelle rupi, e per la maggior parte gli uccisero. Si può ben temere che Gaufrido Malaterra monaco, il quale solamente per relazione altrui scrisse queste cose dopo molti anni, si lasciasse vendere delle favole popolari in formar questo racconto che ha troppo dell'incredibile, ed egli perciò se volle concepirlo, fu obbligato a ricorrere ai miracoli. La vittoria nondimeno è fuor di dubbio; le spoglie de' nemici furono senza misura; e il conte avendo trovato fra esse quattro cammelli, li mandò in dono a papa Alessandro, il quale si rallegrò assaissimo di così prosperosi avvenimenti contra de' nemici della croce, e spedì anch'egli a Ruggieri la bandiera di san Pietro, per maggiormente animarlo a proseguir quell'impresa. Trafficavano in questi tempi i mercatanti pisani in Sicilia, massimamente in Palermo, città capitale, piena allora di ricchezze. Avendo essi ricevute varie ingiurie da que' Mori, raunarono una possente flotta per farne vendetta, ed esibirono la loro alleanza al [316] conte Ruggieri per assediar Palermo, essi per mare, ed egli per terra. Ma perciocchè non potè così presto Ruggieri accudire a quell'impresa, a vele gonfie andarono ed urtar nella catena che serrava il porto di Palermo, e la ruppero. Entrati nel porto, se crediamo agli Annali pisasi [Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 33.], Civitatem ipsam ceperunt. Ma ciò non sussiste. Il Malaterra ci assicura essere accorsa tanta moltitudine di Musulmani e cittadini per difesa della città, che i Pisani, contenti di portar via, come in trionfo, la catena spezzata, se ne tornarono a casa. Egli è bensì fuor di dubbio ch'essi, trovate in quel porto sei navi di ricco carico, cinque ne diedero alle fiamme, e la più ricca seco menarono a Pisa, del cui immenso tesoro si servirono dipoi per dar principio alla magnifica fabbrica del loro duomo. Di questa gloriosa impresa resta tuttavia la memoria in versi, incisa in marmo nella facciata di quel maestoso tempio, che si legge stampata presso molti scrittori. Nè quivi si parla della presa della città di Palermo, ma sì ben delle navi bruciate, e della ricchissima menata via: con aggiugnere, che sbarcati dipoi i Pisani fuor di Palermo, vennero alle mani coll'armata de' Saraceni, e ne fecero un gran macello; dopo di che, alzate le ancore, se ne tornarono tutti festeggianti a Pisa. Andò poscia il conte Ruggieri con dugento soldati, ossieno cavalli, a bottinare verso la provincia di Grigenti: che questo era il suo mestiere, per poter pagare ed alimentar la sua gente. Parte dei suoi cadde in un'imboscata di settecento Mori, che loro tolse la preda, e li mise in fuga. Ma sopraggiunto Ruggieri, sbaragliò i nemici, e ricuperata la preda, allegramente la condusse a Traina. Dovette in quest'anno Riccardo, principe normanno di Capoa, insignorirsi ancora della città di Gaeta, perchè da lì innanzi egli e Giordano suo figliuolo nei diplomi si veggono intitolati duchi di Gaeta.

[317]


   
Anno di Cristo MLXIV. Indizione II.
Alessandro II papa 4.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 9.

Fu creduto in addietro che correndo quest'anno, Annone arcivescovo di Colonia fosse spedito a Roma per terminare lo scisma, e che susseguentemente fosse tenuto il famoso concilio di Mantova, in cui seguì la total depressione di Cadaloo. Ma Francesco Maria Fiorentini [Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.], e poscia più profondatamente il padre Pagi [Pagius, Crit. ad Annal. Baron.], han dimostrato doversi riferire all'anno 1067 tali fatti. Perchè nulladimeno Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] parla sotto quest'anno dell'andata di esso Annone a Roma, fu il Pagi d'avviso che due volte egli imprendesse tal viaggio, l'una in questo e l'altra nell'anno suddetto. Ma il racconto di Lamberto, se si avesse da attendere, porterebbe che Annone fosse venuto molto prima di questo anno, dacchè egli successivamente narra che Cadaloo, dopo la partenza di Annone in Italia, tentò la sua fortuna colle armi contra di papa Alessandro. Nè ci resta vestigio di azione alcuna fatta in questa prima pretesa venuta di Annone. Però, quanto a me, credo che questo scrittore imbrogliasse qui il suo racconto, e che non s'abbia a credere se non un sol viaggio di lui, del quale, parleremo all'anno 1067. E tanto più perchè tuttavia seguitarono in quest'anno i Romani a tener bloccato e ristretto Cadaloo in Castello Sant'Angelo. Se fosse venuto a Roma Annone con commissioni del re, avrebbe messo fine a quella gara. Per le notizie che accenna il suddetto Fiorentini, veniamo in cognizione che papa Alessandro, il quale, imitando gli ultimi suoi predecessori, riteneva tuttavia il vescovato di Lucca, si portò nel presente anno a visitar quella chiesa, e quivi si [318] fermò per più mesi. Tolomeo lucchese, vescovo di Torcello [Ptolomaeus Lucensis, Annal. et Hist. Eccl., lib. 19, tom. II Rer. Ital.], racconta una particolarità degna d'osservazione: cioè che questo papa per maggior sua sicurezza si ritirò in tempi tali a Lucca, con accordar varii privilegii alla medesima città. Nam primo tribuit ei bullam plumbeam pro sigillo communitatis, ut habet dux Venetorum (l'usavano anticamente anche altri principi). Ecclesiam sancti Martini (cattedrale di Lucca) speciali decorat gratia, ut canonicos dictae Ecclesiae mitratos habeat in processione regulari, et sicut cardinales incedant, sicut Ravennae, et ecclesiae sancti Jacobi, quae Compostellana vocatur. Ampliò Benedetto XIII papa in questi ultimi tempi la dignità di quella chiesa con dare il titolo di arcivescovo al suo sacro pastore. In quest'anno ancora Domenico Contareno, intitolato Dei gratia Venetiae Dalmatiaeque dux, imperialis magister [Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.], insieme con Giovanni abbate del monistero dei santi Ilario e Benedetto, situato in territorio olivolensi super flumen, quod dicitur Hune, concede l'avvocazia di quel sacro luogo ad Umberto da Fontannive. Dal che si raccoglie che Olivolo, città una volta episcopale, era in terra ferma. In quest'anno ancora Adelasia ossia Adelaide marchesana di Susa, e vedova di Oddone ossia Ottone marchese, fondò il monistero di santa Maria di Pinerolo per l'anima sua [Guichenon, Hist. Eccl.], et Manfredi marchionis genitoris mei, et Adalrici episcopi Barbani mei, et Bertae genitricis meae, et anima domni Oddonis marchionis viri mei, cujus exitus sit mihi luctus, ec. Lo strumento fu stipulato anno Domini nostri Jesu Christi MLXIV, octavo die mensis septembris nella città di Torino. Perchè non avea per anche Arrigo IV re ricevuta la corona, perciò di lui non si fa memoria nè in questo documento, nè in molti altri d'Italia. Abbiamo poi da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] [319] che in quest'anno la città di Matera venne alle mani del duca Roberto Guiscardo nel mese d'aprile. Passò egli dipoi con alquante soldatesche in Sicilia in aiuto del conte Ruggieri suo fratello. Uniti amendue scorsero senza contrasto l'isola depredando il paese, e piantarono l'assedio a Palermo. Gran guerra fecero alla lor gente le tarantole, e dopo aver consumato tre mesi inutilmente sotto quella città, si ritirarono, ma ricchi assai di bottino.


   
Anno di Cristo MLXV. Indizione III.
Alessandro II papa 5.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 10.

Dopo aver sofferto l'antipapa Cadaloo infiniti incomodi ed affanni per due anni nel Castello di Sant'Angelo, perchè ivi assediato sempre o bloccato dai Romani, forse perchè si slargò il blocco, o altra via per fuggire se gli aprì, cercò nell'anno presente di mettersi in libertà [Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri II.]. Ma gli convenne comperarla con trecento libbre d'argento da quel medesimo Cencio figliuolo del prefetto di Roma, che fin allora lo avea salvato dalle mani del popolo romano con ricoverarlo in quella fortezza. Però svergognato segretamente ne uscì; e malconcio di sanità e senza soldi con un semplice ronzino e un solo famiglio, tanto cavalcò, che arrivò a Berceto sul Parmigiano, nè più gli venne voglia di veder le acque del Tevere. Racconta Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 23.] che circa questi tempi Barasone uno dei re della Sardegna fece istanza a Desiderio cardinale ed abbate di Monte Casino, per aver dei monaci da fondare un monistero nelle sue contrade. Lo zelantissimo abbate sopra una nave di Gaeta v'inviò dodici dei suoi religiosi con un abbate, ben provveduti di sacri arnesi, di libri, di reliquie e d'altre suppellettili. Ma i Pisani, maxima Sardorum invidia ducti, presero e bruciarono [320] quella nave, e tutto tolsero ai poveri monaci. Ci fa ben vedere questo fatto che i Pisani non per anche signoreggiavano in Sardegna. Barasone ne dimandò, e n'ebbe soddisfazion da loro; dopo di che ottenne due altri monaci da Monte Casino, co' quali fondò un monistero. Altrettanto fece un altro re di quell'isola chiamato Torchitorio, colla fondazione di un altro monistero. Poscia il papa e il duca Gotifredo tanto operarono, che i Pisani soddisfecero al monistero casinense, e gli promisero in avvenire rispetto ed amicizia. L'aver taluno creduto che solamente nel secolo seguente i giudici della Sardegna prendessero il titolo di re, viene smentito da questi atti e da altre pruove da me recate nelle Antichità italiane [Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.]. Un altro fatto vien raccontato da esso Ostiense che ci servirà a far conoscere la diversità delle cose umane. Perchè erano nati degli sconcerti nel monistero dell'isola di Tremiti, dipendente dal nobilissimo di Monte Casino, il saggio e santo abbate Desiderio ne levò via Adamo abbate, e diede quell'abbazia a Trasmondo figliuolo di Oderisio conte di Marsi. Furono imputati quattro monaci tremitensi dai lor compagni di aver tentata la ribellion di quell'isola. Di più non ci volle perchè il giovane Trasmondo abbate facesse cavar gli occhi a tre d'essi, e tagliar ad uno la lingua. Al cuore dell'abbate casinense Desiderio, uomo pieno di mansuetudine e di carità, fu una ferita la nuova di questo eccesso, sì per la disgrazia di chi avea patito, come per la crudeltà di chi avea dato quell'ordine, e principalmente poi per l'infamia di quel sacro luogo. Però frettolosamente accorse colà, mise sotto aspra penitenza Trasmondo, e poscia il cacciò di colà. Ma quel che è da stupire, diverso fu il sentimento d'Ildebrando cardinale ed arcidiacono allora della santa romana Chiesa, che fu poi papa Gregorio VII. Sostenne egli che Trasmondo [321] aveva operato non da crudele, ma da uomo di petto, non aver trattato, come sel meritavano, que' maligni; e gli conferì anche in premio una migliore abbazia, cioè la casauriense; anzi da lì a non molto il fece ancora vescovo di Balva. Era allora il cardinale Ildebrando il mobile principale della corte pontificia. Nulla si facea senza di lui, anzi pareva che tutto fosse fatto da lui: tanto era il suo senno, l'attività e zelo, con cui operava, benchè fosse assai piccolo di statura, e l'apparenza del corpo non rispondesse alla grandezza dell'animo. Giacchè il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccles. ad ann. 1061.] non ebbe difficoltà a produrre alcuni acuti versi di san Pier Damiano, neppur io l'avrò per qui replicarli. Così egli scriveva al medesimo Ildebrando, suo singolare amico:

Papam rite colo, sed te prostatus adoro.

Tu facis hunc Dominum: Te facit ille Deum.

In un altro distico, anche più pungente, dice dello stesso Ildebrando.

Vivere vis Romae? clara depromito voce:

Plus Domino, papae, quam domno pareo papae.

Il che ci fa conoscere, chi fosse allora il padrone di nome, e chi di fatti in Roma.

Fu in quest'anno fatto cavaliere il re Arrigo IV [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], cioè ricevette egli l'armi militari dalle mani dell'arcivescovo di Brema con quella solennità che era da molti secoli in uso, e durò molti altri dappoi. E fin d'allora si scoprì il suo mal talento contra di Annone arcivescovo di Colonia, perchè gli stava sempre davanti gli occhi il pericolo corso, allorchè quel prelato il rapì alla madre. Ma per buona fortuna essa sua madre, cioè l'imperadrice Agnese, avendo fatta una scappata da Roma in Germania, quetò per allora l'animo vendicativo del figliuolo. Attesero nell'anno presente [Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 37.] i due fratelli [322] normanni Roberto duca e Ruggieri conte ad espugnare qualche castello che tuttavia si sottraeva al loro dominio nella Calabria. Costò loro quattro mesi l'assedio del solo di Argel, e convenne in fine ammettere quegli abitanti ad una discreta capitolazione. In questi tempi il sopraddetto insigne abbate di Monte Casino e cardinale Desiderio attese indefessamente a fabbricar una suntuosa basilica in quel sacro luogo [Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 18 et seq.]: al quale fine chiamò dalla Lombardia, da Amalfi e da altri paesi, e fin da Costantinopoli, dei valenti artefici di musaici, di marmi, d'oro, di argento, di ferro, di legno, di gesso, di avorio e d'altri lavorieri: il che servì ancora ad introdurre o a propagar queste arti in Italia. Troviamo eziandio che nell'anno presente seguitava la città di Napoli a riconoscere la sovranità dei greci Augusti, ciò apparendo da una concession di beni [Antiquit. Italic., Disset. V.] fatta da Giovanni II arcivescovo di quella città, e da Sergio V, il quale si vede intitolato eminentissimus cousul et dux, atque Domini gratia magister militum. Lo strumento fu stipulato imperante domino nostro duce Constantino magno imperatore, anno quinto, die XXII mensis julii, Indictione tertia, Neapolis. Se tali note non son fallate, prima di quel che credette il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], Costantino duca ascese sul trono di Costantinopoli. A quest'anno ancora appartiene un placito pubblicato dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.], e tenuto nel dì primo di luglio in Piacenza nella corte propria di Rinaldo messo del signor re, dove in judicio residebat domnus Dionisius episcopus sanctae placentinae ecclesiae, et comes vius comitatu placentino, sive missus domni regis una cum domnus Cuniberto episcopus sanctae taurinensis ecclesiae, ec. Serva ancora questo atto a comprovare il dominio del re Arrigo, tuttochè non per anche coronato, in Italia; e che anche il vescovo di Piacenza, [323] al pari di tanti altri prelati, era divenuto conte, cioè governatore della sua città.


   
Anno di Cristo MLXVI. Indizione IV.
Alessandro II papa 6.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 11.

Dimenticossi ben presto Riccardo principe di Capoa d'essere vassallo della santa Sede, e di aver giurata fedeltà ad essa sotto papa Niccolò II. Egli, a guisa degli altri principi normanni, che mai non si quetarono finchè non aveano assorbito chi stava loro vicino, e dopo ciò pensavano ad ingoiar gli altri, a' quali s'erano appressati: veggendo che tutto gli andava a seconda, cominciò anche a stendere le sue conquiste sopra le terre immediatamente sottoposte nel ducato romano ai papi. E Lupo Protospata scrive [Lupus Protospata, in Chron.] ch'esso Riccardo intravit terram Campaniae, obseditque Ceperanum, et comprehendit eum, et devastando usque Romam pervenit. Accostato che si fu a Roma [Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 25.], pretese d'essere dichiarato patrizio, cioè avvocato della Chiesa romana: dignità fino da' tempi di Pipino re di Francia conservata sempre negl'imperadori, e dignità che portava seco primato, o almeno gran considerazione nell'elezione de' romani pontefici. Di questa mena fu avvertito il re Arrigo IV, e per abbatterla, ed insieme con disegno di levar dalle mani rapaci de' Normanni le terre di san Pietro, e di prendere in tal occasione la corona dell'imperio dalle mani del papa, unì insieme una forte armata, e giunse fino ad Augusta, risoluto di calare in Italia. Il costume era che il marchese di Toscana, allorchè il re germanico era per venire in queste parti, andasse ad incontrarlo colle sue milizie. Aspettò Arrigo per qualche tempo che il duca Gotifredo comparisse; ma non veggendolo mai [324] venire, anzi avvisato ch'egli era ben lontano di là, tra il dispetto a cagione di questa mancanza, e forse anche per qualche sospetto della fede di lui, desistè dalla sua spedizione, e se ne tornò indietro. Intanto esso duca con possente esercito era corso a Roma per reprimere l'insolenza di Riccardo e de' suoi Normanni. Tale era il credito del duca Goffredo, tali le forze sue, che i Normanni sbigottiti si ritirarono più che di fretta, abbandonando la Campania romana; se non che Giordano figliuolo del suddetto Riccardo con un buon corpo di gente si fortificò in Aquino per far testa all'armata nemica. Presentossi Goffredo co' suoi circa la metà di maggio sotto quella città, accompagnato in quella spedizione dallo stesso papa e dai cardinali, e per diciotto giorni stette accampato intorno alla medesima, con essere succedute varie prodezze sì dall'una parte come dall'altra. Ma per accortezza di Guglielmo Testardita, che andò innanzi indietro, si conchiuse un abboccamento fra esso duca Goffredo e Riccardo principe al ponte già rotto di sant'Angelo di Todici. Fama corse che il duca più da una grossa somma di danaro, che dalle parole di Riccardo si lasciasse ammansare; e però da lì a poco piegate le tende, se ne tornò colla sua gente in Toscana. Si lasciò vedere in quegli stessi giorni una gran cometa, di cui fanno menzione altri storici sotto il presente anno, e mostrò la sua lunga coda per più di venti giorni. Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.], che sotto questo medesimo anno parla del predetto fenomeno, aggiugne che Roberto Guiscardo circa gli stessi giorni cepit civitatem Vestis, apprehenditque ibi catapanum nomine Kuriacum (cioè Ciriaco). Nella Cronichetta amalfitana [Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 253.] l'acquisto della città del Vasto è trasportato nell'anno seguente, e quel catapano vien ivi chiamato Bennato. Abbiamo da Gaufrido [325] Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 38.] che in questi tempi il conte Ruggieri facea continue scorrerie in Sicilia addosso ai Mori, con riportarne quasi sempre buon bottino, e con tale speditezza, che non potea esser mai colto da loro. Fabbricò eziandio la fortezza di Petrelia con torri e bastioni: fortificazione che servì a lui non poco per conquistare il resto della Sicilia.

Fin qui avea tenuto saldo contra del clero concubinario di Milano e contra de' simoniaci Arialdo diacono di quella chiesa, non già fratello di un marchese, ma bensì di chi portava il soprannome di Marchese; ecclesiastico pieno di zelo per la disciplina ecclesiastica, e che insieme con Erlembaldo nobile laico commoveva il popolo contra de' cherici scandalosi, e contra dello stesso arcivescovo Guido. Passò Arialdo a Roma, e tali doglianze e pruove dovette portare contra d'esso arcivescovo, fautore de' preti concubinarii, e creduto simoniaco, che il pontefice Alessandro II fulminò la scomunica contra di lui. Tornato Arialdo a Milano, e divulgate le censure, gran tumulto ne succedette nel dì della Pentecoste, perchè ito alla chiesa l'arcivescovo, sollevossi contra di lui, oppur prese l'armi in favore d'Arialdo quella plebe che teneva il di lui partito, e dopo aver bastonato l'arcivescovo, e lasciatolo come morto, corsero tutti a dare il sacco al di lui palazzo [Arnulfus Hist., Mediol., lib. 3, cap. 18.]. Questo accidente svegliò non poca commozione ne' vassalli ed altri aderenti dell'arcivescovo i quali, risolverono di farne vendetta sopra Arialdo. Non veggendosi egli sicuro, travestito se ne fuggì, ma non potè lungo tempo sottrarsi alle ricerche de' suoi persecutori. Tradito da un prete, presso il quale s'era rifuggito, fu messo in mano dei soldati dell'arcivescovo, che condotto sul Lago maggiore, quivi crudelmente gli levarono la vita nel dì 28, oppure, come altri vogliono, nel dì 27 di giugno dell'anno presente. Non mancarono miracoli in attestazione [326] della gloria ch'egli conseguì in cielo, e fu poco dipoi registrato fra i santi martiri dalla Sede apostolica. Abbiamo la sua vita scritta dal beato Andrea Vallombrosano suo discepolo; e il Puricelli [Puricellius, de SS. Arialdo et Herlembaldo.], scrittore accuratissimo e benemerito della storia di Milano, diede tutto alla luce, ed illustrò i fatti sì d'esso Arialdo che di Erlembaldo. Veggansi ancora gli Atti de' Santi bollandiani [Acta Sanctorum Bollandi, ad diem 27 Junii.]. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, svantaggiosamente parlarono d'esso Arialdo, perchè avversarii di lui, e protettori del clero, allora troppo scostumato. In quest'anno ancora passò alla gloria de' beati san Teobaldo romito franzese della schiatta nobile dei conti di Sciampagna. Succedette la sua morte nel luogo di Solaniga presso a Vicenza, dove per più anni egli era dimorato, menando una vita austera in orazioni e digiuni. Il sacro suo corpo fu rapito dai Vicentini; ma nell'anno 1074 furtivamente tolto, fu portato al monistero della Vangadizza presso l'Adicetto, dove è oggidì la terra della Badia. Abbiamo la sua vita [Mabill., Saecul. Benedict., VI, P. II.] scritta da Pietro abbate di quel sacro luogo, e persona contemporanea, che assistè alla di lui morte. Ne parla anche Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], oltre a molti altri. In quest'anno ancora non potendo più sofferire i vescovi e principi della Germania [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] che Adelberto arcivescovo di Brema, uomo pien d'alterigia, si abusasse dell'ascendente preso sopra il giovane re Arrigo coll'operar tutto di cose che gli tirarono addosso l'odio di tutti: congiurati in Triburia, intimarono ad Arrigo o di depor la corona, o di licenziare da sè Adelberto. Perchè egli volle fuggire, gli misero le guardie intorno, e poi vituperosamente cacciarono l'arcivescovo bremense, e fu consegnato il re sotto il governo di Annone [327] arcivescovo di Colonia, e di Sigefredo arcivescovo di Magonza [Adam Bremensis, Hist., lib. 3, cap. 37.]. Annone attese ad innalzar tutti i suoi parenti ed amici alle prime dignità, e fra gli altri promosse alla chiesa archiepiscopale di Treveri, che venne a vacare in questo anno, Conone, cioè Corrado suo parente, e gli fece dar l'anello e il baston pastorale dal re Arrigo, con inviarlo poscia a Treveri, per esser ivi intronizzato. Restò talmente disgustato ed irritato il clero e popolo di quella città, per vedersi privato dell'antico suo diritto d'eleggere il proprio pastore, che diede nelle smanie, e ne avvenne poi che, arrivato colà Conone, Teoderico conte e maggiordomo della chiesa di Treveri gli fu addosso con una mano d'armati, e, dopo qualche mese di prigionia, il fece precipitar giù da un'alta montagna, dove lasciò la vita. Fu questi, non so come, riguardato dipoi qual martire; e Lamberto scrive che alla sua tomba succedeano moltissimi miracoli. Ma non dovette far grande onore all'arcivescovo Annone, che fu poi anch'egli venerato per santo, una promozion tale, perchè ingiuriosa a quel popolo e contraria ai sacri canoni.


   
Anno di Cristo MLXVII. Indizione V.
Alessandro II papa 7.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 12.

Non men che Milano era in confusione la città di Firenze in questi giorni a cagion de' monaci vallombrosani, che sosteneano aver Pietro da Pavia vescovo conseguita quella chiesa coll'aiuto della regina pecunia. Per mettere fine a sì lunga dissensione che avea già partorito varii scandali, ebbero le parti ricorso a san Giovanni Gualberto. Fece egli quanto fu in sua mano per indurre il vescovo a confessare il suo fallo; ma indarno. Propose dunque la sperienza ossia il giudizio del fuoco: che allora simili modi di tentar Dio non erano vietati, anzi parea [328] talvolta che Dio gli autenticasse coi miracoli. Questa sregolata pruova nondimeno non avea voluto concedere nell'anno antecedente papa Alessandro II in occasione di visitar la Toscana. Comandò dunque l'abbate san Giovanni Gualberto che un suo monaco dabbene, appellato Giovanni, passasse pel fuoco, e con tal pruova chiarisse se Pietro era simoniaco sì o no. A due cataste di legna preparate per tal funzione fu attaccato il fuoco, ed allorchè era ben formato ed alto il fuoco, animosamente vi passò per mezzo il monaco Giovanni, co' piedi nudi senza nocumento alcuno, e senza che neppur restasse bruciato un pelo del suo corpo. Il fatto prodigioso si vede descritto del popolo fiorentino in una lettera [Epistol. Populi Florentini ad Alexandr. Papam, in Vita S. Johannis Gualberti.] a papa Alessandro, riferita anche dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], il quale giudicollo accaduto nell'anno 1063. Ma il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict. ad hunc annum.] scoprì con altre memorie che tal pruova accadde nel mese di febbraio nel mercordì della prima settimana di quaresima dell'anno presente, in cui la Pasqua cadde nel dì 8 di aprile. Il vescovo Pietro si sa che, preso l'abito monastico, in quello piamente terminò i suoi giorni; e che il monaco Giovanni fu dipoi creato cardinale e vescovo d'Albano, appellato da lì innanzi Giovanni igneo, quasi uomo di fuoco, e adoperato dalla santa Sede in ambascerie di grande importanza.

Tuttavia durava l'ostinazion dell'antipapa Cadaloo, e se non potea far più guerra coll'armi al legittimo pontefice Alessandro II, gliela facea colla disunione delle chiese, seguitando alcuni vescovi, spezialmente Arrigo arcivescovo di Ravenna, a sostenere la di lui fazione. Per terminare questa abbominevol gara, e per salvare con qualche apparenza il decoro della corte germanica, fu data l'incumbenza ad Annone arcivescovo di [329] Colonia di venire in Italia [Nicol. Cardinal. de Aragon., in Vita Alexandri II, Part. I, tom. 3 Rer. Italicar.]. Passò egli por Lombardia e Toscana a Roma senza fermarsi, e quivi ammesso all'udienza del papa, in presenza de' cardinali, con aria mansueta e modesta disse: Come mai, o confratello Alessandro, avete voi ricevuto il papato senza ordine e consentimento del re mio signore? Lungo tempo è che tale licenza s'ottiene dai re e principi. E qui cominciando dai patrizii dei Romani e dagl'imperadori, alcuni ne nominò, per ordine e consenso de' quali erano saliti gli eletti sulla sedia di san Pietro. Allora saltò su il cardinal Ildebrando arcidiacono coi vescovi e cardinali, e disse all'arcivescovo, che, secondo i canoni, non era permesso ai re d'aver mano nell'elezione de' romani pontefici, e addusse molti testi dei santi Padri, e massimamente l'ultimo decreto di papa Niccolò II sottoscritto da cento tredici vescovi, di maniera che l'arcivescovo restò, o mostrò di restar soddisfatto: benchè veramente neppur fosse stato osservato il decreto d'esso Niccolò pontefice. Dopo di che pregò il papa di voler tenere per questa causa un concilio in Lombardia, per quivi giustificar pienamente l'elezione sua. Il che, quantunque paresse contro il costume, e contrario al decoro d'un romano pontefice, tuttavia, considerata la cattiva costituzion de' tempi, e per desiderio di dar la pace alla Chiesa, fu accordata e scelta la città di Mantova per celebrarvi il concilio. Che in quest'anno fosse il medesimo celebrato, e non già nel 1064, come altri ha creduto, l'hanno già dimostrato Francesco Maria Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.] e il padre Pagi [Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.] coll'autorità di Sigeberto e di Landolfo juniore storico milanese. Egli è da dolersi che non sieno giunti fino a' dì nostri gli atti di quel concilio. Pure sappiamo che v'intervennero tutti i vescovi di Lombardia, eccettochè Cadaloo, il quale, [330] benchè ne avesse ordine dall'arcivescovo di Colonia, non ardì di presentarsi a quella sacra assemblea, dove il pontefice Alessandro II talmente provò la legittimità della sua elezione e rispose alle calunnie inventate dai malevoli contra di lui, che i vescovi di Lombardia, di suoi avversari che erano prima, gli diventarono amici ed ubbidienti. Fra le altre cose, quei che veramente in Lombardia erano rei di simonia, aveano opposto il medesimo vizio all'elezione di lui. Lo attesta anche Landolfo seniore [Landulphus Senior, Histor. Mediolan., lib. 3, cap. 18.], ma con una man di favole, che non occorre confutare, perchè smentite dall'evidenza. Il papa, secondo il costume dei suoi predecessori, si purgò di questa taccia col giuramento; e bisogno neppur ve n'era, perchè egli fu papa di somma virtù e di raro zelo contro la simonia, ed eletto spezialmente per cura del cardinale Ildebrando, cioè del maggior nemico che si avesse mai quell'esecrabil vizio. Restò dunque atterrato Cadaloo, il quale nondimeno, per testimonianza di Lamberto [Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.], finchè visse, non volle mai cedere all'empie sue pretensioni.

Da Mantova passò papa Alessandro alla sua patria Milano, dove si studiò di riformar gli abusi per quanto potè, e di metter pace fra il clero e popolo. A tal fine quivi lasciò, oppure mandò due cardinali [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 3, cap. 19.], cioè Mainardo vescovo di Selva Candida e Giovanni, che fecero nel dì primo d'agosto alcune utili e savie costituzioni contra de' simoniaci e cherici concubinarii, e promossero la pace e concordia fra i cittadini. Leggonsi tali costituzioni negli Annali del cardinal Baronio e nelle annotazioni alla storia di Arnolfo milanese [Rer. Ital. tom. 4, pag. 32.]. La pace nondimeno prese piede in Milano. Erlembardo Cotta, uomo nobile e potente, assistito dal braccio di Roma, seguitò a far aspra guerra [331] all'arcivescovo Guido, con pretenderlo simoniaco ed illegittimo pastore: il che continuò gli sconcerti, descritti da Arnolfo e da Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, ma parziali, come già abbiam detto, de' preti concubinarii, e massimamente il secondo, ne' cui scritti la bugia e l'insolenza trionfano. Questi fra l'altre cose scrive [Landulf. Senior., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 29.] che Erlembaldo sibimet vexillum, milites (cavalleria) et pedites, exinde qui scalas ad capiendas domos, machinasque diversas ordinavit; praeterea balistas ac fundibularios, ec. Questi avvenimenti ci fanno assai conoscere che allora Milano non dovea lasciarsi regolare da ministro alcuno del re, e che a poco a poco il popolo s'incamminava a quella libertà che vedremo andar crescendo negli anni seguenti. Nella vita di papa Alessandro II, a noi conservata da Niccolò cardinale d'Aragona [Rerum Italicar., P. I., tom. 3.], si legge che dopo il concilio di Mantova esso pontefice se ne ritornò tutto lieto a Roma, e che nello stesso tempo i Normanni occuparono la città di Capoa, e che Ildebrando cardinale chiamò in aiuto Goffredo duca di Toscana, il quale accorso con un immenso esercito, e colla contessa Matilda sua figliastra, ricuperò essa città di Capoa, e la restituì alla Chiesa romana. Potrebbe ciò far credere tenuto il concilio di Mantova prima dell'anno presente, giacchè abbiam veduto succeduta nel presente anno la guerra della Campania. Ma non è sicuro in questo il racconto di quello scrittore, dacchè egli fa ricuperata Capoa, quando è fuor di dubbio che Riccardo principe di quelle contrade seguitò ivi a tener sua signoria; nè l'Ostiense, scrittore di questi tempi, dà alcun segno che Capoa venisse in potere della Chiesa romana. Forse vuol dire che Riccardo di nuovo si accordò col papa, e gli giurò omaggio anche per la città di Capoa. In fatti si legge una bolla d'esso papa in favore di Alfano [332] arcivescovo di Salerno, pubblicata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 7 in Archiepisc. Salernit.], e data Capuae IV idus octobris, per manus Petri sanctae romanae Ecclesiae subdiaconi et bibliothecarii, anno VII pontificatus domni Alexandri papae, Indictione VII. Credette il Sigonio che tal documento appartenesse all'anno seguente 1068, ma io lo credo scritto nell'ottobre dell'anno presente. Ora da esso apparisce che il papa entrò in Capoa, e pacificamente vi dimorò; ma quivi continuò anche Riccardo il suo dominio. La guerra fatta dal duca Gotifredo in terra di Lavoro, abbiam veduto di sopra che è riferita nella Cronichetta amalfitana all'anno 1058. Fin qui la città di Bari, capitale della Puglia, anzi degli Stati che aveano già in Italia gl'imperadori d'Oriente, città forte e città piena di ricchezze, avea fuggito il giogo de' Normanni. Ma da gran tempo vi facea l'amore Roberto Guiscardo duca, e l'anno fu questo ch'egli ne determinò la conquista. Però con un copioso esercito per terra e con una flotta navale per mare si portò ad assediarla. Non concordano gli autori nell'assegnar l'anno in cui egli diede principio a quest'assedio. Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] e l'Anonimo barense [Anonymus Barensis, in Chron.] di ciò parlano all'anno seguente, e per quello che andremo vedendo, dee preponderare l'asserzion loro a quella di Gaufredo Malaterra [Malaterra, lib. 2, cap. 40.] e di Romoaldo salernitano [Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.], che lo mettono in quest'anno. Leone ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 16.] scrive che Roberto prima di mettersi a così difficile impresa, s'era impadronito della città d'Otranto. Si risero a tutta prima i Baritani della venuta dell'esercito nemico; e con ingiurie e col far mostra delle lor cose più preziose si faceano beffe dei Normanni. Ma Roberto, senza curarsene punto, attendeva a preparar tutto quanto parea più [333] spediente per vincere una sì orgogliosa città. In quest'anno [Annal. Saxon. Berthold. Constantinensis. Alber. Monan. et alii.] il re Arrigo IV celebrò le sue nozze in Triburia con Berta figliuola del già Oddone e della celebre Adelaide marchesi di Susa. Pietro marchese, fratello d'essa Berta, per quanto s'ha da un documento rapportato dal Guichenon [Guichenon, Histor. Genealog. de la Maison de Savoye, tom. 3.], tenne un placito nell'anno 1064 nella villa di Cambiana. Ma riuscì ben infelice il matrimonio suddetto, perchè troppo era già alterato da' vizii l'animo di questo re.


   
Anno di Cristo MLXVIII. Indizione VI.
Alessandro II papa 8.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 13.

Non avea di buona voglia il re Arrigo presa per moglie la regina Berta, e ne cominciò ben presto a far conoscere a lei, anzi al pubblico tutto, l'avversione. Se si ha a credere a Brunone scrittore della guerra sassonica [Hist. Belli Saxon. apud Freherum.], autore contemporaneo, ma nemico d'esso re e parziale de' Sassoni, da cui non discorda Bertoldo da Costanza [Bertholdus Constantinensis, in Chron.], già Arrigo era arrivato ad una strana sfrenatezza di costumi, e perduto nella libidine, senza curarsi più della moglie, tuttochè giovane, bella e savia, e cercando in tutt'altre parti pastura alle sue voglie impudiche. Cominciò pertanto a desiderare di liberarsi da questo legame, e gli cadde in pensiero di far tentare da un suo confidente l'onestà di essa regina. Con tale audacia e costanza costui ne parlò a Berta, ch'ella s'avvide non poter egli senza consentimento del marito tenerle di sì fatti ragionamenti. Mostrò dunque d'arrendersi, e concertò di ammetterlo nel buio della notte. Ciò riferito ad Arrigo, all'ora prefissa venne con costui o per sorprendere la moglie ed aver legittimo [334] motivo di separarsene, ovvero con pensier di levarle la vita. Per paura che appena introdotto nella camera il compagno, si serrasse l'uscio, volle egli essere il primo ad entrare, e fu ben riconosciuto da Berta, che tosto diede il catenaccio alla porta ed escluse l'altro, infingendosi di non conoscere il marito. Erano preparate tutte le sue damigelle con bastoni e scanni, che se gli avventarono addosso, gridando la regina: Ah figliuolo di rea femmina, come hai avuto tanto ardire di entrar qua? Fioccavano le bastonate; e benchè egli dicesse d'essere il re, Berta replicava ch'egli mentiva, perchè suo marito non aveva bisogno di cercar furtivamente ciò che gli era dovuto di ragione. Insomma tante gliene diedero, che il lasciarono mezzo morto: ed egli senza palesare ad alcuno questo accidente, e fingendone altra cagione, per un mese attese a guarire in letto. Così operava, o almen si dicea che operasse lo sconsigliato re, il quale, oltre gli eccessi della sua libidine, commetteva ancora di quando in quando delle crudeltà, e fece quanto potè per disgustar i popoli della Turingia e Sassonia: il che fu principio d'aspre guerre in quelle contrade. Ciò nondimeno che maggiormente dispiaceva al romano pontefice e a tutti i buoni, era il vender egli pubblicamente i vescovati e le badie a chi più offeriva, e più a d'uno lo stesso benefizio, e a gente anche per altro indegna del sacro ministero.

Attesta il Fiorentini, fondato su molte carte esistenti nell'archivio archiepiscopale di Lucca [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.], che il pontefice Alessandro II si trattenne in Lucca, cioè nell'antico suo diletto vescovato, che egli tuttavia governava, sul principio di luglio fino al principio di dicembre. In un continuo allarme erano in questi tempi i Saraceni e i popoli restati loro sudditi in Sicilia, perchè l'indefesso conte Ruggieri ora in questa ora in quella parte faceva delle scorrerie, e metteva tutto il paese in contribuzione. Non sapendo essi come [335] più vivere in mezzo a tanti affanni, secondochè lasciò scritto Gaufredo Malaterra [Malaterra, Hist., lib. 2, cap. 41.], misero insieme un grosso esercito, ed in quest'anno allorchè Ruggieri comparve verso Palermo a bottinare, gli furono addosso all'improvviso nel luogo di Michelmir, e il serrarono da tutte le parti. Alla vista di costoro, il conte, animata con breve ragionamento e schierata la sua picciola armata, la spinse contro ai nemici, e tal macello ne fece, che (se pur si ha in ciò da credere alla esagerazione di quello storico) non vi restò chi potesse portarne la nuova a Palermo. Trovaronsi fra il bottino dei colombi chiusi in alcune sportelle, e Ruggeri chiestone conto, venne a sapere, essere uso de' Mori il portar seco tali uccelli, per potere, allorchè il bisogno lo richiedeva, informar la città degli avvenimenti, con legare al collo o sotto l'ali d'essi un polizzino, e dar loro la libertà. Dura tuttavia quest'uso in alcune parti del Levante, e celebre fu fra i Romani nell'assedio di Modena. Fece il conte scrivere in arabico in un poco di carta il successo infelice de' Mori, e i colombi sciolti ne portarono tosto a Palermo la nuova, che empiè di terrore e pianto tutta quella cittadinanza. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che Roberto Guiscardo duca di Puglia in quest'anno assediò la città di Montepeloso, e veggendo che indarno vi spendeva il tempo, andò con pochi sotto Obbiano ossia Ojano, e l'ebbe in suo potere. Romoaldo Salernitano [Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.] lo chiama Ariano. Poscia per tradimento di un certo Gotifredo s'impadronì da lì a non molto anche di Montepeloso. Osserva il Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 39.] che quella città era di Goffredo da Conversano, nipote dello stesso Roberto, perchè figliuolo di una sua sorella, il quale valorosamente l'avea con altre castella conquistato senza aiuto del duca, e però [336] non si credeva obbligato a servirgli, come il duca esigeva. Ma l'ambizion di Roberto non solea guardare in faccia nè a parenti nè ad amici, e però gli tolse quella città, benchè dipoi gliela rendesse con giuramento di omaggio. Si può nondimeno dubitare che per conto del tempo si sia ingannato il Protospata; imperocchè tanto il Malaterra quanto Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 3.] rapportano questo fatto prima che Roberto imprenda l'assedio di Bari, a cui, siccome abbiam veduto, egli diede principio nell'anno precedente, e continuollo ancora nel presente. Tuttavia anche Romoaldo salernitano sotto quest'anno riferisce la presa di Montepeloso nel dì 6 di febbraio, correndo l'indizione sesta.


   
Anno di Cristo MLXIX. Indizione VII.
Alessandro II papa 9.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 14.

Arrivò in quest'anno il giovanil furore e l'avversione conceputa dal re Arrigo contra di Berta sua moglie [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], a trattare di ripudiarla; al qual fine adescò con varie promesse Sigefredo arcivescovo di Magonza, per averlo favorevole in questo affare. Perchè non v'era legittimo alcun fondamento di divorzio, s'inorridirono a tal proposizione gli altri vescovi e magnati. Pertanto si determinò di tenere un concilio in Magonza, nella settimana dopo la festa di san Michele, dove si risolverebbe ciò che fosse di dovere. Avvisato intanto papa Alessandro II di questo mostruoso disegno del re, per impedirlo, spedì suo legato in Germania san Pier Damiano, che benchè oppresso dagli anni, ed anche mal soddisfatto della corte di Roma, pure non ricusò di assumere questo faticoso viaggio ed impiego. L'arrivo del legato mise in costernazione il re, e guastò i disegni del concilio e tutte le misure dell'arcivescovo di Magonza. In Francofort [337] diede Arrigo udienza al legato apostolico, che gli espose gli ordini del papa di guardarsi da sì scandalosa azione, troppo riprovata dai sacri canoni, e obbrobriosa alla gloria di sua maestà. A tenore del legato parlarono ancora quasi tutti i principi di quell'assemblea, in guisa che per necessità e vergogna, ma sempre di mal cuore, Arrigo smontò dalla sua pretensione, dicendo che avrebbe fatto forza a sè stesso per portare quel peso, giacchè non avea la maniera di sgravarsene. Che da lì innanzi passasse buona armonia fra esso re e la moglie Berta, si può riconoscere dall'avergli ella partorito figliuoli, e dall'averlo costantemente seguitato ne' suoi viaggi. Continuava intanto l'assedio di Bari, che con gran vigore veniva difeso dai cittadini e da Stefano Paterano uffiziale speditovi da Costantinopoli, ed uomo di molta probità e valore. Ma neppur cessava Roberto per mare e per terra, con quante macchine da guerra erano allora in uso, di tormentare la città, adoperando anche larghe promesse e fiere minacce, tutto nondimeno senza far frutto. Veggendo i Baritani e il loro governatore tanta ostinazione in Roberto, e che la vettovaglia andava scemando di troppo, s'avvisarono di liberarsi in altra maniera da questo pertinace nemico. Trovavasi in Bari un sicario, uomo di non ordinario ardimento, che prese l'assunto di tendere insidie al duca Roberto, e di levargli la vita [Guillelmus Apulus, lib. 2. Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 11.]. Altro non era il padiglione d'esso Roberto che una baracca o capanna formata di travicelli, e circondata da rami d'alberi fronzuti. Essendosi l'assassino finto uno dei suoi, verso la sera mentre il duca era per andare a cena, di dietro ad essa capanna gli tirò una saetta avvelenata, che gli toccò bensì le vesti, ma non già il corpo, ed ebbe quell'assassino la fortuna di salvarsi colla fuga nella città. Servì questo accidente per aprir gli occhi a Roberto e a' suoi, i quali tosto chiamati i muratori [338] gli fecero fabbricare una casa, dove egli potesse dimorar con sicurezza.

A quest'anno il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 9.] riferisce un concilio, tenuto da papa Alessandro in Salerno, al quale, oltre a molti vescovi ed abbati, intervennero anche Gisolfo principe di quella città, Roberto Guiscardo duca, e il conte Ruggieri suo fratello. Ma nè in quest'anno, nè in quel luogo fu celebrato un tal concilio, se è vero, come io credo, il documento recato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 7 in Archiepisc. Salernit.], che è l'unico testimonio a noi restato di questa sacra adunanza. Parla ivi il pontefice del sinodo, quae sexto pontificatus nostri anno apud Melphim celebrata est in ecclesia beati Petri Apostolorum principis, quae est ejusdem civitatis sedes episcopatus, die calendarum augustarum, a cui furono presenti i suddetti principi. L'anno sesto di papa Alessandro correa nel dì primo d'agosto dell'anno 1067, se pur egli contò gli anni dal dì della sua intronizzazione. E in Melfi, e non già in Salerno, si dice tenuto quel concilio. In questi tempi si vivea scomunicato dal papa Arrigo arcivescovo di Ravenna, per la cui riconciliazione inutilmente aveva adoperato i suoi buoni uffizii san Pier Damiano appresso il romano pontefice. Peggio anche passava in Milano a Guido arcivescovo, perchè Erlembaldo Cotta, nobile zelantissimo, dopo aver ricevuto da Roma la bandiera di san Pietro, colle armi temporali gli facea guerra: del che parlano gli storici milanesi Arnolfo e Landolfo seniore. Ora, siccome osservò il Puricelli [Puricellius, in Vita S. Herlembaldi, cap. 28.], nell'anno presente accadde, che trovandosi quel prelato, siccome persona creduta simoniaca, angustiato da tanti affanni, ed oramai per le malattie e per la vecchiaia in pessimo stato, s'indusse a rinunziar la chiesa a Gotifredo suddiacono, uno degli ordinarii, cioè de' canonici della metropolitana, il quale, inviato l'anello e il pastorale in Germania, [339] mediante lo sborso di buona somma di danaro, fu approvato per arcivescovo di Milano dal re Arrigo, ma non già dalla Sede apostolica, la quale fulminò contra di lui le sacre censure, e neppur fu accettato dal popolo milanese. Era seguita fra lui e Guido una convenzione verisimilmente di pagare al vecchio una ragionevol pensione. Ma avendo Erlembaldo mosse l'armi anche contra di questo simoniaco successore della cattedra ambrosiana, e mancando a lui i mezzi da soddisfare al convenuto, Guido accordatosi con Erlembaldo, tentò di ripigliare l'arcivescovato, e se ne tornò a Milano, dove burlato miseramente terminò poscia i suoi giorni nell'anno 1071. Essendo morto senza prole Erberto conte e principe del Maine in Francia, s'impadronì di quella provincia Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, e poi re d'Inghilterra. Ma quei popoli, malcontenti di avere un tal padrone, chiamarono alla signoria di quegli Stati il marchese Alberto Azzo II progenitore de' principi estensi. S'ha dunque a sapere, per testimonianza di Orderico Vitale [Ordericus Vitalis, Hist. Eccl., lib. 4.], che scrivea le sue storie circa l'anno 1130, che esso Erberto ebbe tre sorelle. Una earum data est Azzoni marchisio Liguriae, cioè al suddetto marchese Azzo. Il suo nome fu Garsenda, siccome ho dimostrato altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 3.]. Dal primo matrimonio con Cunegonda dei Guelfi avea questo principe avuto un figliuolo, cioè Guelfo IV, che vedremo in breve creato duca di Baviera, ascendente della real casa di Brunswich. Da questo altro matrimonio colla principessa del Maine ricavò due maschi, cioè Ugo e Folco, dal secondo de' quali viene la ducal casa d'Este. Abbiamo dunque dalle Vite de' vescovi, date alla luce dal padre Mabillone [Mabill., Analect., tom. 3, cap. 33.], che forse circa questi tempi i primati del Maine mittentes in Italiam, Athonem quemdam marchisium cum uxore et filio, qui vocabatur Hugo venire fecerunt, [340] seque et civitatem, et totam simul regionem eidem marchisio tradiderunt. Andò il marchese Azzo, s'impadronì di tutto il Maine, e vi lasciò signore il figliuolo Ugo. Ma nel 1072 di nuovo s'impadronì di quel principato il suddetto re d'Inghilterra Guglielmo. Di ciò ho io parlato più diffusamente nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 27.]. A Giovanni duca di Amalfi [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 211.] succedette nell'anno presente Sergio suo figliuolo.


   
Anno di Cristo MLXX. Indizione VIII.
Alessandro II papa 10.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 15.

Mancò di vita Gotifredo Barbato duca di Lorena e Toscana; ma non è sì facile l'accordar gli scrittori intorno all'anno della sua morte. Bertoldo da Costanza [Bertold. Constantiensis, in Chron.] la mette nell'anno 1069, succeduta nella vigilia del santo Natale: nel che è seguitato dal Fiorentini nelle Memorie di Matilda [Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.], e dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict.]. Ma Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], l'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Corp. Hist.] ed altri, ai quali aderì il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.] col padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] la riferiscono all'anno presente. E se si potesse con franchezza riposare sopra una memoria informe recata dallo stesso Fiorentini, si dovrebbe credere veramente passato all'altra vita nell'anno presente. Ma non sembra finora ben deciso questo punto. Anche la breve Cronica di san Vincenzo di Metz [Labbe, Nova Bibliot., tom. 1, pag. 345.] all'anno 1069 riferisce la di lui morte. Vo io credendo derivata questa sconcordanza degli storici dall'anno che terminava [341] colla vigilia del santo Natale, cominciando il nuovo nel dì seguente. Dovette mancare questo principe nella notte che divideva l'uno anno dall'altro. Presso gli storici suddetti egli si truova ornato di molti elogi, e fu da taluno appellato Gotifredo il Grande, a distinzione degli altri duchi di Lorena di questo nome. Morì appunto in Lorena, ed ebbe sepoltura in Verdun, con lasciar vedova per la seconda volta Beatrice duchessa di Toscana, e un figliuolo di lui nato dalle prime nozze, per nome Gozelone, ossia Gotifredo, giovine di gran talento, ma gobbo: il che servì a lui di soprannome per distinzione dagli altri. Ossia che vivente il padre, o che dopo la sua morte si conchiudesse l'affare, certo è che fra questo giovane principe, cioè Gotifredo il Gobbo e la contessa Matilda, unica figliuola di Bonifazio già duca e marchese di Toscana e della suddetta Beatrice, seguì matrimonio; e noi vedremo in breve questo principe, già succeduto al padre nel ducato della Lorena, esercitar anche in Italia l'autorità di duca di Toscana per ragione di Matilda sua moglie. Non erano per anche divenuti ereditarii i ducati e gli altri governi d'Italia, talmente che le donne ancora vi succedessero; ma la potenza e la costituzion de' tempi avea già introdotto questo costume. L'abbiamo parimente osservato in Adelaide marchesana di Susa, principessa d'animo virile. Vien creduto dal Guichenon [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.], che a questa Adelaide appartenga una Memoria riferita dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episc. Astens.], ed estratta dalla Cronica del monistero di Fruttuaria, cioè la seguente: Anno Domini MLXX, mense majo capta fuit et incensa civitas astensis ab Alaxia comitissa astensi: nella quale occasione il suddetto Ughelli fu d'avviso che Adelaide facesse ricevere a quel popolo per suo vescovo Girlemo, fin qui rigettato dagli Astigiani. Leggesi una simil Memoria [342] nelle Croniche d'Asti [Chron. Astens., tom. 9 Rer. Ital.], ma con diversità, dicendosi ivi che la città d'Asti fu presa in quest'anno, nono kalendas maii a comitissa Alaxia; et ab ea tota succensa fuit de anno MXCI decimo quinto kalendas aprilis; et eodem anno dicta comitissa obiit. Alassia e Adelaide sono lo stesso nome; ma se è vero questo incendio, non dovette già questo entrare nel catalogo de' suoi elogi. In quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni Odelrico duca e marchese di Carintia [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron. Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Corp. Histor.]. Soleva in addietro andare unito col governo della Carintia quello ancora della Marca di Verona; ma non so dire s'egli godesse nello stesso tempo di questa, nè chi fosse ora presidente d'essa Marca. Ebbe per successore Bertoldo ossia Bertolfo. Nè si dee tacere, per gloria dell'Italia, che in quest'anno da Guglielmo re d'Inghilterra e duca di Normandia, soprannominato il Conquistatore, fu creato arcivescovo di Cantorberì e primate dell'Inghilterra il beato Lanfranco di nazione pavese, personaggio celebre nella storia ecclesiastica non meno per la sua letteratura, che per le sue gloriose azioni. Appoggiato il Sigonio [Sigionius, de Regno Ital., lib. 4.] alle Croniche moderne di Pisa, scrisse che in quest'anno i Pisani portarono la guerra in Corsica: del che offesi i Genovesi, con dodici galere andarono a bloccar la bocca di Arno; ma usciti in armi i Pisani, ne presero sette nel dì di san Sisto d'agosto. Non sono indubitate cotali notizie. Gli antichi Annali di Pisa [Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] altro non dicono, se non che sorse gran guerra fra i Pisani e Genovesi. L'avidità del commercio diede moto all'invidia, all'odio, e poscia alle guerre fra queste due nazioni; e andando innanzi, ne vedremo de' lagrimevoli effetti. Neppur lasciò passare l'anno presente papa Alessandro senza rivedere la sua diletta chiesa di Lucca, dove, secondo le [343] memorie allegate da Francesco Maria Fiorentini [Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.], nel dì 6 di ottobre solennemente consecrò la cattedrale di san Martino, nuovamente fabbricata in quella città, e confermò i privilegii a quel vescovato.

V'ha chi crede che in quest'anno giugnesse Roberto Guiscardo duca ad insignorirsi della capital della Puglia, cioè di Bari [Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 43. Guillelm. Apulus, lib. 3.]. Già cominciava ad assottigliarsi forte la vettovaglia in quella città, e Roberto più che mai si mostrava risoluto di forzarla a cedere. Spedirono perciò que' cittadini un messo a Costantinopoli con lettere compassionevoli a Romano Diogene imperadore, per implorare soccorso. Nè lo chiesero in vano. Romano, messa insieme una buona flotta di navi con soldatesche e viveri, ne diede il comando a Gocelino normanno, che disgustato e ribello del duca Roberto, era alcuni anni prima passato alla corte imperiale d'Oriente, ed avea fatta ivi gran fortuna colla sua bravura. Tornato il messo a Bari, e segretamente entrato, riempiè di allegrezza quel prima disperato popolo coll'avviso del vicino aiuto, e loro ordinò di stare attenti per far dei fuochi la notte, allorchè si vedesse avvicinare la flotta de' Greci. Ma s'affrettarono essi di troppo. La stessa notte cominciarono ad accendere de' fuochi nelle torri e in altri siti della città: il che osservato dai Normanni, servì loro d'indizio, che aspettassero in breve qualche aiuto per mare. Per buona ventura il conte Ruggieri alle premurose istanze del fratello Roberto era anch'egli dalla Sicilia venuto a quell'assedio, menando seco un poderoso naviglio. Fu a lui data commission di vegliare dalla banda del mare, nè passò molto che si videro da lungi molti fanali, segni indubitati di navi che venivano alla volta di Bari. Allora l'intrepido Ruggeri, imbarcata la gente sua, con leonina ferocia volò incontro ai Greci, [344] i quali credendo che i Baritani per l'allegrezza venissero a riceverli, non si prepararono alla difesa. Andarono i Normanni a urtar sì forte ne' legni nemici, che una delle navi normanne, dove erano cento cinquanta corazzieri, si rovesciò, e restò cogli uomini preda dell'onde. Ma il valoroso Ruggieri adocchiata la capitana, perchè portava due fanali, andò a dirittura ad investirla, e la sottomise con far prigione il generale Gocelino, che poi lungamente macerato in una prigione, quivi miseramente morì. Questa presa, e l'avere affondata un'altra nave de' Greci, mise in rotta e fuga tutto il rimanente con gloria singolare de' Normanni, che in addietro non s'erano mai avvisati di esser atti a battaglie navali, e cominciarono allora ad imparare il mestiere. Nè di più vi volle perchè i cittadini di Bari trattassero e concludessero la resa della città al duca Roberto, che trattò amorevolmente non solo essi, ma anche la guarnigion greca, e il lor generale Stefano, con rimandar poi tutti essi Greci liberi al loro paese. Se veramente in quest'anno, oppure nel seguente, Roberto Guiscardo facesse così importante conquista, si è disputato fra gli eruditi. Chiaramente scrive Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] ch'egli entrò vittorioso in Bari nel dì 15 d'aprile dell'anno 1071; e a lui si attiene il padre Pagi [Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.], con osservare, che, per testimonianza di Guglielmo Pugliese, durò tre anni quell'assedio, e che, per conseguente, esso dovette aver principio nell'anno 1068. Gaufredo Malaterra [Malaterra, lib. 2, cap. 43.] all'incontro scrive che Bari venne alle mani di Roberto nell'anno presente 1070, e Camillo Pellegrini [Peregrin., Hist. Princip. Langobard.] si sottoscrisse a tale opinione. Stimò il padre Pagi poco sicura la cronologia del Malaterra, senza osservare che non è di miglior tempera quella di Lupo Protospata, dacchè troviamo da esso storico posticipata di un [345] anno la caduta dal trono di Romano Diogene Augusto. Anche Romoaldo Salernitano nella Cronica sua [Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.], siccome ancora la Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.] mettono sotto quest'anno la presa di Bari. Tuttavia l'autorità dell'Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 30.] sembra bastante a decidere questo punto; cioè a persuaderci che veramente nell'anno seguente il vittorioso Roberto, dopo un assedio di circa quattro anni, mettesse il piede in Bari. Vedremo in breve ciò ch'egli ne dice. Vennero in questo anno a Roma, per attestato di Lamberto [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], gli arcivescovi di Magonza e Colonia Sigefredo ed Annone, ed Ermanno vescovo di Bamberga. Probabilmente ci conta favole quello storico con dire che Ermanno accusato di simonia, con preziosi regali placò il papa. Alessandro, pontefice di rara virtù, non era personaggio da lasciarsi in tal guisa sovvertire. Aggiugne quello storico che a tutti e tre poi fece esso pontefice un'acerba riprensione, perchè simoniacamente vendessero gli ordini sacri. Non dovea per anche Annone arcivescovo essere giunto a quella santità, di cui parlano gli storici dei secoli susseguenti. Era in questi tempi un gran faccendiere Gregorio vescovo di Vercelli, e cancelliere di Arrigo IV re di Germania e d'Italia. Da lui ottenne egli nell'anno presente varii casali posti nel contado di Vercelli per la sua chiesa [Antiquit. Italic., Dissert. XIII, pag. 738.], con esser ivi espresso donato ancora servitium, quod pertinet ad comitatum: il che fa intendere che si andava sempre più pelando e sminuendo l'autorità e il provento spettante ai conti governatori delle città, di modo che a poco a poco si ridusse quasi in nulla il distretto di esse città, e la signoria de' conti urbani. Ma dacchè si misero in libertà le stesse città, colla forza, siccome vedremo, ripigliarono e sottomisero al loro dominio non [346] meno i conti territoriali ed altri nobili possidenti castella indipendenti dalla lor giurisdizione, ma stesero le mani anche alle castella possedute dalle chiese.


   
Anno di Cristo MLXXI. Indizione IX.
Alessandro II papa 11.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 16.

L'intruso e simoniaco arcivescovo di Milano Gotifredo, giacchè era stato rigettato dal popolo [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 21.] con molti suoi fazionarii, andò a ritirarsi in Castiglione, castello, pel sito montuoso, per le mura e torri, e per altre fortificazioni, creduto allora inespugnabile, circa venti miglia lungi da Milano. Ne usciva spesso la sua gente a provvedersi di viveri alle spese dei confinanti, col commettere ancora non pochi ammazzamenti. Non volendo il popolo di Milano tollerar più questo aggravio, misero insieme un esercito, e con tutto il bisognevole passarono ad assediar quella rocca, risoluti di liberarsi da quella vessazione. Mentre durava un tale assedio, o accidentalmente, o per opera di qualche scellerato, si attaccò il fuoco in Milano in tempo appunto che soffiava un gagliardissimo vento, nel dì 19 di marzo dell'anno presente. Fece un terribil guasto l'incendio, riducendo in un mucchio di pietre una quantità immensa di case, ed anche di sacri templi, fra i quali soprattutto fu deplorabile la rovina della basilica di san Lorenzo, una delle più belle d'Italia, di maniera che Arnolfo storico esclamò con dire: O templum, cui nullum in mundo simile! Nelle storie milanesi questo orribile incendio si vede appellato il fuoco di Castiglione. All'avviso di sì fiera calamità, la maggior parte dei Milanesi che erano all'assedio di Castiglione, corse alla città per visitar le sue povere famiglie: del che accortisi gli assediati, e cercato qualche rinforzo di amici, dopo Pasqua fecero una vigorosa sortita addosso ai pochi rimasti a quello [347] assedio. Ma Erlembaldo con tal valore sostenne gli assalti, che furono obbligati a retrocedere. Dopo di che Gotifredo non veggendosi più sicuro, si fece condurre altrove: con che cessò la guerra contra di quel castello. Essendo poi mancato di vita il vecchio arcivescovo Guido, Erlembaldo andò disponendo le cose per far eleggere un successore, dopo aver fatto giurare il popolo di non mai accettare il simoniaco Gotifredo; e procurò che da Roma venisse un legato, per dar maggior peso a tale elezione. Avea l'infaticabil abbate di Monte Cassino Desiderio già compiuta la fabbrica della sua magnifica basilica [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 30.]; e desiderando di consecrarla con ispecial onore, invitò a tal funzione il buon papa Alessandro, che non mancò d'andarvi. Incredibile fu il concorso de' popoli a quella divota solennità. Fra gli altri vi si contarono dieci arcivescovi, quaranta quattro vescovi, Riccardo principe di Capua, con Giordano suo figlio e Rainolfo suo fratello, Gisolfo principe di Salerno co' suoi fratelli, Landolfo principe di Benevento, Sergio duca di Napoli e Sergio duca di Sorrento. Nam dux Robertus Panormum eo tempore oppugnabat, ideoque tantae solemnitati interesse non potuit, come scrive l'Ostiense. Seguì la suddetta consecrazione nel primo giorno di ottobre; e però questo passo dell'Ostiense ci dee convincere che nell'anno presente, e non già nel precedente 1070, si arrendè al duca Roberto la doviziosa ed importante città di Bari, e che, per conseguente, sono scorretti i testi del Malaterra e di Romoaldo salernitano.

Hassi dunque a sapere, che appena si fu impadronito il duca suddetto di quella città nell'aprile del presente anno, ed ebbe dato sesto a quel governo, che per le istanze del conte Ruggieri suo fratello, a cui era principalmente dovuta la gloria di una tal conquista, egli si dispose a passare in Sicilia, per formare l'assedio di Palermo, capitale di quell'isola insigne. Le dissensioni e guerre civili [348] fra gli stessi Mori, che aveano in addietro facilitato a Ruggieri il conquistar ivi non poco paese, animarono maggiormente i due normanni eroi a tentar così bella impresa, per accrescere in uno stesso tempo il loro dominio, e liberar dal giogo saracenico quell'antichissima ed illustre città. Lo stesso Malaterra [Malaterra, lib. 2, cap. 43.], da cui non discorda Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 3.], attesta che Roberto dopo la presa di Bari, brevi iterum expeditionem versus Salernum summovet; e che essendo dimorato ne' mesi di giugno e luglio in Otranto per fare i preparamenti della nuova guerra, si portò dipoi a Reggio di Calabria, e indi passò in Sicilia, fingendo di voler andare contro l'isola di Malta. A tal fine sbarcò a Catania, dove si trovava il conte Ruggieri, città che, secondo l'Ostiense [Leo Ostiens., lib. 3, cap. 16.], fu da loro sottomessa in quest'anno; ma poi con tutte le forze di terra e di mare eccolo piombare addosso alla città di Palermo, assediandola da tutte le parti. Anche la Cronichetta amalfitana ha, che il Guiscardo, dopo aver preso Bari, inde movens exercitum in Siciliam ire preparavit (forse properavit) obseditque Panormum. L'anno fu questo in cui la nobilissima casa appellata poi d'Este vide uno de' suoi principi stabilito in uno de' primi gradi d'onore e di potenza in Germania. Già dicemmo all'anno 1055 che Guelfo IV, figliuolo del marchese Alberto Azzo II e di Cunegonda de' Guelfi, fu chiamato in Suevia a prendere l'ampia eredità de' principi guelfi [Abbas Urspergensis, in Chron.], missis in Italiam legatis da Imiza avola sua materna. Accadde, per testimonianza di Bertoldo da Costanza, [Bertoldus Constantiensis, in Chron.] di Lamberto [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] e d'altri scrittori, che Ottone duca di Baviera nell'anno precedente si ribellò contra al re Arrigo, e per questa cagione si espose ad un'aspra guerra. Avea Guelfo IV sposata una figliuola di [349] esso duca; però coll'armi, e in quante altre maniere potè, aiutò per un pezzo il suocero. Ma allorchè vide andare a precipizio gli affari di lui, pensò ai casi proprii, nè risparmiò oro, argento e beni allodiali affine di ottenere dal re quell'insigne ducato, maggiore allora di gran lunga che oggidì. Infatti, per valermi delle parole del suddetto Lamberto e dell'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum, tom, 1 Corp. Hist.], per interposizione di Rodolfo duca di Suevia, cognato del re Arrigo, Welf vir illustris, acer, et bellicosus, filius Azzonis marchionis Italorum, ducatum Bavariae suscepit. Da questo principe, che fece tanta figura, e cotanto si segnalò nelle guerre di questi tempi, viene a dirittura la linea estense guelfa dei duchi di Brunswich, Luneburgo e Wulfembettel, che all'elettorato germanico oggi unisce la corona del regno della gran Bretagna. Così il marchese Alberto Azzo II tuttavia vivente vide stabilita ed innalzata in Germania la discendenza sua, la quale pur tuttavia gloriosamente si mantiene e fiorisce anche in Italia nell'altra linea de' marchesi di Este duchi di Modena, ec., discendente da Folco marchese, fratello del medesimo duca Guelfo. Oltre a quest'anno non arrivò la vita di Domenico Contareno doge di Venezia [Dandul. in Chron., tom. 12. Rer. Ital.], ed in suo luogo fu alzato al trono ducale Domenico Silvio, e col confalone dato gli fu il possesso della dignità.


   
Anno di Cristo MLXXII. Indizione X.
Alessandro II papa 12.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 17.

Portò opinione Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.], seguitato anche in ciò dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepisc. Ravenn.], che Arrigo arcivescovo di Ravenna desse fine alla sua vita nell'anno 1070: il cardinal [350] Baronio [Baron., in Annales Ecclesiast.] credette che nell'anno presente. Ma più probabile a me sembra che prima di quest'anno egli sloggiasse dal mondo; perciocchè sappiamo, che essendo morto scomunicato esso Arrigo [Acta Sanct. Bolland., ad diem 23 februarii.], e trovandosi il popolo di Ravenna incorso in molte censure, papa Alessandro giudicò bene d'inviar colà san Pier Damiano ravennate di patria, tuttochè avanzato forte nella vecchiaia, per dar sesto a quella sì sconcertata chiesa. V'andò il santo uomo, fu con grande allegria ricevuto, riconciliò tutto quel popolo, e, dopo aver trattato d'altri affari, si rimise in cammino. Ma appena giunto ad un monistero posto fuori della porta di Faenza, quivi fu preso dalla febbre che, ogni dì più invigorendosi, il fece passare a miglior vita nel dì 22 di febbraio dell'anno presente [Bertold. Constantiensis, in Chron.]. Questi viaggi ed azioni, esigendo tutti del tempo, a me fanno credere che almeno nell'anno precedente lo scomunicato Arrigo cessasse di vivere. Fu poi sustituito in suo luogo, per elezione del re Arrigo, Guiberto dianzi suo cancelliere in Italia, uomo pieno d'ambizione, e nato per flagello della Chiesa di Dio. Papa Alessandro, che assai ne conosceva lo spirito turbolento, mal volentieri condiscese a consecrarlo; ma, secondochè sta scritto nella Vita d'esso pontefice [Nicol. Card. de Aragon., in Vita Alex. II Papae.] gli predisse che dalla santa Sede riceverebbe il gastigo delle sue voglie ambiziose. Ho detto che Dio chiamò a sè san Pier Damiano: debbo ora aggiugnere che mancò in lui un gran lume ed ornamento della Cristianità, mercè della scienza e del raro zelo che in tutte le azioni sue si osservò, e tuttavia si osserva ne' libri suoi, vivi testimoni ancora di un felicissimo e piissimo ingegno, nei quali solamente si può desiderare più parsimonia nelle allegorie, e più cautela in credere [351] e spacciar tante visioni e miracoli, alcuni de' quali possono anche far dubitare dei veri. Abbiamo da Arnolfo, storico milanese [Arnulf., Hist. Mediolanens., lib. 3, cap. 23.] di questi tempi, che nel presente anno per cura di Erlembaldo, capo in Milano della fazione opposta alla simonia e all'incontinenza del clero, alla presenza di Bernardo legato della Sedia apostolica, e nel dì dell'Epifania, fece eleggere dai suoi parziali arcivescovo di Milano Attone, ossia Azzo, tantummodo clericum, ac tenera aetate juvenculum, invito clero, et multis ex populo. Perchè questo novello arcivescovo venne poi approvato da papa Gregorio VII, il Puricelli fu d'avviso ch'egli non potesse avere sì poca età, come suppone Arnolfo, il qual pure era allora vivente, e scriveva di questi fatti. Ma oltre al potersi dire che juvenculus non vuol dire età che escluda il vescovato, le scabrose congiunture d'allora dovettero giustificare l'aver eletto arcivescovo chi si potea; perchè i più saggi ed attempati verisimilmente fuggirono una dignità accompagnata dai pericoli di disgustare il re, e d'incontrar la persecuzione della fazion parziale del re medesimo. Infatti poco durò l'allegrezza di Attone. Mentre egli passava co' suoi ad un lauto convito, con cui si voleva solennizzare l'acquisto di sì riguardevole mitra, fu in armi la fazione contraria, ed entrata nel palazzo mise tutto sossopra. Si nascose Attone a questo rumore, ma scoperto e preso, fu indegnamente trattato anche con delle percosse. E se volle salvar la vita, gli convenne salire in pulpito nella chiesa, e con alta voce rinunziare all'elezione fatta di lui. Si nascosero tutti i suoi fautori; il legato apostolico anch'egli corse gran pericolo, perchè gli furono stracciate le vesti, laonde malconcio si sottrasse alla furia del popolo. In tal confusione era la città di Milano. Gotifredo ed Attone fuori di Milano non consecrati, e senza goder le rendite della chiesa, gran tempo stettero campando del proprio, [352] e chiusi nelle lor case di campagna. Intanto si tenne in Roma un concilio, in cui venne approvata l'elezione di Attone, e scomunicato Gotifredo.

Nell'agosto dell'anno precedente fu, siccome dicemmo, intrapreso l'assedio di Palermo dagl'invitti due fratelli normanni Roberto e Ruggieri. Seguirono molti assalti e fatti d'armi sotto quella città. Venne anche in soccorso de' Palermitani un grosso rinforzo di Mori [Guillelm. Apulus, lib. 3. Malaterra, lib. 2, cap. 45.]; ma non attentandosi coloro di assalire per terra l'esercito cristiano, vollero tentar la loro fortuna per mare. Gl'intrepidi Normanni accettarono la sfida, e nella battaglia navale menarono così ben le mani, che riuscì loro di prendere alcune delle navi moresche, altre ne affondarono, e il restante di esse fu costretto alla fuga. Dopo cinque mesi dunque di faticoso assedio, Roberto fece dare un dì due furiosi ma finti assalti da due parti alla città nuova posta nella penisola; ed egli allorchè vide ben impegnati i cittadini nella difesa di que' due siti, diede co' suoi una scalata ad un altro sito, e fortunatamente v'entrò colla sua gente. Ritiraronsi perciò i Palermitani e Mori nella vecchia città, e conoscendo che non v'era più speranza di resistere a questo torrente, la mattina seguente i primati dimandarono di capitolare: cioè esibirono la resa della città, purchè ai Musulmani (e tali doveano essere quasi tutti allora quei cittadini o Siciliani o Mori) fosse permesso di vivere liberamente nella loro legge maomettana. A braccia aperte fu accettata la loro esibizione colla condizione suddetta; laonde il duca e il conte vittoriosi presero il possesso di quella nobil città, non già nel mese di giugno, come ha il testo scorretto di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.], ma bensì nel dì 10 di gennaio dell'anno presente, e dopo soli cinque mesi d'assedio, come ha l'Anonimo barense [Anonymus Barensis, apud Peregrin.], con cui va d'accordo [353] Romoaldo salernitano [Romualdus Salernit., tom. 7 Rer. Ital.]. Diede dipoi Roberto Guiscardo, secondochè lasciò scritto Leone ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.], l'investitura di tutta la Sicilia al conte Ruggieri suo fratello, ritenendo nondimeno in suo potere la metà di Palermo e di Messina. Ma per quanto osservò l'abate Carusi [Carusi, Stor. di Sicil., P. II.], nobile storico delle cose di Sicilia, in questo ultimo punto non si appose al vero l'Ostiense, perchè Roberto si riservò il pieno dominio delle suddette due città, e il resto concedette al fratello. La Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.], che all'anno seguente riferisce la conquista di quella città, aggiugne che il Guiscardo di colà portò a Troia varie porte di ferro e molte colonne di marmo co' lor capitelli in segno della sua vittoria. Ci accertano le memorie citate dal Fiorentini [Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.] che in quest'anno ancora papa Alessandro soggiornò in Lucca nel mese d'agosto e nei tre seguenti. Vedesi parimente un placito [Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.] tenuto da Beatrice duchessa di Toscana, e da Matilda sua figliuola nel territorio di Chiusi: anno dominicae Incarnationis millesimo septuagesimo secundo, septimo idus junii, indictione decima, al quale intervennero i due conti di Chiusi Rinieri e Bernardo coi vescovi di Chiusi e di Siena. Finì di vivere in quest'anno [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] Adalberto arcivescovo di Brema, che fin qui era stato primo ministro del re Arrigo IV; persona già in odio a tutti, perchè o complice o autore di molte iniquità da esso re commesse. Fu uomo di rigida continenza, e celebrava la messa con gran compunzione e lagrime; ma senza avvedersi che la molta sua alterigia, vanità ed altri vizii offuscavano di troppo e guastavano le sue poche virtù. Tanto il re Arrigo pregò Annone arcivescovo di Colonia, prelato di rara probità, che volesse assumere il medesimo grado, che quantunque non [354] poco egli ricusasse, pure v'acconsentì. E in effetto cominciò il pubblico governo sotto questo insigne prelato a prendere miglior faccia colla retta amministrazione della giustizia, col castigo dei cattivi, e con altri ottimi regolamenti. Ma durò ben poco questo sereno. Troppo violento, troppo avvezzato al mal fare era il re Arrigo. Fugli ancora supposto che Ridolfo duca di Suevia suo cognato macchinasse contro la sua corona, ed era per vedersi una scena eguale a quella della Baviera. Ma avendo Ridolfo fatto venire in Germania l'imperadrice Agnese sua suocera, questa così efficacemente s'interpose tra il figliuolo e il genero, che ne seguì per ora la pace.


   
Anno di Cristo MLXXIII. Indizione XI.
Gregorio VII papa 1.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 18.

Non potè molto durarla Annone arcivescovo di Colonia alla corte del re Arrigo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]. Egli edificava con una mano, e il re distruggeva con tutte e due. Però non potendo più sopportare le sregolatezze del re, facendo valere la scusa della sua avanzata età, tanto disse, che ottenne di potersi liberar dalla corte, e di ritirarsi alla sua chiesa. Allora fu che Arrigo, vedendosi come tolto di sotto all'aio, lasciò la briglia a tutte le sue passioni, dandosi maggiormente in preda alle lascivie, e nulla curandosi, se riduceva alla disperazione i popoli della Turingia e Sassonia, con fabbricar tutto dì delle rocche in quel paese, con permettere alle guarnigioni di prendere colla forza il sostentamento dai poveri villani, e con proteggere le pretensioni dell'arcivescovo di Magonza, che volea contro il costume esigere le decime da que' popoli. Andarono perciò delle gravi doglianze a Roma contra di Arrigo, ed esposte furono tutte le di lui infamie, e spezialmente la vendita delle chiese: il che soprattutto [355] dispiaceva al romano pontefice. Quindi cominciarono i Sassoni a ribellarsi, voltando l'armi loro contra delle fortezze fabbricate in lor pregiudizio dal re. Si aggiunse che Ridolfo duca di Suevia, Bertolfo duca di Carintia, e il novello duca di Baviera Guelfo IV [Bertholdus Constantiniensis, in Chron.], veggendo sprezzato alla corte il savio ed onorato lor parere, se ne ritirarono. In somma l'indomito cervello e furor giovanile di Arrigo tutto andava facendo per perdere l'amore non men dei grandi che dei piccoli, e per mettere la confusione in Germania: il che pur troppo gli venne fatto. Intanto papa Alessandro, se dobbiamo credere all'Urspergense [Abbas Urspergens., in Chron.], spedì lettere ad esso re, vocantes eum ad satisfaciendum pro simoniaca haeresi, aliisque nonnullis emendatione dignis, quae de ipso Romae fuerant audita. Ma non potè il buon pontefice Alessandro proseguir più oltre questi disegni, perchè Dio il chiamò a sè nel dì 21 d'aprile: pontefice per la sua pietà, umiltà, eloquenza e zelo, non inferiore ai migliori [Marianus Scotus, in Chronico. Donizo. Paul. Benried., in Vit. Gregorii VII et alii.]. Si raccontano ancora varii miracoli operati da Dio per intercessione di lui. Appena fu nel giorno seguente data sepoltura al defunto papa, che i cardinali con tutto il clero e popolo concordemente acclamarono papa il cardinale Ildebrando che prese il nome di Gregorio VII, e si rendè poi celebre a tutti i secoli avvenire. Resistè egli finchè potè, ma bisognò darla vinta al quasi furor del popolo, che non ammise dilazione. Nè ci volea di meno in questi tempi sì sconcertati della Chiesa di Dio, che il petto forte di questo virtuoso, dotto ed incorrotto pontefice, per correggere spezialmente gli abusi delle simonie e dell'incontinenza del clero, che troppo piede aveano preso dappertutto. Non volle ommettere il saggio eletto tutti i riguardi dovuti al re Arrigo, per procurare, se mai era possibile, di mantener la concordia, [356] e per eseguir in parte anche il decreto di papa Niccolò II, nel quale anch'egli aveva avuta mano. Cioè spedì tosto i suoi messi in Germania coll'avviso al re della sua elezione, e per quanto si ha dalla Vita di lui, a noi conservata da Niccolò cardinal d'Aragona [Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII, ibid.], pregandolo, come avea fatto anche san Gregorio il Grande, di non prestar l'assenso a tale elezione. Quod si non faceret, certum sibi esset, quod graviores et manifestos ipsius excessus impunitos nullatenus toleraret. Se è vera la parlata di questo tenore (del che potrà talun dubitare), bisogna ben dire che il re Arrigo dovette qui fare un grande sforzo al suo mal talento per consentire, siccome è certo che consentì, ma non così tosto. Lamberto da Schafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], senza parlare dei messi suddetti, e dopo avere esaltato l'integrità e l'altre virtù che concorrevano in questo pontefice, scrive che il di lui inflessibile zelo ed ingegno acre fece paura ai vescovi che si trovarono allora alla corte, ben consapevoli di varii lor mancamenti, dei quali poteva egli un giorno chiedere conto. Perciò esortarono Arrigo di dichiarar nulla l'elezione di lui, giacchè fatta senza conoscenza ed ordine suo. Ma dovette prevalere il parer dei più saggi, e il re si contentò d'inviare a Roma il conte Eberardo con ordine di conoscere come era passato il fatto; e se trovasse già consecrato il papa novello, di protestare di nullità qualunque atto fatto. Andò questo uffiziale, fu cortesemente accolto, dimandò conto dell'operato, e l'eletto pontefice rispose, che contro sua volontà, non ostante l'opposizione sua, era stato eletto dal clero e popolo; ma che non s'era lasciato sforzare a prender anche l'ordinazione, volendo prima essere assicurato che il re e i principi germanici avessero prestato l'assenso all'elezione sua. Questa umile risposta, rapportata al re Arrigo, il soddisfece, e però diede tosto ordine che fosse consecrato. Et statim Gregorium [357] Vercellensem episcopum italici regni cancellarium ad urbem transmisit, quatenus autoritate regia electionem ipsam confirmaret, et consecrationi ejus interesse studeret. Lamberto scrive ch'egli fu consecrato nell'anno seguente nel giorno della Purificazione di santa Maria. Ma è un errore, a mio credere, de' suoi copisti. Tanto dalla Vita di lui conservata dal cardinal d'Aragona, quanto dal registro delle lettere del medesimo papa [Tom. 10. Concilior. Labbe.], chiaramente costa che fu celebrata la di lui consecrazione nella festa de' principi degli Apostoli, cioè nel dì 29 di giugno dell'anno presente.

Già aveano prese l'armi i popoli della Sassonia e Turingia, perchè niuna giustizia poteano ottenere dal re. Ed egli inviperito volea procedere colla forza; ma gli arcivescovi di Colonia e Magonza, i vescovi d'Argentina e Vormazia, e i duchi di Baviera, di Suevia, dell'una e dell'altra Lorena e di Carintia ricusarono di somministrar gente, non parendo loro convenevole di andare all'oppressione di popoli innocenti. Non istette per questo Arrigo di marciare armato contra di que' popoli; ma più di quel che credeva li trovò forti e risoluti di vincere o di morire. E intanto fra vari principi della Germania, stomacati di tanti vizii di Arrigo, si cominciarono delle segrete pratiche per liberare il regno da un re che tendeva alla sua distruzione. Nel precedente anno era venuto in Italia Gozelone, ossia Gotifredo il Gobbo, duca di Lorena, tra il quale e Matilda, contessa e insieme duchessa insigne di Toscana, già dicemmo contratto matrimonio. Si disputa da varii scrittori se fra essi si conservò il celibato: quistione difficile a risolversi senza chiare testimonianze degli antichi, da chi è troppo lontano da que' tempi. In questi governavano la Toscana e gli altri Stati del fu marchese Bonifazio la duchessa Beatrice, e la suddetta contessa Matilda sua figliuola. Ora che Matilda, morto che fu il padrigno Goffredo, cominciasse ad esercitare [358] o sola o colla madre Beatrice la suddetta autorità, lo deduco da un placito tenuto dalla medesima in quest'anno [Antiquit. Italic., Dissert. X.], sexto idus februarii, Indictione undecima, extra muros lucensis civitatis, in burgo, qui vocatur Sancti Fridiani. Ivi essa è intitolata domna Mactilda marchionissa, hac ducatrix, filia bonae memoriae Bonefatii marchionis. È osservabile in quel documento che Flaiperto giudice vien chiamato missus domini imperatoris: eppure Arrigo IV non era giunto per anche alla corona dell'imperio, nè s'intitolava imperadore. Il notaio, usato a questa antica formola, non dovette badar molto al titolario d'allora. Un altro placito tenne in quest'anno la duchessa Beatrice [Ibid., Dissert. VI.] in civitate Florentia infra palatium de domo Sancti Johanni, cioè nel palazzo del vescovo. La carta è scritta anno Domini nostri Jesu Christi septuagesimo secundo post mille, quinto kalendas martii, Indictione undecima. Qui è adoperata l'epoca fiorentina, che comincia l'anno nuovo nel dì 25 di marzo, e l'indizione XI fa conoscere che si parla dell'anno presente 1075, il quale, secondo lo stile fiorentino, era tuttavia anno 1072. In esso documento si vede intimato il bando domni regis, e non già dell'imperadore. Troviamo poi la duchessa Beatrice [Antiquit. Italic., Dissert. XI.] cum praeclara filia mea Mathilda nell'anno presente, Indictione XI, in die sabbati, quod est quarto idus augusti, in festivitate sancti Laurentii martyris, che fa una donazione al monistero di san Zenone di Verona. Lo strumento fu stipulato in monasterio sancti Zenonis in refectorio. Dissi venuto in Italia Gotifredo il Gobbo prima dell'anno presente. Ne fa fede un altro placito riferito dal Fiorentini [Fiorent., App. Memor. di Matil., pag. 150.], e tenuto dalla duchessa Beatrice in civitate pisense in palatio domni regis, una cum Gotifredo duce et marchione, XVI calendas februarii, Indictione XI. E di qui ancora [359] impariamo che il giovine Gotifredo in vigore del suo matrimonio colla contessa Matilda fu anch'egli ammesso al governo della Toscana e degli altri Stati. Leggesi poi una lettera [Gregor. VII, lib. 1, Ep. 4.] a lui scritta dal nuovo papa Gregorio eletto, in cui gli significa la sua elezione e il buon animo ed affetto paterno ch'egli tuttavia conservava verso del re Arrigo. Pruova il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.] che in quest'anno esso papa andò a Benevento, dove Landolfo VI principe di quella città gli prestò giuramento di fedeltà e vassallaggio. Passò anche a Capua, dove Riccardo I principe fece un atto simile per riconoscere suo sovrano il romano pontefice.


   
Anno di Cristo MLXXIV. Indizione XII.
Gregorio VII papa 2.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 19.

Abbiamo dalla Vita di san Gregorio VII nella raccolta di Niccolò cardinale d'Aragona [Rerum Italicar., P. I, tom. 3.], ch'esso pontefice spedì in Germania l'imperatrice, non già B, ma A, cioè Agnese madre del re Arrigo, con Gherardo vescovo d'Ostia, Uberto vescovo di Palestrina, Rinaldo vescovo di Como, e col vescovo di Coira. Tale spedizione, per attestato di Bertoldo da Costanza [Bertholdus Constantiensis, in Chron.] e di Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], appartiene all'anno presente. Furono questi legati ben accolti dal re dopo Pasqua in Nuremberga; esposero le paterne ammonizioni di papa Gregorio; ottennero che fossero cacciati di corte cinque nobili cortigiani già scomunicati; ma poc'altro di sostanza. Diede ben buone parole il re, e promise d'emendarsi; poscia li rispedì con tutto onore e ben regalati. Contra de' Sassoni seguitava intanto il maltalento del feroce re, i cui atti ed avvenimenti si veggono [360] diffusamente scritti dal suddetto Lamberto. E benchè il papa si fosse esibito mediatore per comporre quelle rabbiose differenze, e s'affaticassero anche varii principi della Germania per indurlo a placarsi, egli non la sapeva intendere. Perchè le forze allora gli mancarono, infine come tirato pel capestro acconsentì alla pace, e con delle condizioni di suo poco onore, essendosi stabilito in quell'accordo che si smantellerebbono tutte le fortezze da lui fabbricate in pregiudizio di quei popoli. Mosse anche una furiosa lite al santo arcivescovo di Colonia Annone, e pochi erano que' principi ch'egli non credesse suoi nemici, o non facesse tutto il possibile per inimicarseli. Tenne in quest'anno il pontefice Gregorio VII un gran concilio in Roma, al quale intervennero assaissimi vescovi, ed inoltre, come s'ha da Cencio camerario presso il Baronio, e dal cardinal d'Aragona [Cardinal. de Aragon., in Vit. Gregorii, VII.], egregia comitissa Mathildis, Aczo marchio, et Gisulfus salernitanus princeps non defuere. Parlasi qui del famoso marchese Alberto Azzo II progenitore delle due linee de' principi di Brunswich e di Este. Anche il papa suddetto scrisse in questo anno [Gregor. VII, lib. 2, Ep. 9.] a Beatrice duchessa di Toscana che il marchese Azzo avea promesso al papa nel sinodo di rendere conto del suo matrimonio con Matilda sorella di Guglielmo vescovo di Pavia, e vedova del marchese Guido, diversa da Matilda la gran contessa e duchessa di Toscana. Secondo le mie conghietture, doveva essere premorta a questo principe la contessa Garsenda sua seconda moglie, ed egli volle prenderne la terza, cioè la suddetta Matilda [Antichità Estensi, P. I, cap. 4.]. Ma riputandosi eglino parenti, ne fu portata la denunzia a Roma. Fece il suo dovere il papa; ma non sappiamo qual fine avesse un tal affare. Certo è aver fallato alcuni scrittori della vita della gran contessa Matilda, in credere che di lei parlasse il papa in quella [361] lettera. Ora in esso concilio [Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.] fu pubblicata la deposizione de' preti concubinarii; decretato che niuno potesse ascendere agli ordini sacri, se non prometteva la continenza; e fulminata di nuovo con terribili anatemi la simonia. Portati in Germania questi decreti, gran rumore ne fece il clero dissoluto di quelle contrade; e pertinaci in voler sostenere l'inveterato abuso, eccitarono anche dei fieri tumulti contra di que' vescovi, che si accinsero a pubblicarli e a farli accettare. Parimente sappiamo che in questo concilio il pontefice Gregorio pubblicò la scomunica [Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.] contra di Roberto Guiscardo duca di Puglia, non già, come suppose il cardinal Baronio, perchè egli dopo la presa di Salerno avesse portata la guerra contro la Campania, e messo l'assedio a Benevento, essendo più tardi succedute tali imprese. Vo io sospettando piuttosto, che citato Roberto Guiscardo a rinnovare il giuramento di fedeltà, e a prendere l'investitura de' suoi Stati, come aveano fatto i principi di Benevento e di Capoa, nè comparendo, si tirasse addosso le censure della Sede apostolica. In una lettera scritta a Beatrice e a Matilda nell'ottobre seguente, lo stesso papa Gregorio significa loro che Roberto prometteva di prestare il suddetto giuramento.

Era tornato il duca Roberto dopo la presa di Palermo, portando seco un gran tesoro in Puglia, alla città di Melfi [Guillelmus Apulus, lib. 3.], dove i baroni tutti concorsero a baciar quell'invitta mano e a congratularsi. Ma fra essi non comparve Pietro normanno, che dominava in Trani ed in altre terre, nè avea dianzi voluto condur le sue genti all'impresa di Palermo, spacciandosi indipendente dal duca. Ma Roberto non potea sofferire chi in quelle parti non piegava il capo ai suoi voleri, e nol riconosceva per padrone. Fece dunque l'assedio [362] di Trani, e l'obbligò alla resa [Chron. Amalfitan., tom. 1 Antiquit. Ital., pag. 213.]. L'esempio di questa città fu seguitato da Giovenazzo, da Bussiglia e da altre terre. Tuttavia fatto in una baruffa prigione esso Pietro, sperimentò che la magnanimità non era l'ultima delle virtù di Roberto, perchè riebbe la libertà, ed anche le sue terre, a riserva di Trani, con obbligo di riconoscerle in vassallaggio dal duca. Anche Ruggieri conte di Sicilia [Gaufridus Malaterra, lib. 3, cap. 7.], ansiosissimo di aggiugnere alle sue conquiste l'importante castello di san Giovanni, con fortificare un vicino castello, cominciò a strignerlo, ben persuaso, che l'acquisto di quella fortezza gli faciliterebbe quello del rimanente della Sicilia. Intanto i corsari tunesini sbarcati a Nicotera nella notte della vigilia di san Pietro, parte di quei cittadini uccisero, parte colle donne e coi figliuoli condussero schiavi. Era stato nell'anno precedente conferito il vescovato di Lucca ad Anselmo nipote del defunto papa Alessandro II, e di patria senza dubbio milanese, uomo di santa vita e di sì eminente prudenza, che papa Gregorio VII il deputò poscia per consigliere della contessa Matilda, e il dichiarò suo vicario in Lombardia. Merita ben questo illustre personaggio che se ne faccia menzione. Sua cura tosto fu di volere riformar gli abusi introdotti fra i canonici della cattedrale di Lucca, come s'ha dalla di lui vita [Acta Sanctorum Bolland., ad diem 18 mart.] scritta da un autore contemporaneo, cioè dal suo penitenziere: abusi che erano in questi tempi assai familiari anche nell'altre chiese d'Italia; ma per quante esortazioni e minacce adoperasse, nulla potè ottener da essi. A qual precipizio si conducessero quegli ecclesiastici per questo affare, lo vedremo a suo luogo. Credette il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast.] che in questo anno fossero eglino citati al concilio romano, ma ciò avvenne molto più tardi. [363] È anche degno d'osservazione, che stranamente prosperando i Turchi nell'imperio cristiano d'Oriente, Gregorio VII volle commuovere i principi e i re d'Occidente a formare un'armata da spedire colà per opporsi ai progressi di que' Barbari [Gregor. VII, lib. 2, Epist. 31 et 37.]; ma niun successo ebbero le di lui premure. Questa è la prima volta che si cominciò a parlar di crociate contro gl'infedeli d'Oriente. Scrisse ancora papa Gregorio delle lettere fulminanti contro Filippo re di Francia a cagione di molti suoi eccessi, fra' quali entrò quello d'aver estorte immense somme di danaro ai mercatanti italiani che trovò iti a una fiera di Francia. Durava tuttavia la pia frenesia di rubare i corpi de' santi, ansando tutti di aver presso di sè que' sacri depositi. In quest'anno appunto riuscì ai monaci della Vangadizza sull'Adigetto di rubare ai Vicentini il corpo di san Teobaldo romito, che già dicemmo morto nell'anno 1066. Portato il sacro pegno al loro monistero, siccome costa dalla storia della sua traslazione [Mabill., Saecul. Benedict. VI P. II.], fu esso onorato da Dio con assai miracoli, con essersi anche trovato ad essi presente il marchese Alberto Azzo II progenitore della casa d'Este. Contigit, illustrem virum Azonem marchionem, illius videlicet monasterii possessorem, advenire, et sicut ante gesta solo auditu, sic eadem visu cognoscere. Da lì a qualche tempo arrivò alla Vangadizza Rodolfo fratello del medesimo santo per ottenerne delle reliquie, e ne fece premurose istanze al marchese Azzo. Ma questi rispondea, se nolle tanti pretii thesauro regionem suam depauperare, et alienam ditare. Finalmente gliene concedette una parte. Nel diploma, con cui Arrigo IV nell'anno 1077 confermò gli Stati ad esso marchese Azzo, ed a Ugo e a Folco suoi figliuoli, siccome io altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 7.] osservai, si vede il monistero della Vangadizza, oggidì bella terra appellata la Badia, [364] posseduto allora dalla casa d'Este. Ma io non avvertii, che anche questo bel passo egregiamente compruova la verità d'esso diploma, perchè quel buon principe sommamente si rallegrò di avere ottenuto il sacro corpo di san Teobaldo, quod se suaeque ditionis populum in adventu beati et omni laude celebrandi, confessoris Teobaldi visitaverit. Ed ecco dove era allora il principal soggiorno del marchese Azzo estense. Le premure di papa Gregorio VII fecero che in quest'anno nel mese di settembre Domenico Silvio doge di Venezia e duca della Dalmazia fece un assegno di beni alla chiesa patriarcale di Grado. Il diploma, sottoscritto dai vescovi suffraganei, fu da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert, V.].


   
Anno di Cristo MLXXV. Indizione XIII.
Gregorio VII papa 3.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 20.

Un altro insigne concilio romano nel fine di febbraio fu in quest'anno celebrato da papa Gregorio VII [Concil. Labbe tom. 9.], in cui lo zelantissimo pontefice per la prima volta pubblicamente proibì sotto pena di scomunica le investiture de' vescovati e delle abbazie che i re davano agli ecclesiastici, con porgere loro il pastorale e l'anello. S'era da molti anni introdotta questa novità, e coll'essere divenuta dipendente dalla volontà dei sovrani temporali, che in que' tempi erano di coscienza guasta, la collazion delle chiese e dignità ecclesiastiche, s'era aperta una larga porta alla simonia. Infatti si conferivano queste dai re a chi le comperava colla lunga servitù alle corti, o colle adulazioni, e più sovente a chi più largamente offeriva regali e danaro. Venivano con ciò a cader bene spesso le chiese in mano di chi meno le meritava, restando neglette le persone degne. Furono anche in esso concilio confermati i decreti contra de' cherici concubinarii. [365] Di nuovo eziandio fu scomunicato Roberto Guiscardo, il quale in questi tempi tenea segrete pratiche col re Arrigo, e nello stesso tempo dava buone parole al papa di volersi suggettare a tutti i di lui voleri. Ora il decreto suddetto intorno alle investiture, siccome parea che sminuisse di troppo l'autorità già usurpata dai monarchi, così fu la scintilla che accese dipoi la funesta guerra fra il sacerdozio e l'imperio. Sulle prime non ne fece doglianza o risentimento alcuno il re Arrigo, perchè incerto dell'esito della guerra da lui impresa contra de' Sassoni; anzi scrivea lettere di tutta sommessione e buona volontà al papa. Appena ne uscì egli vittorioso, che cominciò i suoi strepiti contro la Sede apostolica. Mosse egli dunque nell'anno presente le sue armi contro i popoli della Sassonia e Turingia [Lambertus Schafnaburgensis, in Chr. Bertholdus Constatiens., in Chron.], dopo aver tanto operato colle lusinghe e promesse, che avea tirato nel suo partito i primi principi della Germania, cioè Ridolfo duca di Suevia, Guelfo duca di Baviera, Goffredo il Gobbo duca di Lorena, e Bertoldo duca di Carintia, i quali accorsero tutti colle lor genti a secondarlo in quell'impresa. Verso la metà di luglio seguì una sanguinosa battaglia fra l'esercito di Arrigo e quel de' Sassoni, e fu disputata un pezzo la vittoria; ma in fine andarono rotti i Sassoni, con essere nondimeno costato caro questo trionfo all'armata regale, in cui perì molta nobiltà, specialmente della Baviera e Suevia. Fama fu che restassero sul campo circa ventimila persone. Furono, siccome dissi, cagione questi fortunati successi che il re Arrigo, dianzi cotanto mansueto col romano pontefice, prendesse un'altr'aria, e cominciasse a farla da sprezzante, con ammetter anche alla sua corte e familiarità que' ministri che dianzi erano stati scomunicati dalla Sede apostolica. Intanto i Sassoni non lasciavano intentato mezzo alcuno per ottener pace e grazia dal re, il quale sempre più infellonito contra d'essi, e gonfio per [366] la passata fortuna, nulla meno macchinava che l'intera loro schiavitù e rovina. Però affine di esterminarli intimò una nuova spedizion contra di loro, ed era con lui Goffredo duca di Lorena con sì grosso corpo di gente scelta, che uguagliava il resto dell'esercito del re [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]. Ma gli altri duchi, Radulfus scilicet dux Suevorum, Welf dux Bajoariorum, Bertholdus dux Carentinorum, regi auxilium suum petenti denegaverunt: poenitentes, ut ajebant, superiori expeditione in irritum fusi tanti sanguinis, offensi etiam regis immiti atque implacabili ingenio, cujus iracundiae incendium nec lacrymae Saxonum, nec inundantes campis Thuringiae rivi sanguinis restinguere potuissent. Ciò non ostante, s'interposero tanti per la pace, che i Sassoni s'arrenderono alla volontà del re, il quale cacciò in esilio la maggior parte dei lor capi e baroni, e trattò il resto alla peggio.

Succedette in quest'anno nel martedì santo, giorno 30 di marzo, un nuovo terribile incendio nella città di Milano, descritto da Arnolfo milanese [Arnuf., Hist. Mediolan., lib. 4. cap. 8.], scrittore di vista. E fu come cosa miracolosa, perchè insorto nell'aria un vapore che vomitava fiamme, attaccò il fuoco alle case che si erano salvate nel precedente incendio, e alle già rifabbricate: con divario nondimeno dall'altro, perchè questo distrusse più chiese, a fra l'altre le due basiliche metropolitane, cioè la mirabil estiva di santa Tecla, e l'invernale di santa Maria, con quelle di san Nazario e di santo Stefano. Il danno di quella città fu incredibile. Non ostante sì terribil disgrazia, Erlembaldo seguitava a far guerra al clero incontinente di quella città, ed impedì anche nell'anno presente il battesimo solenne che si solea fare in tutte le cattedrali nel sabbato santo. Irritati per questo i nobili, e guadagnata parte della plebe, vennero alle mani colla gente di Erlembaldo, ed egli in quella zuffa restò morto, e fu poi riguardato qual martire [367] e riconosciuto per santo, avendo anche Iddio con varii miracoli onorata la di lui sepoltura. Il Puricelli ne scrisse la vita. Dopo ciò il popolo di Milano, il quale, esaminati ben questi fatti, pare che già avesse assunta qualche forma di repubblica, ma con riconoscere tuttavia il comando e l'autorità del re Arrigo, unito col clero, spedì un'ambasciata al re medesimo per avere un arcivescovo [Idem, lib. 5, cap. 5.]. Giacchè egli era pentito di aver dato per arcivescovo ai Milanesi Goffredo, fu da lui eletto Tedaldo suddiacono milanese, che era suo cappellano, e il mandò a Milano, dove trovò buona accoglienza non men presso il clero, che presso il popolo, avido sempre di cose nuove. Si videro allora in un medesimo tempo, e non senza scandalo, tre arcivescovi di Milano, cioè Gotifredo consecrato, ma esiliato; Attone sostenuto e consecrato da papa Gregorio VII, e vivente in Roma, e Tedaldo ultimamente sopraeletto agli altri due. Fece quanto potè il papa per impedire la consecrazion di Tedaldo; ma i vescovi suffraganei attaccati al re Arrigo, ad onta di lui, il consecrarono. Corse in quest'anno un gran pericolo lo stesso pontefice Gregorio [Pandulfus Pisanus, et Cardinal. de Aragon., in Vit. Greg. VII. Lambertus Schafnaburg., in Chron.]. Aveva egli pubblicata la scomunica contra di Cencio figliuolo di Stefano già prefetto di Roma, ma non già, a mio credere, prefetto anche egli d'essa città, uomo prepotente sì per la sua dignità e nascita, come per le sue grandi ricchezze, usurpator de' beni delle chiese, ed amico del duca di Puglia Roberto Guiscardo. Istigato costui dalle segrete insinuazioni di Guiberto arcivescovo di Ravenna, che già aspirava al papato, allorchè papa Gregorio nella notte del santo Natale di questo, e non già del seguente anno, celebrava la messa a santa Maria Maggiore, entrato con gente armata, il prese, e staccatolo dal sacro altare, seco il trasse ad una sua [368] torre. Paolo benriedense [Paulus Benriedens., in Vit. S. Greg. VII P. I, tom. 3 Rer. Ital.] aggiunge che esso papa riportò una ferita in quella funesta occasione. Si sparse tosto per la città la nuova di tanta empietà, a cui tutti inorridirono; e il popolo romano, dato di piglio all'armi, fatto il giorno, in furia corse alla torre di Cencio, e quivi con fuoco, con catapulte e con altri ingegni di guerra cominciò a batterla sì forte, che Cencio prevedendo in breve la propria rovina, si gettò a' piedi del papa, implorando, non che misericordia, aiuto per salvarsi. Allora il clementissimo pontefice affacciatosi ad una finestra, fece fermar gli assalti e l'ira del popolo; e tratto dalla torre, se ne tornò fra le acclamazioni di tutti a terminar la messa a santa Maria Maggiore; segno o che non era ferito, o che la ferita dovette essere ben leggera.

Furono poi dal popolo devastati e confiscati tutti i beni dell'empio insieme e pazzo Cencio che ebbe la fortuna di poter fuggire colla moglie e co' figliuoli. Gli aveva il papa imposto la penitenza di fare il viaggio di Gerusalemme. Arnolfo milanese [Arnulf. Hist. Mediolanens., lib. 5, cap. 6.], scrittore di questi tempi, ci assicura, non essere passato l'anno, che costui morì soffocato da un'ulcera nella gola. Lo attesta anche Bertoldo da Costanza [Berthold. Constantiensis in Chron.], con dire che Cencio nei primi mesi dell'anno 1077 andò a Pavia menando prigione Rainaldo vescovo di Como, per essere ricompensato dal re Arrigo, e che quivi morendo all'improvviso, trovò quel guiderdone che meritavano le di lui scelleratezze. Approdarono inaspettatamente in quest'anno i Mori in Sicilia alla città di Mazzara [Gaufrid. Malaterra lib. 3, cap. 9.], e trovando i cittadini mal preparati a questa visita, entrarono per forza nella città. Posero anche l'assedio al castello situato nella pianura della città e vi stettero sotto ben otto giorni. Informato di [369] ciò il conte Ruggieri, entrò di notte con uno stuolo d'armati in esso castello, e la seguente mattina uscì addosso ai nemici. Moltissimi di coloro restarono sul campo, gli altri incalzati, come poterono il meglio, si salvarono alle navi. Se si ha a prestar fede agli Annali pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], nella festa di san Sisto di agosto dell'anno presente presero i Pisani la città di Almadia, ed obbligarono Firmino re d'essa a pagar tributo da lì innanzi a Pisa, et coronam romano imperatori assignaverunt. Possiam fidarci poco d'essi Annali, ne' quali all'anno 1077 si torna a dire che i Pisani presero Almadia in Africa, e ciò parimente nel dì di S. Sisto. Ed altri Annali pisani riferiscono questo fatto all'anno 1088, dove ne tornerò io a parlare. Trovavasi nell'anno presente Beatrice duchessa di Toscana in San Cesario, distretto di Modena, dove nel dì 8 di giugno [Antiquit. Italic., Dissert. V.] compose una differenza insorta fra Eriberto vescovo di Modena ed Alberto di Bazovara per la canonica di Cittanuova. Leggesi parimente un placito tenuto da essa Beatrice [Ibid., Dissert. XVII.], appellata gloriosissima comitissa, e da Matilda sua figliuola in civitate Florentia in via prope ecclesia sancti Salvatoris juxta palatio de domni sancti Battista, anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi septuagesimo quinto post mille, nonas martii, Indictione tertiadecima. Qui è l'anno fiorentino. Se s'ha da credere alla Cronichetta amalfitana [Chron. Amalfitan., tom. 1. Antiq. Ital., pag. 214.], nell'anno presente Roberto Guiscardo s'impadronì della città di santa Severina in Calabria.


   
Anno di Cristo MLXXVI. Indizione XIV.
Gregorio VII papa 4.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 21.

Fu sopra gli altri funesto l'anno presente, perchè principio dell'abbominevol [370] guerra fra il sacerdozio e l'imperio. Fin qui avea il pontefice Gregorio usate tutte le maniere più efficaci, ma insieme dolci, per impedir la rottura, saldo nondimeno in voler abolita l'empia usanza di vendere i vescovati, ed eseguito il decreto formato contra le investiture delle chiese date dai principi laici. Ma il re Arrigo, insuperbito per li buoni successi della guerra di Sassonia, più che mai continuava il commercio simoniaco, e comunicava cogli scomunicati dalla santa Sede. In una lettera scritta il dì 8 di gennaio dell'anno presente [Gregor. VII, lib. 1, Epist. 10.], con esso lui si doleva il papa, perchè avesse dato contro le promesse l'arcivescovato di Milano a Tedaldo, ed inoltre conferite le chiese di Fermo e di Spoleti a persone incognite al medesimo papa: segno che il ducato di Spoleti e la marca, appellata già di Camerino e talvolta di Fermo o d'Ancona, erano ritornati, dopo la morte di Goffredo Barbato duca di Lorena e Toscana, all'ubbidienza del re Arrigo. Ora il pontefice Gregorio, siccome personaggio di cuore intrepido, non mancò di scrivergli delle lettere più vigorose delle passate, e di avvertirlo, che s'egli non mutava registro, sarebbe forzata la santa Sede ad escluderlo dalla comunion de' fedeli. A questo fine gl'inviò nuovamente dei legati, che furono accolti con disprezzo. Fece l'infuriato re tenere una gran dieta in Vormazia nella domenica di settuagesima, dove intervennero tutti i vescovi ed abbati mal intenzionati verso il papa. Sopraggiunse ancora Ugone il Bianco cardinale, che di nuovo ribellatosi dalla Chiesa romana, comparve colà con lettere finte del senato romano, de' cardinali e d'altri vescovi, che richiedevano la deposizion di Gregorio VII e l'elezione di un nuovo papa. Di più non occorse, perchè il re Arrigo in essa dieta coi vescovi suddetti formassero un decreto, in cui dichiararono illegittimo pontefice e scomunicato [371] papa Gregorio. Dopo di che [Bertholdus Constantiensis, in Chron.] spedì Arrigo i suoi messi con lettere in Lombardia e nella marca di Fermo per significare a tutti la risoluzion presa, e per sommuovere ciascuno contra di lui. Fu eziandio data ad un Rolando cherico di Parma l'imcumbenza di portare alla Chiesa romana una lettera fulminante e un ordine spedito in qualità di patrizio a papa Gregorio di scendere dal trono pontifizio, per dar luogo all'elezione di un altro papa. Arrivò questo Rolando a Roma in tempo che si celebrava un concilio numeroso nella basilica lateranense [Paulus Benriedens., in Vit. Gregor. VII, cap. 69.], ed entrato nella sacra assemblea arditamente, dopo aver presentate al papa le lettere, con alta voce gl'intimò di lasciare in quel punto la cattedra pontificia, e al clero romano di portarsi per la Pentecoste alla corte, per ricevere dalle mani del re un vero papa, perchè il presente era un lupo. Alzossi allora Giovanni vescovo di Porto, gridando che fosse preso quel temeriario; e il prefetto di Roma colla milizia, sguainate le spade, corsero sopra di lui per levarlo di vita; e l'avrebbono fatto, se, interpostosi il papa, non lo avesse salvato dalle loro mani. Ventilata dipoi nel concilio la causa, ed animato il pontefice dall'assistenza della duchessa Beatrice e della contessa Matilde, che stendevano la lor possanza sopra buona parte d'Italia, e dalla disposizione in cui sapea che erano i più riguardevoli principi della Germania, dichiarò scomunicato e decaduto dal regno Arrigo IV, con assolvere tutti i di lui sudditi dal giuramento di fedeltà: risoluzione che, quantunque non praticata da alcuno de' suoi predecessori, pure fu creduta giusta e necessaria in questa congiuntura.

Morì nell'anno presente sul fine di febbraio, e di morte violenta, Gozelone ossia Goffredo il Gobbo, duca di Lorena e Toscana, da noi veduto marito della contessa [372] Matilde [Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico. Bertholdus Constantiensis, in Chronico. Bruno, de Bell. Saxon.]. Ito egli una notte al luogo adattato pei bisogni del corpo, che dovea ben essere fabbricato alla balorda, da un uomo che stava in agguato (fu detto per ordine di Roberto conte di Fiandra) di sotto con una freccia fu sì mortalmente ferito nelle natiche, che, secondo Lamberto, da lì a sette giorni, o, secondo Bertoldo, la stessa notte gli convenne morire, ed anche senza i sacramenti, se si ha a credere a Brunone scrittor della guerra di Sassonia. Per la sua bravura e prudenza vien lodato non poco da esso Lamberto. Fu gran partigiano del re Arrigo IV, e però sospetto e poco caro a papa Gregorio VII, e a Beatrice e Matilde. Ma potea ben risparmiare il Fiorentini [Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.] di farlo anche autore della nera congiura ed insolenza di Cencio romano contra la sacra persona di papa Gregorio, perchè nessun giusto fondamento di questa taccia a noi porge l'antica storia. Essendo egli morto senza prole, Arrigo investì del ducato della Lorena Corrado suo proprio figliuolo, e diede la marca d'Anversa a Gotifredo figliuolo del conte Eustachio, e cugino del defunto Gotifredo, il quale col tempo divenne re di Gerusalemme. Restò con ciò senza marito la contessa Matilde, e non andò molto ch'ella si vide tolta anche la madre. Terminò il corso di sua vita la duchessa Beatrice nel dì 18 di aprile nella città di Pisa, come consta dai versi di Donizone [Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 1, cap. 20.]:

Octo decemque dies aprilis dum sinit ire

Christi post ortum vera de Virgine corpus

Anno milleno bis terno septuageno.

Principessa di gran pietà, di egual prudenza e d'animo virile, che si tenne sempre attaccata alla santa Sede, ma senza perdere il rispetto al re Arrigo, anzi con essere mediatrice di concordia [373] e pace fra lui e il pontefice Gregorio. La maggior gloria nondimeno di Beatrice fu l'aver messa al mondo, e mirabilmente educata in tutte le virtù e nella cognizion delle varie lingue, la contessa Matilde, la quale rimasta sola al governo della Toscana e degli altri aviti suoi Stati, cominciò a far conoscere i suoi rari pregi nelle fiere rivoluzioni che andrò da qui innanzi accennando. Nè si dee tacere che il monaco Donizone s'adirò contra di Pisa, perchè quivi, e non in Canossa, fu seppellita la duchessa Beatrice. I suoi versi ci faran conoscere conoscere, come allora fosse mercantile la città di Pisa [Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 1, cap. 20.]:

..... Dolor heic me funditus urit,

Quum tenet urbs illam, qua non est tam bene digna.

Qui pergit Pisas, videt illic monstra marina,

Haec urbs Paganis, Turchis, Libycis quoque,

Parthis,

Sordida. Chaldaei sua lustrunt littora tetri.

Sordibus a cunctis sum munda Canossa, sepulcri

Atque locus pulcher mecum. Non expedit urbes

Quaerere perjuras, patrantes crimina plura.

Che voglia dire con queste ultime parole Donizone, non si può ben intendere. Ma ben si capisce che Pisa era in questi tempi un famoso emporio e porto franco, dove erano ammessi gl'infedeli orientali ed africani: il che parve a Donizone un'indegnità, e perciò più meritevole la sua patria Canossa, per cagione della sua purità in materia di religione.

Le determinazioni prese in Roma contro del re Arrigo, quelle furono che finirono di determinare i primi principi della Germania a ritirarsi dal re Arrigo scomunicato, e a seriamente divisare dei mezzi di rimettere la quiete in quelle contrade [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron. Berthold. Constant., in Chron.]. E giacchè vedeano più che mai ostinato il re nelle sue violenze e in altri vizii, passarono a liberar sè stessi e i popoli da un principe nato solamente per rendere infelici i suoi sudditi. I primarii dunque che l'abbandonarono, furono [374] Ridolfo duca di Suevia, Bertoldo duca di Carintia e Guelfo duca di Baviera, il cui padre, cioè il marchese Alberto Azzo II, signore d'Este, di Rovigo e di altri Stati in Italia, parzialissimo fu sempre anch'egli della santa Sede, e dovea ben promuovere gl'interessi d'essa presso il figliuolo duca. Andò a dismisura crescendo il loro partito, e v'entrarono moltissimi vescovi. In una dieta da essi tenuta in Tribuna dopo la metà d'ottobre, dove intervennero anche i legati della santa Sede, fu progettato di creare un nuovo re. Arrigo venuto alla villa di Oppeneim, fra cui e Tribuna scorreva il Reno, affine di schivar l'imminente nembo, spediva di tanto in tanto legati, con promettere emendazion di vita, soddisfazioni, benefizii; e perchè niun si fidava di un principe che tante volte avea mancato alle promesse, e venivano rigettate le di lui belle parole, non lasciò egli indietro sommissione e preghiera alcuna per placarli. Finalmente gli fu accordato del tempo, e conchiuso che al romano pontefice sarebbe rimesso questo affare, e che esso papa sarebbe pregato di trovarsi in Augusta per la Purificazione di santa Maria; ed esaminate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si starebbe al giudicato di sua Santità, con altre condizioni da eseguirsi al presente, che io tralascio. Non così fecero i più dei vescovi di Lombardia [Cardin. de Aragon., Vit. Greg. VII.]. Erano stati eglino scomunicati insieme con Guiberto arcivescovo di Ravenna nell'ultimo concilio romano, e da papa Gregorio. Però esso Guiberto, e Tedaldo arcivescovo di Milano con altri vescovi scismatici, raunato un conciliabulo in Pavia, scomunicarono anch'essi lo stesso papa Gregorio. Questo partito a sè favorevole in Italia fece risolvere il re Arrigo di non aspettare in Germania la venuta del pontefice romano, ma di portarsi egli a dirittura ad implorare la di lui misericordia di qua dall'Alpi. E tanto più credette migliore questo spediente, perchè temeva di soccombere nella dieta [375] germanica alla folla di tanti accusatori delle sue enormità, delle quali ben sapeva di non avere scusa; e che gli riuscirebbe più facile lungi da tanti suoi avversarii di guadagnare il romano pontefice. Ma perciocchè i duchi di Baviera, Suevia e Carintia aveano chiuso con gente armata i passi per i quali si cala in Italia, egli colla moglie Berta e col piccolo figliuolo Corrado, accompagnato da pochi, prese il cammino della Borgogna [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], e celebrò il santo Natale in Besanzone. Continuando poscia il viaggio, quum in locum, qui Civis dicitur, venisset, obviam habuit socrum suam (cioè Adelaide marchesana di Susa) filiumque ejus Amedeum nomine, quorum in illis regionibus et autoritas clarissima et possessiones amplissimae, et nomen celeberrimum erat. Non saprei dire se qui si parli della terra di Civasco. Fu onorevolmente ricevuto da essi Arrigo IV; ma se volle continuare il viaggio, gli convenne conceder loro cinque vescovati d'Italia contigui ai loro Stati: senza di che non voleano lasciarlo passare. Parve ciò duro al re, ma i suoi interessi più premurosi il fecero cedere a tali istanze. Il Guichenone [Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 1.] pretende che questi vescovati fossero in Borgogna, e forse il Bugey. Ma Lamberto chiaramente scrive quinque Italiae episcopatus. Talmente era in questi tempi cresciuta la fama e potenza di Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia, che Michele Duca imperadore d'Oriente concertò di avere una di lui figliuola per moglie di Costantino Duca Porfirogenito Augusto suo figliuolo e collega nell'imperio. Giovanni Zonara attesta [Zonaras, Annal., tom. 2, pag. 288. Guillelm. Apulus, cap. 3. Malaterra, lib. 3, cap. 13.] che la figliuola fu condotta a Costantinopoli, e, secondo l'uso de' Greci, le fu posto il nome di Elena. Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] nota anch'egli sotto l'anno presente le suddette nozze. Ed aggiugne che Ruggieri conte di Sicilia e [376] fratello d'esso Roberto fece prigione un nipote del re d'Africa, che era venuto in Sicilia a Mazzara comandante di cento cinquanta legni. Ma questa sarà l'impresa medesima che il Malaterra [Malaterra, lib. 3, cap. 10.] mette sotto l'anno precedente, e, per conseguente, potrebbe anche essere accaduto il matrimonio nobilissimo della figliuola di Roberto Guiscardo in esso anno. Resto io in dubbio se in questi tempi il medesimo Roberto facesse l'impresa di Salerno, come vuole Romoaldo salernitano [Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7. Rer. Ital. Malaterra, lib. 3, cap. 10.], oppure nel seguente, dove ne parleremo. In Sicilia avea lasciato esso conte Ruggieri per suo luogotenente Ugo di Gircea, marito di una sua figliuola bastarda. Questi, voglioso di segnalarsi con qualche bella impresa, benchè ne avesse un divieto dal conte, insieme con Giordano, figliuolo anch'esso illegittimo d'esso Ruggieri, diede addosso a Benavert saraceno governatore di Siracusa. Ma caduto in una imboscata, vi lasciò la vita co' suoi, e Giordano appena si salvò con pochi. Affrettò per questa disavventura il conte Ruggieri il suo ritorno in Sicilia, e fece per allora quella vendetta che potè, con dare il sacco a qualche castello e paese de' Mori vicini.


   
Anno di Cristo MLXXVII. Indizione XV.
Gregorio VII papa 5.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 22.

Secondo il concerto, s'era messo in viaggio il pontefice Gregorio con disegno d'andare alla dieta già intimata da tenersi in Augusta nel principio di febbraio di quest'anno [Lambert. Schafnaburgensis, in Chronico. Cardinal. de Arag., in Vita Gregorii VII.]. Uno dei più atroci verni che mai sieno stati, si provava allora in Lombardia. Contuttociò l'animoso pontefice si mise in viaggio, e, scortato dalla contessa Matilde, arrivò fino a Vercelli: [377] quando eccoti nuova che il re Arrigo era giunto in Piemonte. Infatti dopo incredibili patimenti aveva egli valicate le Alpi piene di ghiacci e nevi, e corso più volte pericolo della vita colla moglie e col figliuolo; ma per timore che passasse l'anno dopo la scomunica contra di lui fulminata, egli si espose ad ogni rischio e fatica, tantochè pervenne in Italia. Sparsasi la fama del suo arrivo, corsero a visitarlo ed onorarlo i vescovi simoniaci di Lombardia e i conti; ed in breve si vide alla sua corte un conflusso innumerabil di gente. Ora non sapendo il papa se Arrigo venisse o con buona o con cattiva intenzione, tenuto consiglio, giudicò bene di retrocedere e di ritirarsi colla contessa Matilda alla di lui inespugnabil rocca di Canossa sul Reggiano. Colà comparvero molti vescovi e laici di Germania, venuti per disastrose ed inusitate strade a chieder l'assoluzion della scomunica, e dopo qualche giorno di penitenza l'ottennero. Vi comparve ancor il re Arrigo, e fatta chiamar la contessa Matilde ad un abboccamento, eam precibus ac promissionibus oneratam ad papam transmisit, et cum ea socrum suam (Adelaide marchesana di Susa) filiumque ejus (Amedeo) Azzonem etiam marchionem (dal quale abbiam detto che discende la real casa di Brunswich e la ducale d'Este) et abbatem cluniacensem (Ugo), et alios nonnullos ex primis Italiae Principibus, quorum auctoritatem magni apud eum momenti esse non ambigebat, obsecrans, ut excomunicatione absolveretur, ne principibus teutonicis, qui ad accusandum eum stimulo invidiae magis quam zelo justitiae exarsissent, temere fides haberetur. Somma fatica si durò da tutti per muovere il papa a commiserazione ed accordo. Lasciossi in fine piegare, purchè Arrigo deponesse le regali insegne, e desse veri segni di pentimento. Seguì pertanto quella scena, che fece allora e dipoi grande strepito, e farallo anche nei secoli avvenire: cioè fu ammesso Arrigo entro la seconda cinta di muro di quella [378] rocca, che tre ne avea. Quivi accompagnato da tutti, senza alcun segno dell'esser suo di re, con veste di lana, co' piè nudi, mentre un eccessivo freddo regnava sopra la terra, restò un giorno, e poi l'altro, ed anche il terzo, con farlo ivi digiunare sino alla sera. Tempo viene talvolta che la superbia, primo mobile dei regnanti, cede il trono all'interesse. Dopo i tre dì, e come scrive Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 1.]:

Ante dies septem, quam finem Janus haberet,

Ante suam faciem concessit papa venire

Regem, cum plantis nudis a frigore captis.

Cioè nel dì 25 di gennaio diede il papa udienza ad Arrigo, che prostrato a' suoi piedi, dimandò misericordia de' suoi falli. Celebrò il pontefice la messa, e presa la sacra ostia nelle mani, perchè i suoi nemici lo spacciavano per simoniacamente asceso al papato, si purgò da questa calunnia. Esibì ad Arrigo di fare altrettanto, s'egli si credeva innocente, e non reo di tante accuse prodotte contra di lui. Ma egli con varie scuse se ne guardò. Fu poscia al pranzo col pontefice, il quale lo avea ben assoluto della scomunica, ma con lasciare in sospeso l'affare del regno, e rimettere ai principi germanici e ad una dieta il decidere s'egli dovesse deporre la corona, oppure ritenerla. Dopo ciò il papa venne a Reggio, dove si trovava Guiberto arcivescovo di Ravenna, il più maligno degli avversarii del papa, con gli altri vescovi simoniaci, aspettando il compimento delle promesse di Arrigo.

Convien ora sapere, essersi appena inteso in Lombardia come era passato il congresso del re col papa in Canossa [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], che infinite mormorazioni ed insolenze si sparsero non men contra dello stesso pontefice, trattandolo da tiranno, da omicida, da simoniaco, quanto contra d'Arrigo, perchè sì vilmente si fosse suggettato ad un sì indegno trattamento. Fu proposto di creare Corrado figliuolo di [379] Arrigo, benchè di tenera età, re: tutti fuggivano, o vilipendevano Arrigo, e le città gli serravano le porte in faccia. Ora tra per questo, e perchè non già di buon cuore, ma per necessità de' suoi affari, egli avea fatta quella concordia col papa, se ne pentì egli ben presto. Gli stava a' fianchi il suddetto Guiberto con altri vescovi scomunicati, a' quali non fu difficile il fargli ritrattare il fatto, e ricominciar lo sprezzo delle condizioni già accettate, e la nemicizia col papa. In questa maniera ricuperò Arrigo a poco a poco la buona grazia de' vescovi e dei popoli della Lombardia [Paulus Benried., in Vita Greg. VII, c. 86.]. Ma non potè ottenere dal papa la licenza d'essere coronato re d'Italia colla corona ferrea in Monza. Riassunse nondimeno le insegne di re, benchè si fosse obbligato col papa di vivere in maniera privata, finchè in Germania fosse decisa la di lui causa. Un suo diploma da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. XXXI, pag. 948.] cel fa vedere in Pavia nel dì 3 d'aprile dell'anno presente. Se s'ha a credere a Donizone [Donizo, lib. 2, cap. 1.], egli tentò ancora di tirare il papa ad una conferenza, con disegno di prenderlo. Ma avvertitane la contessa Matilde, fece sventare la mina e condusse il papa alle montagne. Fece Arrigo prendere anche Geraldo vescovo d'Ostia, mandato dal papa per suo legato a Milano. Di tutto questo andò avviso in Germania. Non volle poi Arrigo portarsi alla dieta intimata a Forcheim, come avea data parola. Vi si trovarono bensì i legati del papa, e quivi i duchi Ridolfo, Guelfo e Bertoldo, gli arcivescovi di Magonza e di Maddeburgo, e i vescovi di Virtzburg, di Metz e di altre chiese, i quali trattarono della maniera di restituir la pace, come essi credevano, o almen desideravano, alla Germania; e fu risoluto di creare un nuovo re [Bruno, Histor., Bell. Saxon.]. Fu dunque eletto Ridolfo duca di Suevia, tuttochè egli resistesse un pezzo [380] ad accettar questa pericolosa dignità. A buon conto nello stesso giorno della sua consecrazione, che fu il dì 26 di marzo dell'anno presente [Bertholdus, Constantiensis, in Chron.], si sollevò contra di lui una sedizione in Magonza. Quel che è più strano, apparisce dalle lettere di papa Gregorio [Gregor. VII, lib. 4, Epistol. 23, 24, 28.] che esso pontefice non approvò l'elezion di Ridolfo, e si riserbò la conoscenza di tal causa, per decidere a chi de' due contendenti fosse dovuta la corona; del che poi fece gravi doglianze la fazione d'esso Ridolfo, scrivendone al medesimo papa. Ricorse in questi tempi Arrigo al medesimo pontefice, implorando il suo aiuto contra di Ridolfo usurpatore della corona. Ebbe per risposta, che non si potea soddisfarlo, mentre esso Arrigo teneva tuttavia prigione s. Pietro nel suo legato Geraldo, il quale poi diede fine alle sue miserie, chiamato da Dio a miglior vita sul principio di dicembre dell'anno presente. Ora il pontefice, dopo essersi fermato per tutto giugno in Bibianello, Carpineto e Carpi, terre del Reggiano, allora della contessa Matilde, e in Figheruolo sul Po; chiarito abbastanza che l'animo di Arrigo, lungi dall'essersi mutato, era disposto a far peggio, s'incamminò per la Toscana alla volta di Roma. Il re Arrigo anch'egli seppe trovar via di penetrare in Germania, dove raunato un picciolo esercito, cominciò la guerra contra del nuovo re Ridolfo [Bertholdus, Constantiensis, in Chron.]. Morì nel dì 14 di dicembre in quest'anno l'imperadrice Agnese sua madre in Roma, lasciando dopo di sè il concetto di molta pietà e prudenza. Mancarono anche in questo anno di vita Sigeardo patriarca d'Aquileia (a cui fu surrogato Arrigo canonico d'Augusta) ed Imbricone vescovo d'Augusta, fautore di Arrigo. Ma quel che dovette far più rumore, fu la morte di Gregorio vescovo di Vercelli, cancelliere in Italia d'esso re. Aveva egli intimata una dieta del regno da tenersi ne' prati [381] di Roncaglia circa il dì primo di maggio dell'anno avvenire, con disegno, se mai potea, di deporre il papa; ma una morte improvvisa prima di quel dì troncò le sue trame, e senza lasciargli tempo di penitenza.

Secondo Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.], in quest'anno Roberto Guiscardo duca di Puglia fece l'acquisto importante della città e del principato di Salerno. Ma per conto dell'anno è da maravigliarsi come cotanto discordino fra loro gli scrittori. L'anonimo casinense [Anonymus Casinens., in Chron.] accenna questo fatto all'anno 1075; Romoaldo salernitano [Romualdus Salernit., in Chron.] all'anno 1076. Quantunque io non vegga stabili nella lor cronologia questi autori, forse per difetto de' loro testi alterati dai copisti, pure stimo più verisimile che all'anno presente s'abbiano da riferir tali avvenimenti, per le ragioni che andremo adducendo. Erano in questi tempi gli Amalfitani sotto Gisolfo principe di Salerno [Guillelmus Apulus, lib. 3.], ed aggravati da lui oltre il dovere e costume con dei tributi. Ricorsero essi a Roberto Guiscardo, che a bocca aperta stava aspettando l'opportunità e uno specioso pretesto per insignorirsi di quel nobile paese. Avendo egli presa ben volentieri la lor protezione, fece con ambasciata sapere a Gisolfo suo cognato che trattasse più umanamente quel popolo. Sdegnosamente gli rispose Gisolfo. Allora Roberto, che avea delle nimicizie con Riccardo I principe di Capoa, stabilì con esso lui pace, e fra le condizioni gl'impose di aiutarlo nell'impresa di Salerno. Infatti amendue colle lor forze e colle macchine militari posero l'assedio a Salerno per terra e per mare. Abbiamo da Pietro diacono [Petrus Diaconus, Chron. Casin., tom. 3, cap. 45.] continuator dell'Ostiense, che presentita questa guerra papa Gregorio, che amava non poco Gisolfo, gli spedì Desiderio abbate di Monte Casino per esortarlo a [382] trattar di pace; ma che Gisolfo neppur gli volle dare risposta. Dappoichè fu intrapreso l'assedio, tornò l'abbate casinense, e fatto abboccar Riccardo principe di Capoa con Gisolfo, gli consigliarono tutti di venire a concordia col duca Roberto. Egli più che mai pertinace nulla si curò del loro parere. Crebbe la fame nell'assediata città a tal segno, che il povero popolo si ridusse a cibarsi delle carni più immonde; e non potendo più reggere, aprirono le porte ai Normanni octavi tempore mensis. Ritirossi il principe Gisolfo nella torre o rocca fortissima, fabbricata sulla cima del monte. Stretto ancor ivi, finalmente fu forzato a rendersi a patti di buona guerra, ed ebbe la libertà d'andarsene. Soggiunge Pietro diacono che papa Gregorio il fece governatore della Campania. Dopo la presa di questa città, ch'era allora delle più belle e deliziose d'Italia, e celebre spezialmente per la scuola della medicina, colà per questo concorrendo anche gli oltramontani bisognosi di guarigione, il duce Roberto vi fece fabbricar nella pianura un castello inespugnabile. Anche nella Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 214.] l'acquisto di Salerno è attribuito all'anno presente. Diedesi ad esso duca anche Amalfi, città allora mercantile al sommo, piena d'oro, piena di popolo e di navi. Di essa così scrive Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 3.]:

Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe

Regis et Antiochi. Haec (ratibus) freta plurima transit.

Hic (an heic?) Arabes, Indi, Siculi noscuntur et Afri:

Haec gens est totum prope nobilitata per orbem,

Et mercanda ferens, et amans mercata referre.

Gaufredo Malaterra [Gaufridus Malaterra, lib. 3, cap. 3.] aggiugne che nel tempo medesimo dell'assedio di Salerno il duca Roberto entrò in possesso d'Amalfi, ed ebbe al suo servigio parte degli stessi Amalfitani contra di Salerno. Meritano ben più fede tali autori, che la [383] Cronichetta amalfitana, in cui all'anno 1074 è riferita la presa di Amalfi, con dirsi ivi ancora, che essendo morto Sergio duca di quella città, gli succedette Giovanni suo figlio, ma per poco tempo, perchè ne fu spogliato da Roberto Guiscardo.

Abbiamo ancora dal suddetto Malaterra che in quest'anno il conte Ruggieri assediò per mare e per terra in Sicilia la città di Trapani, e la forzò alla resa. Veggonsi varii atti di Arrigo IV e dei suoi ministri, prima ch'egli tornasse in Germania. Cioè confermò egli al monistero di san Salvatore di Pavia i suoi beni [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. CXIV.], III nonas aprilis anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MLXXVII, Indictione XV, anno autem ordinationis quidem domni Henrici quarti regis XXVI, regni vero XXIV. Actum Papiae. Trovavasi egli in Piacenza XIII kalendas martii, dove tenne un placito [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.], e giudicò in favore di quella cattedrale. Probabile è ancora che appartenga a quest'anno il diploma da me dato alla luce [Antichità Estensi, P. I, cap. 7.], in cui conferma Ugoni et Fulchoni germanis, Aczonis marchionis filiis, cioè del marchese Azzo II progenitore dei principi estensi, i loro Stati posti nei contadi di Gavello, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Cremona, Parma, Lunigiana, Arezzo, Lucca, Pisa, Piacenza, Modena e Tortona; fra' quali specialmente vengono annoverati Este, Rovigo, Montagnana, Casal Maggiore del Cremonese, Pontremoli della Lunigiana, e la terra Obertenga in Toscana, de' quali Stati ho io abbastanza favellato nelle Antichità estensi. Tre placiti ancora tenuti dai suoi ministri in Verona e in Padova si trovano da me pubblicati nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. IX et XXXI.]. Ma quel che è più glorioso per la nobilissima casa d'Este, in quest'anno (s'io ben mi appongo) Roberto Guiscardo duca, dopo aver maritata, come già accennammo, una figliuola nell'imperador [384] d'Oriente, un'altra ne diede ad Ugo figliuolo del sopraddetto marchese Azzo. Ne fa menzione Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 3 Poemat.] con dire che dopo la presa di Salerno venne il duca alla città di Troia, e che fermatosi ivi,

Nobilis advenit lombardus Marchio quidam,

Nobilibus patriae multis comitantibus illum;

Axo vocatus erat. Secum deduxit Hugonem

Illustrem natum. Ducis ut filia detur

Exigit, in sponsam. Comites, proceresque vocari

Quoque facit super his dux consulturus ab urbe.

Horum consiliis Roberti filia nato

Traditur Axonis, ec.

Poscia aggiugne che si fecero di gran feste e conviti per quelle nozze, e che Roberto sollecitò tutti i suoi baroni a regalar gli sposi: il che non essendo stato praticato nelle nozze della precedente figliuola, rattristò quei nobili. Tuttavia contribuirono tutti, e molto più fece egli.

Iis generum donans, addens sua, classe parata

Ad sua cum magno, patremque remisit honore.

In qual credito fosse allora la casa di Este, si può abbastanza dedurre anche da questo. Cessò di vivere nel novembre di quest'anno Landolfo VI principe di Benevento [Chronic. S. Sophiae apud Peregrinium.]; laonde Roberto Guiscardo duca, voglioso anche di questa conquista, si portò all'assedio di quella città. Se poi meritano fede gl'imbrogliati Annali pisani [Annali Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], quel popolo unito co' Genovesi, passato in Africa, vi prese duas magnificas civitates Almadiam et Sibiliam in die sancti Sixti. Io so bene che una Siviglia è in Ispagna. Che un'altra ne fosse in Africa, non l'ho per anche letto. Il Tronci [Tronci, Annali Pisani.] ne parla all'anno 1087, e dice che presero le città di Damiato e di Libia: tutte notizie che mancano di sicuri fondamenti. Veggasi l'anno 1088, al quale si dee riferire sì fatta impresa.

[385]


   
Anno di Cristo MLXXVIII. Indizione I.
Gregorio VII papa 6.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 23.

Tanto il re Arrigo quanto il nuovo re Ridolfo si studiavano di aver favorevole nella loro terribil gara il romano pontefice, e a questo fine gli spedirono i loro legati [Paulus Benriedens., in Vit. Greg. VII.]. Papa Gregorio perciò tenne un concilio in Roma nella prima settimana di quaresima, dove essendo concorsi circa cento tra arcivescovi e vescovi, fu stabilito di spedire in Germania i legati apostolici per conoscere da qual parte fosse la ragione e il torto. Quivi furono ancora di nuovo scomunicati Tedaldo, appellato da alcuni Tebaldo, arcivescovo di Milano, Guiberto arcivescovo di Ravenna, Ugo Bianco cardinale ribello della Chiesa romana, con altri vescovi. Degno di osservazione si è ciò che seguitano a dire quegli Atti [Concilior. Labbe, tom. 10.]: Excommunicamus omnes Northmannos, qui invadere terram sancti Petri laborant, videlicet marchiam firmanam, ducatum spoletanum, et eos, qui Beneventum obsident, et qui invadere et depraedari nituntur Campaniam, et maritima, atque Sabinos, necnon et qui tentant urbem romanam confundere. Di qui può apparire che la marca di Fermo, ossia di Camerino o d'Ancona, il ducato di Spoleti, erano o posseduti dalla Chiesa romana, o almen pretesi di sua ragione dal papa: il che, come fosse succeduto, non l'ho potuto finora conoscere. Debbonsi ancora notar quelle parole: et eos, qui Beneventum obsident. Intorno a che convien ora dire, che sbrigato dalla conquista di Salerno il duca Roberto, mal soddisfatto del romano pontefice, che dianzi l'avea scomunicato, cominciò nell'anno precedente la guerra contra le terre della Chiesa nella Campania [Petrus Diac., lib. 3 Chron., cap. 45.]. Fu perciò di nuovo pubblicata [386] la scomunica contra di lui e del suddetto Riccardo, e papa Gregorio, collecto exercitu, super eos ire disponit, come s'ha da Pietro Diacono. Ciò riferito al duca Roberto, si ritirò in fretta col principe Riccardo a Capoa, e andò a mettere l'assedio a Benevento, nel mentre che Riccardo principe di Capoa imprese quello di Napoli. Tutto ciò avvenne nell'anno antecedente. Continuò Riccardo l'assedio di Napoli per molti mesi, ed avea anche ridotta quella città a mal partito [Camillus Peregr., in Not. ad Protos.], quando sopraggiuntagli la morte nel dì 15 d'aprile, liberò i Napoletani dalle sue branche. Fu principe, per attestato della Cronichetta amalfitana [Antiquit. Italic., tom. 1.], alto di statura, di bell'aspetto, di gran coraggio ed avvedutezza, benigno coi fedeli, terribile contro i perfidi ribelli. Ebbe per successore nel principato di Capoa Giordano I suo figliuolo. Ci fa assai intendere il suddetto concilio che nel principio della quaresima tuttavia durava l'assedio di Benevento, fatto dal duca Roberto: perlochè fu di nuovo fulminata contra di lui la scomunica. Ma appena Giordano fu succeduto al padre, che insorse la discordia fra il duca Roberto e lui. Abbracciò esso Giordano la difesa delle terre della Chiesa e dei Beneventani [Petrus Diacon., Chron., lib. 3, cap. 45.], da' quali ebbe un regalo di quattromila e cinquecento bisanti, o vogliam dire scudi d'oro. Uscito perciò in campagna, secondochè s'ha da Pietro Diacono, fece ribellare molti de' conti e vassalli contra di Roberto, arrivò sotto Benevento, e distrusse tutte le fortificazioni fatte dal duca per prendere quella città. Bari con Trani ed altre città si ribellarono al Guiscardo. Abailardo suo nipote, perchè figliuolo di Unfredo, al quale avea Roberto occupata tutta l'eredità, fu uno de' più vigorosi congiurati contra dello zio Guiscardo. Seguirono perciò varii incontri d'armati, e varii assedii raccontati da Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, Poem., lib. 3.], dopo i quali [387] finalmente fu fatta pace tra esso Roberto e Giordano. Servì questa concordia per abbattere tutte le speranze del nipote Abailardo, il quale se ne fuggì a Costantinopoli, e quivi diede fine alla vita. Ricuperò Roberto Bari, Trani, Santa Severina, e l'altre terre [Petrus Diac., Chron. lib. 3, cap. 45.] che s'erano ribellate. Ascoli, Monte di Vico ed Ariano ritornarono alle mani sue; ed era per fare altri progressi, quando Desiderio abbate di Monte Casino s'interpose, e trattò di pace fra il pontefice e lui. Abbiamo dalla Vita di Gregorio VII papa, a noi tramandata da Niccolò cardinale d'Aragona [Cardinalis de Aragonia, in Vit. Greg. VII.], che venerabilis pontifex receptis nuntiis Roberti Guiscardi egregii Normannorum ducis, versus Apuliam post octavas Pentecostes iter arripuit, et cum ipso apud Aquinum colloquium habuit. Congrua itaque ab eo satisfactione suscepta, prius a vinculo excommunicationis eum absolvit, et consequenter fidelitatem et homagium ejus recepit. Postmodum vero jam assumtum in specialem beati Petri militem, de totius Apuliae et Calabriae ducatu per vexillum Sedis apostolicae investivit. Guglielmo pugliese scrive che questo abboccamento e concordia seguì in Benevento, e non già in Aquino; ed essere corsa voce che il papa, per impegnar meglio nella sua difesa Roberto Guiscardo, gli fece sperare la corona del regno d'Italia [Guillelmus Apulus, lib. 3.]:

Romani regni sibi promisisse coronam

Papa ferebatur.

Parimente Riccardo cluniacense [Richardus Cluniacensis, in Chron., in Antiq. Ital.] conferma questa voce con asserire che papa Gregorio aveva intenzione di crear imperadore esso Roberto, o Boamondo suo figliuolo. Tornava il conto ad esso pontefice, nel pericoloso cimento, in cui egli si trovava per la nemicizia del re Arrigo, non solo di non aver nemico il potentissimo ed invitto duca di Puglia, [388] ma anche di averlo amico e difensore ne' bisogni. Il tempo fece vedere che senza questo appoggio minacciava rovina il suo pontificato.

Ma non tutti questi avvenimenti si compierono nell'anno precedente e nel presente. Siccome vedremo, parte d'essi appartiene all'anno seguente 1079. Certamente si allontanò dal vero il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], allorchè pose l'assedio suddetto di Benevento nell'anno 1074. Già abbiam veduto che nel concilio romano dell'anno presente si fa menzione del medesimo assedio, non per anche sciolto. Ma neppure il padre Pagi [Pagius, Crit. ad Annal. Baron.] colpì nel segno, allorchè pretese che nell'anno 1077 Roberto duca si abboccasse col papa, e ne riportasse l'assoluzione. Papa Gregorio per tutto il giugno del 1077 si trattenne nelle montagne del Reggiano, siccome costa dalle lettere d'esso pontefice. Nel dì 15 d'agosto era in Firenze, e nel primo giorno di settembre in Siena. Ma abbiam veduto che papa Gregorio si mosse di Roma post octavas Pentecostes, per andare ad Aquino a trattar di pace con Roberto. Essendo venuta l'ottava della Pentecoste nell'anno 1077 prima della metà di giugno, come potè egli mai passar da Roma ad Aquino in quel tempo, se, siccome abbiam detto, egli per tutto giugno si fermò in Lombardia? Adunque la riconciliazion di Roberto dee essere succeduta più tardi, e vedremo che non s'ingannò il Baronio in differirla sino all'anno 1080. Oltre di che, Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] all'anno 1078 scrive: Robertus dux obsedit Beneventum, sed ejus obsidio dissipata est a Rodulpho Pipino comite, (cioè, come stimò il Pellegrini [Peregrin., in Notis ad Protospatam.], da Rainolfo zio del principe di Capoa Giordano) et hoc anno obiit Richardus princeps, mentre assediava Napoli. Anche Romoaldo salernitano [Romuald. Salern., in Chron., tom. 8 Rer. Ital.] e l'autore della [389] Cronichetta amalfitana [Antiquit. Italic, tom. 1.] attestano che Riccardo morì durante quell'assedio Indictione prima, cioè nell'anno presente. E che anno primo, postquam cepit Salernum, Robertus dux Beneventum obsedit. Certo è che nello stesso tempo furono fatti que' due assedii, e però nell'anno presente. Il che vien ancora confermato dall'antica Cronichetta di santa Sofia, pubblicata dal suddetto Pellegrini [Peregrin., Hist. Princ. Langobard.], dove si legge: Robertus dux obsedit Beneventum XIV kalendas januarii, usque VI idus aprilis, unde expulsus est cum omnibus suis Indictione I. L'indizione prima correa nell'anno presente. Ora essendo fuori di dubbio l'aggiustamento del papa con Roberto Guiscardo, seguito dappoichè fu sciolto l'assedio di Benevento, per conseguente non nell'anno 1077, come immaginò il padre Pagi, ma molto più tardi si dee credere succeduto. Finalmente si noti che l'autore della Vita di san Gregorio VII [Card. de Aragon., P. I, tom. 3 Rer. Ital.] ci somministra il filo per accertarci dell'anno, in cui seguì l'accordo suddetto. Cioè scrive egli che fra i due re contendenti Arrigo IV e Ridolfo, horribili bello acriter utrimque commisso, caesa sunt multa millia hominum hinc inde. Soggiugne appresso: Et iterum peccatis exigentibus inter eosdem reges horribiliter est pugnatum, ubi maxima virorum fortium multitudo cecidit. Spedì papa Gregorio i suoi legati in Germania per quetar, se mai era possibile, così atroce tempesta. Ma i due re vennero alla terza battaglia. Iterum inter eosdem reges acriter est pugnatum, et multa millia hominum, maxime Bohemorum, caesa sunt.

Dopo questi tragici avvenimenti continua quell'autore a dire che papa Gregorio, portatosi ad Aquino, fece l'accordo con Roberto Guiscardo. Non essendo succedute tali battaglie se non nell'anno presente e nel 1080, nel quale ancora furono spediti in Germania i suddetti legati, [390] vegniamo in fine a conoscere che nell'anno stesso 1080, come volle il Baronio, Roberto Guiscardo tornò all'ubbidienza del romano pontefice. Abbiam detto che succederono sanguinosissimi fatti d'armi fra Arrigo e Ridolfo in Germania. Nel primo, per testimonianza di Bertoldo [Bertholdus Constantiensis, Chron. August., tom. 1 Freheri.], restò vincitore e padrone del campo Ridolfo; e nel secondo, accaduto nel dì 17 d'agosto di quest'anno, la vittoria restò incerta, essendo costata la vita a più migliaia di persone. Fra gli altri vi fu ucciso Wernero arcivescovo di Maddeburgo, e presi Bernardo arcidiacono della Chiesa romana, Sigifredo arcivescovo di Magonza, e Adalberto vescovo di Vormazia: il che non si può mai intendere senza orrore, non essendo le guerre e le battaglie un mestier convenevole a persone ecclesiastiche. L'autore della Cronica di Maddeburgo presso il Meibomio [Chronic. Magdeburg., tom. 2, apud Meibomium.] e l'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.] pretendono che questa seconda battaglia riuscisse molto più favorevole ai Sassoni e a Ridolfo, che ad Arrigo. Verso l'Ognissanti esso re Arrigo, rinforzato di gente, portò la guerra negli Stati di Guelfo duca di Baviera, e di Bertoldo duca di Carintia, tutti e due fedeli fautori del papa e del re Ridolfo [Bertholdus Constantiensis, in Chron.]. Nel qual tempo venne a morte esso duca Bertoldo con grave danno del suo partito. In questo anno poi Ruggieri conte di Sicilia per terra e per mare bloccò [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 15.] la città di Taormina, e dopo molte fatiche se ne impadronì. Tenuto fu un altro concilio in Roma da papa Gregorio dopo la metà di novembre, in cui troviamo fulminate molte scomuniche, e nominatamente contra Niceforo Botoniata imperador di Costantinopoli, che avea usurpato quel trono a Michele e a Costantino Porfirogenito, genero del duca Roberto, la cui figliuola [391] fu rimandata al padre. Per questi sì frequenti concilii di papa Gregorio doveano poco attendere alle lor gregge i sacri pastori. Intervennero a quest'ultimo i legati de' due re contendenti, promettendo amendue di fare una dieta, dove si deciderebbe la lor controversia.


   
Anno di Cristo MLXXIX. Indizione II.
Gregorio VII papa 7.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 24.

In quest'anno ancora papa Gregorio celebrò nel mese di febbraio un numerosissimo concilio in Roma [Concil. Labbe, tom. 10.], dove intervenne l'eresiarca Berengario, e ritrattò le perverse sue dottrine intorno al sacramento dell'altare. Furono confermate le sacre censure contra Tedaldo arcivescovo di Milano, Sigefredo vescovo di Bologna, Rolando vescovo di Trevigi, e contra i vescovi di Fermo e Camerino. Trovossi alla medesima sacra assemblea Arrigo novello patriarca di Aquileia, il quale, quantunque promosso a quella chiesa da Arrigo IV, pure umilmente si suggettò alla Sede apostolica, e promise di non aver comunione con gente scomunicata. Si dolsero in quel sinodo del re Arrigo i legati del re Ridolfo, a cagion delle guerre e violenze ch'egli promoveva in Germania [Cardinal. de Aragon., in Vita Gregor. VII.]. Perlochè il pontefice Gregorio destinò per suoi legati al congresso, da tenersi in Germania, Pietro Igneo cardinale e vescovo d'Albano, Odelrico vescovo di Padova (Paolo Benriedense scrive [Paulus Benriedens., in Vita Gregor. VII.] che fu Alemano vescovo di Passavia) e il suddetto patriarca d'Aquileia. Andarono essi; ma perchè non vollero alle istanze di Arrigo scomunicare il re Ridolfo, senza frutto se ne tornarono a Roma, con riferire al papa la disubbidienza d'esso Arrigo e l'ubbidienza del re Ridolfo. Era intenzione del pontefice di trasferirsi egli in [392] persona in Germania, per decidere quello spaventoso litigio; ma il re Arrigo, troppo diffidando di lui, a questo non volle dar mano. Continuò in quest'anno la guerra fra essi re [Annalista Saxo, apud Eccardum.]. Ridolfo andò contro la Vestfalia, e costrinse que' popoli alla sua ubbidienza. Arrigo portò la guerra nella Suevia contra di Ridolfo. Aggiugne il Cronografo sassone [Chronographus Saxo, apud Leibnitium.] che bellum fit iterum inter Rodulphum et Henricum hyeme nimis aspera, ubi in primo congressu Saxones (uniti con Ridolfo) terga vertunt. Ma uno squadron d'essi Sassoni, mentre gli altri erano occupati nella mischia, diede il sacco agli alloggiamenti del re Arrigo. In questa maniera si andava desolando la misera Germania per l'arrabbiata contesa di quei due regnanti. Per altro non dovette succedere alcun fatto strepitoso, al vedere che Bertoldo da Costanza non ne parla. Gli Annali pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], che non meritano, a mio credere, gran fede nelle cose antiche, mettono sotto quest'anno la guerra fra i pisani e i Genovesi. Dai primi fu abbruciata la terra di Rapallo, ed incontratesi le lor flotte nel dì 13 di maggio, la genovese si salvò colla fuga. In quest'anno ancora Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] scrive che intravit Petronus (Pietro vien chiamato da Guglielmo pugliese) in Tranum. Et Barum rebellavit, ejecto exinde praeside ducis. Et Bajalardus filius Umfredae comprehendit Asculum. Però se fosse stabile l'asserzione di questo istorico, noi avremmo che parte di que' fatti che ho riferito nell'anno precedente, presi da Pietro Diacono, sarebbono da attribuire all'anno presente. Ma all'osservare ch'esso Lupo racconta come succeduta in questo medesimo anno la caduta di Michele Duca dal trono di Costantinopoli, e l'usurpazione di Niceforo Botoniata, che pur si crede creato imperador d'Oriente nell'anno precedente, [393] si potrebbe restar dubbioso intorno al tempo di tali fatti. Ma l'Anonimo barense [Rerum Italicarum, tom. 5.] presso Camillo Pellegrini, dopo aver narrata all'anno 1078 l'assunzione al trono del Botoniata, anch'egli nel presente 1079 scrive che mense februarii die III stante rebellavit Bari ab ipso duce, et dirutum castello de Portanova. Nella stessa guisa l'autore di un'antica Cronichetta normannica, da me data alla luce [Ibid., tom. 5, pag. 278.], parla di que' fatti. Anno MLXXIX Petronius comes intravit iterum Barim. Abagilardus comes (nipote di Roberto Guiscardo) ivit super Trojam, et fugavit Boamundum filium Roberti ducis, et obsedit, et cepit Asculum. Et iterum Robertus recuperavit eum. Postea factum est praelium ibidem, et fugatus est Abagilardus cum militibus suis, et fugit in Constantinopolim, et ibi mortuus est inimicus duci Roberto. Ecco dunque che gli avvenimenti raccontati tutti in un fiato da Pietro Diacono, continuatore della Cronica casinense, succederono in parte nell'anno presente, e fra questi la ribellione di Bari. Ancora al conte Ruggieri si ribellarono in Sicilia le terre di Jato e Cenisi [Ganfrid. Malaterra, lib. 3, cap. 20.]. Le assediò egli amendue nello stesso tempo; e costrinse quegli abitanti ad implorare il perdono, che non fu loro negato.

Confermò in quest'anno il re Arrigo i suoi privilegii alla chiesa di Padova e al vescovo Olderico con un diploma [Antiquit. Italic., Dissert. XIX.] dato X kalendas augusti, Indictione II, anno dominicae Incarnationis MLXXVIIII, anno autem regni domni regis Henrici quarti XXIII. Actum Ratispone. Nella copia, di cui mi son servito, si leggeva D. Paduanae ecclesiae episcopus. Ma si dee scrivere Uld., cioè Uldericus. E di qui può apparire che esso Olderico non fu spedito per suo legato dal pontefice Gregorio. Ho io parimente pubblicata una convenzione seguita nel dì 31 di [394] maggio [Antichità Estensi, P. I, cap. 7.] inter marchionem Azonem, et Ugonem et Fulconem germanos, filios ejusdem marchionis Azonis, e il capitolo dei canonici di Verona, in vigore di cui essi canonici diedero a livello al marchese e a' suoi figliuoli la corte di Lusia, villa di grande estensione. Si vede che il marchese Azzo estense pensava a bene stabilire ed ingrandire in Italia i figliuoli del secondo matrimonio, giacchè Guelfo IV figlio del primo letto e duca di Baviera era giunto ad una riguardevol potenza in Germania. Questo Ugo è il medesimo che avea sposata la figliuola del duca di Puglia Roberto. Raccogliesi poi da una lettera scritta da papa Gregorio a Desiderio abbate di monte Casino [Gregor. VII, Epist. 11, lib. 9.], che Arrigo IV anch'egli si maneggiò per ottenere una figliuola d'esso Roberto Guiscardo duca in moglie di Corrado suo primogenito, con esibirsi d'investire Roberto della marca di Fermo, et rex duci marchiam tribuat. Ma il saggio papa dovette fare in maniera che questo trattato andò per terra. Nè si dee tacere che (probabilmente in quest'anno) esso duca Roberto maritò un'altra figliuola con Raimondo II conte potentissimo di Barcellona e di altre città. Ne parla, oltre ad altri autori, Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 4. Anonym., de Gest. Comit. Barcin. apud Baluz.] come di un fatto accaduto prima che seguisse la concordia fra il papa ed esso duca:

Partibus Esperiae, quem Barcilona tremebat,

Venerat insignis comes hanc Raymundus ad urbem;

Ut nuptura ducis detur sibi filia, poscit.

Il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.] credette contratto questo matrimonio prima dell'anno 1077. Ma se son ben concertati i tempi di quei fatti presso il suddetto storico, tali nozze debbono appartenere all'anno presente.

[395]


   
Anno di Cristo MLXXX. Indizione III.
Gregorio VII papa 8.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 25.

Crebbero in quest'anno gli affanni alla Germania e all'Italia per la funestissima guerra insorta fra il sacerdozio e fra i due emuli re Arrigo e Ridolfo. Il primo, figurandosi di trovar a dormire i Sassoni, nel dì 27 di gennaio dell'anno presente andò colla sua armata ad assalirli [Bertholdus Constant., in Chron. Bruno, Hist. Bell. Saxon.]. Si fece un sanguinoso fatto d'armi, in cui (che che ne dica la Cronica augustana) fu obbligato ad una vergognosa fuga Arrigo con tutti i suoi. Ridolfo ne spedì per mezzo dei suoi legati a Roma la lieta nuova, ed insieme fece esporre le doglianze sue contra di Arrigo, che sempre più sconvolgeva e desolava la Germania, e mostravasi disubbidiente al romano pontefice. Diedero motivo tali avvisi e lamenti a papa Gregorio di apertamente dichiararsi in favore del re Ridolfo. Perciò nel concilio VII tenuto in Roma nel dì 9 di marzo, dopo avere rinnovate le scomuniche contra gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, dichiarò legittimo re del regno germanico Ridolfo, e fulminò la scomunica e la sentenza di deposizione contra di Arrigo, usando le più forti espressioni, per esprimere in ciò l'autorità dei sommi pontefici, e colla stessa franchezza dicendo: Ipse autem Henricus cum suis fautoribus in omni congressione belli nullas vires, nullamque in vita sua victoriam obtineat. Mandò esso papa a Ridolfo una corona d'oro, dove si leggeva questa iscrizione:

PETRA DEDIT PETRO, PETRVS DIADEMA RODVLPHO.

Essendo volata in Germania la nuova di questa risoluzione [Marianus Scotus, in Chron. Otto Frisigen., in Cron. Sigebertus, in Chron. et alii.], crebbe a dismisura [396] la rabbia del re Arrigo, nè mancarono perversi consiglieri che il trassero all'ultimo degli eccessi. Fece egli pertanto raunare un conciliabolo di trenta vescovi scismatici, e di molti signori sì di Germania che d'Italia, suoi fautori, in Brixen, o sia Bressanone sul Tirolo, e gl'indusse con empia ed affatto irregolar procedura a dichiarar deposto Gregorio VII dal papato, e ad eleggere in suo luogo Guiberto arcivescovo di Ravenna, già più volte scomunicato, il quale assunse dipoi il nome di Clemente III. Era costui cittadino di Parma di gran nobiltà, e da molti vien creduto della nobil casa di Correggio. Scrive Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 1.] che di tre figliuoli di Sigefredo lucchese, ascendente della contessa Matilde,

Fiunt Parmenses duo fratres, ambo potentes.

Dat Guibertinam minimus, primus Baratinam,

Progenies ambas grandes, et honore micantes.

Da essa schiatta gibertina sembra che discendesse il suddetto antipapa. Aspirava da gran tempo alla cattedra di san Pietro esso Guiberto, uomo, quanto privo dello spirito ecclesiastico, altrettanto provveduto di mondana politica. Il primo de' suoi pensieri era l'ambizione, l'ultimo il timore di Dio. L'esaltazione di questo mal uomo succedette nel dì 25 di giugno. Nel decreto di tale elezione, rapportato dall'abbate urspergense [Urspergensis, in Chron.], si spacciarono non poche stomachevoli calunnie contra di papa Gregorio, suggerite da Ugo il Bianco cardinale scomunicato, e che si leggono anche nell'empia diceria delle scismatico Bennone. Scrisse dipoi Arrigo allo stesso Gregorio pontefice e al popolo romano lettere infami per avvisarli dell'idolo ch'egli avea introdotto nella casa di Dio. Fu inoltre spedito in Italia il novello antipapa, per tirare nel suo partito tutti i simoniaci e i nemici del vero papa; nè a lui fu difficile di trovarne molti e di mettere insieme un'armata.

Il presentimento di questo colpo, e gli [397] avvisi di quel che andava succedendo in Germania, quegli sproni dovettero essere che finalmente indussero e ad affrettarono papa Gregorio a rilasciare la sua severità contra di Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia, ed accordarsi con lui. Roberto anch'egli si trovava in qualche disordine per le molte città che gli s'erano ribellate, e gli era utile l'accomodarsi ai voleri del papa. Però il pontefice post octavas Pentecostes, circa il dì 7 di giugno, siccome abbiamo detto di sopra, andossene ad Aquino [Cardinal de Aragon., in Vit. Gregor. VII.], accompagnato da Giordano principe di Capoa, e quivi riconciliatosi con Roberto, l'assolvè dalle censure, e diedegli l'investitura di tutti quegli Stati che gli erano stati conceduti da Niccolò II e da Alessandro II pontefici predecessori, con aggiugnere: De illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalfia, et pars Marchiae Firmanae, nunc te patienter sustineo in confidentia Dei omnipotentis et tuae bonitatis, ec. Probabilmente questo era stato il punto principale che avea fin qui ritardata la pace fra loro. Giurò all'incontro fedeltà ed omaggio al papa il duca Roberto, con promettere ancora di pagar ogni anno alla Chiesa romana dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi di tutti i suoi Stati. Già s'è, a mio credere, assai dimostrato di sopra all'anno 1078 non sussistere l'opinione del padre Pagi, che tal riconciliazione seguisse nell'anno 1077, e star forte quella del Sigonio e del cardinal Baronio, da' quali fu riferita al presente anno 1080. Aggiungo ora, che gli atti d'essa investitura e del giuramento di Roberto son posti fra le lettere del libro ottavo di Gregorio VII, che riguardano gli affari di quest'anno. E nella lettera settima d'esso libro il pontefice dà avviso a tutti i fedeli di aver parlato cum duce Roberto et Jordane, ceterisque potentioribus Nortmannorum principibus, che gli aveano promesso soccorso contra di ognuno in difesa della Chiesa romana, [398] con palesar eziandio la risoluzione presa di marciare con un'armata contra di Ravenna, per liberar quella chiesa e città dalle mani dell'empio Guiberto, già alzato dalla perfidia al sacrilego grado di antipapa. Finalmente abbiamo dalla Cronichetta normannica da me pubblicata [Chron. Normann., tom. 5 Rer. Ital., p. 278.], che anno MLXXX Robertus dux amicatus est cum Gregorio papa in mense junio, et confirmata fuit ab illo omnis terra, quam habebat Robertus dux in Apulia, Calabria et Sicilia. Guglielmo pugliese anch'egli narra [Guillelm. Apulus, Poemat., lib. 4.] sotto il presente anno la concordia suddetta; anzi la fa succeduta dopo la morte del re Ridolfo: nel che egli s'inganna. Dalla stessa Cronichetta abbiamo che il duca Roberto nell'aprile di quest'anno ricuperò la città di Taranto e Castellaneta. Presentossi ancora coll'esercito sotto Bari, e colla fuga di Petronio conte tornò ad impadronirsene. Fece anche lo stesso della città di Trani. Notizie tutte confermate da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] e dall'Anonimo barense [Anonymus Barensis, apud Peregrin.]. Era già stato, siccome accennai, da Niceforo Botoniata precipitato dal trono imperiale d'Oriente Michele Parapinacio con Costantino suo figliuolo, e genero del duca Roberto, ed obbligato a prendere l'abito di monaco. Una curiosa scena avvenne in quest'anno. Eccoti comparire in Puglia davanti il duca Roberto un uomo vilmente vestito, che si spaccia per Michele imperator deposto, e chiede aiuto contro l'occupator dell'imperio, spezialmente rappresentando che la sua rovina era proceduta dalla parentela contratta con esso Roberto, principe troppo odiato da' Greci. Fu accolto con grande onore, vestito di abiti imperiali, e trionfalmente condotto per la città. Credette, o mostrò di credere il duca Roberto che costui veramente fosse il deposto Michele. Anna Comnena [Anna Comnena, in Alexiad., lib. 1.] sostiene nella sua Storia [399] che questa fu una finzione, procurata da Roberto stesso, principe che in astuzie politiche non avea pari, per prendere da ciò pretesto di assalire la monarchia dei Greci. Gaufredo Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 13.], tuttochè Normanno, pure anch'egli inclina a credere che questo Michele fosse un tiro di politica e una fantasima atta a commuovere i popoli alle imprese che Roberto, sbrigato dalle guerre civili, andava già macchinando, e alle quali cominciò nell'anno presente a prepararsi. Da una lettera di papa Gregorio [Gregor. VII, lib. 8, Epist. 6.] si scorge che anche a lui fu fatta credere la venuta in Italia dell'Augusto Michele. Il Malaterra suddetto mette la comparsa di questo fantoccio nell'anno 1077, ma i più nell'anno presente 1080, nel quale comparve in Sicilia Raimondo conte di Provenza a chiedere per moglie Matilda figliuola primogenita del conte Ruggieri. Furono con gioiosa solennità celebrate quelle nozze, e lo sposo contento condusse la moglie alle sue contrade. Ebbero maniera i Saraceni di rientrare in questo anno nella città di Catania per tradimento di Bencimino governator d'essa, musulmano di professione, ma creduto di gran fede da Ruggieri. Udita questa dispiacevol nuova, non perdè tempo Giordano figliuolo del conte Ruggieri ad accorrere colà con un piccolo corpo di cavalleria. Trovò schierati i Saraceni sotto quella città, gli assalì con incredibil valore, e talmente li riempiè di terrore, che, non credendosi sicuri neppure nella città, l'abbandonarono con ritirarsi in Siracusa.

Intanto in Germania avvenne una terribile mutazion di cose [Marianus Scotus, in Chron. Bertholdus Constant., in Chron. Bruno, Hist. Bell. Saxon. et alii.]. Nel dì 15 di ottobre seguì la quarta battaglia campale fra i due re Arrigo e Ridolfo. Gran varietà si truova fra gli scrittori nella descrizion di essa, chi sostenendo che furono messi in fuga i Sassoni, e chi essersi [400] dichiarata la vittoria per loro. Quel che è certo, in quel conflitto restò mortalmente ferito, e di lì a non molto morì il re Ridolfo. L'autore della Vita di Arrigo IV presso il Reubero [Auctor. Vit. Henrici IV, apud Reuberum.] pretende ch'egli fosse ucciso da' suoi medesimi soldati, guadagnati con danaro del re Arrigo. Questo colpo sconcertò sommamente gli affari della lega cattolica non solo in Germania, ma anche in Italia, ed espose alle dicerie de' nemici il pontefice Gregorio VII. Se merita fede Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], avea predetto esso papa che in quest'anno sarebbe morto il falso re, intendendo di Arrigo, ma in vece sua finì di vivere il re Ridolfo. Potrebbe essere una favola; ma certo egli, scrivendo a tutti i fedeli [Gregor. VII, lib. 8, Epist. 7 et 9.], avea fatto loro sperare, nefandorum perturbationem merita ruina cito sedandam, et sanctae Ecclesiae pacem et securitatem (sicut de divina clementia confidentes promittimus) proxime stabiliendam. Si raccoglie lo stesso da altre sue lettere. Però fecero grande schiamazzo i partigiani di Arrigo per l'avvenimento tutto contrario alle promesse o speranze pontificie. Loro ha già risposto il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], e meritano intorno a ciò d'esser lette anche le riflessioni dell'abbate Fleury [Fleury, Hist. Eccl., tom. 13, dans la Pref.]. A questo infausto accidente un altro se ne aggiunse in Italia. Risoluta la celebre contessa Matilda di sostener gl'interessi del romano pontefice, e di tentare, secondo il concerto fatto, di cacciar da Ravenna l'antipapa Guiberto, avea raunate le sue forze nel territorio di Mantova, città allora a lei ubbidiente. Ma fu anche in armi quasi tutta la Lombardia in aiuto di Arrigo, e con un potente esercito si portò alla Volta, luogo del Mantovano [Bertold. Constantiensis, in Chron.]. Quivi vennero alle mani le due armate, e a quella della contessa toccò la rotta nel dì 15 di ottobre, cioè nel giorno stesso in cui seguì l'altro infelice conflitto [401] della Germania, dove il re Ridolfo perdè la vita. Leggesi parimente nella Vita di Gregorio VII [Cardinal. de Aragon., Vit. Gregor. VII, part. I, tom. 3 Rer. Italic.], che dopo la morte di Ridolfo evolutis paucis diebus, Henricus filius ejus (di Arrigo IV) cum exercitu llustris comitissae Mathildis pugnavit. Et quia, sicut fieri solet, varius est eventus belli, victoriam habuit. Che Enrico, ossia Arrigo, sia questo figliuolo del re Arrigo IV, non truovo io scrittore che me l'additi. Forse quello (dice il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.]), che senza nome presso Donizone morì poi nell'assedio di Montebello. Certamente non fu Arrigo V, poscia imperadore, perchè si crede nato solamente nell'anno seguente. A me è ignoto se Arrigo IV avesse de' figliuoli bastardi. Nondimeno improbabil cosa non sarebbe che ne avesse avuto. Fece in quest'anno la suddetta contessa Matilde una donazione al monistero di san Prospero, oggidì di san Pietro, dei Benedettini di Reggio. La carta fu scritta [Antiquit. Italic., Dissert. XXII.] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo octuagesimo, die IX mensis decembris, Indictione tertia. L'indizione corre qui sino al fine dell'anno; ma potrebbe dubitarsi che fosse qui adoperato l'anno pisano, e che lo strumento appartenesse all'anno precedente, nel cui settembre cominciò a correre l'Indizione III. Tenne inoltre essa contessa un placito in Corneto, terra del contado di Toscanella [Mabill., Annal. Benedict.], VII kalendas aprilis, Indictione III, dove decise la lite d'una chiesa in favore di Berardo abbate di Farfa.


   
Anno di Cristo MLXXXI. Indizione IV.
Gregorio VII papa 9.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 26.

Insuperbito il re Arrigo per le felicità nel precedente anno occorse all'armi sue, [402] calò nel presente con molte forze in Italia [Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.]; e siccome uomo infaticabile e fervido nel mestier della guerra, dopo aver celebrata la Pasqua in Verona, s'inviò a Ravenna, dove si preparò per passare a Roma, fingendo di voler pace, ma consigliatamente per tentare, se potea, d'intronizzar nella sedia di san Pietro lo scomunicato Guiberto. Confessò in una sua lettera Gregorio VII [Gregor. VII, lib. 9, Ep. 3.] che la maggior parte de' suoi, atterriti dalle prosperità d'Arrigo, il consigliava di far pace, e massimamente perchè Arrigo prometteva di gran cose. Eravi anche apparenza che la contessa Matilda, quasi unico antemurale della parte cattolica in Italia, per difetto non già di volontà, ma di forze, avesse da cedere alla potenza d'Arrigo. Contuttociò mirabil fu la costanza ed intrepidezza di Gregorio; nè si lasciò egli mai piegare ad alcuna viltà. Animo a lui fra i mezzi umani faceva la speranza di essere soccorso da Roberto Guiscardo, e il vedere i Romani concordi per sostenerlo. Se si ha a credere agli storici fiorentini, Arrigo assediò inutilmente Firenze dall'aprile fino al dì 21 di luglio. Il Villani [Giovanni Villani, lib. 4, cap. 23. Ammirati, Istor. di Firenze, cap. 1.] scrive che nel dì 12 d'aprile terminò quell'assedio. Comunque sia, certo è che comparve circa la Pentecoste coll'esercito e coll'antipapa a Roma il re Arrigo [Cardinal. de Aragonia, in Vita Gregor. VII.]. Trovò quella città ben disposta alla difesa, e fu non men egli che Guiberto onorato di quanti ingiuriosi titoli e villanie seppe inventare la satirica facondia di quel popolo. Accampossi nel prato di Nerone, aspettando pure di far qualche bel colpo; ma inutilmente tutto, perchè odiato da' Romani tutti. Intanto gli aderenti suoi di Lombardia faceano guerra alle terre della contessa Matilda, devastando paesi, assediando castella, ma con ritrovar dappertutto nelle di lei genti il coraggio della medesima principessa. [403] Ne fa menzion Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 1.], ma con tacerne una a lui svantaggiosa, discoperta nondimeno dall'avveduto Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.]. Cioè, che in questi tempi cotanto prevalse in Lucca la fazione degli scismatici, istigata principalmente da alcuni scapestrati del clero, che quella città si ribellò alla contessa Matilda e si diede ad Arrigo. Ciò si ricava dai diplomi di esso re, dati in quest'anno a que' cittadini, e alle chiese di essa città, de' quali fa anche menzione Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Annal., tom. 1 Rerum Ital.]. Di questa ribellione eziandio siamo assicurati dall'autore della Vita di santo Anselmo vescovo di Lucca, il quale in tal congiuntura fu cacciato dalla sua sedia, e si ricoverò sotto la protezion di Matilde, senza più potere ricuperar quella chiesa, in cui fu intruso al dispetto dei sacri canoni un Pietro diacono, fiero fomentatore del partito del re. Intanto i Sassoni e varii principi e vescovi di Germania, co' quali Arrigo aveva indarno trattato di tregua, per potere con più sicurezza far guerra a papa Gregorio, tennero una solenne dieta [Bertholdus Constantiensis, in Chron.], con eleggere in essa un re nuovo, cioè Ermanno di Lucemburgo Lorenese, nella vigilia di san Lorenzo. Non è in questo luogo da seguitare il Baronio nè il p. Pagi, che fidatisi di Mariano Scoto, della Cronica d'Ildeseim, e di qualche altro minore storico, differirono sino all'anno seguente la promozione di Ermanno. Bertoldo da Costanza, uno dei migliori scrittori di questi avvenimenti, ci assicura ch'egli fu promosso alla corona in quest'anno. Così ha anche Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], così la Cronica di Augusta [Chron. Augustan.]; e, quel che più importa, Brunone storico contemporaneo della guerra di Sassonia [Bruno, Hist. Bell. Saxon.], e che ne termina la descrizione in quest'anno, scrive che in natali sancti Stephani protomartyris, a Sigefredo [404] moguntinae sedis archiepiscopo Hermannus in regem venerabiliter est unctus, quum jam MLXXXII annus Incarnationis dominicae fuisset inceptus. Cominciavano i Tedeschi nel Natale del Signore l'anno nuovo. Perciò alcuni autori mettono il principio del suo regno nell'anno seguente, perchè egli fu coronato nella festa di santo Stefano. Mariano Scoto negli ultimi tre anni della sua Cronica ha degli anacronismi che non si possono salvare. E forse quella è una giunta fatta da qualche penna posteriore; eppure egli si scuopre mal informato.

Ora per disturbar la dieta e l'elezione suddetta che dissi fatta nella vigilia di san Lorenzo di quest'anno, erano accorsi i principi fedeli ad Arrigo con assaissime squadre d'armati. L'esercito loro di molto superava in numero quello di Ermanno. Contuttociò, passata la festa di san Lorenzo, il novello re insieme con Guelfo duca di Baviera all'improvviso andò ad assalirli nel luogo di Hoctet, celebre per una gran giornata campale de' nostri giorni, e gli sconfisse. Assediò dipoi Augusta, e, non potendola vincere, si rivolse ad altre parti della Germania. Finalmente ben accolto dai Sassoni, nella festa di santo Stefano di quest'anno, siccome dissi, da Sigefredo arcivescovo di Magonza ricevette la corona e la consecrazion regale. Mentre se ne stava attendato l'esercito di Arrigo intorno alla città leonina, valorosamente difesa dai Romani, cominciò l'aria, anche allora malsana di quei contorni, a far guerra a lui e a' suoi soldati. Non poche migliaia vi lasciarono per le infermità la vita; laonde, non potendo egli reggere a questa persecuzione, giudicò meglio di levare il campo e di ritornarsene in Toscana. Dalle memorie del Fiorentini suddetto costa ch'egli tuttavia dimorava all'assedio di Roma nel dì 23 di giugno. Poscia si truova in Lucca nel dì 25 di luglio. Un suo diploma, da me dato alla luce nelle Antichità italiane [Antiquitat. Italic., Dissert. XXXI, pag. 949.], cel fa vedere ivi nel dì 19 d'esso mese [405] di luglio. Di là, se vogliamo stare all'asserzione di Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.], si ridusse a Ravenna, e in quelle parti svernò. Fu in questi tempi ch'egli tentò di tirar dalla sua Roberto Guiscardo duca di Puglia, con proporre il matrimonio di Corrado suo figlio con una figliuola del medesimo Roberto. Ma il duca stette forte nell'unione col papa. Niuno aiuto nondimeno, benchè richiesto, potè o volle dare allo stesso papa, perchè allora ad altro non miravano le sue vaste idee che a stendere le sue conquiste nell'imperio de' Greci, forse con isperanza di farsi imperadore d'Oriente. A questo fine fece un gran preparamento di navi e di gente in Brindisi e in Otranto, e con questa poderosa armata, dopo aver dichiarato principe di Puglia e Sicilia e suo erede il figlio Ruggieri, mosse contra de' Greci, menando seco il suo creduto finto imperadore Michele. S'impadronì dell'isola di Corfù, prese Botontrò e la Vallona, e s'inviò per mettere l'assedio alla forte città di Durazzo. Anna Comnena nella sua Alessiade scrive [Anna Comnena, Alexiad., lib. 1. Malaterra, lib. 3, cap. 24.], che la di lui armata navale patì una fiera burrasca, e che vi perì gran copia di gente e di navi; ma che nulla potendo atterrire il cuore intrepido di Roberto, egli continuò il suo viaggio contra di Durazzo. Seco era Boamondo, a lui nato dalla prima moglie, che nel valore e nella maestria della guerra, benchè giovane, compariva veterano, eletto perciò generale dell'armata dal padre. Fu dunque dato principio all'assedio di quella città. In questo medesimo anno avendo Alessio Comneno guadagnato in suo favore l'esercito greco, fu proclamato imperadore nel dì primo d'aprile in Andrinopoli [Zonar., in Annal. Anna Comnena, Alex., lib. 3.], e passato a Costantinopoli, quivi si fece solennemente imporre la corona imperiale. Trovavasi allora gravemente oppresso [406] l'imperio orientale dai Turchi, che aveano eletta per lor capitale Nicea, e vivamente era minacciato da Roberto Guiscardo nella Dalmazia.

Fece egli perciò pace co' Turchi; e per resistere al Guiscardo, spedì lettere e ambasciatori al papa, al re Arrigo, ed anche a quasi tutti i principi d'Occidente, senza che alcuno volesse alzare un dito contro ai Normanni. I soli Veneziani, sempre fin qui uniti co' Greci, in aiuto di lui concorsero con un'armata navale. Guglielmo pugliese [Guilielm. Apulus, lib. 4.] ci fa conoscere con un superbo elogio, come già fosse cresciuta fin d'allora la potenza veneta, con dire d'essa flotta:

..... Illam populosa Venetia misit,

Imperii prece, dives opum, divesque virorum,

Qua sinus Adriacis interlitus ultimus undis

Subjacet Arcturo. Sunt hujus moenia gentis

Circumspecta mari nec ab aedibus alter ad aedes

Alterius transire potest, nisi lintre vehatur.

Semper aquis habitant. Gens nulla valentior ista

Æquoreis bellis, ratiumque per aequora ductu.

Colla bravura e sperienza di questa gente non era da mettere a fronte l'armata marittima de' Normanni; però non è da maravigliarsi se da essi assalita ne restò sconfitta, e fu in pericolo di lasciarvi la vita lo stesso Boamondo figliuol di Roberto. Buon soccorso di vettovaglie recarono i veneti vincitori all'assediata città. Ma non per questo il duca Roberto punto si smarri; nè perchè la peste entrata ne' cavalli della sua armata ne facesse strage, desistè punto dall'impresa. Fece fabbricar nuovi legni, fece venir nuove genti, e più che mai con torri e macchine militari tornò a tempestare la città di Durazzo. Ma eccoti nel mese d'ottobre lo stesso imperador Alessio in persona con una formidabile armata di Greci, Turchi ed altre nazioni venire al soccorso. V'ha degli autori [Petrus Diacon., Chron. Casinen., lib. 3, cap. 49.] che fanno ascendere fino a cento settanta mila l'esercito de' Greci. Quel cento vi è di più. Il [407] Malaterra [Malaterra, lib. 3, cap. 27.] infatti parla di soli settanta mila. Non più di quindici mila ne aveva Roberto, ed altri scrivono anche molto meno. Si venne ad una terribil battaglia; vi fecero i Normanni delle prodezze inudite, talmente che Anna Comnena figliuola del suddetto Alessio, tuttochè cotanto sparli della nascita e delle azioni del duca Roberto, pure non potè di meno di non riconoscere in lui le virtù de' bellicosi eroi. Sbaragliarono i Romani l'armata greca, e nel conflitto perirono circa cinque o sei mila persone dalla parte di Alessio, e fra questi il giovane Costantino, genero del medesimo Roberto, dianzi dallo scaltro Alessio restituito a' primieri onori. Restovvi morto ancora il finto imperadore Michele. Innumerabile e ricchissima preda toccò ai vincitori; ed Alessio, che in una terra vicina stava aspettando l'avviso della rotta di Roberto, tenendosela come in pugno, avvertito dell'esito contrario, diede di sproni alla volta di Costantinopoli. Dopo questa felice impresa tornò il duca Roberto a mettere l'interrotto assedio a Durazzo, ridendosi di que' cittadini che vantavano posto quel nome alla loro città, perchè era piazza dura ed inespugnabile [Alberic. Monachus, in Chronico.], ed anch'egli scherzando dicea d'aver nome Durando, e che se s'accorgerebbono i Durazzesi, perchè farebbe durar quell'assedio finchè gli avesse ammolliti e domi. Sotto quella città passò egli tutto il seguente verno. Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] mette questa campal battaglia sotto l'anno seguente, perchè incomincia l'anno in settembre; e questa succedette nel giorno di san Luca nel mese d'ottobre. Intanto il conte Ruggieri [Anonymus Barensis apud Peregrinum.] in Sicilia, essendosi a lui ribellata la città di Geraci, colla forza costrinse quel popolo a tornare all'ubbidienza sua. Vedesi dato in questo anno dal re Arrigo un diploma in favore del monistero di santo Eugenio posto nel [408] contado di Siena [Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.], Indictione quarta, III nonas junii. Actum Romae: il che ci porge motivo giusto di credere che anche Siena seguitasse l'esempio di Lucca, con ribellarsi alla contessa Matilde e darsi al medesimo Arrigo. Anche Giugurta Tomasi [Tomasi, Istor. di Siena lib. 3.] è di parere che i Sanesi seguitassero il partito d'esso re Arrigo. Scrive più d'uno storico che in questo anno la regina Berta partorì ad Arrigo il secondogenito, che fu poi Arrigo V fra i re, e il IV fra gl'imperadori. Erasi già impadronito d'Ascoli il duca Roberto. Qualche tumulto o sedizione dovette nell'anno presente succedere in quella città, perciocchè sappiamo da Romoaldo salernitano [Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], che accorso il principe Ruggieri, figliuolo d'esso duca, fece smantellar le mura di quella città, e diede il fuoco alle case. Sotto quest'anno ancora narra Alberico monaco de' tre Fonti [Alberic. Monachus, Chron. apud Leibnit.] che Matilda marchesana di Toscana concedette al vescovo di Verdun la badia delle monache di Guisa, a lei, come si può credere, pervenuta per eredità della duchessa Beatrice sua madre. Certamente ella possedeva di là da' monti beni e Stati di ragione d'essa sua genitrice.


   
Anno di Cristo MLXXXII. Indizione V.
Gregorio VII papa 10.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 27.

Verso il principio della primavera di quest'anno tornò di nuovo il re Arrigo col suo antipapa a Roma, e strinse un'altra volta d'assedio, o piuttosto con un blocco, la città leonina, premendogli forte di poter mettere il piede nella basilica vaticana. Poco fastidio a lui recava in Germania il competitore Ermanno dichiarato re, perchè, per testimonianza dell'Annalista sassone [Annalista Saxo.] e del Cronografo [409] sassone [Chronographus Saxo.], esso Ermanno tam suis, quam alienis coepit in brevi despectus haberi; nè si sa ch'egli facesse impresa alcuna nell'anno presente. Ma neppure Arrigo riportò frutto alcuno da questo nuovo tentativo [Bertholdus Constantiensis, in Chron.]. Fece ben egli da un traditore attaccar fuoco alla basilica vaticana, sperando che i Romani, accorrendo all'incendio, abbandonerebbono la guardia delle mura. Ma avvertitone papa Gregorio, ordinò tosto che maggiormente si armassero i posti; e, confidato nell'aiuto di Dio e nella protezion di san Pietro, fece il segno della croce sopra le fiamme, e queste cessarono. Abbiamo dalla Cronica di Farfa [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che nel dì 17 di marzo esso Arrigo andò a visitare il celebre monistero di essa Farfa, ricevuto ivi con tutto onore da que' monaci, i quali punto non badavano alle scomuniche pontificie, e tennero sempre con esso re, perchè quello era monistero regale ossia imperiale. Fu dai medesimi ammesso alla confraternita e alla participazion delle loro orazioni: rito antichissimo dell'ordine benedettino. Assediò egli il castello di Fara, e lo restituì all'abbate Berardo. Fece dipoi prigione Bonizone vescovo di Sutri, personaggio celebre non men per le sue disavventure che per la sua letteratura, restando tuttavia alcuni opuscoli suoi manuscritti, uno de' quali, cioè de Ecclesiasticis Sacramentis, è stato da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. V.]. Fu egli dipoi creato vescovo di Piacenza; ma dagli scismatici restò un giorno barbaramente trucidato. In quest'anno ancora il timore dell'aria malsana dei contorni di Roma fece dopo Pasqua tornare Arrigo con pochi verso la Lombardia [Card. de Aragon., in Vit. Greg. VII.]. Lasciò nondimeno l'antipapa Guiberto in Tivoli coll'esercito, acciocchè continuasse il blocco di Roma, con farlo divenire di falso papa vero generale d'armata. Ostinatamente intanto proseguì [410] il duca Roberto Guiscardo anche nel verno l'assedio di Durazzo nell'Albania [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 28. Guilielm. Apulus, lib. 4.]. Accadde che un certo Domenico nobile veneziano ebbe dei disgusti in quella città, difesa allora dal valoroso stuolo de' Veneziani. Questi perciò cominciò una trama col Guiscardo per renderlo padrone della città, con farsi prima accordare in moglie una nipote del duca, ed altre vantaggiose condizioni. Andò sì felicemente innanzi il trattato [Anonymus Barensis, apud Peregrinum.], che nella notte del dì 8 di febbraio dell'anno presente, scalate le mura, i Normanni furono introdotti nella città. Restò prigione il figliuolo del doge di Venezia con altri molti veneti, e con assai loro navi, e tutto il circonvicino paese in potere di Roberto.

Ora Alessio Augusto, non sapendo più che argine mettere al torrente impetuoso di questo conquistatore [Anna Comnena, Alexiad., lib. 3.], spedì un'ambasceria con ricchi regali al re Arrigo, per impegnarlo a fare una diversione con portare la guerra in Puglia, rappresentandogli la facilità delle conquiste, mentre le forze di Roberto erano oltre mare, e promettendogli mari e monti per questo benefizio. Ossia che Arrigo accettasse la offerta, o che Alessio facesse spargerne la voce con politica finzione, ne fu ben tosto spedito l'avviso al duca Roberto. Egli allora, conoscendo necessaria la sua presenza in Italia, lasciato al figliuolo Boamondo il comando dell'esercito, tornossene in Puglia, ed attese a raunar gente per tutti i bisogni. Prima della sua venuta, pare che accadesse quanto vien narrato da Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 4.], cioè che il popolo di Troia, dove si trovava il principe Ruggieri figliuolo del duca, si ribellò, e costrinse il principe a rifuggirsi nella rocca, alla quale tosto fu messo l'assedio. In aiuto ancora de' Troiani accorse il popolo d'Ascoli, irritato forte per l'aspro trattamento fatto nel precedente anno da [411] esso Ruggieri alla loro città. Ma venuto da più parti soccorso, il principe fece una sì vigorosa sortita dalla rocca, che gli riuscì di dispergere quella ribellione. Costò la vita ad assaissimi di quelle due città l'ardito ed infelice tentativo. Aveva intanto Ruggieri conte di Sicilia [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 30.] raccomandato il governo delle sue conquiste in quell'isola a Giordano suo figlio bastardo, perchè pressanti affari il richiamavano in Calabria. Lasciatosi l'ambizioso giovane pervertire dai consigli degli adulatori, si mise in possesso d'alcune castella, e tentò di occupar Traina, dove era il tesoro del padre; ma questo ultimo non gli riuscì. All'avviso di tal novità ritornò frettolosamente Ruggieri in Sicilia; invitò al perdono il mal consigliato figliuolo; e fatti abbacinare dodici de' più colpevoli, lasciò il governo della Sicilia a più fidata persona. Tornato che fu in Lombardia il re Arrigo, per testimonianza di Donizone [Donizo, Vit. Mathild., lib. 2, cap. 1.] e di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], si diede a far guerra alla contessa Matilda, principale sostegno della parte pontificia in Italia. Aveva ella, per così dire, una selva di fortezze nelle montagne di Modena e Reggio, Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte Baranzone, Montebello ed altri simili luoghi montuosi di sua ragione aveano rocche fortissime, delle quali resta tuttavia qualche vestigio

Insuperabilia loca sunt sibi plurima fixa:

così scrive Donizone. Con tale attenzione e valore accudiva a tutto l'eroina contessa che potè ben egli dare il guasto al paese, e formar degli assedii, ma senza che gli venisse fatto di conquistare alcuno de' suoi forti castelli. Soccorreva ella nel medesimo tempo con danari papa Gregorio, che troppo ne abbisognava, per sostenersi contro l'esercito dell'antipapa. E fu in questa occasione e nell'anno presente, che essa contessa [412] con Anselmo vescovo di Lucca, scacciato dalla sua chiesa, e vicario del papa in Lombardia, richiesero al monistero di Canossa il suo tesoro per li bisogni della Chiesa romana [Rerum Italicar., tom. 5, pag. 385.]. Non ebbe difficoltà l'abbate Gherardo coi monaci a concederlo. Consistè esso in settecento libbre d'argento, e in nove libbre d'oro, che furono inviate a Roma. Ma la pia contessa non mancò di dar qualche compenso a quel monistero, con assegnargli alcune chiese, e fargli poscia altri benefizii. Facilmente i principi del secolo metteano le mani sopra i tesori delle chiese; ma pochi imitavano Matilda nell'indennizzarle in altra guisa.


   
Anno di Cristo MLXXXIII. Indizione VI.
Gregorio VII papa 11.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 28.

In quest'anno ancora per la terza volta ritornò il re Arrigo sotto Roma con isperanza d'entrarvi un giorno colla forza, o almeno con intenzione di stancare i Romani e d'indurli a qualche capitolazione [Berthold. Constantiensis, in Chron.]. Fece alzare un castello in faccia alla città leonina, che infestava molto i Romani difensori d'essa città. Certamente s'ingannò Bertoldo da Costanza, autore per altro assai esatto di questi tempi, in credere che l'antipapa Guiberto fosse consecrato papa ed intronizzato nel presente anno. Ciò avvenne nell'anno seguente. Quand'anche Arrigo in questo anno si fosse impadronito del Vaticano, certamente non mise piede nella basilica lateranense, necessaria per intronizzare un papa. Vero è bensì ch'egli cominciò de' trattati segreti coi nobili romani, impiegando cogli uni l'oro, e l'ingorde promesse cogli altri, in maniera che, a riserva di Gisolfo principe di Salerno, essi convennero di far tenere al papa nel mese di novembre venturo un concilio, dove si dibattesse la causa del regno controverso, [413] ed ognun si acquetasse alla determinazion di quella sacra assemblea. Promise Arrigo di lasciar libero a tutti il cammino per intervenirvi. Tornossene perciò egli in Lombardia, e fece venire a Ravenna il suo antipapa. Ma non mantenne poi la parola, perciocchè fece prigioni i legati de' principi tedeschi suoi nemici; trattenne inoltre Ottone vescovo di Ostia, legato della santa Sede, e molti altri; impedì ancora che Ugo arcivescovo di Lione, Anselmo vescovo di Lucca e Rinaldo vescovo di Como non potessero intervenire al concilio suddetto. Fu nondimeno celebrato esso concilio [Labbe, Concil., tom. 10.] nel dì 20 di novembre, e da tanti fu pregato il pontefice Gregorio, che s'astenne dallo scomunicar di nuovo Arrigo; ma con tal forza parlò della fede e morale cristiana, e della costanza necessaria nella persecuzione presente, che cavò le lagrime dagli occhi di tutti. Scomunicò soltanto chi aveva impedito quei che venivano a Roma [Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.]. Molte istanze fecero i Romani, acciocchè egli accogliesse Arrigo senza esigere soddisfazione. Ma egli saldissimo negò di farlo, quando Arrigo non soddisfacesse per le offese fatte a Dio e alla Chiesa. Si venne allora in cognizione che essi Romani aveano nella state precedente contratta obbligazione con giuramento di fare in maniera che il papa gli desse la corona; e non volendola dare, ch'essi eleggerebbono un altro che gliela desse, con discacciare lo stesso Gregorio papa. Nè egli, nè i suoi familiari aveano fin qui potuto discoprir quest'arcano. Si ricorse dunque ad un sottil ripiego: cioè, che non avendo i Romani promesso di dare ad Arrigo la corona con solennità, poteano rispondere di esser pronti a fargliela dare dal papa, qualora il re desse segni di vero pentimento; se no, il pontefice con una fune gliene manderebbe giù una da castello Sant'Angelo. Nè l'uno, nè l'altro piacque ad Arrigo; e però i Romani protestarono di essere assoluti dalla lor promessa, [414] e dal giuramento a lui fatto, e si unirono di nuovo a sostener papa Gregorio. In questi infelici tempi restarono pochissimi vescovi uniti al partito d'esso pontefice, e questi ancora, per la maggior parte cacciati dalle lor chiese. Il rifugio di tutti era allora la contessa Matilda. Arrigo tornato dipoi sotto Roma, celebrò il santo Natale apud sanctum Petrum, come ha l'Urspergense [Urspergensis, in Chron.].

Abbiamo da Pietro Diacono [Petrus Diacon., Chron. Casinens. lib. 3, cap. 30.] che esso Arrigo, dopo aver preso e distrutto il portico di san Pietro, scrisse a Desiderio insigne abbate di Monte Casino, perchè venisse a trovarlo. Non sapendo l'abbate che titolo dargli, non gli rispose. Un'altra lettera più forte e minacciosa gli scrisse Arrigo, comandandogli di presentarsi a lui in Farfa. Rispose allora Desiderio assai cautamente, con addurre per sua scusa i pericoli del viaggio per cagion de' Normanni; e intanto significò a papa Gregorio quanto gli accadeva, per sapere come si avesse a regolare; ma Gregorio niuna risposta gli diede. Sopravvenute poi altre lettere più formidabili di Arrigo, che minacciavano la rovina del monistero, Desiderio andò fino ad Albano, e trattò con Giordano principe di Capoa, ma stando sempre saldo in non voler giurar fedeltà ad Arrigo, e ricevere dalle mani di lui la badia, benchè badia imperiale. Se Giordano non avesse smorzata l'ira di Arrigo, era questa per iscoppiare in danno del monistero. Ma mise egli sì buone parole, che Desiderio fu ammesso all'udienza del re. Alla istanza di prendere da lui il baston pastorale rispose, che quando la maestà sua avesse ricevuta la corona imperiale, allora esso abbate risolverebbe o di ricevere da lui la badia, o di rinunziarla. Ed essendosi fermato più giorni in corte, ebbe di gravi dispute coll'antipapa, e collo stesso vescovo d'Ostia ritenuto da Arrigo, intorno al valore del [415] decreto di papa Niccolò II, ch'essi voleano far valere, ed egli lo sosteneva per cosa ingiusta e pazzamente fatta, benchè fatta da un papa e da un numeroso concilio. Non finì la faccenda che Desiderio ottenne da Arrigo il diploma confermatorio dei beni del suo monistero con bolla d'oro, ed impetrata licenza, se ne tornò al suo monistero. Avrei volentieri veduto questo diploma per conoscere a qual anno veramente appartenga questo fatto. Ma o esso è perito, o il padre Gattola non giudicò bene di darlo alla luce nella Storia sua del monistero casinense. Erasi ribellata a Roberto Guiscardo duca la città di Canne. Sono concordi Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 4.], Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], l'Anonimo Barense [Anonymus Barensis, apud Peregrin.] e Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.] in scrivere che Roberto nel maggio dell'anno presente vi mise l'assedio. Presa poi nel mese di giugno, oppure nel dì 10 di luglio, quella terra, la distrusse affatto. Aggiugne esso Anonimo che il duca suddetto afflisse non poco il popolo di Bari con una esorbitante contribuzione loro imposta, e col carcerar molti di que' cittadini. E Lupo scrive che i Romani erano in procinto di darsi al re Arrigo: il che saputo da Roberto, inviò a Roma trentamila scudi d'oro, e coll'applicazione di questo rimedio tenne quell'anime venali attaccate al partito del papa e suo. Temeva egli, che prevalendo l'armi d'Arrigo, si volgessero poi contra delle sue conquiste. Nè si dee tacere che per testimonianza di Pietro Diacono, Giordano principe di Capoa provvide anch'egli a' suoi interessi con prendere dal re Arrigo l'investitura di quel principato, mediante lo sborso di gran quantità di danaro, adattandosi alle scabrose congiunture di questi tempi. Ma il monistero di Monte Casino, spettante al distretto del principato [416] medesimo, fu riserbato sotto il dominio, ossia sotto la protezione degli imperadori. Era restato in Albania al comando dell'armata normannica Boamondo, prode figliuolo primogenito di Roberto Guiscardo. Anna Comnena scrive [Anna Comnena, lib. 5 Alexiad.] che egli occupò e fortificò la città di Giovannina. Venne l'imperador greco Alessio nel mese di maggio per opporsi ai di lui progressi, ma in due battaglie restò sconfitto. Avendo poi fatto calare in aiuto suo un possente corpo di Turchi, gli riuscì di sconfiggere i Romani che assediavano Larissa. Ricuperò anche la città di Castoria dianzi presa da Boamondo. In quest'anno, per attestato di Sicardo [Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], la contessa Matilda assediò Nonantola nel contado di Modena. È da credere che questo insigne monistero, per essere imperiale, seguitasse le parti del re Arrigo.


   
Anno di Cristo MLXXXIV. Indizione VII.
Gregorio VII papa 12.
Arrigo IV re 29, imperad. 1.

Secondochè abbiamo da Anna Comnena [Anna Comnena, lib. 3.], il greco imperadore Alessio suo padre avea inviato al re Arrigo cento quaranta quattro mila scudi d'oro, e cento pezze di scarlatto, per indurlo a muovere guerra al duca Roberto. Ma, per quanto scrisse Bertoldo da Costanza [Bertholdus, Constantiensis, in Chron.], Arrigo si servì di tutto quest'oro per abbagliare e guadagnare il basso popolo romano in suo favore. Vero è raccontarsi dall'Annalista Sassone [Annalista Saxo, apud Ecchardum.], ch'egli sul principio di febbraio entrò nella Campania, e prese gran parte della Puglia. Ma di ciò niun altro storico parla. Poscia fu dagli ambasciatori romani invitato ad entrar pacificamente in Roma. Gli fu infatti aperta la porta lateranense nel giovedì prima delle palme, cioè nel dì 21 di marzo di quest'anno: con che egli si [417] mise in possesso del palazzo lateranense e di tutti i ponti, e presso a poco d'ogni luogo forte di Roma. Ebbe tempo il pontefice Gregorio di salvarsi in castello Sant'Angelo. E perciocchè la maggior parte dei nobili teneva pel papa, volle Arrigo da essi cinquanta ostaggi. Nel dì seguente, come lasciò scritto l'abbate Urspergense [Urspergensis, in Chron.], fece accettare dal popolo il suo antipapa Guiberto; e questi nella seguente domenica delle Palme fu poi consecrato, non già dai vescovi d'Ostia, di Porto e d'Albano, a' quali appartiene, ma bensì dai vescovi di Modena e di Arezzo, come ha Bertoldo da Costanza, oppure da quei di Bologna, Modena e Cervia, come s'ha dalla Vita d'esso papa Gregorio [Cardinal. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.], conservata a noi dal cardinale d'Aragona. Altri danno questo brutto onore a quel di Cremona, in vece di quello di Cervia. Guiberto, se non prima, assunse allora il nomo di Clemente III. Venuto il giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 31 di marzo, l'antipapa ed Arrigo s'incamminarono alla volta di San Pietro; ma si trovò una squadra di gente fedele al papa che volle impedire il lor passaggio, ed uccise o ferì quaranta degli Enriciani. Contuttociò nella basilica vaticana ricevette Arrigo dalle mani del sacrilego antipapa la corona imperiale e il titolo d'imperadore Augusto. Tale il chiamerò anch'io, come han fatto tanti altri, quantunque illegittimo imperadore, perchè unto e coronato da un usurpatore del romano pontificato; giacchè neppure i Romani poteano privare di questo diritto il papa legittimo tuttavia vivente. Ascese poscia Arrigo nel Campidoglio, atterrò tutte le case de' Corsi, cominciò ad abitare in Roma, come in sua propria casa. Vi restava ancora il Septisolio, creduto da alcuni di Septizonio, antico e maestevol mausoleo, dove s'era fatto forte Rustico nipote di papa Gregorio. A questo sito mise Arrigo l'assedio, e cominciò con varie macchine a batterlo; ma eccoti [418] una nuova che gli fece mutar pensiero. Allorchè vide il pontefice Gregorio quanto poco egli si potesse fidare del popolo romano, e fu astretto a ricoverarsi in castello Sant'Angelo, immantenente scrisse e spedì messi al duca Roberto Guiscardo, ricordandogli l'obbligo, le promesse e la congiuntura pressante di recargli soccorso. Questo bastò perchè Roberto, il quale si trovava allora in Puglia, e non già in Albania, allestisse un copioso esercito, capace di soccorrere il papa. Dopo di che si mise animosamente in viaggio alla volta di Roma. Informato di questa spedizione [Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 3.] Desiderio abbate di Monte Casino, ne spedì tosto l'avviso segretamente a papa Gregorio per fargli conoscere vicina la sua liberazione, ed anche segretamente all'Augusto Arrigo, acciocchè egli prendesse la risoluzione che infatti prese. Non si può negare [Pandulfus Pisan., in Vit. Gregor. VII, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]: quasi tutto il popolo romano era per esso Arrigo, ed aveva assediato il papa in castello Santo Angelo, con alzarvi un muro incontro, acciocchè niuno potesse entrarvi od uscirne. Contuttociò neppure fidandosi Arrigo di una città chiamata venale dallo stesso autore della Vita di Gregorio VII, e trovandosi ivi con poca guarnigione delle sue genti, determinò di sloggiare. Veniva [Guillelmus Apulus, lib. 4 Poemat.] Roberto con grande sforzo di milizie, cioè con sei mila cavalli, e trenta mila fanti, ed oltre a ciò, il solo suo nome e la riputazione d'invitto capitano valeva un mezzo esercito: laonde non parve bene ad Arrigo di aspettarlo. Tre giorni dunque prima che Roberto arrivasse, fece una bella allocuzione a tutti i Romani, con espor loro la necessità di venire per suoi affari in Lombardia, pregandoli di aver cura della città, e promettendo di far per loro delle maravigliose cose in ritornando. Quindi si ridusse coll'antipapa a Cività Castellana, e di là s'inviò verso Siena.

[419] Non mancavano a papa Gregorio aderenti in Roma, specialmente fra la nobiltà. Scrivono alcuni che, per concerto precedentemente fatto, e suggerito da Cencio console de' Romani, fu attaccato in più luoghi della città il fuoco; e mentre il popolo si trovava impegnato per estinguere l'incendio, Roberto fu messo entro la città per la porta Flaminia. Altri dicono che, dopo esser egli entrato, i Romani presero l'armi contra di lui, ma senza potergli nuocere. Ed egli, all'incontro, diede alle fiamme e distrusse affatto tutta la parte di Roma, dove son le chiese di san Silvestro e di san Lorenzo in Lucina, oppure tutto il rione del Laterano fino al Colisseo. Anzi, secondo Bertoldo da Costanza [Bertholdus, Constantiensis, in Chron.], diede il sacco a tutta la città, e la maggior parte d'essa ridusse in mucchi di sassi, con isvergognar le donne e le monache stesse, e commettere tutti gli altri eccessi che accompagnano un saccheggio militare. Landolfo Seniore, storico milanese di questi tempi [Landulfus Senior, Histor. Mediolan., lib. 4, cap. 3.], ci lasciò un orrido ritratto di questo fatto: e non è da maravigliarsene, perchè Roberto menò seco una gran quantità di Saraceni a quell'impresa, nemici del cristianesimo, e nati per esterminar ogni cosa. Romoaldo Salernitano scrisse [Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rerum Italicarum.] ch'egli incendiò Roma dal palazzo lateranense fino a castello Sant'Angelo: il che forse non merita molta credenza. Nè tardò Roberto a presentarsi davanti ad esso castello, e a liberare il papa con rimetterlo nel Laterano. Goffredo Malaterra notò [Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 3, cap. 37.] che Roberto con una scalata entrò in Roma, liberò il papa, e condusselo al Laterano. Da lì a tre dì i Romani presero l'armi contra de' Normanni. Roberto allora gridò fuoco, e perciò la maggior parte della città restò incendiata, e i Romani per forza si acconciarono col papa. Fermossi dipoi per alquanti giorni in quella [420] città Roberto; nel qual tempo fece schiavi assaissimi di que' perfidi cittadini, ed altri ne castigò con varie pene. Lo stesso papa tenne l'ultimo de' suoi concilii romani, dove fulminò di nuovo la scomunica contra di Guiberto e di Arrigo. Partissi finalmente di Roma il Guiscardo, e, secondo l'autore della Vita di papa Gregorio [Cardin. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.], lasciò esso pontefice nel palazzo lateranense. Ma più peso ha qui da avere l'asserzione di Pietro Diacono, di Pandolfo Pisano, di Lupo Protospata e d'altri, che ci assicurano che il pontefice non credendosi sicuro fra gli incostanti ed infedeli Romani, irritati ancora dall'aspro trattamento fatto in questa congiuntura a loro e alla città, se ne andò con esso Roberto a Monte Casino, e di là alla forte città di Salerno. Non potè di meno lo stesso Malaterra di non alzar la voce contra di Roma, allora sì ingrata ad un pontefice di virtù cotanto eminenti, con dire fra l'altre cose [Malaterra, lib. 3, cap. 38.]:

Leges tuae depravatae plenae falsitatibus.

In te cuncta prava vigente luxus, avaritia,

Fides nulla, nullus ordo. Pestis simoniaca

Gravat omnes fines tuos. Cuncta sunt venalia.

Per te ruit sacer ordo, a qua primum prodiit.

Non sufficit papa unus: binis gaudes infulis.

Fides tua solidatur sumptibus exhibitis.

Dum stat iste, pulsas illum; hoc cessante revocas;

Illo istum minitaris. Sic imples marsupias.

In questi medesimi tempi non istavano in ozio i partigiani d'Arrigo in Lombardia, paese dove pochi si contavano aderenti al papa. Sosteneva nondimeno questo altro partito vigorosamente la contessa Matilda, principessa nell'amor della religione a niuno seconda, e superiore al suo sesso nella politica e nella conoscenza dell'arte militare. Un fatto avvenne che recò a lei gran gloria, e rincorò chiunque manteneva buon cuore per la parte pontificia. Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 3.] pare che lo riferisca ad alcuno degli anni seguenti. Ma Bertoldo da Costanza [Bertholdus Constantiensis, in Chron.] e l'autore della Vita [421] di santo Anselmo ne parlano all'anno presente. Cioè non fu sì tosto giunto in Lombardia Arrigo IV, che ordinò ai vescovi e marchesi di mettere insieme un buon esercito con voce (finta o vera, non so) di voler tornare alla volta di Roma. I fatti furono diversi. Mosse egli nuova guerra alla contessa Matilda, e spedì quell'esercito sul Modenese, da cui fu impreso l'assedio del castello di Sorbara. Benchè la contessa tanta gente non avesse da potersi cimentare con sì poderosa armata, tuttavia, avendo dalle spie inteso che quegli assedianti, senza curarsi di guardie, se ne stavano alla balorda nel loro campo sotto Sorbara, una notte, quando men se l'aspettavano, mandò le sue milizie ad assalirli. Ne riportò (forse nel mese di luglio) un'insigne vittoria, fece prigione Eberardo vescovo di Parma con cento dei migliori soldati, sei capitani, più di cinquecento cavalli, assaissime armature, e l'equipaggio del campo de' nemici. Il marchese Oberto generale di quell'armi con assai ferite si diede alla fuga; e Gandolfo vescovo di Reggio, scappato nudo, per tre dì stette nascoso in uno spinaio. In quest'anno ancora Guelfo duca di Baviera, presa la città d'Augusta, e cacciatone Sigefredo vescovo scismatico, pose in quella sedia Wigoldo pastore legittimo. Ma Arrigo, che era nel dì 19 di giugno in Verona, ed ivi confermò i privilegii a que' canonici [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.], ad avea nel dì 17 confermati i suoi beni al monistero di san Zenone [Antiquit. Italic., Dissert. XIII.], essendo passato sul principio d'agosto in Germania, ed avendo assediata la medesima città di Augusta, la costrinse anch'egli alla resa. Dacchè fu sbrigato dagli affari pontificii Roberto Guiscardo [Anna Comnena, Alexiad., lib. 5.], venne a trovarlo Boamondo suo figliuolo, per ottener soccorso di gente e di danaro, perchè l'esercito di lui lasciato in Albania, non correndo le paghe, minacciava di rivoltarsi, [422] e l'imperadore Alessio segretamente avea fatto offerir loro di soddisfarli. Era in collera Roberto contra di Giordano principe di Capoa [Guillelmus Apulus, lib. 5.], perchè avesse ricevuta da Arrigo l'investitura degli Stati, e gli mosse guerra per questo, con dare a ferro e fuoco parte del di lui paese. Forse passò l'affare di concerto fra loro, acciocchè Giordano avesse un apparente motivo di rinunziare all'aderenza dell'imperadore, e di riunirsi con papa Gregorio, siccome in effetto seguì. Goffredo Malaterra scrive che questa mossa di Roberto contra di Giordano accadde molto prima ch'egli andasse a liberar il papa dall'assedio di Roma. Fece Roberto consecrare da esso pontefice la magnifica chiesa ch'egli avea fabbricata in Salerno; e ciò fatto, attese ad una strepitosa spedizione in Albania contra del greco Augusto. Sul principio dunque dell'autunno, seco conducendo anche Ruggieri altro suo figliuolo, con una poderosa armata navale di gente e di cavalli passò il mare [Idem, lib. 4.]. Nel mese di novembre venne a battaglia colla flotta de' Greci e Veneti con tanto vigore, che la sbaragliò; prese alcune delle loro navi; due cogli uomini ne affondò, da due mila n'ebbe prigionieri, ed alcuni migliaia d'uomini dalla parte d'essi Greci e Veneziani vi perirono. Anna Comnena scrive che due vittorie contro i Normanni aveano prima riportate in quest'anno i Veneziani: del che niuna menzione vien fatta dagli altri storici. Confessa dipoi essa istorica la terribil rotta suddetta, loro data dal Guiscardo, la qual fu cagione che si sciogliesse l'assedio di Corfù, già incominciato dai Greci. Svernò in quelle parti Roberto, macchinando sempre maggiori imprese contra del greco Augusto. Abbiamo dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Vitale Faledro, con prevalersi della disgrazia succeduta alla flotta veneta spedita in favore de' Greci, suscitò l'odio del popolo veneto contra di Domenico Silvio loro [423] doge; ed aggiunti poi donativi e promesse, tanto fece che esso Domenico fu deposto. Dopo di che fu egli sostituito nella medesima dignità. Appresso scrive, avere Vitale inviati a Costantinopoli i suoi legati che gli ottenessero dall'Augusto Alessio il titolo di protosebasto: perlochè da lì innanzi il doge veneto cominciò ad intitolarsi dux Dalmatiae et Croatiae, et imperialis protosevastos. Confermò in quest'anno Arrigo imperadore tutti i suoi privilegii e beni al monistero di Farfa, come costa dal suo diploma inserito nella Cronica farfense [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Que' monaci riconosceano allora per papa Guiberto, e tenevano saldo il partito d'Arrigo.


   
Anno di Cristo MLXXXV. Indizione VIII.
Gregorio VII papa 13.
Arrigo IV re 30, imperad. 2.

Dimorava tuttavia in Salerno papa Gregorio, quando volle Iddio liberarlo dalle tribulazioni del mondo cattivo, e chiamarlo a miglior vita [Paulus Benried., in Vit. Greg. VII.]. Cadde egli infermo nel mese di maggio; ed interrogato chi egli designasse per suo successore in tempi tanto turbati della Chiesa, tre ne nominò, cioè Desiderio cardinale ed abbate di Monte Casino, Ottone vescovo d'Ostia ed Ugo arcivescovo di Lione. Perchè i due ultimi erano fuori d'Italia, consigliò di eleggere Desiderio. Fattagli istanza di dar l'assoluzione e benedizione agli scomunicati, rispose che, a riserva di Arrigo e dell'antipapa Guiberto, e dei principali fomentatori di quello scisma, la concedeva agli altri tutti. Però vien creduto falso il dirsi da Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.] ch'egli rimettesse in sua grazia Arrigo. L'ultime sue parole furono: Dilexi justitiam, et odovi iniquitatem: propterea morior in exsilio. Nel dì 25 di maggio passò egli alla gloria de' beati: pontefice onorato da Dio in vita e dopo da morte varii miracoli, [424] e perciò registrato nel catalogo dei santi. Innumerabili contradittori ebbe egli vivente, altri non pochi ne ha avuti anche a' dì nostri. Quel che è certo tante calunnie divolgate contra di lui sono patentemente smentite dalla vita incorrotta che egli sempre menò, e dal suo zelo per la purità della disciplina ecclesiastica. Se poi i mezzi da lui adoperati per ottenere questo lodevol fine sieno anch'essi tutti degni di lode, alla venerazion mia verso i capi della Chiesa non conviene esaminarlo, nè alla mia tenuità di volere decidere. Fu data sepoltura al sacro corpo del defunto pontefice nella chiesa di san Matteo di Salerno, e i cardinali, conoscendo il bisogno della Chiesa, tutti rivolsero gli occhi sopra il suddetto abbate casinese Desiderio [Petrus Diac., Chron. Casin., lib. 3, cap. 65.], uomo incomparabile per la sua saviezza e purità di costumi, ed amico di tutti i principi. Ma ritrovando in lui ripugnanza indicibile a questo peso, ancorchè avessero implorato l'aiuto di Giordano principe di Capoa e d'altri signori, passò il resto dell'anno senza che si desse un nuovo pastore alla Chiesa romana. Nello stesso dì 25 di maggio cessò ancora di vivere Tedaldo ossia Tebaldo arcivescovo di Milano, capo e colonna maestra degli scismatici di Lombardia [Berthold. Constantiensis, in Chron.], mentre era in Arona, terra della sua chiesa sul Verbano, cioè sul Lago Maggiore, e non già posta fra Como e Bergamo, come immaginarono i padri Papebrochio e Pagi. Ebbe per successore Anselmo da Rho. Nega esso padre Pagi [Pagius, Chrit. ad Annal. Baron.] che questo nuovo arcivescovo fosse eletto dall'imperadore Arrigo; o se pur fu eletto dal clero e popolo milanese, prendesse da Arrigo l'investitura, con allegare Bertoldo da Costanza laddove scrive che dopo la morte d'esso Tedaldo la chiesa di Milano erigere caput coepit, excussoque e cervicibus jugo schismaticorum, catholicum sibi delegit antistitem, Anselmum ejus nominis tertium. Ma queste son parole del [425] cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], e non già di Bertoldo. All'incontro Landolfo juniore [Landulf. Junior, Hist. Mediolan., cap. 9, tom. 5 Rer. Ital.], siccome osservò il signor Sassi [Saxius, in Notis ad Landulfum Junior.], chiaramente scrive che Anselmo fu investito da Arrigo. Vedremo ben poi lo stesso arcivescovo abbracciare fra qualche tempo il partito de' cattolici; ma questo non fa che egli sulle prime non ricevesse dalle mani dell'imperadore il baston pastorale. Mancarono ancora di vita i vescovi scismatici di Parma, di Reggio, di Modena e di Pistoia; e perchè in questi tempi la contessa Matilda ricuperò non poco della sua autorità, furono provvedute le tre ultime chiese di pastori cattolici.

Stava intanto Roberto Guiscardo duca di Puglia facendo maravigliosi preparamenti di navi e di gente colla vasta idea di portar la guerra nel cuore del greco imperio, e di mettere almeno in contribuzione i luoghi marittimi di quella monarchia; ma abortì ogni suo disegno, perchè passato in Cefalonia per prendere la città di quell'isola, infermatosi quivi terminò i suoi giorni nel dì 17 di luglio. Con che venne meno uno de' principi più memorabili della storia normannica ed italiana, che da picciolo gentiluomo era pervenuto ad essere come un re col suo infaticabil valore, colla sua accortezza e con altre eroiche doti, mischiate nondimeno con una smoderata ambizione, e cogli altri vizii de' conquistatori che passano per virtù negli occhi del mondo, ma non già in quelli di Dio. Post multorum pauperum et divitum oppressionem, cujus avaritiae nec Sicilia nec Calabria suffecit, finì egli di vivere, come scrisse Bertoldo da Costanza [Berthold. Constantiensis, in Chron.]. Secondo l'uso dei secoli barbari, non mancò chi attribuì la sua morte al veleno, fattogli dare o dall'imperadore Alessio, o da Sichelgaita duchessa sua moglie [Olderic. Vitalis, lib. 7 Hist. Alber. Monachus, in Chron.]. Resta questa voce distrutta [426] da Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 5.], da Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] e da altri, che cel rappresentano mancato di morte comune. Trovaronsi alla morte di lui presenti la stessa duchessa con Ruggieri suo figliuolo, e Boamondo nato a Roberto dal primo matrimonio. Avea Sichelgaita già fatto dichiarar principe ed erede degli Stati il suo figlio Ruggieri, soprannominato Borsa: pure, temendo che i popoli, udita la morte del marito, tumultuassero, oppure che Boamondo disputasse la successione ad esso suo figlio, siccome infatti avvenne, frettolosamente ripassò in Italia sopra la miglior galea di quell'armata, con riportar seco il cadavero del defunto consorte. Prima nondimeno di partirsi dalla Cefalonia, esso principe Ruggieri parlò all'esercito, e trovò tutti disposti alla fedeltà verso di lui. Ma non fu sì tosto egli allontanato, che quasi fosse caduto il mondo nella persona di Roberto Guiscardo, tutta quell'armata sorpresa da panico spavento, lasciando armi e bagaglio, corse alle navi, e, come potè il meglio, se ne venne alla volta d'Otranto. Già toccavano i lidi della Puglia, quando insorta una fiera tempesta, ingoiò molte di quelle barche e gran quantità di gente. Ruppesi la stessa galea che portava il cadavero del Guiscardo; e questo andò in mare, da dove con fatica ricuperato, fu poi seppellito nella città di Venosa. Durazzo e l'altro paese già conquistato da Roberto non tardò a rimettersi sotto il dominio del greco Augusto. Fu proclamato duca Ruggieri in Puglia, Calabria e Salerno; ma Boamondo, suo fratello maggiore di età, non potendo sofferire di vedersi così escluso dall'eredità, benchè primogenito, appena fu anch'egli tornato in Italia, che si diede a far gente e movimenti contro del fratello. In Germania, dove si trovavano l'imperadore Arrigo e il re Ermanno, nulla seguì di memorabile nell'anno presente. Tenuto fu un concilio in Quintilineburgo [427] dal già liberato vescovo di Ostia nella settimana di Pasqua [Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.], ed in esso proferita la scomunica contra di alcuni simoniaci, con altri ordini spettanti all'ecclesiastica disciplina. V'intervenne lo stesso re Ermanno co' principi suoi seguaci. Raunarono dipoi i partigiani di Arrigo anch'essi un conciliabolo in Magonza, e ritorsero le censure contro la parte contraria. Ebbe maniera in questo anno esso Arrigo di tirar dalla sua buona parte de' Sassoni: così belle furono le promesse che loro diede di un buon trattamento. Ma quello sconsigliato principe tardò poco a far conoscere che la volpe muta il pelo, e non il vezzo; e però fu in breve rigettato e cacciato da chi gli avea prestata ubbidienza. Era in Ratisbona esso Arrigo nel dì 9 di novembre dell'anno presente, se vogliam credere al diploma con cui egli confermò i privilegii delle monache di santa Giulia di Brescia [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. CXVII.], dato V idus novembris anno dominicae Incarnationis MLXXXV, Indictione VII, anno autem domni Henrici regis quarti, imperatoris tertii, ordinationis ejus XXXI, regnantis quidem XXIX, imperii vero III. Actum Ratisponae. Ma c'è battaglia fra queste cronologiche note, e l'ultime indicano l'anno seguente 1086. Bensì Liutaldo duca tenne un placito in Padova nel dì 3 di marzo [Antiquit. Italic. Dissertat. XXVIII.], in cui Milone vescovo di quella città ottenne sentenza favorevole per alcuni beni della sua chiesa. Fu, siccome vedremo, Liutaldo duca di Carintia, e che fosse ancora marchese della marca di Verona in questi tempi, può risultare dall'alto sopraddetto. Oltre a Bertoldo di Costanza, gli Annali pisani fanno menzione [Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] di una terribile carestia che, unita colla peste, nell'anno presente popolò di cadaveri le sepolture.

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Anno di Cristo MLXXXVI. Indizione IX.
Vittore III papa 1.
Arrigo IV re 31, imperad. 3.

Conoscevasi molto pregiudiziale alla Chiesa cattolica, e più a Roma, la oramai troppo lunga vacanza della Sede apostolica. Però i vescovi e cardinali della santa Chiesa romana si unirono verso la festa di Pasqua [Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 3, cap. 66 et seq.], e fecero sapere a Desiderio abbate di Monte Casino e cardinale di venire a Roma unito agli altri cardinali che con esso lui dimoravano, e con Gisolfo già principe di Salerno. Credendo egli che più non si pensasse a lui, andò colà nella vigilia della Pentecoste. Sulla sera furono a trovarlo e vescovi e cardinali e laici fedeli di san Pietro, per indurlo ad accettare il papato; ma egli protestò di voler piuttosto andar pellegrinando, che di condiscendere ai loro voleri; e caso che gli facessero qualche violenza, se ne tornerebbe tosto a Monte Casino tal quale era, ed essi commetterebbono con ciò un'azione ridicola. Nel dì seguente si congregarono tutti, e diedero a Desiderio la facoltà di nominar chi dovesse empiere la sedia di san Pietro; ed egli, col parere di Cencio console dei Romani, nominò Ottone vescovo di Ostia. Erano tutti in procinto di proclamar papa esso vescovo, quando uno dei cardinali si ostinò a non volerlo, con allegare i canoni, da' quali si proibiva la traslazione da un vescovato all'altro, quantunque tali canoni fossero oramai troppo andati in disuso. Questo accidente fu cagione che i vescovi e cardinali col clero e popolo risolvessero in fine di crear papa per forza Desiderio. Presolo dunque, l'elessero, violentemente gli misero addosso la cappa rossa, ma non poterono già vestirlo colla bianca, tanta fu la di lui resistenza, e gl'imposero il nome di Vittore III. Il prefetto dell'imperadore, che, lasciato in libertà dal duca Ruggieri, era tornato a Roma, e in Campidoglio [429] esercitava la sua autorità, adirato perchè i vescovi e cardinali, ad istanza di Gisolfo già principe di Salerno, non aveano voluto consecrare l'eletto arcivescovo salernitano, cominciò notte e dì a perseguitarli, acciocchè non seguisse la consecrazione dall'eletto papa. Dovendosi questa fare nella basilica vaticana, non poterono essi aver libertà per celebrarvi sì gran funzione. Però dopo quattro giorni esso Desiderio uscì di Roma, ed arrivato a Terracina, quivi depose la croce, il manto e l'altre insegne pontificali, risoluto di voler piuttosto andarsene pel mondo, che di sottomettere le sue spalle al peso del pontificato, e se ne tornò a Monte Casino. Per quante preghiere e lagrime i cardinali e i vescovi adoperassero, rappresentandogli il bisogno e il danno della Chiesa, nol poterono rimuovere. E tuttochè facessero venire al monistero Giordano principe di Capoa con un grande esercito, non riuscì ad alcuno d'indurre Desiderio a lasciarsi consecrare. In così fluttuante stato passò ancora l'anno presente.

Dominava tuttavia in Mantova la contessa Matilda, e seco si trovava l'illustre servo di Dio Anselmo, di nazione milanese, vescovo di Lucca, già dalla sua chiesa scacciato, e vicario del papa in Lombardia. Ammalatosi egli in essa città, passò a miglior vita nel dì 18 di marzo [Vita S. Anselmi Lucensis, in Act. Sanctor. Bulland. ad diem 18 martii.], e alla sua tomba succederono non poche miracolose guarigioni: per le quali, ma più per le sue insigni virtù, fu annoverato fra i santi. Scrisse molti libri, e ne restano due composti in difesa di papa Gregorio VII contra dell'antipapa Guiberto. Leggesi anche la sua Vita, scritta dal suo penitenziere, cioè da un autore contemporaneo. Eransi negli anni addietro ribellati i principali della Baviera a Guelfo IV loro duca, ed aveano abbracciato il partito dell'imperadore Arrigo [Berthold. Constantiensis, in Chron. Sigebertus, in Chron. Annalista Saxo et alii.]. [430] Nella Pasqua dell'anno presente si riconciliarono con Guelfo, ed abbandonarono il partito imperiale. Unitisi poscia essi Baveresi coi Suevi e Sassoni, si portarono ad assediare la città di Virtzburg. Portossi colà Arrigo con un esercito di venti mila persone tra fanti e cavalli, per liberarla dall'assedio. Seguì dunque una fiera battaglia fra quelle due armate nel dì 11 d'agosto. Rotto Arrigo, si salvò colla fuga, e de' suoi rimasero sul campo più di quattro mila, e pochissimi dei cattolici, a' quali poi non fu difficile l'avere in lor balia quella città, e l'intronizzarvi il vescovo cattolico Adalberone. Ma non passò molto che Arrigo tornò sotto quella città, per quanto scrive l'Urspergense [Urspergensis, in Chron.], dove fu di nuovo posto in sedia il vescovo scismatico. Essendosi poi portato esso Augusto vicino alla festa del santo Natale all'assedio di un castello in Baviera, Guelfo duca di quelle contrade e Bertoldo duca di Suevia gli furono addosso, e talmente lo strinsero, che, se volle uscirne, gli convenne promettere di tenere una dieta, dove si terminasse la discordia del regno.


   
Anno di Cristo MLXXXVII. Indizione X.
Vittore III papa 2.
Arrigo IV re 32, imperad. 4.

Verso la metà di quaresima dell'anno presente si raunarono molti vescovi e cardinali nella città di Capoa, e vi tennero un concilio, al quale presedette Desiderio già eletto papa [Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 3, cap. 68.], ed intervennero Cencio console colla maggior parte della nobiltà romana, Giordano principe di quella città, e Ruggieri duca di Puglia. Vinto ivi Desiderio dalle tante loro preghiere, e, come io vo credendo, anche dalle promesse a lui fatte da que' principi e dai Romani di assisterlo con braccio forte contra dell'usurpatore antipapa, ripigliò la croce e la porpora; e tornato [431] nel dì delle Palme a Monte Casino, quivi solennizzò la Pasqua. Poscia passò con essi principi e colla loro armata verso Roma; e benchè fosse sorpreso da una languidezza di forze, si accampò fuori della porta di san Pietro. Dianzi avea l'antipapa occupata la basilica vaticana, e la difendea con una mano d'armati. Fu essa in fine ricuperata dalle armi collegate; e però il novello papa Vittore III venne quivi consecrato nella domenica dopo l'Ascensione dai vescovi d'Ostia, di Tuscolo, di Porto e di Albano, con gran concorso del popolo romano. Dopo otto giorni se ne tornò egli coi suddetti principi a Monte Casino. Ma perchè la contessa Matilda col suo esercito era giunta a Roma, egli notificò l'ardente sua brama d'abboccarsi con lui, per mare si restituì colà, e si fermò in san Pietro per otto giorni, e nel dì di san Barnaba coll'aiuto di Matilda, passato il Tevere, entrò in Roma, accolto da gran folla del popolo e dalla maggior parte della nobiltà. Così tornò in suo potere tutta quella città con castello Sant'Angelo, San Pietro, e le due città di Porto e d'Ostia. Prese egli abitazione nell'isola del Tevere. Ma nella vigilia di san Pietro eccoti comparire un messo, che si finse spedito da Arrigo, il quale intimò ai consoli, senatori e popolo romano la disgrazia dell'imperadore, se non abbandonavano papa Vittore. Allora i volubili Romani congiunti colle soldatesche dell'antipapa cacciarono di Roma tutti i soldati del papa, che si ritirarono in castello Sant'Angelo. Presero anche tutti i contorni della basilica vaticana, ma non poterono già entrare in essa basilica, in maniera che l'antipapa, che sperava di celebrar ivi messa nella festa di san Pietro, fu costretto a celebrarla nella chiesa di santa Maria nelle torri contigue alla vaticana. Nella sera poi ne uscì la guarnigion pontificia, e Guiberto nel dì seguente vi celebrò; ma ritiratisi i suoi, nel giorno appresso ritornò quella basilica alle mani di papa Vittore. Era ben compassionevole lo stato [432] di Roma in tempi di tanta turbolenza. Restituitosi a Monte Casino esso pontefice, passò poi nell'agosto a Benevento, dove tenne un concilio, condannò le investiture date agli ecclesiastici, rinnovò le scomuniche contra dell'antipapa Guiberto, e le medesime censure fulminò contra di Ugo arcivescovo di Lione e di Riccardo abbate di Marsiglia, perchè oppostisi all'esaltazion d'esso papa, s'erano dianzi separati dalla comunion della Chiesa romana. Non potè già accadere senza scandalo il vedere che questo arcivescovo, proposto dallo stesso papa Gregorio VII come persona degna di succedere a lui nel pontificato, mosso poi da ambizione e invidia, si rivoltasse contra d'esso papa Vittore, e ne sparlasse senza ritegno alcuno. Resta tuttavia una di lui lettera scritta alla contessa Matilda [Concilior. Labbe, tom. 10. Chronicon Virdunens., apud Labb.], dove tratta Desiderio per uomo dominato dall'ambizione, vanaglorioso, astuto, con chiamar nefande le di lui azioni; per le quali cagioni aveva esso arcivescovo impugnata la consecrazione del medesimo, con esigere ch'egli prima evacuasse alcuni reati. Tale nondimeno era stata in addietro la vita di Desiderio, tale la sua pietà e il suo zelo per la religione, che non si dee prestar fede alle dicerie di quell'arcivescovo, il quale ben si scopriva che moriva di voglia del pontificato romano, nè potea sofferire che altri l'avesse preoccupato. Mentre si celebrava il suddetto concilio, peggiorò di sanità papa Vittore, per cagione d'una gagliarda dissenteria, e però si affrettò di tornare a Monte Casino, dove presentò ai vescovi e cardinali Ottone vescovo di Ostia, consigliandoli di eleggerlo per suo successore. Dopo tre giorni, cioè nel dì 16 di settembre, passò a godere in cielo il premio delle sue fatiche, con lasciar fama di santità presso i buoni, non già presso gli scismatici, che scaricarono contra di lui non poche calunnie, come aveano fatto di Gregorio VII, le quali si [433] leggono nella Cronica d'Augusta [Chron. Augustan., apud Freherum, tom. 1.]. Nè mancano scrittori che il dicono [Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital. Martinus Polonus, in Chron. et alii.] morto di veleno a lui dato nel sacro calice; ma questa probabilmente fu una di quelle immaginazioni che facilmente nasceano e si dilatavano in secoli di tante turbolenze. Papa Vittore III si acquistò credito anche fra i letterati con tre libri di dialoghi sacri, i quali sono alla luce. Fu in quest'anno sul principio d'agosto tenuta una gran dieta dai principi tedeschi delle due fazioni nella città di Spira [Berthold. Constant., in Chron.]. V'intervenne anche l'Augusto Arrigo. Quei del partito a lui contrario si esibirono di riconoscerlo per re, purchè egli impetrasse l'assoluzion dalle scomuniche. Ma persistendo egli in protestarsi non iscomunicato, andarono in fumo tutte le speranze di quell'assemblea, ed ognun dal suo canto si rivolse a preparar armi per la guerra. Arrigo colle sue armi tornò addosso ai Sassoni, ma gli convenne fuggire, inseguito sì da vicino dal re Ermanno, che se non era Egberto conte che per sua malizia il lasciò scampare, egli cadeva nelle mani de' Sassoni.


   
Anno di Cristo MLXXXVIII. Indizione XI.
Urbano II papa 1.
Arrigo IV re 33, imperad. 5.

Sino al dì 8 di marzo dell'anno presente restò vacante la Sede apostolica [Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 4, cap. 2.]. Tante furono le istanze de' cattolici romani, e massimamente della contessa Matilda, che da varie parti dell'Italia, ed anche di Oltramonti, si raunò un concilio in Terracina, e nel suddetto giorno i vescovi e cardinali col resto del clero e popolo con voti concordi si unirono ad eleggere papa il vescovo d'Ostia Ottone, di nazion francese, della diocesi di Rems, al quale imposero il nome di Urbano II. Era questi personaggio di gran [434] vaglia per la sua letteratura, mirabile per l'attività, e di zelo incorrotto per la religione e per la disciplina ecclesiastica. Fu prima canonico di Rems, poi monaco di Clugnì, poi vescovo d'Ostia, ed infine romano pontefice. Nel 12 di marzo prese egli il possesso del trono pontificale con plauso di tutti i buoni, e dalla maggior parte dell'Europa accettato e riverito. Tutto ciò abbiamo da Pietro Diacono, il quale parimente racconta [Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 3, cap. 71.] che papa Vittore III, prima di passare a miglior vita, ardendo di desiderio di veder gastigata la baldanza de' Saraceni africani, che con frequenti piraterie infestavano le coste d'Italia, e, sapendo quanta fosse la bravura e potenza de' Pisani e Genovesi in mare, commosse questi due popoli ed altri non pochi dell'Italia a formare una poderosa armata navale contra di que' Barbari. Adunque dopo la sua morte, e nell'anno presente fecero essi cristiani l'impresa contra del re di Tunisi, ed espugnarono una città con tagliare a pezzi cento mila Mori; e, quel che fu più mirabile, nello stesso giorno che succedette la loro vittoria, se n'ebbe e se ne sparse la nuova in Italia. Non han bisogno i lettori ch'io loro dica che la strage di tanti Mori è un ingrandimento della fama, facilmente bugiarda in simili casi. Anche Bertoldo da Costanza [Berthold. Constantiensis, in Chron.] parla di questo fatto, con dire che i Pisani e Genovesi ed altri molti Italiani ostilmente assalirono il re d'Africa, e, dato il sacco alla di lui terra, il costrinsero a rifugiarsi in una fortezza, e a rendersi tributario della santa Sede. Gli Annali pisani medesimamente [Annal. Pisani., tom. 6 Rer. Ital.] gonfiano le trombe con farci sapere sotto l'anno presente che fecerunt Pisani et Januenses stolum in Africam, et ceperunt duas munitissimas civitates (Almadiam è scritto di sopra) et Sibiliam in die sancti Sixti. In quo bello Ugo vicecomes filius Ugonis [435] vicecomitis mortuus est. Ex quibus civitatibus, Saracenis fere omnibus interfectis, maximam praedam auri et argenti, palliorum et ornamentorum abstraxerunt. De qua praeda thesauros pisanae ecclesiae diversis ornamentis mirabiliter amplificaverunt, et ecclesiam beati Sixti in Curte Veteri aedificaverunt. Però s'han da correggere gli altri Annali pisani che mettono questa impresa all'anno 1075, oppure al 1077. Credono alcuni che in Africa fosse la città di Meadia, chiamata in questi Annali Almadia, e per errore Dalmazia. Ma che i Cristiani prendessero allora Siviglia, città che non si sa che sia mai stata in Africa, o Siviglia città di Spagna, non è punto credibile. Pietro Diacono parla d'una sola città. Goffredo Malaterra [Gaufrid. Malaterra., lib. 4, cap. 3.] fa anch'egli menzione di quella spedizione, narrando che Pisani apud Africam negotiando proficiscebantur. Quasdam injurias passi, exercitu congregato, urbem regiam regis Tunicii oppugnantes, usque ad majorem turrim, qua rex defendebatur, capiunt. Adunque lo sforzo de' Pisani fu contra Tunisi. Se essi inoltre espugnassero Meadia, o Almadia, resta incerto, quando per avventura Tunisi e Almadia non fossero la stessa città. Aggiugne dipoi, che i Pisani non avendo forze per mantener Tunisi in loro potere, spedirono a Ruggieri conte di Sicilia, con esibirgli il possesso di quella città. Ma Ruggieri, fra cui e il re di Tunisi passava buona amicizia, non volle romperla per questo, o piuttosto perchè conosceva troppo difficile il sostenere le conquiste nell'Africa. Però il re di Tunisi, per liberarsi dai Pisani, diede loro una gran somma di danaro, promise di non più corseggiare sopra le terre d'Italia, e rilasciò lutti gli schiavi cristiani. Un tal racconto a me sembra il più credibile di tutti.

Ora ci vien dicendo il Malaterra che in questi medesimi tempi il suddetto conte Ruggieri fece l'impresa di Siracusa. Sembra scorretto il suo testo, allorchè mette [436] questi fatti sotto l'anno 1085. Anche Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] e Romoaldo Salernitano [Romoaldus Salernitanus, Chronic., tom. 7 Rer. Ital.] riferiscono al presente anno 1088 la presa di Siracusa, la quale, per testimonianza d'esso Malaterra, accadde nella forma seguente. Mentre si trovava in Puglia o in Calabria il conte Ruggieri per calmare le dissensioni insorte fra il duca Ruggieri e Boamondo suoi nipoti, Benavert saraceno comandante di Siracusa con una squadra di navi avea dato un gran guasto alla marina di Reggio e d'altri luoghi della Calabria, con profanare le chiese, e condurre in ischiavitù le monache e gli altri abitanti. Perciò Ruggieri, allestita nel verno una numerosa flotta, nel maggio dirizzò le prore alla volta di Siracusa, e per terra spedì Giordano suo figliuolo colla cavalleria. Uscitogli incontro Benavert con tutte le sue forze di mare, si venne ad una sanguinosa battaglia. Saltò Ruggieri nella capitana nemica, e volendo Benavert passare in un'altra nave, cadde armato in mare, e vi si affogò. Ebbe con ciò fine il combattimento. Moltissimi legni di que' Mori vennero in potere del conte. Dopo di che egli strinse d'assedio Siracusa, e vi stette intorno ben quattro mesi. Per la mancanza de' viveri a tale venne la fame di quel popolo ostinato nella difesa, che alcuni si cibarono di cadaveri umani. Finalmente veggendo la moglie del morto Benavert disperato il caso, imbarcatasi col figliuolo e co' principali Saraceni in due navi, fece vela e si salvò nella marina di Noto: con che quella nobil città venne in potere del conte Ruggieri. Fece egli ribenedire i sacri templi già occupati dai Musulmani, e concedette il dominio d'essa città al figliuolo Giordano. Se crediamo al testo di Lupo Protospata, cominciò, siccome ho già detto, in quest'anno la guerra fra il duca di Puglia Ruggieri e Boamondo suo fratello maggiore. A me sembra più verisimile che se le desse [437] principio molto prima. Certo è, per attestato del Malaterra, che Boamondo s'era insignorito della città d'Oria, e fatta gran massa di gente, infestava tutte le contrade di Taranto e d'Otranto. Romoaldo Salernitano scrive, ch'egli in quest'anno all'improvviso comparve a Farnito nel territorio di Benevento, ed attaccò battaglia coll'armata del duca suo fratello; e fu mirabile cosa, che quantunque restassero prigionieri molti soldati d'esso Boamondo, pure, a riserva d'un solo, niuno morì in quella zuffa. Ora il conte di Sicilia Ruggieri s'interpose fra i nipoti, e trattò di pace. Seguì infatti un accordo fra loro, per cui il duca cedette a Boamondo la suddetta città d'Oria con Otranto, Gallipoli, Taranto ed altre terre. Ma di questa discordia seppe profittare anche il conte Ruggieri loro zio, perchè, in premio d'aver presa la difesa del duca Ruggieri, ottenne da lui l'intera signoria della Calabria. Roberto Guiscardo non gli avea ceduto se non la metà del dominio nelle terre di quella provincia. In qual anno poi precisamente si stabilisse una tale concordia fra i due fratelli, non possiamo accertatamente saperlo. Mancò di vita in quest'anno [Bertholdus Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo, Chron. Augustan.] l'imperadrice Berta, e trasportato fu il suo cadavere alla città di Spira. E i Sassoni abbracciarono il partito dell'imperadore Arrigo: il che fu cagione che il re Ermanno si ritirasse in Lorena. Poco nondimeno questi sopravvisse, perchè essendo all'assedio di un castello, colpito da un sasso nella testa, lasciò quivi la vita. Alcuni mettono la di lui morte nell'anno 1086, oppure nel 1087; ma più fede meritano gli allegati scrittori. Riuscì ancora a Guelfo duca di Baviera di prendere in quest'anno nella seconda festa di Pasqua la città d'Augusta, e di farvi prigione Sigefredo vescovo scismatico. Poco poi stettero i Sassoni, a persuasione di Egberto marchese, a ribellarsi di nuovo ad Arrigo; anzi lui stesso assediarono, e se [438] volle liberarsi, fu costretto a promettere molto, ma senza ch'egli si credesse poi tenuto ad osservar la parola. Io non so bene se nell'anno seguente, come ha l'Annalista sassone, oppure sul fine del corrente, dal cui Natale Bertoldo incomincia il suo anno, seguisse la rotta data in Sassonia dal marchese Egberto al suddetto Arrigo. Certo è che in quel conflitto restò morto lo scismatico vescovo di Losanna, e preso Liemaro arcivescovo di Brema. Ebbe fatica a salvarsi Arrigo. Nella vigilia appunto di Natale succedette questa battaglia.


   
Anno di Cristo MLXXXIX. Indizione XII.
Urbano II papa 2.
Arrigo IV re 34, imperad. 6.

Secondochè s'ha da Bertoldo da Costanza [Bertholdus Constantiensis, in Chron.], tenne in quest'anno papa Urbano un concilio di cento quindici vescovi in Roma, dove furono confermati i decreti de' pontefici predecessori contra de' simoniaci, contra del clero incontinente e di Guiberto antipapa. Costui tuttavia si teneva fortificato in qualche sito di Roma. Tornati in sè i Romani, ed animati da questo coraggioso papa, l'assediarono, e a tali strettezze fu ridotto l'ambizioso Guiberto, che se volle uscirne, gli convenne promettere con giuramento di non occupar in avvenire la Sedia apostolica. Anche in Germania si trattò di pace fra le due fazioni. S'abboccarono i duchi e principi cattolici collo stesso Arrigo IV, offerendosi pronti a ristabilirlo pienamente nel regno, s'egli abbandonava l'antipapa. Non era egli lontano dal farlo; ma riserbandosi di aver l'assenso de' principi suoi aderenti, trovò tale schiamazzo nei vescovi scismatici del suo partito, persuasi della lor caduta, se questa concordia aveva effetto, che andò per terra tutto quel trattato. In questo medesimo anno [Chronographus Saxo. Annalista Saxo.] esso Augusto Arrigo passò ad un secondo matrimonio con Adelaide (chiamata Prassede [439] da Bertoldo) vedova di Utone marchese di Brandeburgo, e figliuola del re della Russia. Le nozze furono celebrate in Colonia. In un grande ascendente si vede in questi tempi la nobilissima casa d'Este. Aveva il marchese Alberto Azzo II in Germania il suo primogenito Guelfo IV, principe bellicoso, e forte sostegno del partito cattolico, in possesso dell'insigne ducato della Baviera. Si studiò egli d'ingrandir maggiormente la di lui linea con un cospicuo ed utilissimo matrimonio, e trattò con papa Urbano II di dar per marito alla celebre contessa Matilde Guelfo V figliuolo d'esso Guelfo IV. Fu la proposizione molto accetta al pontefice, e però indusse la contessa ad acconsentirvi, tam pro incontinentia, dice Bertoldo da Costanza [Berthold. Constantiensis, in Chron.], quam pro romani Pontificis obedientia, videlicet ut tanto virilius sanctae romanae Ecclesiae contra scismaticos posset subvenire [Chron. Weingart. Sigebertus, in Chron.]. Sappiamo da Alberico monaco dei tre Fonti [Alberic. Monachus, Chron. apud Leibnit.], che nell'anno precedente Roberto primogenito di Guglielmo il Conquistatore, famosissimo re d'Inghilterra e duca di Normandia, avea tentato di ottenere per moglie la suddetta contessa, ma non gli venne fatto. Gli interessi di questi tempi consigliarono il papa e la contessa ad accordarsi con Guelfo V, perchè così cogli Stati di Baviera in Germania, e con quei della contessa Matilda in Italia e del marchese Azzo estense, avolo paterno del medesimo Guelfo V, si veniva a maggiormente assodare il partito de' Cattolici. Che nei capitoli o nelle promesse di siffatto matrimonio fosse stabilito che gli Stati di Matilda avessero dopo la di lei morte a ricadere in esso Guelfo V, io non ne dubito punto, per quel che diremo all'anno 1095. Venne infatti questo principe in Italia; e ne seguirono le nozze. Perchè dovette con gran segretezza condursi questo affare, l'imperadore Arrigo solamente dopo il fatto venne a saperlo. Ne arrabbiò, [440] ragionevolmente temendo che questo nodo gl'imbrogliasse forte gli affari del regno d'Italia. Però si diede a far preparamenti per calare di nuovo in queste parti. Nè tardarono gli scismatici di Lombardia a prendere tosto l'armi contra dello stesso Guelfo; con poca fortuna nondimeno, perchè furono sì ben ricevuti da lui, che ebbero per grazia di ottenere per mezzo della contessa di lui moglie una tregua fino alla Pasqua prossima ventura. Circa questi tempi ancora si dee riferire un altro avvenimento spettante alla medesima casa d'Este. Era nell'anno 1087 giunto al termine de' suoi giorni il suddetto famosissimo re d'Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, con lasciare il solo ducato di Normandia a Roberto suo primogenito, e il regno d'Inghilterra a Guglielmo il Rosso suo secondogenito. Insorsero tosto dissensioni fra i due fratelli, nè mancò un gagliardo partito favorevole a Roberto stesso in Inghilterra. Si prevalsero dunque di tali torbidi i popoli del Maine in Francia per sottrarsi all'ubbidienza del re d'Inghilterra. E perchè conservano tuttavia la divozione ai figliuoli del secondo letto del marchese Azzo estense e di Garsenda contessa, ultimo rampollo di quei principi, li richiamarono per la seconda volta al possesso di quel principato. Gli Atti dei vescovi cenomanensi, dati alla luce dal padre Mabillone [Mabill., Analect., tom. 3.], e Orderico Vitale nella sua Storia [Orderic. Vitalis, Hist. Eccles., lib. 8.], scritta in vicinanza di que' tempi, fanno memoria di questo fatto.

Scrive spezialmente Orderico che i Cenomani spedirono in Italia i lor legati ai figliuoli Azzonis marchionis Liguriae, con grande istanza perchè passassero in Francia. Tennero questi consiglio col padre, tuttavia vivente, e cogli amici. Tandem definierunt, ut Fulco, qui natu major erat (il propagatore della linea estense oggidì regnante) patris honorem (cioè gli Stati) in Italia possideret, Hugo autem frater ejus principatum (nel Maine) ex [441] matris hereditate sibi reposceret. Portossi dunque Ugo in Francia, e ritornò in possesso di quel principato. Ma perciocchè era egli bensì nato di casa d'Este, ma non avea ereditato il valore e le virtù degli Estensi, gli mise tale spavento in cuore Elia, signor della Fleche, con esagerargli le forze del re d'Inghilterra, che l'indusse da lì a non molto a vendergli quel principato, e a ritornarsene carico di disonore in Italia. Nè fu questa la sola azione degenerante di esso Ugo. Abbiam veduto ch'egli prese per moglie una figliuola del celebre duca Roberto Guiscardo. Ora ecco ciò che ne scrive il soprallodato Orderico: Hic filiam Roberti Wiscardi conjugem habuit. Sed generosae conjugis magnanimitatem vir ignavus ferre non valens, ipsam repudiavit. Pro qua re papa Urbanus (II) palam eum excommunicavit. Questa ed altre azioni poco lodevoli, che io non tacerò, del medesimo Ugo furono infin cagione che i suoi il cacciarono di là dai monti con inviarlo in Borgogna. Secondo Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], fu celebrato nel mese di settembre di quest'anno in Melfi di Puglia un gran concilio di vescovi, al quale intervennero anche tutti i baroni di quelle parti. Fu in esso accettata e giurata la tregua di Dio per le nemicizie private: del che s'è fatto menzione di sopra. Ancorchè Lupo non parli di papa Urbano, pure sappiamo ch'egli presedette a quel concilio, e lo stesso storico c'insegna ch'esso pontefice si portò dipoi a Bari, ed appresso consecrò la chiesa di Brindisi. Attesta Romoaldo Salernitano [Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che in quel concilio Ruggieri duca di Puglia giurò vassallaggio al papa, e fu col confalone investito del ducato. Morì in quest'anno Sichelgaita sua madre, e nel medesimo parimente, e non già nell'anno 1086, come ha il testo del Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 5.], da me creduto scorretto, Ruggieri conte di Sicilia mise l'assedio [442] alla città d'Agrigento, oggidì Girgenti. Vi stette sotto da quattro mesi, ed avendola astretta alla resa nel dì 25 di luglio, vi colse dentro i figliuoli e la moglie di Camutto amira de' Saraceni, che furono da lui trattati con molta cortesia, e facilitarono poscia a lui l'acquisto dell'importante fortezza di castello San Giovanni: al che con tanti desiderii e sforzi non era potuto giugnere mai in addietro. Imperocchè impadronitosi di undici terre circonvicine, e mosso poi trattato di concordia col mentovato Camutto, tanto operò, che il Saraceno non solamente abbracciò il partito di Ruggieri, ma anche la religion cristiana. Questo esempio commosse gli altri Mori a far lo stesso, e a consegnare il suddetto castello di San Giovanni al conte. Furono assegnate a Camutto in Calabria molte terre, ed egli finchè visse, non mancò mai alla fedeltà verso i Normanni. Noveiro scrittore arabo mette la conquista fatta da Ruggieri di castello San Giovanni e di Girgenti sotto il precedente anno. Morì certo nel presente Lanfranco di nazion pavese, glorioso arcivescovo di Cantorberì in Inghilterra, con odore di santità, e mancò in lui uno degli insigni personaggi di questo secolo. Fu restitutore delle lettere in Francia, della religione in Inghilterra. In Piacenza era stato accettato per vescovo Bonizone, già vescovo cattolico di Sutri. Non poteano accomodarsi al suo zelo i fazionarii scismatici, e però crudelmente un giorno gli levarono la vita con cavargli prima gli occhi e poi tagliarlo a pezzi; laonde fu riguardato qual martire dalla Chiesa cattolica. Per testimonianza di Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], cominciò in questi tempi il morbo pestilenziale del fuoco sacro ad affliggere la Lorena, e si sparse dipoi per la Francia e per l'Italia. Consumava a poco a poco le carni del corpo umano, e riduceva a morte i pazienti, facendoli divenir come carboni. Fu per questo celebre col tempo la divozion de' popoli a santo Antonio abbate, venerato in Vienna [443] del Delfinato, dove ricorreva la gente per la guarigione di questo male. E di qui ebbero origine tante chiese di santo Antonio abbate, anche per le città d'Italia, e il dipignere o rappresentare in altra maniera il santo suddetto colle fiamme di fuoco in mano, o da un lato della sua immagine. Questo fuoco nelle antiche sue immagini significava la sua gran carità; il porco a' piedi, la vittoria di tutti gli affetti sensuali. Ma il rozzo popolo interpretò ch'egli avesse particolar virtù contra del fuoco e per la salute dei bestiami. L'ordine de' religiosi istituito sotto il suo nome fu poi soppresso; il morbo per misericordia del Signore col tempo anche esso cessò, ma ne dura tuttavia la memoria col nome di fuoco di sant'Antonio, santo venerato con altra idea a' dì nostri dal volgo, qual protettore e liberatore dagl'incendii cagionati dal fuoco naturale.


   
Anno di Cristo MXC. Indizione XIII.
Urbano II papa 5.
Arrigo IV re 35, imperad. 7.

Seguitava bensì in Germania la dissensione e la guerra fra i cattolici e gli scismatici; pure apprendendo l'Augusto Arrigo che l'unione di Guelfo IV colla gran contessa Matilda potesse dare un tracollo a' suoi interessi in Italia, determinò di valicar le Alpi, e di portar loro addosso la guerra. Calò dunque in Italia con un poderoso esercito nel marzo dell'anno presente. Abbiamo da Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 4.] che anche prima Arrigo avea danneggiato, per quanto potè, la suddetta contessa, con torle in Lorena tutte le castella e ville a lei pervenute per eredità della duchessa Beatrice sua madre, a riserva del forte e ricco castello Brigerino:

Praeterea villas ac oppida, quae comitissa

Haec ultra montes possederat a genitrice,

Abstulit omnino, nisi castrum Brigerinum.

Era in possesso la contessa Matilde da gran tempo di Mantova, città signoreggiata [444] anche dal marchese Bonifazio suo padre. Ne imprese il blocco o l'assedio Arrigo, con devastarne intanto il territorio. Ritirossi la contessa alle sue fortezze della montagna reggiana e modenese. Ossia che Arrigo non intraprendesse quell'assedio sì presto, o che non fosse a lui facile l'armar di gente tutto il largo circondario del lago che difende quella città, noi troviamo entro essa importante città il duca Guelfo colla moglie, nel dì 27 di giugno dell'anno presente. Ciò si raccoglie da un loro diploma [Antichità Estensi, P. I, cap. 29.], dato in Mantova V calendas julii, anno dominicae Incarnationis, millesimo nonagesimo, Indictione tertiadecima, da me veduto e dato alla luce, con cui confermarono ed accrebbero i beni e privilegii al popolo mantovano: dettame di prudente politica per maggiormente impegnarlo ed animarlo alla difesa della patria. Anche il Sigonio ne fece menzione, ma con rappresentarlo scritto nell'indizione XII [Sigon., de Regno Italiae, lib. 9.]. Il Registro, ch'io ho avuto sotto gli occhi, ha l'indizione XIII, che corre nell'anno presente. Quel diploma ha il seguente principio: Guelfo Dei gracia dux et marchio, Mathilda Dei gracia, si quid est. Dovettero poi uscire di Mantova Guelfo e Matilda, e sappiamo da Donizone che la contessa si ritirò alle sue fortezze nelle montagne; e da Bertoldo [Bertholdus Constantiensis, in Chron.], che di grandi incendii e danni sofferirono in questi tempi gli Stati del duca Guelfo V, non so bene, se quei della moglie, o dell'avolo marchese Azzo. Ma Guelfo, massimamente per le esortazioni della contessa sempre stette saldo nell'attaccamento alla parte pontificia, e resistè alla forza nemica. Impadronissi nondimeno Arrigo di Rivalta e di Governolo, due luoghi importanti del Mantovano, e seguitò a tener chiusi in città quegli abitanti, a' quali Matilda di tanto in tanto spediva rinfreschi di gente e di viveri. Per attestato di varii storici, [445] morì in quest'anno [Bertholdus Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo. Chronic., Augustan.] Liutaldo duca di Carintia, uno de' più fedeli aderenti di Arrigo. Egli è lo stesso che vedemmo all'anno 1085 col nome di Liutaldo tenere un placito in Padova. Avea questo duca poco innanzi ingiustamente ripudiata la propria moglie, e presane un'altra con licenza dell'antipapa Clemente, che dovea condiscendere a tutte le istanze anche inique de' suoi partigiani per non disgustarli. Dissi esser io di parere ch'egli governasse ancora la marca di Verona, città in questi tempi fedele ad Arrigo. Ne farebbe anche testimonianza un diploma d'esso Augusto, ch'io ho pubblicato come spettante all'anno presente [Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.], ma senza esaminare le note cronologiche che sono affatto difettose. Fu esso dato in favore del monistero veronese di san Zenone, anno dominicae Incarnationis millesimo nonagesimo, sexta Indictione, regnante Henrico imperatore III, regni ejus XXXIV, imperii autem VIII. Hoc actum est IV idus aprilis Veronae. Ma, come dissi, non so io ora combinar queste note. Non sarà originale quel diploma, ma un abbozzo mal fatto, quantunque a prima vista autentico a me paresse. Presso Goffredo Malaterra [Malaterra, lib. 4, cap. 10.] truovasi così intricata la cronologia di Ruggieri conte di Sicilia, ch'io non oso dare per certo il tempo delle imprese da lui narrate, messa in confronto con altri storici. Racconta egli che di nuovo si riaccese la guerra fra i di lui nipoti, cioè fra Ruggieri duca di Puglia e Boamondo. Accorse in aiuto del primo il conte, e dopo due anni di discordia si riconciliarono. Pare che l'Anonimo Barense [Anonymus Barensis, tom. 5 Rer. Ital.] metta il principio di tal rottura nell'anno 1088, con dire che Bari si accordò con Boamondo; e, se ciò fosse, nell'anno presente si sarebbono que' due principi amicati. Soggiugne il Malaterra che nell'anno [446] 1089 esso conte Ruggieri [Malaterra, lib. 4 cap. 14.] passò alle terze nozze con Adelaide, nipote di Bonifazio famosissimo marchese d'Italia, cioè, come si crede, marchese del Monferrato. Finalmente scrive che nell'anno presente il popolo della città di Neto si soggettò al di lui dominio: con che niun luogo in Sicilia restò che non riconoscesse la di lui signoria. Eresse egli varii vescovati, fondò chiese e monisteri, promosse in ogni parte il culto del vero Dio, precedendo a tutti coll'esempio della pietà. Restò nondimeno in Sicilia una gran quantità di Saraceni, ai quali fu permesso il vivere e credere secondo la lor legge, purchè osservassero la fedeltà dovuta al sovrano. Passò inoltre il conte Ruggieri coll'armata navale all'isola di Malta nel mese di luglio, e mise l'assedio alla città. Ha creduto più d'uno ch'egli s'impadronisse di quella isola nell'anno presente, ma senza fondamento. Tutto ciò che guadagnò Ruggieri in tale spedizione, come narra Goffredo Malaterra [Idem, ibid. cap. 16.], fu di liberar gli schiavi cristiani, e di costrignere quei Mori a pagargli tributi, e a far seco lega, con obbligo di aiuto ne' bisogni. Secondo i conti di Camillo Pellegrini [Camillus Peregrin., Hist. Princ. Langobard.], diede fine alla sua vita verso il fine di questo anno Giordano I principe di Capoa, lodato non poco da Romoaldo Salernitano. Ma di ciò parleremo all'anno seguente, in cui forse si dee riferir la sua morte.


   
Anno di Cristo MXCI. Indizione XIV.
Urbano II papa 4.
Arrigo IV re 36, imperad. 8.

Continuò l'imperadore Arrigo ostinatamente per tutto il verno l'assedio, ovvero il blocco di Mantova. Trovò egli in fine il segreto di espugnare una così forte ed importante città con adoperar la potente mediazion dell'oro, e sovvertire il cuore di que' cittadini. Contra [447] d'essi perciò Donizone scaricò la sua bile, chiamandoli traditori. Nè gli mancava ragione, perciocchè provvedendoli il duca Guelfo e la contessa Matilda di mano in mano del bisognevole, avrebbono potuto, volendo, sostener più anni l'assedio, e mantener la promessa fatta di non aderir mai ad Arrigo. Entrarono dunque l'armi tedesche in quella città, non già nel sabbato santo a dì 12 d'aprile, come scrisse taluno, ma nel giorno precedente, come si ricava dal suddetto Donizone, che così parla [Donizo, in Vita Mathildis, lib. 2.]:

Nam qua nocte Deum Judas mercator Iesum

Tradidit, hac ipsa fuit haec urbs Mantua dicta

Tradita.

Ebbe la guarnigion di Matilde tanto tempo che potè, uscendo pel lago in barche, salvar le persone e l'equipaggio. Il cattolico vescovo Ubaldo se ne fuggì anch'egli, ricoverandosi presso la medesima contessa, rifugio allora di tutti i cattolici italiani perseguitati. Arrigo dipoi intronizzò nella chiesa di Mantova Conone, cioè Corrado vescovo scismatico. Stese inoltre le sue conquiste coll'impadronirsi di tutte le terre di là dal Po, dianzi ubbidienti alla suddetta contessa, eccettochè di Piadena, patria nel secolo decimoquinto di Bartolommeo detto il Platina, scrittore celebre; e di Nogara, oggidì terra del Veronese, che tennero forte contra lo sforzo de' Tedeschi. Nella state ancora avendo assediata la forte terra di Manerbio, oggidì posta nel distretto di Brescia, colla fame in fine la costrinse alla resa. Dopo la presa di Mantova, scrive il Sigonio [Sigon., de Regno Ital. lib. 9.] che la città di Ferrara, situata allora oltre Po, senza aspettar la forza, si sottopose ad Arrigo. Onde s'abbia egli tratta questa notizia non l'ho scoperto finora. Certo è che quella città si levò dalla divozione della contessa Matilda, e a suo tempo vedremo ch'essa valorosamente la ricuperò; e perciò non è improbabile la sua ribellione [448] in quest'anno, favorevole anno assai ad Arrigo. Tenne papa Urbano un concilio nell'anno presente in Benevento, dove stabilì molti punti di disciplina ecclesiastica, e confermò le censure contra dell'antipapa Guiberto. Ma mentre egli dimorava in quelle parti, essendo cresciuta la baldanza degli scismatici per le prosperità d'Arrigo, i Romani, che mutavano facilmente vela ad ogni vento [Bertholdus Constantiens., in Chron.], con frode s'impossessarono della torre di Crescenzio, cioè di castello Sant'Angelo, e venne anche loro in pensiero di diroccarlo. Lasciarono, oltre a ciò, entrare in Roma il suddetto antipapa, che forse questa volta si credette di stabilir ivi per sempre il suo trono, ma gli andò fallita, siccome vedremo. Veggendo intanto Guelfo IV duca di Baviera la cattiva piega che aveano presa in Italia gli interessi di Guelfo V suo figliuolo, e della contessa Matilde, sua nuora, nel mese d'agosto calò in Italia, e trattò di pace verisimilmente per via di mediatori coll'Augusto Arrigo, con condizione che questi abbandonasse l'antipapa, e riconoscesse Urbano II papa legittimo, e restituisse tutti i beni ingiustamente tolti ad esso duca Guelfo suo figliuolo e agli altri aderenti tutti. Arrigo, insuperbito della fortuna presente, rigettò ogni proposizion di accordo, dimodochè il duca se ne tornò in Alemagna; e contuttochè molti di quelle contrade in questi tempi si dichiarassero del partito di Arrigo, pure Guelfo risvegliò molti altri ancora contra di lui, e propose ancora di creare un nuovo re: cosa che non ebbe effetto per la pigrizia e malevolenza d'alcuni.

Per attestato del medesimo Bertoldo, terminò in quest'anno i suoi giorni Adelaide marchesana di Susa e di Torino, celebre principessa, e già suocera d'Arrigo. Chi succedesse nella ricca eredità de' suoi Stati, lo vedremo all'anno seguente. Benchè il Pellegrini, siccome abbiam detto, metta la morte di Giordano I [449] principe di Capoa verso il fine dell'anno precedente, affidato sull'autorità di Lupo Protospata, essendo assai confusi i testi di quello storico, non sembra assai sicura la di lui asserzione, da che più chiaramente Romoaldo Salernitano scrive che anno MXCI, Indictione XIV, mense februario, Jordanus Capuae defunctus est anno XIII principatus. Quel che è certo, dopo la morte di Giordano i Capuani si ribellarono, e cacciarono fuor di città Riccardo II, primogenito ed erede del defunto principe, con tutti i Normanni. Dal suddetto Bertoldo di Costanza è narrata sotto quest'anno quella ribellione, sembrando perciò che anch'egli differisca all'anno presente la morte di Giordano. Per attestato di Pietro Diacono [Pietrus Diacon., Chron. Casinen., lib. 4, cap. 10.], si ritirò Riccardo ad Aversa sua città con sua madre Gaitelgrima, sorella di Gisolfo II già principe di Salerno; ed implorato l'aiuto di Ruggieri duca di Puglia, venuta che fu la state, passò con un possente esercito sotto Capoa, mettendo a ferro e fuoco tutta la campagna. Seguita a dire esso Pietro Diacono: Et tamdiu eos expugnavit, usquequo Capuani, necessitate coacti, praedicto Richardo munitiones redderent, eumque recipientes, sibi in principem consecrarent: quasichè in questo medesimo anno Riccardo riacquistasse la signoria di Capoa. Ma quel tamdiu, confrontato colle storie di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] e di Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernit., in Chron., tom. 6 Rer. Ital.], vuol dire che Riccardo seguitò a far guerra a' Capuani, finchè dopo gran tempo, cioè nell'anno 1098, siccome vedremo, li ridusse all'ubbidienza sua. Erasi anche sollevata la città di Cosenza in Calabria contra del duca Ruggieri [Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 17.]. Chiamò questi in suo aiuto Ruggieri conte di Sicilia, che vi accorse con un buon corpo [450] di Saraceni e delle sue vecchie truppe. Fu formato l'assedio, e v'intervenne col duca anche Boamondo suo fratello. Operò tanto colla sua destrezza il conte, che que' cittadini finalmente si riconciliarono col duca, il quale entrato nella città ordinò tosto che nel colle superiore si piantasse una fortezza, per impedir da lì innanzi una simil prosunzione di quegli abitanti. Il conte Ruggieri, che sempre sapea pescare nelle disgrazie del duca suo nipote, ottenne anche questa volta da lui per guiderdone di questa fatica il dominio nella metà di Palermo: il che ci fa conoscere che Roberto Guiscardo in conquistandola, tutta la ritenne in suo potere, nè già ne diede la metà al fratello, come pensò Leone ostiense. Migliorò di poi sì fattamente Palermo per opera del conte Ruggieri, che ne ricavava maggior profitto possedendola solo per metà, che quando interamente ne era signore il duca. Veggasi ancora all'anno 1122, dove si parla di questo. Se fossero ben corrette le Note cronologiche di un documento da me prodotto altrove [Antiquitat. Italic., Dissertat. XI.], noi sapremmo dove in questi tempi dimorasse la contessa Matilda. Nella copia a noi conservata da Pellegrino Prisciani quella carta si dice data anno ab Incarnatione Domini millesimo nonagesimo primo, die mensis madii, Indictione XII, cum esset domna Matilda, gratia Dei ducatrix et comitissa, marchionis Bonifatii filia, in loco sancti Cexarii, cioè in San Cesario, distretto di Modena. Ma quell'Indictione XII non conviene all'anno presente. E trovandosi allora colla contessa Ugo vescovo di Mantova, e Landolfo vescovo di Ferrara, questi due pastori, secondo l'Ughelli, molto dopo il presente anno furono promossi a quelle chiese. Però io nulla so accertare del tempo in cui quella carta fu scritta.

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Anno di Cristo MXCII. Indizione XV.
Urbano II papa 5.
Arrigo IV re 37, imperad. 9.

Per quanto potè, seguitò l'Augusto Arrigo a guastar le terre di Guelfo V duca e della contessa Matilda. Ma non mancavano spie alla contessa che di mano in mano la avvertivano di tutti gli andamenti d'Arrigo; e perciocchè ella seppe che nel tempo del verno egli si trovava di là dall'Adige, senza aver seco milizie, spedì a quella volta mille de' suoi combattenti. Gli andò per otto giorni deludendo Arrigo, con ritirarsi or qua or là, tanto che potè raunar le sue truppe; e ciò fatto, andò ad assalire all'improvviso le genti della contessa, che se ne stavano sdraiate nella villa di Tricontai. Molti furono presi, molti uccisi; gli altri si salvarono col favor delle gambe. Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 6.] attribuisce questo fatto a tradimento di Ugo lor condottiere, con dire:

Proditor emanso fuit Hugo nobilis alvo;

Hanc contra morem sed fecit proditionem,

Nam proba nobilitas non turpe scelus patrat umquam.

Non ho io dissimulato nelle Antichità estensi che tal taccia è data ad Ugo figliuolo del marchese Azzo II estense, dovendosi leggere e Manso fuit Hugo. La capitale della provincia del Maine in Francia è appellata le Mans. Perchè Ugo, siccome di sopra osservammo, era stato signore di quel principato, perciò era chiamato Ugo del Manso. Doveva egli militare in favore del duca Guelfo V figliuolo di un suo fratello; e se veramente egli fosse reo di questo, e senza scusa, io nol so dire. Ma se fu, non è da maravigliarsene, dacchè abbiam già veduto come questo principe in altre sue azioni degenerò dalla virtù dei suoi maggiori. Giunta che fu la state, Arrigo colla sua armata essendo venuto di qua dal Po, cominciò la guerra contra le fortezze della [452] contessa Matilda, situate nelle montagne del Modenese, saccheggiando e incendiando tutte queste contrade [Berthold. Constantiensis, in Chron.]. Prese Monte Morello verso Savignano presso il Panaro, siccome ancora Monte Alfredo; indi mise l'assedio a Monte Bello, oggidì Montevìo, allora del contado di Modena, e oggidì del Bolognese. Era forte quel castello, bravi i suoi difensori. L'antipapa Clemente venne in persona per abboccarsi coll'imperadore, e visitar quell'assedio. Intanto perchè andavano male gli affari della contessa, i suoi baroni e cortigiani cominciarono vivamente ad esortarla alla pace, con supporle che anche Arrigo ne fosse voglioso. Tanto la tempestarono, che si contentò di farne la proposizione in una dieta, tenuta per questo nella rocca di Carpineta ad una radunanza di teologi. Eriberto vescovo cattolico di Reggio colla maggior parte furono di sentimento che la contessa dovesse cedere al tempo, e pacificarsi con Arrigo, ma non già per darsi all'antipapa. Ciò sarebbe forse succeduto, se non si fosse alzato Giovanni, probabilmente abbate del monistero di Canossa, il quale tanto perorò contra di un tale aggiustamento con dare speranza alla contessa di qualche vicino soccorso dal cielo, che Matilda non volle più sentirne parlare, risoluta piuttosto di morire che di far patti con Arrigo nemico della Chiesa. Spese intanto esso imperadore tutta la state sotto Monte Bello [Donizo, Vit. Mathild., lib. 2, cap. 6.] senza frutto alcuno: sì gagliarda fu la difesa della guarnigion di Matilda. Restò incendiata una torre, ossia altra macchina militare degli assedianti, ed ucciso anche un figliuolo d'esso Arrigo, di cui niuna menzione fanno gli altri storici. Verisimilmente era suo bastardo. Portato il di lui cadavero a Verona, gli fu fabbricato un superbo sepolcro. Pertanto veggendo Arrigo ch'egli avea che fare con una fortezza inespugnabile, sciolse l'assedio, e si ritirò a Reggio, dove si [453] fermò alquanti giorni. Poscia nel mese d'ottobre, fingendo di passare a Parma, voltò indietro, e andò a San Paolo, per vedere se potea sorprendere l'importante rocca di Canossa, dove nell'anno 1077 abbiam veduto che brutta figura egli avea fatto. Spedì colà immantinente la contessa un buon rinforzo, ed ella si ritirò in Bibianello. Essendo insorta una folta nebbia, allorchè i nemici s'accostarono a Canossa, la gente della contessa fu con esso loro alle mani, e le riuscì di prendere la bandiera imperiale, caduta di pugno al figliuolo del marchese Oberto. Chiarito Arrigo che gittava i suoi passi, marciò al piano, e poi si condusse di là dal Po. Ogni dì s'andava sminuendo la sua armata; e però anche la contessa passò oltre Po, e prima che terminasse l'anno, ricuperò alquante delle sue terre perdute, e fra le altre la torre di Governolo e Rivalta. Per quanto scrive Bertoldo da Costanza, papa Urbano celebrò il santo Natale dell'anno presente fuori di Roma, in vicinanza nondimeno d'essa città, per non aver potuto aver l'ingresso nella basilica di san Pietro; perciocchè presso alla medesima s'era incastellato, cioè ben fortificato l'antipapa Guiberto. Per le memorie che rapporta il cardinal Baronio, apparisce, aver esso pontefice fatto nel presente anno un viaggio a Salerno, dove nel dì 14 di settembre confermò i suoi privilegii a Pietro abbate dell'insigne monistero della Cava.

Accennai di sopra la morte di Adelaide marchesana di Susa e di Torino. Conviene ora aggiugnere ciò che il suddetto Bertoldo autore contemporaneo scrive intorno alla di lei eredità. In Longobardia, dice egli, Conradus filius Henrici regis, bona Adelheidae Taurinensis comitissa invasit, quae ejusdem comitissae nepos, filius Federici comitis habere debuit. E dopo aver detto che questo Federigo conte assaissimo risplendeva per la sua pietà e pel suo costante attaccamento in questi torbidi tempi al partito pontificio, ed aver egli avuto per suoi genitori [454] Lodovico conte e Sofia zia materna della contessa Matilda, ed essere mancato di vita nella festa di san Pietro dell'anno precedente, soggiugne: Hujus ergo filium ex nepte dominae Adelheidae susceptum, Henricus rex cum filio (Corrado) exheredare proposuit; terramque ejus hostiliter invadendo, ac circumquaque devastando, fructuariensi monasterio multa mala intulit. Di qui pertanto nasce un gruppo assai difficile nella storia genealogica della real casa di Savoia, e non sufficientemente sciolto dal Guichenon: laonde è da aspettare qualche altro più sperto scrittore, il quale più esattamente ricerchi e in maggior lume metta i fatti di que' principi che da tanti secoli in qua con gloriosa successione illustrano l'Italia. Per le notizie prodotte dall'Ughelli [Ughellius, Ital. Sacr., tom. 3 in Archiepisc. Pisan.], si scorge che in quest'anno, mentre papa Urbano dimorava in Anagni, ad istanza della contessa Matilda, eresse in arcivescovato la nobil chiesa di Pisa, in maniera che Daiberto, già vescovo di quella città, fu il primo arcivescovo della medesima, e a lui furono sottoposti i vescovati della Corsica. Di ciò tornerà occasion di parlare all'anno 1118. Avea già concertato l'Augusto Arrigo un abboccamento con Ladislao re d'Ungheria [Berihold. Constantiensis, in Chron.], e già erano vicini ad incontrarsi verso il Natale del Signore, quando Guelfo IV, duca di Baviera, sopraggiungendo con varie squadre d'armati interruppe il loro congresso, e fece tornare vergognosamente indietro Arrigo. Scrive Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che nell'anno presente per essersi ribellato il popolo della città d'Oria a Boamondo loro signore, questi coll'aiuto de' circonvicini amici mise l'assedio a quella città. Tanto ardire nondimeno e forza ebbero gli Orietani, che il cacciarono di là, e gli presero l'equipaggio e le bandiere. A Ruggieri conte di Sicilia la morte rapì in questo [455] anno Giordano suo figliuolo bastardo [Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 18.], giovine di gran valore, che si credeva destinato alla succession del padre, giacchè egli altro figliuolo non avea allora che questo. Ne fu inconsolabile Ruggieri. Ma volle Dio asciugargli le lagrime con dargli nel presente anno un figliuolo legittimo, a lui partorito da Adelaide sua seconda moglie. Essendosi anche ribellata la città di Peutarga, o Pentarga, che dianzi era sottoposta a Giordano, Ruggieri colla forza la ridusse alla sua ubbidienza: il che costò la vita agli autori di quella sollevazione. Perchè poi l'Augusto Arrigo dominava nella città di Reggio di Lombardia, quivi ancora veniva riconosciuta l'autorità dell'antipapa Guiberto. Resta tuttavia una sua bolla, da me data alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXI.], in favore dei canonici reggiani, colle seguenti note: Datum apud Cesenam per manum Berneri vice Petri cancellarii, anno dominicae Incarnationis MXCII, Indictione XV, anno autem pontificatus domni Clementis tertii papae VIIII, idibus junii.


   
Anno di Cristo MXCIII. Indizione I.
Urbano II papa 6.
Arrigo IV re 38, imperad. 10.
Corrado II re d'Italia 1.

Un gran colpo venne fatto in questo anno ai difensori della parte pontificia, e principalmente, per quanto si può sospettare, v'ebbe mano la contessa Matilda. Cioè riuscì loro d'indurre Corrado, primogenito dell'Augusto Arrigo, a ribellarsi contra del padre: il che succedette all'anno presente, per testimonianza di varii storici [Berthold. Constantiensis, in Chron. Sigebertus, in Chron. Dodechinus, in Chron.], e non già più tardi, come volle Donizone. Gran colpo, dissi, di politica sì, ma che non si può leggere senza qualche orrore, sapendo noi che i figliuoli possono bensì, per non consentire col padre nell'iniquità, separarsi da lui, ma non potersi eglino dispensare dall'onorarlo. [456] Se poi deggia essere loro permesso di levar gli Stati a chi li generò, e d'impugnar l'armi contra di lui, lascerò io che altri ne giudichi. I motivi che fecero rivoltar questo giovane principe contra del padre si veggono riferiti da Dodechino, e son così orridi, che si ha della pena a crederli veri [Berthold. Constantiensis, in Chron. Sigebertus, in Chron. Dodechinus, in Chron.]. Cioè avendo Arrigo conceputo odio e sprezzo di Adelaide (chiamata Prassede da altri) sua moglie, la mise in prigione, diede licenza a molti d'usarle violenza, ed esortò anche il figliuolo Corrado a fare lo stesso. Perchè questi ricusò di commettere questo nefando eccesso, cominciò Arrigo a dire che egli non era suo figliuolo, ma bensì di un certo principe di Suevia, a cui portava somiglianti le fattezze. Ora che Adelaide fosse maltrattata dall'Augusto consorte, non si può controvertere. Ella stessa in due concilii accusò il marito delle violenze a lei fatte. Altresì è fuor di dubbio che Corrado fu principe umile, modesto e pieno di tutta bontà, accordandosi tutti gli scrittori a confessarlo tale; e si può credere ch'egli fosse anche mal soddisfatto del padre. Quando sia vero che Arrigo gli proponesse il suddetto misfatto, si meriterebbe bene un padre tale che il dichiarassimo eziandio pazzo e furioso. Comunque sia, trovavasi Corrado col padre in Italia, e, siccome già dicemmo, era corso in Piemonte a mettersi in possesso degli Stati della contessa Adelaide avola sua. Si servì di questa congiuntura la contessa Matilda, o alcuno de' suoi partigiani per guadagnarlo, con esibirgli di farlo re d'Italia. Un grande incanto ai figliuoli di Adamo è la vista d'una corona. Ma non andò sì segreto il maneggio, che non ne venisse qualche sospetto ad Arrigo suo padre. Perciò, furbescamente chiamato a sè il figliuolo, il mise in prigione. Si sa ch'egli ebbe maniera di fuggirsene, e di ricoverarsi presso la contessa Matilda, la quale l'inviò a papa Urbano per ottener l'assoluzione della [457] scomunica: il che gli fu ben facile. Fece gran rumore dappertutto, ma specialmente in Lombardia, questo ritirarsi da Arrigo un figliuolo ornato di sì belle doti; ed essendosi ancora sparse le sopra accennate voci contra d'esso imperadore, stomacati non pochi abbracciarono il partito de' cattolici. Quel che più importa, le città di Milano, Cremona, Lodi e Piacenza, abbandonato Arrigo, fecero contra di lui una lega per venti anni avvenire col duca Guelfo e colla contessa Matilda sua moglie: il che diede un gran tracollo agli interessi e all'estimazione d'esso Augusto. Abbiam già veduto che Milano, Lodi e Pavia aveano presa qualche forma di repubblica, ossia di città libera, governata da' suoi cittadini, e non più dai ministri imperiali. Vo io credendo che maggiormente quelle città in tempi sì sconcerti stabilissero il proprio governo, e cominciassero a reggersi co' proprii uffiziali, riconoscendo nondimeno la sovrana autorità di chi era re d'Italia. L'esempio d'esse a poco a poco indusse dipoi l'altre città d'Italia a mettersi in libertà.

Fu poi mandato Corrado a Milano, dove per le mani d'Anselmo vescovo cattolico di quella città ricevette la corona del regno d'Italia tanto in Monza, quanto nella basilica milanese di santo Ambrosio. Ne fa menzione anche Landolfo iuniore [Landulf. Junior, Hist. Mediolan., cap. 1, tom. 5 Rer. Ital.], cognominato da san Paolo, storico milanese di questi tempi, della cui Storia cominceremo a valerci, con iscrivere: Cono quoque rex (Conone e Corrado, torno io qui a ripeterlo, è lo stesso nome) qui dum pater ejus Henricus viveret, per contractationem Mathildis comitissae, et officium hujus Anselmi de Rode fuit coronatus Modoetiae, et in ecclesia sancti Ambrosii regali more. Scrive ancora Bertoldo da Costanza [Bertholdus Constantiensis, in Chron.] che questa coronazione si fece annuente Welphone duce Italiae, et Mathilda ejus carissima [458] conjuge. Appresso egli soggiugne che Guelfo IV duca di Baviera, padre d'esso Guelfo V, poco dappoi venne in Italia a visitar questo re novello, e ad offerirsi suo fedele aderente insieme col figliuolo. Per questo inaspettato accidente restò sì depresso e sbalordito l'imperadore Arrigo, che si ritirò in una fortezza, e quivi gran tempo si trattenne come persona privata e senza la dignità regale. Anzi fama corse, esser egli stato preso da tanta afflizione, che si volle dar la morte, e l'avrebbe fatto, se i suoi non l'avessero impedito. Ma in quest'anno terminò i suoi giorni il suddetto Anselmo III arcivescovo di Milano; e perciocchè in questi tempi le fazioni contrarie facilmente faceano gl'interpreti de' gabinetti del cielo, probabilmente gli scismatici dovettero attribuire ai giudizii di Dio la di lui morte, per aver sostenuto la ribellion d'un figliuolo contra del padre. Ma ricordar non occorre quanta sia, se non sempre, almen bene spesso, la nostra temerità, allorchè vogliam mettere mano ne' consigli dell'Altissimo, e immaginar cagioni soprannaturali degli avvenimenti naturali. Ebbe Anselmo per successore Arnolfo nobile milanese dalla Porta Orientale, il quale non pare credibile, come alcuni hanno scritto, che prendesse la investitura dall'Augusto Arrigo, perchè Milano allora seguitava la parte del romano pontefice e del re Corrado. Che egli nondimeno avesse delle opposizioni, si può dedurre dall'esser egli stato solamente nell'anno 1095 consecrato. Si dee anche avvertire per gloria dell'Italia che in quest'anno santo Anselmo, grande splendore del monachismo, fu creato arcivescovo di Cantorberì, e primate della Inghilterra. Nato nella città di Aosta, abbracciò nel monistero di Becco in Normandia la vita monastica, fu creato abbate, e poi contra sua volontà dal re Guglielmo II alzato al primo seggio della Chiesa inglese. Provò egli dipoi delle gravissime vessazioni che servirono ad accrescere la di lui gloria in terra, e più [459] nel cielo. Ruggieri duca di Puglia, che avea preso per moglie Adelaide figliuola di Roberto conte di Fiandra, e nipote di Filippo re di Francia, s'infermò gravemente in quest'anno, talmente che si sparse nuova ch'era mancato di vita [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 15.]. Sollevaronsi dunque contra i di lui Stati e figliuoli, non solamente Boamondo suo fratello, ma ancora altri baroni vassalli suoi. Riavutosi egli da quella malattia, Boamondo si riconciliò tosto con lui; ma Guglielmo di Grantmaniol stando pertinace nella ribellione, obbligò il duca risanato a procedere coll'armi contra di lui. Colle milizie del nipote unì anche Ruggieri conte di Sicilia un buon nerbo di soldati, coi quali fu ridotto Guglielmo a fuggirsene a Costantinopoli colla perdita di tutti i suoi Stati. La maggior parte nondimeno ne riebbe egli dopo qualche tempo dalla clemenza del duca. Prosperò non poco in quest'anno la fede cattolica, non solamente in Italia, ma anche in Germania. Lo stesso papa Urbano potè celebrare in Roma (non so in qual chiesa) con solennità la festa del Natale, quantunque in quella città tuttavia dimorassero non pochi seguaci dell'antipapa. Il saggio pontefice, che abborriva di adoperare il rimedio dell'arme per cacciarli, piuttosto volle sofferirli, che inquietare il popolo; e tanto più perchè castello Sant'Angelo, oltre ad altri siti, restava tuttavia in potere di Guiberto, che vi teneva buona guarnigione. Intanto esso Guiberto dimorava con Arrigo in Verona, fingendosi prontissimo a rinunziare il preteso suo papato, se in altra maniera non si potea dar la pace alla Chiesa. Ho io prodotto, ma colle note cronologiche poco esatte, una donazione fatta in quest'anno da esso Arrigo [Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.], dimorante in Mantova, a Conone ossia Corrado vescovo di quella città.

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Anno di Cristo MXCIV. Indizione II.
Urbano II papa 7.
Arrigo IV re 39, imperad. 11.
Corrado II re d'Italia 2.

Il solo Sigeberto è quello [Sigebertus, in Chron.] che accenna una scorsa data in quest'anno dall'imperadore Arrigo nella Gallia, cioè nella Borgogna o Lorena. Servì il suo allontanamento dall'Italia a far crescere smisuratamente la parte pontificia in queste parti, di maniera che moltissime fortezze si ribellarono, e presero l'armi contra di lui. Profittonne anche papa Urbano. Da Bertoldo di Costanza [Berthold. Constantiensis, in Chron.] e da una lettera di Goffredo abbate vindocinense, cioè di Vandomo, ci vien confermato [Goffrid. Vindocinensis, lib. 1, Epist. 8.] che in questi tempi l'antipapa teneva tuttavia guarnigione nel palazzo del Laterano, ed era inoltre padrone di castello Sant'Angelo e della basilica vaticana. Abitava all'incontro quasi privatamente papa Urbano nella casa di Giovanni Frangipane, nobile romano, la quale dovea aver sembianza di fortezza. Quindici dì prima di Pasqua venne a trovarlo Ferruccio, lasciato dal suddetto Guiberto per custode d'esso palazzo lateranense, offerendo di dargli quel riguardevol edifizio, purchè gli fosse pagata una buona somma di danari. Era vota la borsa pontificia, e perciò Urbano si raccomandò ai vescovi e cardinali, che poco gli diedero, perchè poveri anche essi a cagion della persecuzione e de' malanni correnti. Trovossi per accidente in Roma il suddetto Goffredo abbate vindocinense, e questi ciò udito, vendè tosto i suoi muli e cavalli, e contribuì tutto quanto l'oro e l'argento che avea; e con ciò si ultimò il mercato con Ferruccio, ed Urbano entrò in possesso della torre e del palazzo lateranense. Col nome di questa torre pensa il padre Pagi [Pagius, Crit. ad Annal. Baron.] disegnato castello [461] Sant'Angelo. Io non ne son persuaso. Esso abbate Goffredo nella lettera seguente [Goffrid., lib. 1, Epist. 9.] si pregia di aver tolto a Guiberto lateranense palatium, senza parlar più della torre. Se gli avesse anche tolto castello Sant'Angelo, siccome fortezza di maggior conseguenza, non l'avrebbe egli taciuto. E Bertoldo Costanziense chiaramente asserisce che Guiberto ne era padrone, e che i suoi impedivano il passare per ponte Sant'Angelo. Ma che vo io cercando conghietture? Il suddetto Bertoldo attesta che anche nell'anno 1097 Guiberto tenea presidio in quel castello. Dimorava tuttavia in Roma il pontefice romano nel dì 29 di giugno, in cui confermò i privilegii della badia di Montebello sul Pavese, con bolla data [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 in Append.] Romae III kalendas julii, anno Domini millesimo nonagesimo quarto, Indictione secunda, pontificatus domni Urbani II septimo. Abbiamo da Donizone [Donizo, lib. 2, cap. 8.] che, per consiglio della contessa Matilda, esso pontefice determinò di venire in Lombardia, per maggiormente fortificare il partito dei cattolici, e sradicare la gramigna guibertina. Perciò verso il fine dell'anno, per attestato di Bertoldo [Berthold. Constantiensis, in Chron.], celebrò il santo Natale in Toscana, dove fu ad accoglierlo con tutta divozione la contessa Matilda. Se rimase Arrigo sommamente sconcertato per la fuga e ribellione del figliuolo Corrado nell'anno precedente, restò egli in questo anche oltremodo svergognato per la fuga della regina Adelaide, ossia Prassede, sua moglie. La teneva egli imprigionata in Verona [Donizo, lib. 2, cap. 8. Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.], ed avendo essa trovato modo di far sapere le sue miserie alla suddetta contessa Matilda, con raccomandarsi a lei, seppe la contessa così ben menare un segreto trattato, che nel verno di quest'anno la fece fuggir dalle carceri. Rifugiossi ella presso il duca Guelfo V, il quale colla consorte [462] Matilda le fece un trattamento da pari sua; ed allora fu che essa regina diede fuoco a tutte le iniquità e crudeltà commesse contra di lei dal bestiale marito, il cui discredito certamente dovette andar crescendo alla pubblicazione di fatti sì enormi. Essendosi poi tenuto un gran concilio di cattolici tedeschi nella città di Costanza da Gebeardo vescovo, fece la regina suddetta esporre in quella sacra adunanza le sue querele, che mossero a sdegno e compassione chiunque la udì. Intanto in Germania Guelfo IV duca di Baviera conchiuse una pace e lega per tutta la Suevia, Francia teutonica, Alsazia e Baviera, sino ai confini dell'Ungheria: contrade tutte parziali al vero romano pontefice. Scrive sotto quest'anno il Dandolo [Dandul., in Chron, tom. 12 Rer. Ital.], che trovandosi l'imperadore Arrigo in Trivigi, Vitale Faledro doge di Venezia gli spedì tre suoi legati, che il trovarono molto favorevole agli interessi de' Veneziani. In segno di che non solamente egli rinnovò i patti antichi col popolo di Venezia, ma ancora alzò dal sacro fonte una figliuola del doge. Scoprissi ancora in Venezia il sacro corpo di San Marco evangelista, essendo gran tempo che s'era smarrita la memoria del sito in cui era seppellito; e di nuovo fu posto in luogo, oggidì affatto ignoto, nella di lui basilica: che così allora si costumava per timore de' ladri pii delle sacre reliquie, che per più secoli non lasciarono riposar le ossa sacre dei santi. Andò anche Arrigo Augusto per sua divozione a visitare in Venezia la basilica suddetta, e dopo aver girata la città, ne commendò molto il sito e il governo, e concedute esenzioni a varii monisteri, se ne tornò in terra ferma. Potrebbe nondimeno essere che prima di questo anno, e in tempo di maggior felicità, Arrigo visitasse Venezia. Abbiamo anche un privilegio fatto in questo medesimo anno dal soprallodato doge Vitale al popolo di Loreo, castello fabbricato e ben fortificato dallo stesso doge.

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Anno di Cristo MXCV. Indizione III.
Urbano II papa 8.
Arrigo IV re 40, imperad. 12.
Corrado II re d'Italia 3.

Passò dalla Toscana nel febbraio dell'anno presente in Lombardia il buon papa Urbano, e circa il primo dì di marzo celebrò un insigne concilio nella città di Piacenza [Labbe, Concil., tom. 10.], dove intervennero dugento vescovi dell'Italia, Borgogna, Francia, Alemagna, Baviera, e d'altre provincie, e quasi quattro mila cherici, con più di trenta mila laici. Sì grande fu il concorso, che non essendovi basilica capace di tanta gente, bisognò tener quella sacra assemblea in piena campagna. Colà comparve la sfortunata regina Adelaide, e si lamentò delle infamie che le avea fatto sofferire l'indegno suo consorte Arrigo. Non avendo ella acconsentito a tali scelleratezze, fu disobbligata dal farne penitenza. Quivi ancora furono stabiliti varii decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, che avea patito di molto in questi sì burrascosi tempi; e solennemente fu rinnovata la scomunica contra dell'antipapa e de' suoi aderenti. Vi comparvero ancora i legati di Alessio Comneno imperadore dei Greci, con esporre le di lui calde preghiere ed istanze per ottener soccorso contra de' Turchi e d'altri infedeli, che già aveano occupata la maggior parte dell'imperio d'Oriente, e colle loro scorrerie si faceano vedere sotto le mura di Costantinopoli. Però papa Urbano ivi cominciò a predicar la crociata [Berthold. Constantiensis, in Chron.], e molti vi furono che con giuramento s'impegnarono al viaggio di oltremare, per militar contro degl'infedeli. Fu in tal congiuntura consecrato Arnolfo arcivescovo di Milano, alla cui elezione tanto tempo prima s'era opposto il legato apostolico. Nel dì 11 di aprile passò il papa a Cremona, e venutogli incontro il giovane re Corrado, umilmente tenne la staffa al pontefice [464] e l'addestrò. Gli prestò inoltre giuramento di fedeltà, cioè di conservargli la vita, le membra e il pontificato romano. Urbano, all'incontro, il ricevette per figliuolo della santa romana Chiesa, con promettergli ogni aiuto e favore per fargli conseguire il regno e la corona imperiale, purchè anch'egli rinunziasse alla pretension delle investiture ecclesiastiche. Inviossi dipoi il papa per mare in Provenza, e venuto a Valenza, di là spedì le lettere circolari per invitare i prelati ad un concilio da tenersi in Chiaramonte nell'ottava di san Martino, oppur ne' giorni seguenti. Fu infatti celebrato quel concilio [Labbe, Concilior., tom. 10.] al tempo destinato, coll'intervento di tredici arcivescovi e dugento e cinque fra vescovi ed abbati, benchè altri ne contino fin quattrocento. Molti regolamenti si fecero ivi per la disciplina della Chiesa. L'atto nondimeno più famoso di quella insigne assemblea fu la proposizione fatta di nuovo con più fervore dallo zelantissimo papa per la crociata, cioè di un armamento per liberar Gerusalemme dalle mani degl'infedeli. Così celebre è questo avvenimento, così ampiamente trattato da varii scrittori antichi e moderni, che a me basterà di solamente darne un lieve abbozzo per la concatenazione di questa istoria. A sì celebre movimento era già preceduta la predicazione di Pietro romito franzese [Guillelm. Tyr., Hist., lib. 1, cap. 11. Bernardus, Thesaur., cap. 6, tom. 7 Rer. Ital.], il quale, dopo essere stato a visitare i luoghi santi di Palestina, rapportò in Occidente la persecuzion fatta dai Musulmani a' poveri Cristiani in quelle contrade, e come restassero profanate le memorie della nostra redenzione. Portò egli lettere compassionevoli di quel patriarca Simeone al papa e a' principi dell'Occidente; poi per l'Italia, Francia e Germania andò predicando e movendo grandi e piccoli a portar la guerra in Oriente. Questo fu il precursore di papa Urbano, ma potè più di lunga mano l'esortazione [465] infocata d'un capo visibile della Chiesa di Dio per commuovere e principi e popoli a quell'impresa. Adunque corse a gara gran moltitudine di gente dopo il concilio a prendere la croce e ad impegnarsi per la spedizione d'Oriente; nè altro si udiva dappertutto che questa voce: Dio lo vuole, Dio lo vuole. Nè tanta commozion di popoli nacque dalla sola lor divozione; v'intervenne anche un piissimo interesse. Erano allora tuttavia in uso i canoni penitenziali; ad ogni peccato era destinata la sua penitenza; e queste penitenze si stendevano bene spesso ad anni e a centinaia d'anni, a misura della quantità e qualità dei reati. Ora il pontefice, per animar tutti a prendere la croce, concedette indulgenza plenaria (cosa allora rarissima) di tutte le suddette pene canoniche a chiunque pentito e confessato imprendesse le fatiche di un sì lungo e scabroso viaggio a Gerusalemme. Però non è da stupire se allora sì grande fu il concorso di ecclesiastici e laici alla guerra sacra, e se anche tanti principi si infiammarono di zelo per condurre a fine così glorioso disegno. Più di cento mila persone presero allora la croce, e fra questi moltissimi monaci ancora, che con sì bella congiuntura si misero in libertà.

Succedette in quest'anno un grave sconcerto in Italia, a noi narrato da Bertoldo da Costanza con queste parole [Bertholdus Constantiensis, in Chron.]: Welpho filius Welphonis ducis Bajoariae, a conjugio dominae Mathildis se penitus sequestravit, asserens illam a se omnino immunem permansisse: quod ipsa in perpetuum reticuisset, si non ipse prior illud satis inconsiderate publicasset. Ho io cercato altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 4.] i motivi di tal separazione, e mi è sembrato di poter dire che non ispontaneamente nè per sua balordaggine si ritirò Guelfo V dalla contessa Matilda nell'anno presente, ma sì bene per disgusti a lui dati dalla contessa medesima. Finchè ella ebbe bisogno di lui nelle turbolenze passate, non gli fu scarsa [466] di segni di vero amore e stima, tuttochè fra loro non passasse commercio carnale, o perchè ella nol voleva, o perchè con questo patto l'aveva egli sposata. Ma dacchè ella vide depresso in Italia Arrigo IV, cominciò a rincrescerle di aver un compagno nel comando, e però seppe indurre il marito a separarsi da lei. Forse anche si scoprì solamente allora che Matilda nell'anno 1077 avea fatta una donazione solenne di tutto il suo patrimonio alla Chiesa romana; laonde trovandosi Guelfo da tutte le parti burlato per aver presa una ch'era solamente moglie di nome, ed anche senza speranza di godere della di lei eredità, disgustatissimo da lei si congedò. E che nel contratto del di lui matrimonio colla contessa seguisse qualche patto di tal successione, si può raccogliere dal sapere che Guelfo IV duca di Baviera suo padre, udito questo divorzio, volò in Italia tutto ardente di sdegno, e per quanto facesse, non gli riuscì di riconciliar questi due coniugati; nè potendo egli digerir l'inganno fatto alla sua casa dalla contessa, dopo essere per tanti anni stato il principal sostegno della parte cattolica, si gettò nel partito allora fallito dell'imperadore Arrigo. Questa sua risoluzione e lo sdegno da lui mostrato fanno abbastanza intendere che un gran torto gli doveva aver fatto Matilda. Unde (soggiugne esso Bertoldo) pater ipsius (cioè Guelfo IV) in Longobardiam nimis irato animo pervenit, et frustra diu multumque pro hujusmodi reconciliatione laboravit. Ipsum etiam Henricum sibi in adjutorium adscivit contra dominam Macthildam, ut ipsam bona sua filio ejus dare compelleret, quamvis nondum illam in maritali opere cognosceret. È un sogno del Fiorentini il farsi a credere che il vecchio Guelfo prima del divorzio del figliuolo avesse abbracciata la fazione di Arrigo. L'abbracciò per dispetto, dopo essersi trovato sì solennemente beffato dalla contessa Matilda. Se si notassero tutti i vizii degli eroi, per lo più comparirebbono [467] non minori di numero e peso che le loro virtù. Tornarono i due Guelfi, malcontenti della contessa, in Germania, per attestato di Bertoldo, e si affaticarono non poco in favore dell'Augusto Arrigo; tutto nondimeno indarno, perchè il di lui partito era oramai troppo scaduto. È da osservare che Donizone, troppo parziale della contessa, niuna menzione fa mai di Gotifredo, nè di Guelfo, che pur furono mariti di lei, ma da lei in fine rigettati e sprezzati. Fu in questi tempi consigliato Corrado re d'Italia ad ammogliarsi [Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 23.]. Papa Urbano e la contessa Matilda gli proposero Matilda figliuola di Ruggieri conte di Sicilia, principe che potea dare una buona dote, di cui abbisognava forte quel povero re, smunto affatto di danaro. Lo stesso papa ne scrisse al conte Ruggieri, e restò conchiuso il trattato. Spedì egli la figliuola con una flotta e con un ricco tesoro a Pisa, dove si trovò Corrado a riceverla; e quivi con tutta onorevolezza furono celebrate le nozze. Scrive bensì Bertoldo da Costanza che in questi medesimi tempi l'imperadore Arrigo dimorava in Lombardia, paene omni regia dignitate privatus, perchè tutto il nerbo delle sue milizie era passato sotto le bandiere del suddetto suo figliuolo Corrado e della contessa Matilda. Contuttociò io truovo che egli nel dì 31 di maggio tenne un placito nella città di Padova [Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.] coll'intervento di Burcardo e Warnerio marchesi, e in esso accordò la sua protezione per alcuni beni al monistero di santa Giustina di Padova. Similmente dimorando egli in Garda sul lago Benaco, nel dì 7 di ottobre confermò i suoi privilegii [Ibidem, Dissert. LXX.] al monistero della Pomposa, posto tra Ferrara e Comacchio, con un diploma, le cui note non son pervenute a noi assai esattamente copiate dall'originale. Tentò egli inoltre, secondochè abbiam da [468] Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 9.], d'impadronirsi del forte castello di Nogara coll'aiuto dei Veronesi. L'assediò infatti, e l'aveva già ridotto alla estremità per la fame; ma, ciò udito la contessa Matilda,

Mox accersitos Motinenses corpore firmos,

Eridanum transit.

E già era in cammino per soccorrere la languente fortezza, quando sorse tal timore nell'armata di Arrigo, che tutti diedero a gambe, con abbandonare armi e bagaglie.


   
Anno di Cristo MXCVI. Indizione IV.
Urbano II papa 9.
Arrigo IV re 41, imper. 13.
Corrado re d'Italia 4.

Parte di quest'anno impiegò l'infaticabile papa Urbano in varii viaggi per le città della Francia, dei quali fa menzione il padre Pagi. Sollecitò dappertutto la crociata, e tenne in quelle contrade due altri concilii nelle città di Tours e di Nismes, per regolar gli affari ecclesiastici. Aveva egli già scomunicato Filippo re di Francia a cagion delle nozze illegittime da lui contratte, vivente la vera moglie. Si ravvide egli, ed ottenuta l'assoluzione, tornò in grazia del papa e della Chiesa. Per attestato di Bertoldo da Costanza [Berthold. Constantiensis, in Chron.], venne poscia nel mese di settembre in Italia, e presso Pavia celebrò la festa dell'Esaltazion della Croce nel dì 14 di esso mese. Pretende il suddetto padre Pagi [Pagius, Crit. ad Annal. Baron.], non so se con buoni fondamenti, ch'egli calasse più tardi in Lombardia. Gran concorso di vescovi e principi fu ad ossequiare il buon pontefice, che da Pavia passò a Milano, e di là continuò il suo viaggio fino a Roma, dove gloriosamente entrato, celebrò con solennità magnifica il santo Natale. Mercè dell'armi cristiane, che qui sotto accennerò, [469] tutta quella città s'era ridotta ubbidiente ai suoi cenni, a riserva del castello Sant'Angelo, in cui, per attestato del suddetto Bertoldo, dimorava tuttavia la guarnigione dell'antipapa Guiberto. Si mosse in quest'anno un'infinità di cristiani crocesegnati alla volta dell'Oriente, composta della schiuma di tutti i masnadieri e della canaglia della Francia, Germania ed Inghilterra, e con loro andarono femmine da partito senza numero. Un corpo d'essi era condotto dal romito Pietro: la prima prodezza che fecero in Germania, fu di perseguitare, svaligiare, uccidere, oppur forzare quanti Giudei trovarono ad abbracciar la religione di Cristo [Albert. Aqu., lib. 1, cap. 24. Guillelm. Tyr., lib. 1, cap. 17.]. Arrivati costoro in Ungheria e Bulgaria, tante ribalderie e rapine commisero, che que' popoli, prese l'armi, desertarono tutta quell'armata, di maniera che poche migliaia ne poterono giugnere a Costantinopoli limosinando un tozzo di pane. Un altro corpo di questa ciurmaglia penetrò più avanti fino al paese de' Turchi, e fu da essi disfatto. Un altro, condotto da Raimondo conte di sant'Egidio, passò per la Schiavonia. Mossesi poi nell'agosto Gotifredo di Buglione dal suo ducato della Lorena, principe di rara pietà e saviezza e di egual valore, seco conducendo una gran quantità di altri principi e signori della Francia, Fiandra e Lorena, e un'armata di dieci mila cavalli e di settanta mila fanti, tutta gente agguerrita e disciplinata. Con buon ordine per la Germania, e poi coll'avere ottenuto libero il passaggio da Colomanno re per l'Ungheria, marciò questo esercito alla volta di Costantinopoli. Un'altra potentissima armata condotta da Ugo il grande, fratello del re di Francia, da Roberto conte di Fiandra, da Roberto duca di Normandia, da Eustachio di Bologna, fratello del duca Gotifredo, e da altri principi [Guibert. Abbas, cap. 11 Hist. Fulcherius Carnotens. et alii.], venne per l'Italia, [470] e passando per la Toscana, trovato in Lucca papa Urbano incamminato verso Roma, presero da lui la benedizione [Otto Frisingensis, Chron., lib. 7, cap. 6.]. In passando per Roma, cacciarono di là l'antipapa Guiberto, e perciò la città, fuorchè castello Sant'Angelo, tornò in potere del papa. Arrivarono questi sul principio del verno in Puglia, e convenne loro prendere quartiere in quelle parti, perchè non era più tempo di mettersi in mare. Ma essendosi azzardato il suddetto principe Ugo di passare a Durazzo, fu quivi fatto prigione dai perfidi Greci, e tosto inviato a Costantinopoli. Buon per lui che da lì a non molto, verso la festa del Natale, giunse in quelle vicinanze il duca Gotifredo col suo prode esercito, che forzò l'imperadore Alessio a rimettere in libertà quel principe, e stabilì poi varie capitolazioni co' Franchi pel libero loro passaggio in Asia.

Accadde in quest'anno che la città di Amalfi si ribellò a Ruggieri duca di Puglia [Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 24. Lupus Protospata, in Chron.]. Non avea egli forze bastanti per mettere al dovere quella città, e massimamente navi per istrignerla dalla parte del mare. Raccomandossi a Ruggieri conte di Sicilia suo zio per un copioso aiuto; e questi infatti raunato un esercito di ventimila Saraceni suoi sudditi in Sicilia, colla giunta delle sue vecchie truppe e con una buona squadra di navi, accorse, e col nipote mise l'assedio per terra e per mare a quella città. Intanto si sparse la voce della crociata e de' Franchi che venivano verso la Puglia per passare il mare. Trovavasi a quell'assedio anche Boamondo principe di Taranto e fratello del duca Ruggieri. Invogliatosi anch'egli di quella sacra spedizione, e soprattutto spinto dalla speranza di qualche gran conquista in Oriente, prese la croce [Guibertus Abbas, in Chronico. Petrus Diac., Chron. Casinens., lib. 4, cap. 11.]. Il gran rumore che faceva allora la commozion di tanti popoli per [471] andare alla conquista di Gerusalemme, e l'esempio suo cagion furono che la maggior parte delle truppe sì del duca che del conte, assedianti Amalfi, cominciassero a gridare: Iddio lo vuole, lo vuole Iddio; laonde s'arrolarono a furia sotto Boamondo per passare in Oriente. Fu questo inaspettato avvenimento la fortuna degli Amalfitani, già ridotti al verde; perchè il conte Ruggieri, veggendo per la maggior parte dileguato l'esercito suo, si ritirò confuso e malcontento in Sicilia; ed altrettanto fece il suo nipote Ruggieri, con ritornarsene in Puglia, lasciando nella ricuperata libertà la città d'Amalfi. Questo a me fa credere che non venti mila Saraceni, come vuole il Protospata, ma assai minor numero di quegl'infedeli fossero condotti a quell'assedio dal conte. Certamente niun d'essi dovette prender la croce; e venti mila di coloro erano un'armata sufficiente per ultimar l'impresa di quella città. Accompagnossi con Boamondo anche Tancredi, che divenne poscia al pari di lui celebre eroe nella guerra sacra, e le cui prodezze si truovano descritte da Radolfo Cadomense. Nella prefazione alla Storia di questo scrittore ho io osservato [Rerum Italicarum Scriptor., tom. 5.] che Tancredi ebbe per padre Odone, ossia Otton Buono marchese, e per madre Emma sorella del duca di Puglia Roberto Guiscardo, ed era perciò cugino di Boamondo. Altri il fanno suo nipote, ma senza buon fondamento. Ho eziandio creduto assai probabile che Tancredi fosse di nazione italiana. Nè si dee tacere che anche da tutte le parti dell'Italia concorse innumerabil gente a questa sacra impresa. Folco, uno degli antichi storici della guerra sacra presso il Du-Chesne [Du-Chesne, Rer. Francic., tom. 4.], fra le genti crocesegnate annovera

Quos Athesis pulcher praeterfluit, Eridanusque,

Quos Tyberis, Macra, Vulturnus, Crustumiumque

Concurrunt Itali, ec.

Pisani ac Veneti propulsant aequora remis.

[472] Soggiunge più sotto:

Qui Ligures, Itali, Tusci, pariterque Sabini,

Umbri, Lucani, Calabri simul, atque Sabelli,

Aurunci, Volsci, vel qui memorantur Etrusci;

Quaeque etiam gentes sparguntur in Apula rura,

Queis conferre manus visum est in praelia dura,

Sub juga Tancredi et Boamundi corripuere,

Et contra fidei refugas patria arma tulere.

Verisimile nondimeno a me sembra che non tutti questi Italiani ad un tempo si movessero nell'anno presente, ma che continuasse la folla anche ne' due seguenti. Passato nell'Epiro Boamondo con Tancredi, ebbe tosto, per attestato di Radolfo Cadomense [Radulphus Cadomensis, cap. 4.], a sguainar la spada coi Greci che gli vollero contrastare il passo. Diede loro più d'una rotta, s'impadronì di buon tratto di paese, e tal timore arrecò la di lui venuta alla corte di Costantinopoli, che Alessio imperadore giudicò meglio di procedere colle buone con un principe sì avvezzo alle vittorie. Chiamatolo dunque alla corte, l'indusse a prestargli omaggio, e cercò di sbrigarsene il più presto possibile. Venuto a morte Vitale Faledro doge di Venezia [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] in questo anno, ebbe per successore Vitale Michele in quella illustre dignità. Per attestato ancora di Jacopo Malvezzo [Malvicius, Hist. Brix., tom. 14 Rer. Ital.], nell'anno presente un terribile incendio devastò quasi tutta la città di Brescia.


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Anno di Cristo MXCVII. Indizione V.
Urbano II papa 10.
Arrigo IV re 42, imperad. 14.
Corrado II re d'Italia 5.